Brulotti

Occupiamo il Firmamento

Nell’universo libero, ogni essere umano è una stella indipendente, con una propria rotta. Nell’universo servile, ogni essere umano è nel migliore dei casi un pianeta e nel peggiore un satellite: di per sé spento, illuminato soltanto da un riflesso altrui, costretto in eterno a percorrere la stessa orbita attorno ad un centro (chiamato di volta in volta Stato o nazione, organizzazione o partito, legge o morale, fede o ideologia, ricchezza o carriera).
Ecco perché chi vuole muoversi senza interferenze ha bisogno non solo di allontanarsi il più possibile da ogni percorso prestabilito, ma anche di prendersi un proprio spazio.
Uno spazio, come quello appena occupato nel centro di Lecce, in cui partire da se stessi, dai propri desideri, progetti, con le proprie tensioni e peculiarità, da soli o in compagnia. Senza un programma da realizzare, senza capi né gregari, per disertare, rifiutare, contrastare, distruggere, costruire...

Brulotti

Fuoco alla nazione start-up

Martedì 8 ottobre 2019 a Villeurbanne, un incubatore di start-up è bruciato verso le 7 del mattino, ricoprendo la zona di Lione con un bel pennacchio di fumo. Il fuoco sarebbe partito dall’immondizia per poi propagarsi al Bel Air Camp, un ex magazzino Alstom dove funzionavano «una cinquantina di start-up e di piccole e medie imprese, con circa 350 dipendenti, che stanno lavorando all’ “industria di domani”» (robotica, realtà aumentata, commercio elettronico, design…).
Più precisamente, 58 start-up erano installate nella parte orientale della città in 10.000 m2 di locali, 7000 dei quali sono finiti in cenere. Nessuna di queste società era classificata Seveso.
«Tutti i nostri prototipi sono andati in fumo. Eravamo in una fase di preindustrializzazione. Oggi non ci è rimasto granché: né ufficio, né computer, né mezzi di comunicazione, né documenti»
Brulotti

Il più ladro dei due

Albert Libertad
 
Ogni giorno, ogni ora, non ha requie né tregua; la battaglia della vita. Battaglia orribile quanto mai, dove i cadaveri si accumulano, dove i feriti sono a milioni. Battaglia della Vita per la vita. Battaglia contro gli elementi, battaglia contro se stessi. Battaglia contro altri esseri umani. Battaglia di coloro che arrivano contro coloro che sono. Battaglia di chi possiede contro chi non possiede. Battaglia dell’avvenire contro il passato, della sapienza contro l'ignoranza.

In questo momento, ad Amiens, essa sembra assumere una forma più aspra che la rende più sensibile a tutti.

Due bande di individui si stanno affrontando. L’una sembra aver vinto. Ora non combatte più, giudica. Ha nominato dei delegati mettendosi in uniforme e decorandosi con titoli speciali, gendarmi, giudici, soldati, pubblici ministeri, giurati. Ma, senza tema di errore, tutti riconoscono gli abituali partner della lotta sociale: ladri, falsari, assassini, a seconda delle circostanze.

Brulotti

Ingannare le apparenze

«Con riferimento disposizioni vigenti che vietano pubblicazione atti istruttori richiamo attenzione SS.LL. su grave sconcio che si verifica quotidianamente ad opera dei giornali mediante riproduzione fotografie di delinquenti arrestati sotto imputazioni gravi reati [...] che sono così elevati agli onori della più biasimevole pubblicità».
 Luigi Federzoni, Ministro degli Interni,
telegramma n. 17916 ai prefetti del 31 luglio 1925 
 
È tristemente noto l'uso della censura durante il fascismo. Una volta eliminate le voci d'opposizione, il regime aveva assegnato allo strumento della propaganda un compito pressoché esclusivo, favorendo la progressiva fascistizzazione del paese. All’interno del Paese non bisognava più schiacciare il nemico ostile presente, ma crearvi, anzi, produrvi l’amico fedele. Si trattava di imporre ovunque una percezione sociale della realtà corrispondente agli interessi e alla ragione di Stato, in modo da riscuotere un consenso praticamente automatico ed unanime. 
Brulotti

Nel disordine dei sogni

 
Ce lo hanno detto e ripetuto fino allo stordimento, tutti lo sanno — «In principio era il Verbo». Può anche darsi, certo. Ma il calendario corrente segna inequivocabilmente il 2019, per cui è inutile prendersi in giro. Alla fine è l’Immagine. 
È da parecchio tempo che il Logos ha fatto fagotto, nessuno vuole più entrare nella sua tenda ed accomodarsi in posizione circolare (ovvero equidistante rispetto al centro, simbolica garanzia di parità). A chi volete che interessi la sua parola, il suo significato, la sua potenza, il suo atto, da comprendere e... ripetere in coro? No, perché con la parola gli esseri umani sono ai primi passi della loro avventura e rimarrebbero fermi se restassero immobili accanto ad essa. Chi vuole procedere oltre deve liberarsi dalla superstizione del Logos, uscire dalla sua tenda e tentare di creare il proprio mondo nella maniera più terribile che esista: incarnandolo, ognuno, individualmente. 
Suona affascinante, vero? Peccato che occorra troppo ascolto, troppa lettura, troppa memoria, troppa riflessione, troppa discussione, e poi troppa immaginazione, troppa determinazione... insomma, troppa fatica. 
Macchianera

