Papiri

Chi era Calabresi?

Il 17 maggio di quarant’anni fa, alle 9.15 a.m., due proiettili posero la parola fine alla vita del commissario Calabresi, il “commissario Finestra”, addestrato dalla CIA.
Eppure, a distanza di tanti anni, il suo cadavere continua ad emanare un tanfo sgradevole, e si tenta di riscrivere un finale. Questo tentativo passa anche attraverso un film, immondo e servile quanto il suo regista, passato di recente nelle sale cinematografiche. Un film che vorrebbe riscrivere la storia degli ultimi quarant’anni, rispolverando la teoria che dietro le bombe stragiste e la strategia della tensione ci fossero gli anarchici.
Un film che vuole presentarci un commissario Calabresi buono, amico degli anarchici che inquisiva e, soprattutto, estraneo all’omicidio di Giuseppe Pinelli, scaraventato fuori dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, dopo tre giorni di interrogatorio.

Intempestivi

Quaranta

Quarant'anni fa, il 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi veniva ammazzato sotto casa, a Milano. Il principale responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico defenestrato dalla Questura di Milano pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana, finirà i suoi giorni sul marciapiede di via Cherubini, alle 9.15 del mattino. Non un infarto, non un incidente, ma due proiettili lo costringeranno a dire addio alla carriera, alla pensione e alla vecchiaia. Il commissario Finestra sopravviverà perciò meno di tre anni alla sua vittima.

 

Quarant'anni dopo, il 7 maggio 2012, Roberto Adinolfi è stato gambizzato sotto casa a Genova. L'amministratore delegato della Ansaldo Nucleare, multinazionale generosa dispensatrice di tumori e radiottività, è crollato a terra sul selciato di via Montello, alle 8,30 del mattino. Non un infarto, non un incidente, ma una pallottola lo costringerà forse a zoppicare per il resto della vita. È probabile che egli sopravviverà assai più a lungo delle vittime provocate dal suo lavoro.

Intempestivi

Sparse le chiome

«Si moltiplicano in tutta Italia gli attacchi contro Equitalia». Sapete chi lo ha detto? No, non è una citazione tratta da qualche periodico o sito più o meno sovversivo, più o meno incendiario. Sono le parole di apertura pronunciate pochi giorni fa dalla conduttrice di un telegiornale di regime. E cos'altro possono dire i bardi delle veline di questure e ministeri davanti a questa valanga irrefrenabile di rabbia contro gli strozzini di Stato? Molotov a Livorno, scontri a Napoli, uffici murati a Mestre, pacchi esplosivi a Roma, aggressioni fisiche a Melegnano... ed è solo la cronaca spicciola degli ultimi giorni. Si tratta di una rabbia irrefrenabile. Ma, soprattutto, essa non ha alcuna regia, alcuna organizzazione, alcuna sintesi omologante. Non vi è nessun racket politico, rosso o nero che sia, che possa pretendere di gestire, amministrare, speculare, indirizzare questo furore.
Il nemico è chiaro, manifesto, ben visibile agli occhi di chiunque. E chiunque, con i suoi modi e tempi, ragioni ed intenzioni, lo sta attaccando.

Brulotti

Ricordate di non dimenticare

Ci hanno educato ad obbedire all’autorità. Ci hanno indotto a temere i suoi guardiani.
Ci hanno insegnato a trascorrere una vita in ginocchio, a testa china.
Anche adesso, quando è sotto gli occhi di tutti che questo mondo è al capolinea, quando è evidente che non ci sarà nessuna futura ricompensa per la nostra passata sottomissione, anche adesso pretendono da parte nostra l’assoluto rispetto della legge. Siamo senza soldi? Non bisogna rubare! Siamo senza casa? Non bisogna occupare! Siamo alla disperazione? Non bisogna ribellarsi! E per chi è stanco di genuflettersi o di tremare, non resta che il suicidio. Togliersi di mezzo, possibilmente con discrezione, senza fare tanto rumore. La rabbia, quella no, non è permessa, non è concessa, non è legale. La rabbia, come quella che sta esplodendo in tutta Italia contro gli strozzini di Equitalia, è «terrorismo».

