Contro la guerra, contro la pace

Contropelo

Contro la guerra, contro la pace

Elementi di lotta insurrezionale contro il militarismo e la repressione

Le commemorazioni degli avvenimenti del 1914-18 organizzate un po’ dovunque in Europa ci ricordano che tutti sono contro la guerra. Dall’uomo di Stato al cittadino, dall’imprenditore al filosofo, dal ricercatore all’operaio, tutti si dichiarano categoricamente oppositori ad una ripetizione della grande carneficina. Loro sono per la pace. E in nome della stessa pace accettano — a differenti livelli di responsabilità, di collaborazione o di accettazione — alcune guerre. Per ristabilire la stabilità in una regione preda della guerra civile, per soccorrere una popolazione minacciata di genocidio, per sostituire i regimi crudeli: il cammino della guerra è lastricato di buone intenzioni. Nel nome di valori riconosciuti dall’umanità intera — «giustizia» e «pace» — vengono perpetrati i peggiori massacri.

Non era la Xilella!

Intempestivi

Non era la Xilella!

Per quanto non sia nostra pratica pubblicare articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale, facciamo per una volta un'eccezione per via del contenuto particolarmente importante riportato nel seguente articolo del Quotidiano di Lecce di venerdi 24 aprile 2015, e trovato affisso sui muri della città.

Le corbellerie del collettivismo

Brulotti

Le corbellerie del collettivismo

Oreste Ristori

Data la babilonia infernale che impera intorno alle varie tendenze del socialismo di Stato ed al partito in cui esse s'incarnano, non sarà affatto inutile, credo, ch'io spenda un po' di tempo in proposito, affinché il pubblico — che bene grosso — cessi di essere turlupinato e possa formarsi un esatto concetto di ciò che armeggia e vuole la social-democrazia.
Premetto, anzitutto, che non farò la critica agli uomini di questo partito; non prenderò di mira nessuna personalità; non sorprenderò l'individuo nelle sue attitudini enigmatiche, nella sua anfibiosità. L'uomo — come uomo — può errare, tergiversare, cambiar maschera e colore, secondo le circostanze, le necessità, e proclamare alternativamente buona e cattiva, giusta ed ingiusta una medesima cosa. Togliere a pretesto l'attitudine di un individuo per giudicare un intero partito, può essere un buon mezzo di turpe polemica o un buon espediente poliziesco; giammai onestà di discussione. Per questo, non seguirò il pettegolezzo linguacciuto che si fa intorno alle individualità. Buone o cattive che queste siano, passan qui inosservate.
È la collettività che deve esser discussa; sono i suoi desiderii, le sue speranze, le sue lotte, i suoi trionfi, le sue delusioni, che debbono essere evidenziati e ch'io farò passare per il caleidoscopio di una critica giusta e spassionata.

Per farla finita con la politica

Brulotti

Per farla finita con la politica e i suoi metodi

 

È opinione diffusa che la politica da tempo non goda di buona salute. Sfiduciata dai suoi elettori, pare essere approdata ad un punto morto. Un processo, questo, che è destinato ad approfondirsi, dicono. Ma, se è vero che la politica non possiede affatto quel fascino di una volta, smascherata insieme ai suoi interpreti da sempre più ampi strati di popolazione, c'è sempre chi non cessa di evitarne instancabilmente l'auspicabile distruzione. Si pensi a uomini e donne di Stato, o di potere in generale; gente, insomma, per cui la sopravvivenza della politica è di vitale importanza affinché essi possano conservare il proprio posto nell'attuale meccanismo sociale. In fondo, sarebbe una follia per chi presiede Confindustria, pronunciarsi a favore di una distruzione della politica, essendo questa il requisito del suo privilegio. Perciò non troviamo nulla che ci sorprenda nel vedere i detentori del potere schierati a difesa di ciò che consente loro di continuare a esercitarlo. La cosa buffa è che, nella schiera di coloro che potremmo appellare «gli amici della politica» figurano individui che nulla dovrebbero avere a che fare con l'autorità e la merce: i rivoluzionari – ammesso che tale definizione abbia ancora un senso.

