Se fossi mendicante

Brulotti

Se fossi mendicante

Ernest Lecocq
Se la fortuna, che m'ha dato l'anima fiera, mi facesse un giorno divenir mendicante, io non andrei colla fronte nella polvere ad avvilirmi dinanzi a ognuno che passa; non andrei cogli occhi ripieni di lacrime, in pieno giorno, a supplicare un uomo, ma tutte le notti, irridendomi degli agenti armati, mendicherei col pugnale in mano.

Quando la mancanza di lavoro in un giorno di miseria vi getta senza appello alcuno sul lastrico, quanti obliando il loro sdegno non se ne vanno a stendere la mano o a cantare nei corsi!
 Io, al vostro posto, o vigliacchi morti di fame, fuggendo il sole, perduto nelle tenebre, nei quartieri lussoreggianti mendicherei col pugnale in mano.

Frangenti

Papiri

Frangenti - numero speciale sulla rivolta di Amburgo

Civiltà dell’orrore

Brulotti

Civiltà dell’orrore

Spesso presentato come il «George Orwell americano», Dwight Macdonald (1906-1982) può esser definito un eretico del marxismo. Irrispettoso della disciplina di partito, fu un accanito anti-stalinista che ruppe anche ogni rapporto col trotzkismo. Nemico del progresso scientifico, in cui non vedeva affatto una premessa di liberazione, sosteneva che un’opposizione radicale a questo mondo dovesse fondarsi sulla tensione etica. Diffidando del passo di marcia delle masse, prediligeva i sentieri dell’individuo. 
Nel 1944 fondò la rivista “politics” con l’intento di raccogliere e diffondere le voci di alcuni intellettuali di sinistra fuori dal coro — fra gli altri Paul Goodman, Albert Camus, Nicola Chiaromonte, Simone Weil, Hannah Arendt, Victor Serge. E proprio su questa rivista tra il marzo e il settembre del 1945 furono pubblicati i saggi qui raccolti, autentici testi precursori di quel pensiero critico secondo cui le peggiori atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale — dall’Olocausto alla bomba atomica — non sono state un incidente della Storia, bensì un vero e proprio prodotto della civiltà occidentale. La stessa che impera ancora oggi.

Il cavallo muore e...

Miraggi

Il cavallo muore e gli uccelli volano via

Lajos Kassák
Lajos Kassak (1887-1967), nato in terra slovena sotto il dominio del regno austro-ungarico, inizia a lavorare come fabbro all'età di undici anni. Nel 1909 un viaggio a piedi fino a Parigi gli fa scoprire l'arte e la poesia. La sua mancanza di istruzione scolastica non gli impedisce di sviluppare un proprio pensiero caratterizzato da una forte personalità, finendo col diventare la figura di punta dell'avanguardia ungherese. Nel 1915, prendendo spunto dalle riviste espressioniste tedesche che mescolavano assieme critica sociale ed espressione artistica, fonda la rivista A Tett (L'Azione) che da un lato farà scoprire al pubblico magiaro Apollinaire e Marinetti, e dall'altro farà infuriare le autorità per gli articoli libertari e antimilitaristi. Messa al bando A Tett nell'ottobre del 1916, un mese dopo Kassak crea una nuova rivista, Ma (Oggi), che questa volta verrà bandita dalla Repubblica dei Consigli di Budapest perché contraria all'arte di propaganda. Costretto all'esilio nel 1920 dopo un breve soggiorno in carcere, Kassak raggiunge Vienna dove potrà proseguire la propria opera artistica — sempre legata ad una visione di classe, ma mai messa al servizio di qualsivoglia partito — unendosi ai costruttivisti.
«Distruggi, così puoi creare. Crea, così puoi vincere» era il suo motto. Qui presentiamo il suo più celebre poema, pubblicato all’inizio degli anni 20.

Mazzate ai poveri!

Brulotti

Mazzate ai poveri!

