Autopsia

Poiché dietro ad ogni idea c'è un essere umano in carne ed ossa, talvolta le nostre attenzioni non possono fare a meno di rivolgersi ad personam. Troppo facile offuscare le peculiarità individuali negli anfratti del consesso sociale. Se non si vogliono coltivare pregiudizi, spregiativi o apologetici, né ci si vuole adagiare in una comoda indifferenza, non resta che accogliere con il bisturi in mano le parole di ogni potenziale Maestro.

Punk's not...

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Punk's not...

Sì, lo so. Mai niente e nessuno ha potuto impedire a ribelli ventenni pieni di rabbia di diventare imprenditori quarantenni pieni di buon senso. Sono trascorsi tanti anni, ma ho ancora davanti agli occhi i reduci sessantottini che ci guardavano con compassione dall’alto dei loro scranni o delle loro cattedre. Ho ancora nelle orecchie le loro parole piene di scherno: «noi sì che abbiamo fatto la rivoluzione, ma voi? Voi cosa vi credete di poter fare? Siete destinati a rientrare nella normalità, molto prima e molto peggio di noi». Forti della consapevolezza che nulla ci avrebbe mai fatto piegare la testa, che il loro fallimento non era il nostro destino, era divertente mandare al diavolo quei ruderi incravattati. Ma in cuor nostro sapevamo che quella determinazione per molti di noi — ma per chi? — si sarebbe rivelata solo un’illusione.
Io questo lo so, ecco perché continuo a ripetermi che non vale la pena prendersela se anche per il punk è venuto il momento del revival interessato, degli album di famiglia da smerciare, dei concerti commemorativi da organizzare, dei vecchi dischi da ristampare, delle mostre retrospettive da esibire. In fondo, perché no, non è sempre andata così? Un periodo di oltre vent’anni è più che sufficiente per smaltire antichi furori, per rifarsi il guardaroba, per ricoprire un posto adeguato in società. Gli sputi di ieri si possono anche ricordare, in allegria, dopo averli sostituiti con le pacche sulle spalle di oggi.

Percey Bysse Shelley

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Percey Bysse Shelley

Nino dal Vespro

L'aquilotto sta sempre in alto, e le oche lo guardano con mal celata invidia.
E lo dissero: un perverso, un irregolare. E un irregolare di fatti lo fu, in quanto egli si distaccava dalla mentalità accettata dalla sua classe, nel suo secolo.
Fanciullo, non l'attrae la vita puerile che interessa gli altri fanciulli; e scruta, per interrogare, gli abissi: costruisce barchette di carta e le affida alla corrente delle acque, mentre il suo sguardo le segue con interesse, e il suo animo si allena ad una lotta impari colla materia. Già sente dell'animo suo, sensibile per ogni forma di giogo e di tirannide, i fremiti della ribellione:
«Era una mattina di maggio. Io pestavo le zolle scintillanti di rugiada: piangevo e non sapevo perché. L'aria era fresca; la natura penetrava in fondo all'animo mio. Un rumore colpì le mie orecchie; ahimè! Da una scuola vicina venivano i lamenti dei fanciulli, eco e simbolo del mondo, nel quale io non dovevo trovare un giorno che tiranni e schiavi…
Ah!, esclamai a me stesso, l'ingiustizia e la tirannide sono troppo spaventose! Io sarò giusto e savio e dolce e libero; possa Iddio concedermene la forza! Il forte che tiranneggia il debole mi cagiona troppo dolore; e questo sentimento non si cancellerà!».

Blanqui

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Blanqui o l'insurrezione di Stato

Con Louis Auguste Blanqui (1805-1881) potremmo al massimo sentirci debitori di uno slogan e di un libro. Il primo è quel Né Dio né Padrone che diede il titolo al giornale da lui fondato nel novembre 1880, pochi mesi prima della sua scomparsa. Il secondo è l’avvincente L’eternità attraverso gli astri, meditazioni sull’esistenza di mondi paralleli e sull’eterno ritorno. Un grido di battaglia e un’opera filosofica di astronomia: tutto qui ciò che merita di essere ricordato di Blanqui. Il resto lo lasciamo volentieri nella pattumiera della storia, dagli altri suoi giornali (come La Patria è in pericolo) alla sua politica avanguardista ed autoritaria.