13 minuti

Brecce

13 minuti

Non occorre essere laureati in scienze sociali per accorgersi di quanto stavano facendo i nazisti, dello stupro quotidiano di ogni libertà, del terrore imposto con la messa al bando di partiti e sindacati, del deperimento delle condizioni di vita e — a partire dal 1938 — dello spettro della guerra che si faceva sempre più concreto. Non occorre avere occhi fini per vedere i privilegi in cui sguazzavano i funzionari nazisti. E trarne le conseguenze.
I suoi amici ricorderanno come Elser non ascoltasse mai i discorsi di Hitler alla radio, si rifiutasse di fare il saluto nazista ed in occasione di una manifestazione filo-hitleriana si fosse voltato, dando le spalle e mettendosi a fischiare. Ma Georg Elser non era come i suoi amici, non era come milioni di tedeschi che si limitavano a brontolare contro il regime nazista. Uomo semplice e pratico, all’inizio del 1938 aveva preso la sua decisione. Come ebbe a dichiarare in seguito, «ho considerato che la situazione in Germania avrebbe potuto cambiare solo con l’eliminazione della attuale dirigenza». L’individuo, desiderio e volontà, aveva preso la sua decisione: Hitler doveva morire. Il grande dittatore e tutta la sua cricca erano stati così condannati a morte, non da un Tribunale di Stato, non dal Giudizio della Storia e tanto meno da quello divino, ma da un minuscolo artigiano della campagna sveva. E tanti cari saluti alle masse e alle loro organizzazioni.

Pour en finir avec le Prisonnier Politique

Ostrogoto [fr]

Pour en finir avec le Prisonnier Politique

Cela fait quelques années que l’on voit réapparaître le terme de « prisonnier politique ». Un terme que l’on croyait disparu depuis plusieurs décennies, du moins dans les sphères antiautoritaires.
 

L'Uomo Qualunque

Brulotti

L'Uomo Qualunque

Georges Henein

L'uomo è tutto ciò che si vuole, tranne qualunque. Uno dei tristi successi della società è di averlo convinto di essere qualunque e, con ciò, indotto a diventarlo. L'Uomo Qualunque (la novità si trova solo nelle maiuscole) non è un'eredità del fascismo — è una creazione della Rivoluzione francese. Essendo tutti cittadini, ed essendo tutti i cittadini uguali, diventa necessaria una magnifica burocrazia per amministrare questa uguaglianza, misurare le parti, frenare le violazioni. Ora, ogni burocrazia ha bisogno che gli uomini si assomiglino. A forza di scrivere: «Segni particolari: nessuno», il burocrate persuade la sua vittima non solo che non vi è nulla in essa che la contraddistingua, ma innanzitutto che non deve contraddistinguersi.

Per farla finita con il Prigioniero Politico

Contropelo

Per farla finita con il Prigioniero Politico

Da qualche anno in qua, vediamo riapparire il termine «prigioniero politico». Un termine che credevamo scomparso da molti decenni, almeno all’interno delle sfere antiautoritarie.
Un termine diventato tipico di diverse sette marxiste o maoiste, di Amnesty International oppure degli oppositori politici borghesi a regimi autoritari come la Russia, la Birmania o l’Iran; oppure, ancora, nel quadro delle lotte dette di “liberazione” nazionale, dai Paesi Baschi al Kurdistan, passando per la Palestina; ma tipico anche dell’estrema destra. Ecco, in parte, il motivo della nostra inquietudine di fronte al rifiorire di questo termine qua e là per il mondo, in bocca a compagni. E se desideriamo farla finita, oggi e per sempre, con questo termine, non è soltanto perché si oppone a tutte le nostre prospettive antipolitiche, contro tutti coloro che ci vogliono gestire, rappresentare e dominare attraverso l’arma della politica. È anche perché, assieme a questa risurrezione vi è, conscia od inconscia, la conseguenza malsana di creare distinzioni fra i prigionieri basandosi soltanto sui “crimini” di cui vengono accusati dallo Stato, attraverso la lente del Codice penale. Ciò crea una gerarchia sociale, in base alla presunta virtù degli atti incriminati, fra chi merita più di altri di essere liberato o sostenuto.

Quando il sangue...

Brulotti

Quando il sangue s'infuria e ribolle

Certo, i contadini che quel giorno di Carnevale del 1511 si diedero alla «feroce follia» degli eccessi — fra travestimenti, banchetti, vendette, stupri e massacri — scannando con gioia i nobili friulani e dando i loro cadaveri in pasto a cani e maiali, non hanno molto in comune con i giovani delle periferie metropolitane. Ma chi può negare che la medioevale inversione di riti ancestrali, l'irruzione del negativo in una normale positività già programmata, costituisca ancor oggi una ipotesi a portata di tutte le collere?
Anziché gettare sospetti sui reali motivi che si celano dietro al verificarsi di una rivolta, sarebbe meglio tentare di capire come fare per realizzare quella che più ci sta a cuore fra tutte le aspirazioni che le stanno davanti. Per cogliere le possibilità del divenire, invece dell'interesse di ciò che è Stato.