Charles Baudelaire
M'ero tappato in casa per una quindicina di giorni, seppellendomi in mezzo ai libri, che di quei tempi (sedici o diciassette anni fa) eran di moda; di quei libri dove s'insegna l'arte di rendere i popoli felici, savi, ricchi in ventiquattr'ore. Avevo dunque digerito o, per meglio dire, mandato giù tutte le elucubrazioni di tutti quegli appaltatori della pubblica felicità, tanto di coloro che consigliano i poveri a starsene schiavi, quanto di quegli altri, i quali voglion metter loro in testa che essi sono tanti re detronizzati.
 Non è dunque da fare le meraviglie se io mi trovavo in quei tempi in un certo stato tra la vertigine e la stupidità. 
Mi era parso soltanto di sentire spuntare in un cantuccio remoto del mio intelletto, ma un po' confuso, il germe di un'idea superiore a tutte le formule da donnicciole di cui avevo di fresco sfogliato il dizionario. Però non era che l'idea d'una idea, qualcosa d'infinitamente vago.

Fra i molti

Brulotti

Fra i molti

 

Mi ricordo che una volta stavo parlando con mio fratello – persona perbene, gran lavoratore, cittadino democratico, rispettoso delle leggi in maniera maniacale. Ad un certo punto lui, sconfortato dalle mie idee, mi disse: «Ho capito. Tu odi i politici, odi i magistrati, odi i poliziotti, odi gli industriali. Insomma, odi tutti quanti. Tutti tranne te». Mi misi a ridere divertito, facendogli notare che non mi ero mai accorto di vivere in una famiglia, e in un paese, e in un mondo, in cui tutti quanti erano politici, magistrati, poliziotti e industriali — tutti tranne me. E poiché da quanto mi risultava egli non apparteneva a nessuna di queste categorie, lo accusai di avermi tenuto nascosto così a lungo quale fosse il suo vero mestiere. Si arrabbiò e mi disse che con me era inutile discutere.
Ogni tanto mi capita di ripensare a quella inutile discussione.

Utopia antica in Cina

Brecce

Utopia antica e guerre contadine in Cina

Ngô Văn
 
Sulla scia di Joseph Déjacque nella sua Umanisfera, Utopia anarchica (1857), per utopia intendiamo il sogno non realizzato ma non irrealizzabile. L’utopia, troppo spesso concepita e analizzata come un fenomeno tipico del solo Occidente, fa parte della storia profonda della Cina. Sono gli stessi sogni ed aspirazioni, gli stessi tentativi pieni di fiamma e di poesia di andare all’assalto del cielo. Nell’utopia cinese segnata al tempo stesso dal misticismo e dal suo superamento sublimato nella vita e nella lotta terrena, noi ci troviamo sullo stesso terreno dei combattenti delle guerre di contadini che scossero il mondo occidentale, si tratti di Thomas Müntzer in Germania o dei «digger» e i livellatori in Inghilterra, per non menzionare che i più emblematici. Come se tutte queste rivolte, senza confondersi, dialogassero attraverso lo spazio ed il tempo, alimentando il fuoco della sovversione e della speranza sull’intero pianeta.

Guerre e Religioni

Brulotti

Guerre e Religioni

Ego
 
Quando si accenna allo spirito di vendetta e di rappresaglia che nei tempi passati animò tutte le divinità — compresa quella da cui scaturì il mite cristianesimo — non è difficile sentirsi osservare che le divinità erano tali perché il genere umano, uscito da breve tempo dalla sua crisalide animale, non poteva comprendere deità che non avessero partecipato dei suoi sentimenti, dei suoi odi e dei suoi rancori. Come se gli dei, dal momento che a loro si vuol dare attributi sovrannaturali e di esistenze a sé, indipendenti dal cervello dell'uomo, non dovessero reggere l'universo con dei sistemi morali propri ed avviare l'umanità verso il bene e dovessero per essere creduti amati ed ammirati adattarsi alle esigenze della mentalità umana.

È negare ad essi l'indipendenza della loro esistenza e l'attributo dell'eternità, ed è accettarne l'essenza prettamente umana: «l'uomo creò dio».


