Brulotti

Bruxelles: operazione "Ceneri"

Il 22 maggio 2013, verso le 6 del mattino, decine di poliziotti della sezione anti-terrorismo della polizia federale giudiziaria invadono e perquisiscono 3 abitazioni di alcuni compagni anarchici e anti-autoritari, oltre alla biblioteca anarchica Acrata. Tutte le persone presenti (11) vengono fermate e condotte negli uffici della polizia federale.
Le accuse sono: appartenenza ad una organizzazione terrorista, associazione a delinquere e incendi dolosi. L'operazione è battezzata "Cendres" (Ceneri) ed è diretta dal pubblico ministero Isabelle Panou, tristemente celebre per la sua lunga carriera al servizio dello Stato.

Contropelo

Mattone su mattone

La capacità di adattamento dell'essere umano supera ogni immaginazione. Si può porre un uomo in pressoché qualsiasi condizione, anche nelle condizioni in cui ci sia solo la morte come filo rosso della storia, e riuscirà ancora ad adattarsi, ad accordare il suo comportamento al diapason dell'ambiente ostile. Da un lato, questa capacità è straordinaria e costituisce la specificità dell'essere umano in quanto tale. Dall'altro, essa è infinitamente tragica poiché il potere non incontra solo avversari implacabili, ma anche la rassegnazione che, in fin dei conti, rappresenta proprio il respiro vitale, per quanto putrido, del potere stesso.
Alcuni diranno che si tratta dell'istinto di sopravvivenza, altri si rifaranno all'inesauribile creatività di cui l'uomo ha dato prova attraverso la Storia nel far genuflettere e incatenare il suo prossimo. Altri ancora si faranno coraggio per l'elasticità che caratterizza la rivolta umana a fronte di condizioni insopportabili. Ad ogni modo, in prigione ritroviamo tutto questo in maniera concentrata. Ma è possibile criticare il carcere senza parlare immediatamente della sua genitrice, questa società basata sull'autorità e sul potere? Nulla in questo mondo può essere considerato a sé stante.

Autopsia

Gli abiti nuovi di Alain Badiou

Séverine Denieul

Il minimo che si possa dire è che, coi tempi che corrono, è quasi impossibile non inciampare sull’ultima opera in ordine cronologico di Alain Badiou. Autore prolisso quanto mai, si vede affabulato da un numero incalcolabile di titoli o definizioni che alla lunga sembrano essere riusciti a convincere il grande pubblico dell’importanza della sua opera: «maître à penser», «pensatore radicale», quando non «chirurgo del concetto» (Rémy Bac), nessuno rinuncia a concedere al filosofo uno statuto d’eccezione. La sua volontà dichiarata di «rifondare la filosofia» lo porta a coprire tutti i campi del sapere: la politica, l’estetica, le matematiche, la letteratura attraverso il romanzo, la poesia o la scrittura di testi teatrali. Autore di opere su Beckett, ma anche su Platone, Wittgenstein e San Paolo, Badiou incarna nei media il pensatore «geniale» capace di mettere in parallelo nozioni complicate con opere molto differenti tra loro. Erede della filosofia “continentale” più astrusa (Heidegger, Lacan, Althusser), Badiou ha in effetti quella forma di spirito particolare, così caratteristica della nostra epoca, che consiste nell’incrociare nozioni e ambiti distanti le une dagli altri per farne una sintesi «personale» che, lungi dal chiarire i problemi, li rende ancora più oscuri. È il caso, ad esempio, dell’accostamento che opera fra il marxismo, la psicanalisi e la matematica.

Brulotti

L'Inquisizione. La tortura in nome di Dio

Niente riesce a esacerbare gli animi più dello studio delle nefandezze commesse dalla Chiesa cattolica e da quella riformata, in particolare con le rispettive Inquisizioni. Questo libro si occupa quasi esclusivamente degli orrori della prima ma la seconda non merita affatto un posto meno importante, si tratta solo di una documentazione non approfondita da me per motivi meramente occasionali.

Brulotti

Senza ordini del giorno

È giorno di tempesta oggi. Temporale nell'atmosfera, burrasca in mare e lotta fra gli uomini. Le nuvole sono gravide di minacciose folgori, i giganteschi marosi urlano il loro tragico mistero, ed i viventi cozzano gli uni contro gli altri con l'avidità degli spiriti insoddisfatti ed insoddisfabili. Eppure ieri il cielo era limpido, il mare tranquillo e gli umani parevano sorridersi in una simpatica comunicazione sentimentale. L'alba veniente, che s'immaginava rosea, portò la bufera, e forse domani porterà accanimento alla battaglia universale. Ma forse riuscirà anche a placare gli elementi con le sue aure dorate senza che noi, minuscoli esseri, si possa alimentare o spegnere con la nostra volontà l'incendio ora divampante.
L'uno è troppo poco e la quantità non ha valore perché non è mai proporzionata alla qualità che dovrebbe avere. L'uno non ha la forza bastevole e la massa manca della volontà di rompere la cappa di piombo che s'appesantisce sull'universo, impedendo al raggio solare di arrivare fino alla terra a portarvi la sua festosità.