Non tutti condividono questa considerazione, tant’è che in questo ultimo periodo c’è chi si sta dando un certo da fare per riportare in auge il suo nome che sembrava destinato all’oblio. La sua riscoperta è stata iniziata dai sovversivi di stampo autoritario più vitaminici e meno ingessati, abili annusatori dell’aria del tempo. Di fronte al franare sempre più impetuoso di questa società, di fronte al continuo divampare dei fuochi delle sommosse, si saranno accorti che dietro l’angolo è più probabile (ed anche più desiderabile) che sia in arrivo un’insurrezione piuttosto che una vittoria elettorale dell’estrema sinistra (che si ritroverebbe per altro a dover gestire e risolvere una situazione senza vie d’uscita indolori).

Proudhon

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Proudhon

Rudolf Rocker

Ben pochi pensatori socialisti sono stati come Proudhon tanto odiati dai loro avversari, i difensori del mondo capitalista e autoritario, e ancor minore è il numero dei pensatori che sono stati altrettanto calunniati, combattuti e incompresi nel movimento socialista in generale. I rappresentanti intellettuali del cosiddetto “socialismo scientifico” non gli hanno lasciato intatto un sol capello della testa; lo hanno presentato come l’incarnazione dell’incapacità e dell’ignoranza, come un uomo di tendenze reazionarie e borghesi che non aveva idee chiare su nessun argomento.
Oggi sappiamo che senza Proudhon probabilmente il mondo non avrebbe mai avuto il “socialismo scientifico” della scuola marxista.
Proudhon e Considérant sono stati i veri maestri del democratico imborghesito Karl Marx; essi gli fecero conoscere per la prima volta le idee e i concetti socialisti e nei loro lavori troviamo i principali elementi delle teorie che più tardi i marxisti proclamarono loro esclusiva proprietà spirituale.

Jean Meslier

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Jean Meslier, curato di Etrépigny

Hugo Treni (Ugo Fedeli)

Della vita di questo povero curato si conosce pochissimo, se non che, nato verso il 1664, nelle Ardenne, era figlio di un tessitore di lana chiamato Gerard. Per fare un piacere ai suoi genitori, come lui stesso afferma nel suo testamento, verso il 1688 entrò nella carriera ecclesiastica. Ma sempre gli ripugnarono gli esosi che si compiacevano a riscuotere con avidità le enormi prebende con cui si pagavano le vane funzioni dei preti. Come a lui ripugnavano coloro che non pensavano ad altro che alla buona vita mentre si burlavano delle cerimonie della loro religione, di quelli stessi a cui i creduli somministravano largamente i mezzi per godersi la vita a costo di nuove e gravi privazioni loro. E fu sicuramente questa sua ripugnanza a burlarsi dei poveri, soprattutto, che gli costò la vita. Egli morì non si sa bene se nel 1729 o nel 1733, ma per noi il fatto ha poca importanza. Quello che importa è la sua opera.
Morto, e trovato il suo famoso testamento, esso fu messo subito a silenzio. Cosa che del resto lui stesso prevedeva perché, come diceva nella chiusura del suo documento: «Dichiaro, amici miei, che tutto quanto qui sta scritto non ha avuto altra pretensione che quella di seguire la luce naturale della ragione, e non ho avuto altra intenzione che di cercare, esponendola chiaramente e sinceramente, la verità. Ma, come mi propongo di dare questo scritto alla vostra parrocchia avanti di morire perché vi sia comunicato, e farà montare su tutte le furie ed andare su tutte le collere gli altri curati e i tiranni – che non mancheranno di calunniarmi ed ingiuriarmi anche dopo morto – dichiaro anticipatamente di protestare contro questo procedimento ingiurioso».