La "sua" vita quotidiana

Raoul Vaneigem
Sull’autogestione della vita quotidiana
Contributo all’emergenza dei territori liberati dall’impresa statale e mercantile 
DeriveApprodi, Roma 2019
 
Se un luogo comune sostiene che si possono avere molte vite, un essere umano può allora morire diverse volte senza essere soltanto un cadavere ambulante, ossia letteralmente uno zombi? Prendiamo ad esempio il caso del situazionista Raoul Vaneigem, il quale si è reso celebre per avere, il 15 maggio 1968, lasciato una Parigi già in piena agitazione rivoluzionaria per raggiungere sulla costa mediterranea il luogo delle sue vacanze programmate, non senza aver apposto la sua firma in calce ad un proclama che invocava l'azione immediata. È stato certamente in quel giorno che per la prima volta egli ha iniziato a trasformarsi in un morto vivente, preso nella lotta implacabile tra un negativo all'opera, un negativo creatore di mondi il quale non potrebbe avere paura delle rovine per affermare la propria poesia sovversiva, ed un positivo che si aggrappa disperatamente alla noia e alla schiavitù dei tempi presenti.

Brulotti

Fate il vostro gioco!

 
Fate il vostro gioco: 3, 5 o 10 metri? E se siete radicali: 50, 100, 150 metri? Il governo francese si appresta ad inserire una di queste cifre nella legge. Esse indicano la distanza da rispettare tra le abitazioni e i campi durante lo spargimento e l’irrorazione di pesticidi. La presidentessa del sindacato agricolo FNSEA, Christiane Lambert, si è affrettata a intervenire nel «dibattito pubblico» in cui alcune voci si erano levate per parlare invece della cifra maggiore di 150 metri. «La smettano di delirare!» Ha sbraitato davanti ai giornalisti, perché questo ridurrebbe la superficie agricola francese del 15%. Piuttosto che farsi coinvolgere in questo dibattito assurdo e francamente vergognoso, vediamo più da vicino cosa sono i pesticidi e cosa rappresentano nel mondo odierno.
Un pesticida è una sostanza utilizzata per combattere organismi considerati nocivi, direbbe l'enciclopedia. Tranne che la lingua può rapidamente giocare dei brutti scherzi. Perché in quasi tutte le forme di agricoltura, le piante devono essere protette da altri organismi. Esistono già piante che hanno proprietà «pesticide», se lo si vuole, che proteggono i campi e le colture dalle devastazioni di parassiti, insetti e malattie. 
Brulotti

In punta di piedi, l'orrore

Primo Levi
 
Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: «comprendere» un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l'autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri. Questo ci sgomenta, ed insieme ci porta sollievo: perché forse è desiderabile che le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili. Sono parole ed opere non umane, anzi, contro-umane, senza precedenti storici, a stento paragonabili alle vicende più crudeli della lotta biologica per l'esistenza. A questa lotta può essere ricondotta la guerra: ma Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema.
Miraggi

La gabbia

Lucien Descaves
 
Quando nella città dove nacque e visse tutta la vita, Parigi, deflagrò la Comune, Lucien Descaves (1861-1949) aveva solo dieci anni. Quelle settimane in cui con occhi di bambino vide scomparire il vecchio mondo lo segnarono per sempre. Non solo ne divenne un esperto riconosciuto, oltre che esecutore testamentario di Gustave Lafrançais, ma in tutta la sua opera letteraria si respira quel medesimo vento di rivolta. 
Il suo romanzo più celebre è Les Sous-offs, il cui contenuto ferocemente antimilitarista gli valse un processo in corte d'Assise.
Di Lucien Descaves – amico di Zo d'Axa, di Séverin, di Jean Grave, nonché collaboratore di Georges Darien – presentiamo un estratto di un suo atto teatrale (nella traduzione di Giuseppe Ciancabilla).
Brulotti

Tristi miserie

Solitamente su questo sito non pubblichiamo comunicati, i quali hanno già parecchie altre vie di diffusione. Facciamo in questo caso una eccezione. Poiché è su questo sito che è apparsa una lettera di chi, detenuto nel carcere da Zurigo dall’inizio di quest’anno, si rivolgeva ai «cari compagni, cari amici»; poiché è su questo sito che è apparso un suo contributo ad un dibattito su «cosa vogliono gli anarchici»; poiché è su questo sito che è apparsa la versione italiana di un manifesto internazionale di solidarietà nei suoi confronti – oggi che costui ha cambiato radicalmente interlocutori ci sembra doveroso quanto necessario rendere pubblica qui in Italia la notizia che non vi è più alcun compagno incarcerato a Zurigo con l’accusa di sabotaggio. Va da sé che sia la sua lettera dal carcere, sia il suo contributo, sia il manifesto solidale, sono stati tolti dalle pagine di Finimondo.