Sono in tanti ad avere paura

Brulotti

Sono in tanti ad avere paura

La città che vive ogni giorno

Nuove telecamere in città che vanno ad aggiungersi a quelle esistenti. Ed eccola la risposta della Lecce-bene, quella che governa questa città e la vorrebbe sempre pulita, decorosa, vetrina intoccabile, una sorta di bomboniera piena di confetti solo per i più danarosi. Negli ultimi giorni è ritornato spesso sui giornali locali il termine del decoro, offeso secondo i suoi strenui difensori da scritte sui muri e abusivi vari, bancarelle ambulanti e artisti improvvisati; manifestanti e manifesti di vario tipo e utilizzatori di gradini (che cosa strana sedersi a mangiare un panino eh?). I giornali aprono la strada, il controllo aumenta, verso tutti! La città che vive ogni giorno è un mondo a parte, separato rispetto a quello rappresentato dai vari media che allarmano e terrorizzano dando spazio a politici di vario colore, imprenditori, esponenti ecclesiastici e intellettuali. Insomma il vostro mondo non è il mondo di chi vive quotidianamente questa città, che la attraversa ogni giorno per sopravvivere, alla ricerca di una casa o di un lavoro e di un po’ di dignità, ed assapora la violenza costante di questo sistema di sfruttamento delle persone e dei luoghi.
Il vostro mondo non è il nostro mondo.

Crepi il vecchio mondo!

Brulotti

Crepi il vecchio mondo!

Esprimere solidarietà a coloro che sono colpiti dalla repressione è un modo per far sì che non siano e non si sentano isolati, soprattutto quando detenuti. Continuare le lotte è un modo ulteriore per evitare che la repressione non diventi freno, ostacolo per proseguire e mettere in atto ciò che ci preme: l’attacco verso questo mondo di sopraffazione.
Il 23 aprile inizieranno due processi nei confronti di alcuni compagni. Graziano, Lucio, Francesco accusati di sabotaggio ad un compressore in Val di Susa. Silvia, Costantino, Billy accusati di un tentato attacco ad un centro di ricerca sulle nanotecnologie di proprietà di IBM e Università di Zurigo. Per questo atto sono già stati processati, detenuti e condannati in Svizzera, ora il tribunale di Torino vorrebbe processarli nuovamente.
Il motivo per cui ne parliamo contemporaneamente non è la data del processo ma le ragioni per cui si trovano a dover affrontare la repressione: la lotta contro le nocività.
Non vogliamo che tutto si riduca solo ad una questione ambientale ma, come alcuni di questi compagni hanno ribadito, le nocività non sono tali solo per la devastazione che esse portano all’ambiente e all’uomo ma per la loro ragione sociale.

Fukushima: cogestire l'agonia

Contropelo

Fukushima: cogestire l'agonia

Nadine e Thierry Ribault

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l'incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell'oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l'eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.
Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l'aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

Solidali senza cancelletto

Brulotti

Solidali senza cancelletto

Editoriale

Perché la solidarietà è importante per gli anarchici? Al di là dell'apparenza, si tratta di una domanda retorica. La solidarietà si basa sulla nostra concezione della lotta e della vita. Questa domanda, in ogni caso, è stata continuamente posta nel corso della nostra storia.
Il sistema dominante, fondato sulla rappresentazione e l'autorità, sull'economia e la repressione, nega la solidarietà. Il sistema democratico è nemico della solidarietà, essendo basato sulla fede (in un politico, in un partito, in una campagna) e sulla delega.

L’effetto «cancelletto»

Lo slogan «anch’io sono anarchico» è stato ribadito a più riprese. Due di queste situazioni, da poco, ci hanno indotto a qualche riflessione: la prima è relativa alla lotta nel quartiere di Gamonal a Burgos [a gennaio e nel novembre 2014], dove questo slogan è stato lanciato da alcuni abitanti in risposta ai tentativi del sindaco di dividere, di far scontrare e separare per l’ennesima volta le persone del quartiere; la seconda era in seguito all’arresto delle persone accusate nell’ambito dell’operazione Pandora, quando questa parola d’ordine ha cominciato a rimbalzare di cellulare in cellulare, preceduta da un cancelletto: «#Anch’io sono anarchico»!