L’anarchismo nello specchio di Rubel

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L’anarchismo nello specchio di Maximilien Rubel

René Berthier

L’evoluzione del pensiero critico di Maximilien Rubel lo ha condotto a formulare l’ipotesi che Marx sia stato un teorico dell’anarchismo. È facile immaginare come quest’idea non abbia sollevato l’entusiasmo dei marxisti, né tanto meno quello degli anarchici. Il fatto è che le contrapposizioni fra Marx e gli anarchici della sua epoca furono tali che, se si accettasse l’idea di un Marx teorico dell’anarchismo, si sarebbe costretti a respingere dal “pantheon” anarchico tutti gli altri, cosa che evidentemente semplificherebbe il dibattito... rendendolo inutile.
Questa tesi pone inoltre un altro problema: lo “spazio” dei teorici anarchici è già largamente occupato da individui, alcuni dei quali contemporanei di Marx, che non hanno mai preso in considerazione una simile congettura e di cui si può dire, senza tema di smentita, che l’avrebbero scartata vigorosamente. Maximilien Rubel è dunque nella scomoda situazione di chi si trova solo contro tutti. Peggio, egli pone lo stesso Marx in tale scomoda posizione in quanto, avendo combattuto per tutta la vita contro gli anarchici — in particolare Proudhon e Bakunin —, l’autore del Capitale si troverebbe investito di un ruolo che egli stesso, i suoi avversari e i suoi partigiani avrebbero respinto, ma di cui Rubel si propone di dimostrare la fondatezza.

Santo Che

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Santo Che

martire guerrigliero

 

Una contadina accende una candela al santo e prega affinché il suo figliolo goda di buona salute e la raccolta di patate vada bene. Le sue preghiere, come le preghiere degli altri contadini, sono già state esaudite in passato — sostengono gli abitanti del villaggio. «Assomigliava a Nostro Signore, là steso morto nella scuola», dice la contadina all’intervistatore televisivo. Il nome del santo miracoloso? Ernesto Che Guevara!
Non prendiamo in giro questi contadini. Non guardiamoli con l’arroganza tipica di chi vive nel Primo Mondo. Non c’è dubbio che il Che “interviene” nelle loro vite afflitte dalla povertà, come fanno tutti gli altri santi. E poi, chi siamo noi per sostenere l’assoluta conoscenza del mondo, della mente umana e di tutti i suoi funzionamenti?
Come si sentirebbe il Che per l’incenso e le candele bruciate in suo nome? In quanto militante comunista ed ateo, avrebbe liquidato tutto ciò come rozza superstizione di un passato reazionario. Che ironia, per una persona simile. Ma non sono solo i contadini boliviani a riverire il guerrigliero morto. Quarant’anni dopo la sua morte, la sua immagine è affissa sulle pareti delle stanze di metà degli studenti del mondo. Il suo sguardo duro e ascetico ci punta da innumerevoli magliette e spillette. La mistica di Che Guevara è pervasiva.
Inutile domandarsi se meritasse questa idolatria. Di primo acchito, si potrebbe dare una risposta affermativa incondizionata.

Strategia della Fuga

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Strategia della Fuga

Anche se potrebbe facilmente essere liquidata come il vezzo di alcuni intellettuali dell’area post-autonoma — negriani, più o meno fedeli al Maestro, che scrutano con attenzione le Derive delle moltitudini per traghettarle verso Approdi istituzionali — la teoria politica dell’esodo merita di essere oggetto di qualche riflessione. Per quel che dice, certamente, ma soprattutto per quel che tace. Per i suoi possibili sviluppi, da considerare quanto le sue origini. Per come ricorra all’ossigeno libertario per rianimare una sinistra radicale sempre più moribonda. E per come, basandosi su di un azzardo affascinante tutto da giocare, essa riesca a tramutarlo in un melenso trucco tutto da esibire. Nonostante i richiami all’esodo contraddistinguano ormai una intera scuola di pensiero, non vi è dubbio che Paolo Virno sia il principale divulgatore di questo concetto a cui ha dedicato un saggio specifico e numerose variazioni sul tema. Ed è perciò al suo pensiero che faremo riferimento.

Per il verso della vita

Autopsia

Per il verso della vita

Lope Vargas
«Quanti esseri hanno attraversato la vita senza mai svegliarsi? E quanti altri si sono accorti che stavano vivendo solo per il monotono tic-tac degli orologi?»
 

