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Contrariamente a quanto vorrebbero farci credere, la Storia non è affatto un blocco monolitico costituito in alto da chi esercita il potere (e dai suoi concorrenti) e in basso da chi marcisce nell'obbedienza. Nonostante una propaganda interessata sostenga che il muro della nostra prigione possiede una compattezza eterna e ineluttabile, qua e là s'intravedono le brecce aperte da chi nel passato si è scagliato contro l'autorità. E attraverso quelle fessure filtrano ancora spiragli di luce.

La settimana sanguinosa

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La settimana sanguinosa

[Luigi Galleani]
 

La chiamò così nei versi eterni Victor Hugo, e per chi guarda soltanto al calendario essa comincia infatti con le prime stragi il 21 per compiersi coll'inaudite ecatombi il 28 maggio 1871.

Ma a chi compulsi meno sommariamente la storia della terza disfatta del proletariato, apparirà senza sforzo che dopo le fucilazioni in blocco, denunce, persecuzioni, torture, deportazioni durano altri dieci anni ancora, apparirà anche meglio che logicamente non potevano le premesse audaci del 18 marzo trovare altra soluzione all'infuori dell'immane carneficina del maggio che al Moulin Saquet, a Satory, al Père Lachaise accatastò le carogne di quarantacinquemila straccioni.


Utopia antica in Cina

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Utopia antica e guerre contadine in Cina

Ngô Văn
 
Sulla scia di Joseph Déjacque nella sua Umanisfera, Utopia anarchica (1857), per utopia intendiamo il sogno non realizzato ma non irrealizzabile. L’utopia, troppo spesso concepita e analizzata come un fenomeno tipico del solo Occidente, fa parte della storia profonda della Cina. Sono gli stessi sogni ed aspirazioni, gli stessi tentativi pieni di fiamma e di poesia di andare all’assalto del cielo. Nell’utopia cinese segnata al tempo stesso dal misticismo e dal suo superamento sublimato nella vita e nella lotta terrena, noi ci troviamo sullo stesso terreno dei combattenti delle guerre di contadini che scossero il mondo occidentale, si tratti di Thomas Müntzer in Germania o dei «digger» e i livellatori in Inghilterra, per non menzionare che i più emblematici. Come se tutte queste rivolte, senza confondersi, dialogassero attraverso lo spazio ed il tempo, alimentando il fuoco della sovversione e della speranza sull’intero pianeta.

La Rivoluzione russa e il Partito Comunista

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La Rivoluzione russa e il Partito Comunista

Hugo Treni [Ugo Fedeli]
 
Nel 1917 scoppia la rivoluzione in Russia. È la rinascita di tutte le speranze soffocate da tre anni di guerra mondiale; è l'inizio di un vasto periodo rivoluzionario in tutta l'Europa.
La fine del vecchio mondo borghese pareva ormai essere incominciata. Tutti guardavano alla Russia, a quest'immenso popolo che, spezzate le sue catene si era messo alla testa di tutto il movimento di rinnovazione che stava maturando nel mondo. Certo, la lotta che dovette sostenere il popolo russo per la conquista della libertà e l'edificazione di un più grande benessere per tutti fu estremamente dura. Ma tutti andavano alla lotta con gioia e si sacrificavano perché avevano fiducia nella Rivoluzione, la quale allora era ancora l’espressione di un sentimento e di un bisogno unanime.

I ribelli di Münster

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I ribelli di Münster

Georges Lapierre
 
All’inizio del XVI secolo la situazione sociale a Münster è confusa, e fino a quel momento solo lo spirito campanilistico ha permesso di evitare una grave degenerazione dei conflitti tra la gerarchia cattolica — una nobiltà che perde a poco a poco la sua influenza — e la nuova classe di mercanti e artigiani.
La complessità della situazione a Münster è il fedele compendio di una situazione più generale in cui alcune forze si affrontano e si dilaniano senza curarsi in alcun modo dei poveri. Un’ossessione assilla le classi dominanti, la borghesia, la nobiltà e la Chiesa: il denaro. Il fatto è che nel tempo il denaro è diventato lo strumento della potenza sociale. Chi possiede denaro è prossimo a possedere la realtà del potere e inversamente chi ha potere deve avere denaro. Un tempo si poteva essere nobili senza terra — cavalieri — senza per questo decadere, ma ormai un principe senza denaro non è che uno zoticone. La potenza sociale è un privilegio che costa caro.
In questa corsa sfrenata al denaro la Chiesa non appare più un ostacolo morale come un tempo, ma una concorrente sleale che utilizza la sua posizione privilegiata nell’ordine antico per spingere il suo privilegio nel presente.