Brulotti

Il fuori che è andato perduto

Günther Anders

Quando nell’anno 2058, mezzo secolo dopo la fondazione dello Stato mondiale, un alunno lesse nella ‹ Storia del 20° secolo › la frase: «Nei momenti in cui qua e là il peso delle dittature diveniva insopportabile, c’erano sempre folle di fuggiaschi», chiese – perché per lui che il mondo fosse uno ed ermeticamente chiuso era assolutamente scontato: «Folle di fuggiaschi? Ma che significa?»

Miraggi

L'attore e il re

B. Traven

Capita raramente. Per fortuna. Ma una volta avvenne che un attore scegliesse un re come suo amico. O forse fu viceversa. Ma in fondo non c’è differenza.
I due erano onesti e sinceri amici. Litigavano e facevano la pace, come si usa in genere tra veri amici.
La loro amicizia durò due anni.
L’attore non fece più rumore su questa amicizia di quanto non avrebbe fatto su un’amicizia con qualsiasi altro mortale.
Un pomeriggio andarono a passeggio nel parco.
L’attore aveva recitato la parte di un re la sera prima. Ma non un re shakespeariano. Il direttore del teatro non li poteva sopportare. Perché i re di Shakespeare, nonostante il loro diritto divino, erano uomini del tutto ordinari che amavano e odiavano, assassinavano e regnavano… proprio come si addiceva ai loro scopi e alle loro intenzioni.

Brulotti

Ammazziamo il primo maggio festaiolo!

Camillo Berneri

Anche quest'anno sbandiereranno i cortei popolari, col ragliare degli asini in calore e lo sbocciare delle rose e il rifiorire di tutti i fiori cafoni della retorica da segretario galante? La profumata brezza del Maggio gonfierà le variopinte sete delle bandiere? Il sole rischiarerà le porpore stinte e farà brillare le dorate lance delle alabarde corporative? Avremo i luccichii d'argento e d'oro e il rosseggiare di serici colori da parata? Avremo le processioni con fanfare, applausi, pigia-pigia, facce estasiate, gole urlanti, sudori, entusiasmi di un'ora? Passeranno per le vie, si addenseranno sulle piazze i coscienti ed evoluti lavoratori dai volti indomenicati, festaioli, rossi di entusiasmo, gocciolanti di sudore, tumidi per gli sforzi vocali? Sfileranno e comizieranno col rosso garofano all'occhiello della giacca più bella?

Intempestivi

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

Ha pensato davvero forte quel quarantanovenne disperato che ieri mattina ha salutato a modo suo la nascita del nuovo governo italiano. Si era mescolato fra i curiosi che stazionavano in piazza Colonna a Roma, davanti a Palazzo Chigi, con l'intento di avvicinare qualche politico. In tasca non aveva né un microfono per fare domande, né una penna per chiedere autografi. Aveva una pistola. Perché l'intenzione dichiarata di questo muratore disoccupato calabrese era semplice e chiara: ammazzare qualche politico e poi togliersi la vita.
Ma, come aveva temuto, non è riuscito a realizzare il suo progetto. Colpa dei soliti guastafeste, i carabinieri. I primi che lo hanno fermato si sono beccati qualche pallottola, gli altri lo hanno bloccato e arrestato. Trascinato dalla generosità, non si è tenuto l'ultimo colpo per sé. Li ha sparati tutti contro i guardiani di questo mondo infame.
Pare che non avesse obiettivi privilegiati. Non voleva colpire Tizio piuttosto che Caio. Per lui, tutti i politici sono uguali, tutti sono meritevoli di sparire dalla faccia della terra.

Miraggi

Dialogo tra la Cometa e la Terra

Carlo Michelstaedter

Terra. Eccola qui ancora, la vagabonda!
Cometa.
Terra: Prudenza perdio! Guarda un po' dove vai!
Cometa. Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.
Terra. Già, ma intanto... no perdio! fa' attenzione!
Cometa. Meglio non far attenzione che attender sempre ciò che non viene mai.
Terra. Accidenti! Ma proprio addosso a me deve venire! Ora mi spazza! si può dar di peggio?!
Cometa. Sì, i pianeti!
Terra. Ma guarda che lì vai a batter in Marte - questo si chiama esser ben distratti!
Cometa. Meglio distratti, che attratti, e contratti e rattratti...