Brulotti

Abolizione della proprietà

C'era una volta un re, e una regina dalla cui bocca ogni parola che usciva era una cosa dolce.
Ora un giorno, non so perché, la regina dovette stare quasi 24 ore senza mangiare; e, provando gli stimoli della fame, fece questo ragionamento: «Se io soffro tanto, per stare 24 ore senza mangiare, chi sa quanto devono soffrire quei che ci stanno quasi un giorno sì e un giorno no per tutta la vita!».
Allora incominciò a capire perché il popolo vuole la rivoluzione.
La regina, messa in pensiero, un giorno chiamò nel gabinetto segreto il presidente dei ministri e gli comandò di confidarle il segreto per far sparire la miseria dalla terra.

Brulotti

Poveri

Molto spesso si tende a prestare attenzione solo a ciò che è materiale, misurabile quantitativamente. Così siamo portati a considerare la miseria che regna in questa società unicamente dal punto di vista della povertà materiale, in altre parole della mancanza di denaro. Ma il capitalismo non ci toglie soltanto i mezzi materiali per vivere come meglio ci aggrada. Non ci obbliga soltanto ad andare a lavorare o a genufletterci davanti alle istituzioni di beneficenza sociale. Non ci impone soltanto di sopravvivere in un ambiente contaminato dall'industria, intossicato dalla sua produzione di oggetti inutili e nocivi, irradiato dal suo impressionante apparato nucleare che rende tutti dipendenti dallo Stato e dai suoi specialisti di fronte ai rischi e alle catastrofi conseguenti. No, non si tratta solo di questo.

Intempestivi

Metalli

C'è metallo e metallo. L'oro, per esempio, è un metallo nobile di color giallo, malleabile, duttile. In natura lo si trova quasi sempre sotto forma di pepite, di grani, di pagliuzze. Solo dopo una lunga lavorazione (a base d'acqua, rame, cianuro sodico...) è possibile ottenere quel bene per cui da sempre si sfrutta, si opprime, si massacra.
L'uranio invece è un metallo bianco-argenteo, denso, malleabile, presente in molti minerali, che si trova sotto forma di ossido o sale complesso. Scoperto nel 1789 da un chimico tedesco, non sembrò destare molto interesse, nemmeno quando monsieur A.H. Becquerel nel 1896 si accorse che emanava radioattività. Solo in tempi relativamente recenti, nell'era nucleare, l'uranio è diventato prezioso quanto e più dell'oro. Per esso si sfrutta, si opprime, si massacra.
L'oro è simbolo di ricchezza. L'uranio è simbolo di potenza (intesa come energia per il potere). Nulla di strano se chi adora accumulare il primo si diletta ad andare a caccia del secondo, se chi possiede il secondo lo vende in cambio del primo. Re e mercanti, politici e amministratori delegati, tutti dediti ad occuparsi di oro e di uranio. E il piombo?

Brulotti

Il prete

Il prete è quel pezzo di birbante che dalla penombra della sacristia e del confessionale cospira contro la felicità del genere umano.
È l'inquisitore delle anime che cerca di sondare nel sacrario della famiglia per scoprire i segreti più intimi e i misteri delle alcove.
È il maiale nero che corrompe il cuori più vergini, che attenta all'onore delle fanciulle e alla fedeltà delle spose.
È l'uccellaccio di malaugurio che pronostica la fine del mondo, cher terrorizza lo spirito vacillante dei bambini con gli spauracchi dell'inferno.
È l'immonda bestiaccia che fiuta la morte, che s'aggira intorno ai moribondi ed ai cadaveri come la iena, per ghignare sinistramente in faccia al dolore, sulle disgrazie.