Agli occhi più attenti non è certo sfuggito che in passato la poesia denotava una tendenza alla critica del mondo che è dato, alla trasformazione di questo mondo col fuoco della sua rivolta e delle sue esigenze. Al di là delle parole, e più precisamente contro, la poesia tendeva a trasgredire il piano in qualche modo contemplativo dove era stata confinata, per affermarsi sotto una forma attiva, concreta, materiale. Dunque a incarnarsi in questo mondo, gettandosi nella mischia per tentare di occupare un posto di primo piano nella lotta per la sua trasformazione. Si è voluto così guardare sotto una nuova luce gli autori di opere fino a quel momento considerate meramente letterarie, cominciare a udire la loro voce come se fosse quella di autentici uomini d’azione che invitavano alla battaglia. Rimbaud il comunardo, o Majakovskij il bolscevico, sono solo due degli innumerevoli esempi che in questo senso si potrebbero fare. Appare quindi tanto più strano che nessuno, o quasi, abbia pensato di intraprendere il cammino inverso, quello cioè che guarda ad individui passati alla storia per le loro azioni come ad autentici poeti..

Contributo a una lettura critica de "L’unico"

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Contributo a una lettura critica de L’unico

Alfredo M. Bonanno

Si potrebbe trascrivere agevolmente un piccolo trattato dell’individualismo anarchico limitandosi alle citazione tratte da L’unico e la sua proprietà. Sarebbe di certo opera vana, ed è questo che in alcuni casi non pochi studiosi di Stirner si sono limitati a fare. Faccenda discutibile, per persone chiamate ad approfondire tematiche e problemi, ma anche dolorosa, per le conseguenze pratiche negative, quando la stessa cosa, in sostanza, viene fatta da rivoluzionari entusiasti e superficiali.
Tutto il lavoro di Stirner si presta a stiracchiamenti di questo tipo, e quindi può venire utilizzato per accontentare palati facili e spiriti bisognosi di tutela. Ora, la cosa non deve apparire strana, visto che questi lettori, e l’immagine che gli stessi amano proiettare di sé, sembrano lontani dal prototipo umano bisognoso d’aiuto.

Carlo Pisacane

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Carlo Pisacane

Luigi Fabbri

Questo eroe dell’azione e del pensiero occupa un posto che non gli spetta nella storia contemporanea, almeno in quella storia conosciuta per tale dai più, illustrata ed insegnata nella nostre scuole e scritta nei libri che hanno maggiore diffusione. Ciò fa sì che di Carlo Pisacane si sappia da tutti il nome, da pochi la vera essenza; — da molti si sappia come visse, che cosa fece e come morì; da quasi nessuno come pensò, perchè agì e quale idea lo conducesse a morire sotto i colpi ignobili dei villani nei dintorni di Sapri.

Una cassetta dagli attrezzi spuntati

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Una cassetta dagli attrezzi spuntati

Jean-Marc Mandosio

Foucault rappresenta la figura ormai diffusa dell’intellettuale «impegnato» la cui carriera accademica non ha intaccato la credibilità contestatrice — almeno agli occhi di chi lo colloca su un piedistallo nella letteratura consacrata ai «movimenti sociali» — e la cui attività contestatrice, o reputata tale, ha paradossalmente legittimato la carriera accademica.
Da buon scrittore postmoderno che applica con zelo le regole del marketing delle idee, Foucault si adatta costantemente alla tendenza del giorno, ma il suo discorso non smette mai di essere reversibile, così che egli si riserva sempre la possibilità di discostarsene e proclamare la sua singolarità. Egli è strutturalista senza esserlo del tutto; flirta con i maoisti senza confondersi con essi; sostiene brevemente i «nuovi filosofi» prima di lasciarli...
Cosa c’è di meglio di un programma vuoto, fatto di affermazioni contraddittorie e di ingiunzioni equivoche, per soddisfare tutti? A tutt’oggi, Foucault resta l’esempio più compiuto di un anti-istituzionalismo istituzionale.

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