Brulotti

Il rumore delle chiavi e del metallo

 

Il tintinnio delle chiavi, il suono dei cardini di metallo che sbattono gli uni contro gli altri, il rumore delle serrature e delle porte che scattano ci accompagnano dal primo momento del risveglio alle 6,45 fino a notte fonda, quando i secondini fanno il loro giro nel cortile illuminato come uno stadio. Quel rumore è così onnipresente che si ha presto l'impressione di un sottofondo industriale continuo e ripetitivo, il cui volume viene a volte abbassato, a volte aumentato. Qui, quando i detenuti lavorano, a un certo punto viene data loro «persino» la chiave della cella. Un capolavoro di cinismo sulla scacchiera della pacificazione. Come tante altre trovate nel circuito chiuso della carota e del bastone, funziona purtroppo molto bene. Comincia con le piccole cose. Ad esempio, quando la cella non viene più chiamata cella ma «spazio di detenzione» o, come in alcuni moduli da riempire, «luogo di lavoro». Una logica che qui viene attuata in modo conseguente.

Brulotti

Faccia a faccia col nemico

Severino Di Giovanni e gli anarchici intransigenti negli anni 1920-1930 in America del Sud
«Ho molto amore per la nostra causa e sono capace di tutto per favorirla», scriveva Severino Di Giovanni in una lettera a un compagno qualche mese prima d’essere fucilato. Il suo amore per l'ideale anarchico non era platonico: erano le sue ardenti palpitazioni a spingerlo ad elevarsi sul culmine ribelle del pensiero e dell'azione. L'anarchismo non è solo azione, come non è unicamente pensiero: unisce i due aspetti in un grande abbraccio appassionato. In buona compagnia, Severino è andato fino in fondo al suo amore. Alcuni dei suoi compagni sono morti sotto i proiettili degli sbirri, altri hanno trascorso molti anni dietro le sbarre; alcuni sono partiti in esilio per sfuggire alla repressione, altri hanno potuto continuare ad aprirsi sul posto, nei meandri della guerra sociale, il proprio percorso di combattenti per l'ideale.

Se il loro campo d'azione principale era l'Argentina e il lato uruguaiano del Río de la Plata, gli anarchici che si ritrovarono là negli anni 1920-1930 provenivano da tutto il mondo.
Brulotti

«I diritti della civiltà»

Errico Malatesta
 
Lasciamo stare il «diritto», che in teoria è l'espressione di ciò che ciascuno considera utile e buono e quindi varia secondo i vari interessi ed i vari sentimenti, ed in pratica è la consacrazione dei privilegi conquistati dai trionfatori del momento.

Parliamo piuttosto dell'interesse umano, visto che tutti, almeno a parole, dicono di volere il maggior bene possibile di tutti gli esseri umani, il raggiungimento del tipo più elevato di uomo che sia possibile.

È certamente nell'interesse di tutti che tutta la terra sia utilizzata il meglio che si può, e che tutti siano istruiti, e che la civiltà, la vera civiltà, sparga dovunque i suoi frutti benefici.

Ed è un fatto che vi sono differenze enormi di sviluppo e di civiltà fra i diversi popoli e fra i diversi gruppi ed individui dello stesso popolo.

Brulotti

Né Dittatura né Democrazia

Carlo Frigerio
 
La manifestazione di solidarietà internazionale, che doveva aver luogo il 21 luglio per opporsi alla continuazione dell'intervento degli alleati in Russia ed Ungheria, essendo stata sabotata per delle considerazioni opportunistiche dai rappresentanti ufficiali delle organizzazioni francesi ed inglesi, noi abbiamo assistito ad un primo e significativo risultato di questa capitolazione: la caduta del regime sovietista in Ungheria.
Questa prima vittoria ottenuta, i governi alleati, l'Inghilterra specialmente, non han cessato di dare il loro appoggio effettivo alla guerra contro i comunisti russi, e presto noi avremo lo spettacolo della caduta del governo di Lenin.
L'ottimismo sarebbe qui inutile. Ed è meglio abituarsi già fin d'ora all'idea di una eventualità che solo un miracolo potrebbe allontanare, e domandarci sin d'ora quali sono gli insegnamenti che l'esperimento della «dittatura del proletariato» ha potuto suggerirci.
Brulotti

A balzi

Lasciarsi trasportare dalla corrente, senza opporre resistenza. È la via più semplice. Si procede in modo spedito, senza grandi sforzi. Nei tratti più agevoli poi, ci si rilassa quasi. Si risparmiano le forze in vista dei punti più cruciali, quelli in cui è necessaria la massima attenzione per non annegare. Lasciarsi trasportare dalla corrente è fluire col fiume. Come può essere difficile? Per fluire con il fiume non c’è nemmeno bisogno di saper nuotare, basta galleggiare. Se poi si è in preda a qualche urgenza, se si vuole fare in fretta, è semplice: basta liberarsi di un po' di peso. Più si è leggeri, più si fila via. Non serve altro. Sarà la corrente stessa a portare a destinazione, perché il fiume sta già andando verso l’oceano.
Andare contro-corrente, invece, è una perdita di tempo.
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