L’Etat s’appuie toujours quand il peut sur des complices locaux

Ostrogoto [fr]

L’Etat s’appuie toujours quand il peut sur des complices locaux

Adresse aux zadistes

Laura Blanchard et Emilie Sievert

Tout d’abord, pour lever toute ambigüité, nous sommes solidaires avec les luttes avec occupation menées contre différents projets industriels et capitalistes qui, plus qu’aménager le territoire, contribuent à aménager nos vies. Nous sommes non seulement solidaires, mais nous y contribuons activement même si nous ne nous définissons pas comme zadistes. Toutefois, nous ne nous retrouvons pas toujours avec ce qui y est porté. C’est assez logique, étant donné la diversité des gens qui luttent. Nous passerons aujourd’hui sur la question de la composition et de la manière de composer, sur laquelle nous reviendrons peut-être plus tard. Nous avons décidé de rédiger cette première adresse dont le but n’est pas de donner des leçons que nous serions bien peu légitimes à tenir, mais de partager nos remarques, nos doutes et nos inquiétudes.

Lo Stato si regge quando può su complici locali

Fuoriporta

Lo Stato si regge quando può su complici locali

Lettera agli zadisti

 
Laura Blanchard, Emilie Sievert
 
Innanzitutto, per impedire ogni ambiguità, siamo solidali con le lotte con occupazione condotte contro i vari progetti industriali e capitalisti che, più che pianificare il territorio, contribuiscono a pianificare la nostra vita. Non solo siamo solidali, ma vi contribuiamo attivamente pur non definendoci zadisti. Ma non ci ritroviamo sempre con quanto viene portato avanti. È abbastanza logico, considerata la diversità delle persone che lottano. Per il momento tralasciamo la questione della composizione e della maniera di accordarsi, sulla quale magari torneremo in seguito. Abbiamo deciso di scrivere questa prima lettera il cui scopo non è di impartire lezioni che saremmo ben poco legittimati a tenere, ma di trasmettere le nostre osservazioni, i nostri dubbi e le nostre inquietudini.

Il catechismo

Miraggi

Il catechismo

René Daumal

Il Signor Curato aveva sempre l'occhio un po' cisposo, al risveglio, ma quella mattina gli era stato particolarmente difficile scollare le palpebre. Le lavò con camomilla e si guardò nello specchio. Finalmente gli occhi erano ben aperti, freschi, gradevoli, ma lo sforzo lasciava insoddisfatto il Signor Curato. Si vedeva gli occhi aperti e però se li sentiva chiusi. Come se avesse avuto dentro il cranio altri due occhi dalle palpebre di piombo serrate su mondi notturni. Scosse la testa per cacciar via queste idee malsane, ma facendolo sentì distintamente due globi che oscillavano all'interno. Una voce gli salì alla memoria...
Si fece il segno della Croce. Questo peggiorò soltanto le cose. Ora percepiva bene delle palpebre e la tensione muscolare che le teneva chiuse. Ora, invece, qualcosa si voleva aprire e occorreva uno sforzo per tener chiusi quegli occhi invisibili. «Ma allora, sto diventando rimbambito? Signore, allontana da me questa tentazione». Ma il Signore non rispose e la cosa si trasformò in un bisogno di starnutire.

Stramonio

Papiri

Stramonio

aperiodico anarchico di critica radicale

 
Abbiamo deciso di diffondere queste pagine caustiche per esprimere quello che pensiamo senza filtri né remore. In un mondo in cui la miseria prodotta dal totalitarismo tecnologico plasma sempre più la realtà in tutte le sue sfaccettature, diamo vita a qualcosa di tangibile, che possa avere un riscontro nella realtà, armando menti e mani di chi non si rassegna alla schiavitù e all'alienazione che vorrebbero farci passare per vita.
Tenace, velenoso, solitario, lo Stramonio è una pianta che cresce libera sulle rovine, sulla terra cruda, maceriosa, povera. Diffusa dagli zingari come pianta medicinale, può provocare sogni dolci e piacevoli ma, se utilizzato incautamente, la morte.
Da sempre utilizzato nei riti sabbatici, è l'erba del demonio e delle streghe, strumento per vedere oltre la realtà. 
Vogliamo immaginare un “luogo altro” in cui dominio e autorità non possano trovare posto, dove la nocività del potere, feconda di devastazione e annientamento del vivente, sia ridotta in rovine.
La volontà di demolire quest'ordine continua ad agitare gli spiriti inquieti che decidono di ribellarsi qui e ora, senza aspettare che le masse si sveglino dal proprio torpore. Mille sono i modi per ostacolare il meccanismo della civilizzazione. Sta a ognuno trovare il proprio, indirizzando la rabbia contro la società e i suoi sostenitori dove più nuoce.
 