Brulotti

Davanti ai giudici

François Claudius Kœnigstein, detto Ravachol

Se prendo la parola, non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poiché solo la società che, con la sua organizzazione, mette gli uomini in continua lotta gli uni contro gli altri, è responsabile. E in effetti, non vediamo in tutte le classi, in tutti gli ambienti, persone che desiderano, non dico la morte, poiché suonerebbe male all’orecchio, ma la disgrazia dei loro simili se questa può procurare loro dei vantaggi?
Esempio: un padrone non si augura di veder sparire un concorrente? Tutti i commercianti, in generale, non vorrebbero, reciprocamente, essere i soli a godere i vantaggi che possono venire dalla propria industria?
L’operaio senza impiego non sogna, per ottenere del lavoro che, per un qualsiasi motivo, colui che è occupato venga licenziato?
Ebbene, in una società dove si producono simili fatti non devono sorprendere atti come quelli che mi si rimproverano, i quali non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza tra gli uomini che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a sé, colui che si trova nella necessità deve agire. Ebbene! Poiché così è, quando ho avuto fame non ho esitato ad impiegare i mezzi che erano a mia disposizione a rischio di fare delle vittime.

Brulotti

Per la critica del lavoro

Günther Anders

Per proletariato s'intendeva, cent'anni fa, quella massa di persone che dovevano vendere il loro tempo di lavoro e la loro forza di lavoro, e che non erano proprietari dei loro mezzi di produzione e della maggioranza dei loro prodotti. Oggi noi (anche quando, come salariati o stipendiati, possediamo un'automobile, un frigorifero, ecc.) siamo non proprietari in un senso molto più pauroso. Poiché non siamo proprietari dello scopo del nostro lavoro e degli effetti del nostro lavoro. Con ciò non voglio dire soltanto che, nel nostro lavoro, non vediamo davanti a noi il prodotto finito, la sua finalità e il suo impiego; ma che essi non possono e non devono interessarci in alcun modo. Che si lavori in una fabbrica di dentifrici o in campo di sterminio o in un cantiere per l'installazione di missili atomici (in Turchia, a Okinawa, in Italia o a Cuba), è sempre proibito, o passa addirittura per ridicolo chiedersi se ciò che si è prodotto sia approvabile o riprovevole, e non ci viene più nemmeno in mente di chiedercelo. Poiché la grandezza delle industrie e la divisione del lavoro fanno sì che il prodotto finito e il suo impiego non balenino più nemmeno per un istante agli occhi dei lavoratori. Questa circostanza ci toglie perfino la libertà di chiedere. Lasciamo sempre la morale nel guardaroba della fabbrica, per indossarla di nuovo nel dopo lavoro. Che cosa significa questo?

Brulotti

Contro il primo Maggio

Domenico Zavattero

Scrivete pure, compagni giornalisti, pronunciate pure, compagni oratori, articoli apologetici e conferenze smaglianti sul primo Maggio.
Astenetevi pure, compagni operai; astenetevi pure dal lavoro; io parlo, io scrivo contro il primo Maggio.
E vorrei essere lavoratore del braccio, per non abbandonare l'officina in codesto giorno.
Questa mia dichiarazione vi suonerà orribile. Voi, abituati a considerare questa data da un punto di vista tutt'affatto sentimentale — e falso — sarete tentati a considerarmi un nemico della classe operaia.
Come se per esserle amico si dovesse consacrare con la nostra annuenza una festa di sbornie!
Ed i miei nemici si varranno della cosa per mettermi in cattiva luce ai vostri occhi.
Ma io non mi sento davvero di seguire l'andazzo comune.

Brulotti

Lo sventramento di Firenze

Trivio dei Tumultuosi

Nel 1885, un’amministrazione comunale preoccupata per le gravide tensioni sociali, sollecitata da imprenditori avidi e con l’ausilio di un giornalista servo e bigotto, diede inizio alla distruzione dell’antico centro storico di Firenze, nel nome del “progresso” e della lotta al “degrado”. Stessi pretesti, stessi metodi di oggi. Quei fatti lontani nel tempo — drammaticamente attuali — vengono qui rievocati.
I motivi per cui abbiamo organizzato questa mostra sono semplici. Pur vecchia di ormai due secoli, la storia dello è terribilmente attuale. Essendo assai istruttiva su cosa sia sempre stata l’urbanistica, ovvero la programmazione degli spazi pubblici secondo una concezione mercantile e poliziesca dell’esistenza umana, fa capire bene cosa si nasconde anche oggi dietro le dichiarazioni dei burocrati che amministrano le città. La devastazione compiuta dal vecchio «piano di riordinamento del centro storico» annuncia quella dell’odierno «piano di indirizzo territoriale».
Lo sventramento di Firenze non si è concluso alla fine dell’Ottocento — continua ancora oggi. Sta a noi fermarlo.

