Tagliare è possibile

Brulotti

Tagliare è possibile

 

Se il silenzio fa paura, forse è perché l’assenza di suoni familiari tende a rimandarci a noi stessi. Quando si avanza nell’oscurità troppo silenziosa, non è raro parlare, fischiettare un motivetto, o riflettere ad alta voce per non farsi prendere dall’angoscia. Non è cosa semplice e può anche richiedere un po’ d’esercizio, perché la nostra mente è condizionata a identificare il silenzio col pericolo, il buio col rischio. È l'angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul bordo dell'abisso e di non essere capaci di distogliere lo sguardo dal baratro che si apre davanti a noi. Ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi più vicini a se stessi, senza intermediari, con una presenza mentale ed emotiva assai più sostenuta.
Difficile ritrovare ancora silenzio od oscurità nel mondo moderno. I rumori industriali ci accompagnano incessantemente, i dispositivi emettono costantemente i loro suoni elettronici, e d’altronde c'è quasi sempre qualcuno che riempie il vuoto col suo chiacchiericcio insopportabile quanto superficiale. Oggi la paura del vuoto, l’angoscia del silenzio, è sublimata tra le altre cose da una connessione permanente. Mai da soli, mai in silenzio, mai davanti all'abisso.

Punti di vista

Brulotti

Punti di vista

Ben sapendo che i punti di vista si possono suddividere a grandi linee in due categorie, il proprio e quello sbagliato, è con una certa ilarità che stiamo assistendo alle due baruffe istituzionali scoppiate in queste ultime ore. La prima, di carattere politico-storiografico internazionale, riguarda la questione delle foibe. La seconda, di carattere ingegneristico-contabile nazionale, riguarda invece la costruzione della linea dell'Alta Velocità in Val Susa. Ci sembra che la discrepanza venutasi a creare in entrambi i casi fra le parti in causa, e su quanto viene presentato con dati di fatto alla mano, mostri bene la finzione su cui poggia la politica.

 
Dunque, con negazionismo s’intende quella corrente del revisionismo che non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea, ma che per fini ideologico-politici arriva a negare l'esistenza stessa di eventi storici particolarmente aberranti quali genocidi, massacri, pulizie etniche.
 
Allora, questa linea ferroviaria ad Alta Velocità fra Torino e Lione è conveniente farla, sì o no? L'analisi costi/benefici effettuata da alcuni periti ed appena resa pubblica dall'attuale governo dice di no. Troppe spese, pochi guadagni. Con un saldo negativo di sette miliardi di euro, meglio lasciar perdere. Ma come?! 

Parva favilla...

Intempestivi

Parva favilla...

A chi è toccato questa volta? Avendo già raso al suolo le baracche dei rom («nicht lebenswert», secondo il lessico nazista, esseri che non meritano di vivere dato che non votano, non lavorano, non pagano le tasse), avendo già chiuso le frontiere agli stranieri poveri (quelli che sbarcano dai gommoni con le tasche vuote, che l'invasione di chi arriva in yacht col portafoglio gonfio è benedetta), avendo già sbattuto in galera un latitante sfuggito per decenni alla giustizia italiana ed aver annunciato pari trattamento per altri suoi simili (ex-estremisti di sinistra militanti della lotta armata contro lo Stato, mica gli ex-piloti della Nato in volo sopra Cermis o gli ex-amministratori delegati alla ThyssenKrupp di Torino), ha trovato una nuova preda da ostentare agli infoiati di legalità.
Giovedì 7 febbraio, poche ore prima che il governo francese richiamasse il proprio ambasciatore a Roma (fatto accaduto in passato solo dopo l'ascesa di Mussolini), le forze dell'ordine hanno fatto irruzione in uno spazio occupato anarchico di Torino, l'Asilo, con lo scopo di sgomberarlo ed effettuare alcuni arresti fra chi è sospettato di battersi con troppa veemenza contro le politiche razziste istituzionali.

Ai vagabondi, ai disoccupati, ai diseredati, ai poveri

Brulotti

Ai vagabondi, ai disoccupati, ai diseredati, ai poveri

Lucy Parsons
 
Mi rivolgo a voi, alle 35000 persone che in questo momento vagano per le strade di questa grande città con le mani affondate nelle tasche, a voi che fissate svogliatamente lo sfoggio di ricchezza e godimento cui non prendete parte, a voi che non siete in grado nemmeno di procurarvi da soli un tozzo di pane con cui placare gli spasmi della fame che vi morde le viscere. È a voi ed alle centinaia di migliaia di persone che si trovano nella stessa situazione, in questo grande paese dell'abbondanza, che desidero rivolgere queste parole.

Non avete forse sgobbato per tutta la vostra vita, da quando eravate sufficientemente grandi da venire usati nella produzione di ricchezza? Non avete lavorato a lungo, sodo e con fatica, per produrre tutte queste ricchezze? E sapete di aver prodotto, nel corso di tutti questi anni di fatiche, migliaia e migliaia di dollari di ricchezza — ricchezza che non avete posseduto, non possedete ora e di cui non avrete mai la minima parte, a meno che non agiate?

Noi rifugiati

Brulotti

Noi rifugiati

Hannah Arendt 
 
In primo luogo non desideriamo essere chiamati “profughi”. Solitamente il termine “profugo” designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un'opinione politica radicale.
Con noi, il significato del termine “profugo” è cambiato. Ora “profughi” sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell'aiuto dei Refugee Committee
Prima che la guerra scoppiasse eravamo ancora più sensibili al fatto di essere chiamati “profughi”. Facevamo del nostro meglio per dimostrare agli altri che eravamo solo comuni immigrati.