Semplicità

Intempestivi

Semplicità

 
Lei c'era alla manifestazione contro gli stranieri che si è tenuta pochi giorni fa a Chemnitz, in Germania. Il giornale che l'ha intervistata le ha assegnato un nome fittizio, Silvia Fascher. Non è un'estremista di destra e ci tiene a chiarirlo. Ha 64 anni e lavora in una ditta di pompe funebri. L'altro giorno è scesa in piazza con il figlio, assistente di anziani. Domenica 27 erano in 800, il giorno dopo in 2000. Accanto ai filonazisti, assieme ai filonazisti, anche lei sbraitava contro pochi ragazzi siriani. È la pancia, la pancia che urla, direbbe qualcuno; «non voglio che arrivino altri stranieri. Quando li guardo, mi domando perché le mie tasse vengano usate per loro. Vogliono solo diventare calciatori professionisti o cambiavalute, ma se devono lavorare un po' sodo si lamentano di avere il mal di schiena!».
Sebbene li consideri dei parassiti scansafatiche aspiranti emuli di Cristiano Ronaldo, Silvia Fascher dichiara di essere consapevole dei tragici motivi che spingono gli immigrati a lasciare il proprio paese. Ma non capisce perché la loro situazione dovrebbe essere più importante di quella dei milioni di tedeschi che vivono sotto la soglia di povertà. Ecco perché si dice furibonda contro il governo, che «non fa niente». Tra un anno lei andrà in pensione, ma non prenderà nulla, una miseria. 

Allô, allô ?

Ostrogoto [fr]

Allô, allô ?

« Les civilisations de masse ont élevé le bruit au rang d’écho collectif. Nous en sommes au point où le bruit rassure. Le bruit a, en effet, plusieurs mérites non négligeables. Il crée une sorte de fausse unanimité et, du même coup, abolit l’individu, engourdit la conscience. Il est cher, pour cette raison même, à l’oreille de la société. Il noie toute signification cohérente dans le chaos d’un parler indistinct. Le bruit est le langage actuel de l’Humanité. » 
Georges Henein, L’esprit frappeur 
 

Pour approcher le sujet aussi complexe que désespérant qu’on appelle souvent « la perte du langage », peut-être pourrions-nous partir d’un quelconque exemple. Quoique très souvent utilisé, ce n’est pas toujours une façon de procéder des plus honnêtes.

Pronto, Pronto?

Contropelo

Pronto, Pronto?

Per affrontare l'argomento complesso quanto sconsolante che viene spesso definito «perdita del linguaggio», forse potremmo partire da qualche esempio. Sebbene molto utilizzato, non sempre è il modo più onesto di procedere. Nello scegliere gli esempi, infatti, si può facilmente falsare il ragionamento o magari portare il lettore o l'interlocutore a conclusioni già preesistenti nella mente di chi scrive o parla. Partire dall'esempio, da ciò che comunemente viene chiamato «un fatto», sottolinea il più delle volte una deduzione logica che cammina su un solo piede: si sceglie il «fatto» per arrivare più facilmente ad una conclusione. Ma il ragionamento diventerebbe monco se un altro «fatto» venisse preso come punto di partenza. Da notare che le discussioni o i dialoghi girano spesso a vuoto proprio a causa di tali procedimenti: viene sollevato un fatto per «provare» una tesi, un altro viene sollevato per contestarla, e così via… Alla fine, la discussione ristagna perché non riesce ad andare oltre, verso un dialogo reciproco sulle idee, cosa ben diversa da un duello di fatti, sempre interpretabili e re-interpretabili a volontà, con l’ausilio delle acrobazie del linguaggio.

Collegamenti

Intempestivi

Collegamenti

Un camion di una catena di supermercati fermo a pochi centimetri dal baratro — la voragine provocata dal crollo del ponte Morandi di Genova — col motore ancora acceso e i tergicristalli in funzione. Tutt'attorno, il panico, le urla, la morte, la desolazione. 
Non è solo l’immagine simbolo della tragedia appena avvenuta nel capoluogo ligure, in un certo senso è l’immagine simbolo di questa civiltà. Una civiltà fondata sul denaro e sulla sua circolazione. Tutt'attorno, il panico, le urla, la morte, la desolazione.
Tutto è collegato. Esseri umani che devono correre su e giù per procurarsi quel denaro necessario a procurarsi merci che devono essere trasportate su e giù. Esseri umani che non sono più nulla oltre un nome, ogni grandezza d’animo è bandita in loro e vengono sollecitati soltanto a possedere carte di credito e ad acquistare beni di consumo. Dall’altra parte, merci che non valgono nulla oltre un prezzo, ogni qualità è bandita in esse e vengono prodotte soltanto per ricavare un profitto e soddisfare bisogni spesso indotti. 

Staccare la spina!

Brulotti

Staccare la spina!

È un’espressione entrata nel linguaggio comune, che può avere svariati significati. Può indicare l’interruzione dell’alimentazione di una macchina, come quando si spegne l’apparecchiatura che continua a mantenere artificialmente in vita chi è già considerato clinicamente morto. Analogamente, può indicare l’atto con cui si provoca la fine di qualcosa che è in profonda ed irreversibile crisi. Insomma, si stacca la spina ai malati terminali come ai governi senza consenso. Ma può anche indicare la cessazione di un lavoro particolarmente stressante, i cui ritmi serrati non permettono di dedicarsi a se stessi e la cui routine ci impedisce di vivere, concedendoci al massimo di funzionare. Si stacca la spina quando non si hanno più speranze: speranze di vita, di gioia, di dignità.

Quando non c’è più vita — vita reale, autentica, non un suo surrogato — c’è solo una cosa da fare: staccare la spina. Per morire definitivamente, forse. Ma anche e soprattutto per trovare il tempo e la possibilità di ricominciare a vivere.