Brulotti

Il flagello (lo sport)

di Tito Eschini

Il mondo antico ed il medio hanno avuto i loro flagelli, l'invasione irrompente dei popoli barbari che mettevano a ferro e a fuoco i territori invasi, che distruggevano quanto la scienza e la civiltà di quei tempi avevano dato; la peste bubbonica, il colera ed altri simili che decimavano gli uomini e arrestavano il corso della civiltà colle loro violente epidemie. L'evo moderno ne ha molti di flagelli, uno dei principali, di cui è nostro compito in questo scritto trattare, è lo sport. Lo sport è un flagello di contraria apparenza, ha forme tutte diverse dagli altri, forme allettevoli e divertenti e per gli sportmen di professione molto proficue e remunerative, ma per questo non cessa di esser meno pernicioso, poiché lo sport è il flagello del vero progresso e dell'intelligenza umana.
Oh! facciano pure la smorfia del disgusto gli sportmen e tutta quella gente che da questo ritraggono un beneficio morale e speculativo, la dirò ugualmente la mia verità sulle conseguenze imprescindibili di questa stupida quanto barbarica passione, su questo forzato tentativo di ritorno al passato.

Brulotti

L'antifascismo e noi

L'Antifascismo è un conglomerato eterogeneo apparso sulla scena politica italiana assai tempo dopo l'avvento del fascismo al potere. È composto da uomini politici, provenienti e aderenti ai partiti più diversi, animati da uno scopo comune: l'abbattimento del fascismo e la liberazione del popolo italiano dallo stato di soggezione medioevale a cui il regime fascista lo ha ridotto.

Anche noi anarchici lottiamo per la libertà del popolo italiano, in quanto lottiamo per la libertà di tutti gli esseri umani. Ma appunto perché la nostra avversione pel fascismo ha più profonde radici nella nostra rivolta contro il capitalismo stesso che quello determina, così il nostro antifascismo è anteriore e più radicale di quello dei partiti che ne hanno monopolizzato il nome.
Nonostante la superficiale apparente comunanza di scopi immediati, con questi uomini e partiti, noi abbiamo ritenuto sempre più opportuno esplicare la nostra attività indipendentemente, e non abbiamo aderito né intendiamo aderire all'antifascismo politicante, né nel suo insieme, né nelle sue singole frazioni che sotto diverse insegne: «fronte unico», «Concentrazione», «Giustizia e Libertà» ecc., tendono alla stessa meta.

Miraggi

Una commedia

E. F.

«Che cosa stai facendo di bello? Cinema?».
«No, sto scrivendo una commedia».
«Interessante. Ti dispiace accennarmene la trama, il problema, la tesi?».
«Volentieri. Si tratta in breve di questo». (Pausa). «Ecco... tutto fa credere che l'uomo, nel futuro, man mano che le popolazioni aumenteranno, sarà sempre più solo, specie nelle grandi città. Sempre più solo, sempre più frenato dalle inibizioni, dalle leggi, dal controllo reciproco, dalla tirannia delle macchine, dalla necessità del successo, dall'enigma del futuro, dal terrore di una guerra. E poi, un giorno, anche l'arte finirà, come finirà l'amore».
«Molto interessante».
«Ma in una provincia arretrata, in una specie di zona depressa, sono ancora vivi l'uno e l'altra, l'amore e l'arte. La gente se ne vergogna un po', specialmente dell'amore. È così provinciale! “Ma d'altronde” si giustificano “che cosa vuoi fare, qui, in questo paese di quattro gatti?”. Così coltivano l'arte e l'amore. Scrivono brutti libri, fanno quadri, e rincasando a notte alta fischiettano musica elettronica, superatissima, anzi dimenticata nel resto del mondo. E fanno, rassegnati e arretrati, l'amore».

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