Apologia di Émile Henry

Autopsia

Apologia di Émile Henry

Introduzione a Coup sur coup

 
Émile Henry, considerato il più terribile degli anarchici dinamitardi francesi, autore dell'attentato in rue des Bons-Enfants (sei morti, quasi tutti poliziotti) e di quello al Café Terminus di Parigi (una ventina di feriti, uno dei quali poi deceduto), salì sul patibolo il 21 maggio 1894. Coup pour coup, il primo libro a tracciare la sua breve vita ed i fatti che lo videro protagonista, è stato pubblicato in Francia per la prima volta nel febbraio 1977. Nel mezzo, lunghi decenni di imbarazzo e di rimozione da parte dei tenutari del movimento rivoluzionario, perennemente ossequiosi nei confronti della politica ed ossessionati dalla ricerca del consenso. Intere generazioni di militanti, pettoruti leaderini o umili gregari, timorosi di attirare su di sé l’attenzione della repressione e vogliosi solo di marciare al passo delle masse, hanno amputato la testa ardente di Henry meglio di quanto aveva fatto la ghigliottina di Deibler.
Per rendersene conto basterebbe dare una scorsa ai titoli presenti all'Istituto di Storia Sociale di Amsterdam. Dando per buona la completezza dei suoi archivi, le parole pronunciate da Henry nell'aula del tribunale vennero stampate sotto forma di opuscolo a Bruxelles nel 1894 e ripubblicate una sola volta, quasi venti anni dopo. Dopo di che, l'oblio. Per lungo tempo il nome di Émile Henry è pressoché sparito dalla memoria attiva dei nemici di questo mondo (ricordato con affetto da singoli compagni, evocato ed esorcizzato per mestiere da rinomati storici), sepolto dalle contumelie dei suoi numerosi critici.

Una nuova cartografia

Brulotti

Una nuova cartografia per attaccare il potere

 

«Il diavolo si è installato in un nuovo domicilio. E anche se fossimo incapaci di farlo uscire dal suo rifugio da un giorno all'altro, dobbiamo per lo meno sapere dove si nasconde e dove possiamo stanarlo, per non combatterlo in un angolo in cui non trova più rifugio da molto tempo — e affinché non si prenda gioco di noi nella stanza accanto»
Günther Anders, L'obsolescenza della cattiveria
 
«Come non essere colpiti dalla concomitanza di questa impresa di rastrellamento della foresta mentale con l'annientamento di certe foreste dell'America del Sud con il pretesto di farvi passare delle autostrade?»
Annie Lebrun, Du trop de réalité
 
 
Quando un filosofo cercava di metterci in guardia dall’antiquatezza dell'uomo, derivante dall'industrialismo e dallo sviluppo di tecnologie apocalittiche quali il nucleare, applicava un metodo preciso. Egli praticava una «critica dell'estrapolazione, dell’esagerazione», perché solo così era possibile rendersi conto dell'enormità delle trasformazioni in corso, che superavano ampiamente la nostra capacità di immaginazione.

Lo Stato nelle vene

Intempestivi

Lo Stato nelle vene

«Se l'individuo non fosse, come è, sopraffatto, se il diritto non nascesse, come in effetti avviene, dalla moltiplicazione dell'unità, come sarebbe possibile costringere le masse a piegare anche solo un poco il capo davanti a questa morale senza fondamento, davanti a questa cosa astratta che esiste per se stessa e grazie alla forza della stupidità? Ecco perché è necessario livellare, formare una società (che parola ridicola!) a furia di colpi assestati con l'aspersorio o col calcio del fucile. L'aspersorio può anche essere laico, questo mi è indifferente, dal momento che è obbligatorio. Obbligatorio! Oggi, tutto è obbligatorio, dall'istruzione al servizio militare: domani lo sarà anche il matrimonio. E non basta: c'è la vaccinazione. La mania dell'uniformità, dell'uguaglianza davanti all'assurdo, spinta fino all'avvelenamento fisico! Del pus inoculato a forza, di cui l'uomo non avrebbe nessun bisogno se la morale non gli imponesse di disprezzare il proprio corpo, della bava infetta iniettata nel sangue a rischio di uccidervi (chi può contare i cadaveri dei bambini assassinati a colpi di ago?) del veleno che vi introducono nelle vene per uccidere i vostri istinti, per intossicare il vostro essere, per fare di voi, per quanto è possibile, una delle tante particelle passive che costituiscono la banalità collettiva e morale…»
Georges Darien
 
Un piccolo passo indietro. Lo scorso maggio la ministra della Salute Lorenzin ha annunciato la sua proposta di legge sull’obbligatorietà dei vaccini.