Alla radice delle idee

Brulotti

Alla radice delle idee

Democrazia e Anarchismo

Armando Borghi
 
Il momento che attraversiamo è dei più difficili. Momento di eccezione, si dice. Non saprei se la definizione sia poi tanto giusta. Cosa c'è infatti di meno eccezionale che la crisi, la reazione, l'imperialismo nel regime borghese?
È forse meno eccezionale il periodo di pacifismo sociale che non quello come l'attuale, per quasi tutta Europa, di disequilibrio, di frenesia autoritaria, di sconvolgimento?
In ogni modo acconciamoci pure a passar sopra a questo particolare. Ammettiamo che questo sia un periodo di eccezione. Domandiamoci allora subito: le idee devono subire una moratoria o un'inflazione (adottiamo un linguaggio... di moda) durante i periodi eccezionali?
Dico le idee: si intende le nostre idee.
È qui un problema di capitale importanza.

Sognatori dell’Assoluto

Brulotti

Sognatori dell’Assoluto

Hans M. Enzensberger
 
I comunisti non hanno mai cessato di coprire Savinkov e i suoi amici di ingiurie e sarcasmi. La prefazione dell’edizione russa delle sue memorie è stata scritta da un certo Felix Kon. Caratterizzava i cospiratori del 1905 con questi epiteti: «isterici, schiuma alla bocca, calunniatori, piccoli borghesi senza scrupoli, sognatori decadenti».
È il vocabolario tradizionale delle polemiche comuniste che da sempre hanno avuto un tono singolare, pieno di urla e di astio. Le obiezioni politiche contro le concezioni dei terroristi hanno un peso maggiore. È in effetti sorprendente constatare che i grandi avvenimenti del 1905 in Russia non erano per Savinkov che dei fatti accessori: i disordini di Pietroburgo, la domenica di sangue, le dimostrazioni, l’enorme ondata di scioperi dell’autunno di quell’anno, tutta questa prima rivoluzione russa che è fallita, ma che ha strappato al governo zarista delle concessioni decisive, tutto questo avveniva fuori dal campo visivo del «terrorista individuale».

Il Feticcio dello Stato

Brulotti

Il Feticcio dello Stato

Luigi Fabbri
 
Un fenomeno che sembrerebbe autorizzare il peggior pessimismo sull’intelligenza umana è il vedere come gli uomini stentino a sottrarsi alle più dannose e peggiori superstizioni, e come, anche quelli che se ne sono liberati, tendano a ricadervi o per lo meno a sentirne sempre un po’ di nostalgia.
Ne vediamo l’esempio nel mondo sociale e politico contemporaneo nella ingiustificabile rivalorizzazione dell’istituto dello Stato, dopo che la critica di quasi un secolo — non soltanto degli anarchici —, lo aveva irrimediabilmente screditato, e più ancora l’ebbe screditato coi fatti la sua medesima onnipotenza materiale dimostratasi sempre più inutile per il bene e solo capace di fare il male. Fa pena vedere come anche degli spiriti illuminati e animati dalle migliori intenzioni si lascino riprendere dall’illusione di trovare nello Stato un’ancora di salvezza in mezzo all’attuale tempesta, e non vedano come in realtà esso non sia che il carico di piombo che solo può trascinare nell’abisso la nave già pericolante dell’umana civiltà.

Un anno fa, Hiroshima

Brulotti

Un anno fa, Hiroshima

Hisashi Tôhara
 
Il testo che segue è rimasto sepolto in un cassetto per oltre mezzo secolo. Nel 1945 Hisashi Tôhara era uno studente di 18 anni e viveva ad Hiroshima. Fu uno dei pochi sopravvissuti all'esplosione atomica. Alcuni anni dopo incontrò una ragazza di nome Mieko e la sposò. Nel corso del loro matrimonio, durato 42 anni, Hisashi Tôhara evocò più volte la sua gioventù alla moglie, ma non volle mai raccontarle cosa accadde quel terribile 6 agosto. E lei, per rispetto del dolore vissuto dal marito, mai glielo chiese. Tre anni dopo la morte di Hisashi Tôhara, mentre metteva ordine fra le vecchie carte del marito, Mieko Tôhara scoprì alcuni fogli rovinati dal tempo, scritti su carta di pessima qualità, rilegati con un fragile filo. Erano datati 1946. Dopo averli letti d'un fiato, Mieko Tôhara si disse che dovevano essere assolutamente letti da altre persone, e che suo marito aveva scritto e conservato quel testo nella speranza che un giorno sarebbe stato reso pubblico. 

E che vuol dire?

Brulotti

E che vuol dire?

«Le civiltà di massa hanno innalzato il rumore al rango di eco collettiva. Siamo arrivati al punto in cui il rumore rassicura. Il rumore ha in effetti molti meriti non trascurabili. Crea una sorta di falsa unanimità e, al tempo stesso, abolisce l'individuo, intorpidisce la coscienza. Per questo motivo, è caro all'orecchio della società. Annega ogni significato coerente nel caos di un parlare indistinto.
Il rumore è il linguaggio attuale dell'Umanità».
Georges Henein 
 
 
Ormai il fenomeno ha assunto dimensioni tali da suscitare forti preoccupazioni in chi non ne è coinvolto. Sta letteralmente dilagando in tutto il pianeta, come una pandemia. Secondo statistiche redatte da chissà chi, il nostro belpaese è il più colpito in Europa subito dopo la Turchia (e al pari della Spagna). Ne sarebbe affetta l'80% della popolazione, una cifra vertiginosa. Gli addetti ai lavori lo chiamano analfabetismo funzionale: la capacità di leggere e scrivere accompagnata dall'incapacità di comprendere il significato di ciò che si legge e scrive.