Anarchici

Stramonio

Brulotti

Stramonio

aperiodico anarchico di critica radicale

Abbiamo deciso di diffondere queste pagine caustiche per esprimere quello che pensiamo senza filtri né remore. In un mondo in cui la miseria prodotta dal totalitarismo tecnologico plasma sempre più la realtà in tutte le sue sfaccettature, diamo vita a qualcosa di tangibile, che possa avere un riscontro nella realtà, armando menti e mani di chi non si rassegna alla schiavitù e all'alienazione che vorrebbero farci passare per vita.
Tenace, velenoso, solitario, lo Stramonio è una pianta che cresce libera sulle rovine, sulla terra cruda, maceriosa, povera. Diffusa dagli zingari come pianta medicinale, può provocare sogni dolci e piacevoli ma, se utilizzato incautamente, la morte.

Di parassiti e di altre questioni

Intempestivi

Di parassiti e di altre questioni

A proposito di Xylella

Ancora una volta viene creata un’emergenza e la si gestisce in maniera eccezionale dando tutti i poteri decisionali ad un Commissario che può e deve solo eseguire gli ordini, con le conseguenze che ciò comporta per eseguire il piano: espropriazioni e uso della forza pubblica. Non vi sono discussioni di sorta, ma solo imposizioni, e sanzioni in caso di violazione di queste ultime. Coinvolta nella gestione dell’emergenza sarà la Protezione Civile che ha già dato il suo via libera al piano di eradicazione e irroramento di pesticidi messo a punto dal Commissario straordinario. A chi scrive viene in mente l’uso che dell’emergenza è stato fatto in posti come l’Aquila, dopo il terremoto del 2009, quando il controllo di un’intera popolazione bisognosa di ogni cosa divenne, di fatto, il fine dell’emergenza o meglio un campo di sperimentazione, che si accompagnò alla sospensione giuridica e sociale delle libertà e dei diritti degli sfollati “ospitati” nei campi. La situazione “Xylella” è alquanto differente, ma analogo è l’intento di espropriare abitanti e olivicoltori di qualsiasi possibilità di decisione autonoma anche nell’utilizzo di pratiche di cura non inquinanti e non invasive.

ping-pong, ping-pong, ping-pong... vlam

Ostrogoto [fr]

ping-pong, ping-pong, ping-pong... vlam

C’est inutile. Malgré tous ses efforts, le côté raisonnable de tous ne sera jamais à l’abri des excès de quelques-uns. La multitude pourra aussi bien railler et mettre au ban l’individu, sa tranquillité sera toujours mise en danger par la rage de quelqu’un. La politique a besoin des masses, et exècre donc la solitude, à l’inverse de l’éthique, qui se suffit à elle-même.

Necessari, quindi non liberi

Brulotti

Necessari, quindi non liberi

N. C.

Semplificando assai, si può dire che una società di massa è una società dove l'esperienza della necessità è molto forte, e nella quale noi ci sentiamo sottoposti a una forza maggiore che, mentre non è dettata da una norma razionale, non è neppure il risultato della somma dei desideri individuali, ma semplicemente della vita collettiva: del fatto che noi ci troviamo in mezzo agli altri, che gli altri sono attorno a noi, e che ciò crea delle condizioni ineluttabili non scelte da nessuno, ma causate da tutti insieme. L'esperienza della società di massa è l'esperienza di un disordine retto da leggi di ferro.
Una situazione di necessità è una situazione nella quale, in quanto partecipa alla vita collettiva, l'individuo compie automaticamente o è costretto a compiere per la maggior parte del tempo degli atti non-liberi, a fare quel che fa non perché gli sia naturale, o lo ritenga giusto e ragionevole, ma semplicemente per evitare i mali e le complicazioni che gli verrebbero dall'agire altrimenti.