Brulotti

Lenin visto da...

Nestor Makhno

Dappertutto e particolarmente negli Stati formanti l'Unione delle repubbliche Sovietiche, s'eleva un clamore assordante ed insensato: «Lenin è guida ai lavoratori di tutti i paesi, egli ha edificato per essi una teoria, egli ha mostrato loro il vero cammino della rivoluzione liberatrice».
È inammissibile che il borghese Lenin sia guida al proletariato mondiale. Tale pretesa a noi, contadini rivoluzionari che abbiamo oltrepassate tutte le tappe della rivoluzione russa e fatta l'esperienza del "leninismo", pare ingiustificata e priva di fondamento. Porre Lenin su un piedistallo in tale qualità è una irrisione, la quale prova unicamente la debolezza di spirito di quelli che si sforzano d'attribuire a quest'uomo la direzione del proletariato, mentre, in realtà, egli non trovavasi neppure nel paese durante la grande fase della rivoluzione russa. L'assassinio di questa si deve alla infantile ingenuità del popolo e, più ancora, alle baionette mercenarie, vendutesi, nel loro accecamento, al partito leninista.

Miraggi

L'elezzione der Presidente

Trilussa

Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi al lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;

Contropelo

Alle origini del potere

Aviv Etrebilal

Un mito è un racconto che si ritiene esplicativo e soprattutto fondatore di una pratica sociale comune. Può essere portato originariamente da una tradizione orale, che propone una spiegazione per certi aspetti fondamentali del mondo e della società che ha forgiato o che veicola detti miti, può anche essere costruito di sana pianta da gruppi che hanno la ferma intenzione di servirsene per i propri fini. Il mito è fondatore per definizione. Fonda religioni, nazioni, popoli, identità. Partiamo qui dall’evidenza che il mito, come la religione, è uno strumento d’oppressione e di auto-oppressione, di servitù a false utopie, utile solo a minoranze – o anche a maggioranze nell’ambito di un democraticismo utopico – per consolidare il loro dominio sulla base di un’adesione ben accetta. Il fatto di governare è inseparabile dal mito e dalla creazione di un immaginario, e l’analisi materialista della storia di un Marx per esempio, che nella storia umana vuol vedere solo rapporti economici laddove ci sono sogni, credenze, miti e ideologie, appare superficiale se si considera, più che le quotazioni del grano, la storia delle idee e dei rapporti fra individui e gruppi di individui.

Brulotti

Contro il linguaggio della militanza

Wolfi Landstreicher

Tristemente, negli ultimi anni, fin troppi scritti che provengono dal conflitto sociale sono stati forgiati con un linguaggio rigido, legnoso, un modo di esprimersi stanco, cadaverico, che sembra contraddire l’energia delle rivolte di cui intendono parlare. È il linguaggio della militanza, non della libertà, non dell’individualità che nonostante tutto crea se stessa. Forse questo è dovuto in parte al fatto che molti conflitti odierni sorgono dalla durezza dei tempi; sono la risposta alle attuali realtà sociali, politiche ed economiche. Ma come può una risposta di questo tipo controbattere tali realtà? Il metodo stesso della nostra risposta non dovrebbe riflettere il nostro rifiuto di queste realtà imposte?

Miraggi

Verso la morte

Giuseppe Ciancabilla

L'immensa, verde pianura di Farsaglia, soleggiata nel meriggio luminoso d'Aprile, brulicava di uomini. Pur non poteva dirsi animata, che tutto all'intorno incombeva il silenzio grave, triste, affannoso della preoccupazione e dell'incertezza, quasi della paura.
Mario De Lilla, che era giunto quella mattina stessa con una banda d'insorti, passava vagando, bevendo l'aria e il sole, attraverso quelle file e quei crocchi di esseri muti. Egli leggeva in ogni sguardo che lo fissava con una stupida curiosità, la stessa tremula indecisione di spirito. Poi, quando lo sguardo di quegli esseri si staccava rapidamente quasi stanco per lo sforzo dalla sua persona, tornava a spaziare laggiù verso l'orizzonte aperto, quasi infinito, appena circoscritto, in un fuggevole contorno bianco-azzurro, dalla catena dell'Olimpo.
Mario si avviò verso la cittadina schiacciata a metà della montagna sotto i ruderi delle antiche fortificazioni romane.

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