La Comune ungherese

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La Comune ungherese

(marzo 1919 - marzo 1937)

Aldo Aguzzi
 
Circa i fatti svolti nell’Ungheria nel 1918-19 v’è sempre stata una strana indifferenza. Essi non impressero nella memoria del proletariato tracce molto profonde. A causa, forse, d’una quasi assoluta mancanza di documentazione non si è valutata la rivoluzione ungherese in tutta la sua eccezionale grandiosità. Il suo vero carattere, e le cause reali tanto deI suo avverarsi quanto della sua catastrofe furono sempre misconosciute, oppure ignorate. Si suppone generalmente ch’essa costituì una audace e sfortunata gesta del «bolscevismo», ed il più diffuso giudizio critico applicato alla sua tragica scomparsa si circoscrive, per gli uni, alla supposta inettitudine del popolo magiaro, e per gli altri alla scarsa energia con la quale i principi del «marxismo-leninismo» ed i metodi coercitivi della «dittatura del proletariato» sarebbero stati adottati ed applicati da Béla Kun e dai suoi luogotenenti.

Memorie di un comunardo

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Memorie di un comunardo

Gustave Lefrançais
 
19 marzo 1871
Il sole s'è fatto comunardo.
Il tempo è splendido. Una brezza primaverile agita la bandiera rossa che sventola sull'Hôtel-de-Ville circondato da cannoni dall'aspetto, dopo tutto, abbastanza bonario.
Questi cannoni sono sorvegliati soltanto da poche sentinelle che vietano di avvicinarsi alle numerose persone che si soffermano sulla piazza.
I volti sono curiosi ma senza ansietà.
Ci si chiede che cosa succederà. Poiché, sebbene il governo di Thiers abbia lasciato Parigi nella notte, si suppone che non tutto sia finito.

La rivolta di Kronstadt

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La rivolta di Kronstadt

Alexander Berkman

Era l’inizio del 1921. Lunghi anni di guerra, di rivoluzione e di lotte intestine avevano dissanguato la Russia e portato il suo popolo sull'orlo della disperazione. Ma infine la guerra civile ebbe termine: i numerosi fronti furono liquidati e Wrangel, ultima speranza d'intervento dell'Intesa e della controrivoluzione russa, venne sconfitto e fu posto termine alla sua azione militare in Russia. La gente ora attendeva fiduciosa un addolcimento del duro regime bolscevico. Sperava che con la fine della guerra civile i comunisti avrebbero alleviato gli oneri, abolito le restrizioni del tempo di guerra, introdotto alcune libertà fondamentali e proceduto ad organizzare una vita più normale. Benché lungi dall'essere popolare, il governo bolscevico riscuoteva la fiducia dei lavoratori per il suo piano più volte ribadito, di voler dare inizio alla ricostruzione economica del paese non appena le operazioni militari fossero cessate. La gente non desiderava altro che cooperare, porre la propria iniziativa ed i propri sforzi creativi al servizio della ricostruzione del paese in rovina. Sfortunatamente tali aspettative dovevano andare deluse. Lo Stato comunista dimostrò di non avere nessuna intenzione di togliere il giogo.

L’attività degli anarchici in Russia

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L’attività degli anarchici in Russia (1905-1907)

Orlowski-Rogdaev

 

Nell’agosto del 1907 si tenne ad Amsterdam un congresso internazionale anarchico. Per una settimana, anarchici provenienti da 14 paesi di tutto il mondo si incontrarono e dibatterono su vari argomenti. Al congresso erano presenti anche alcuni anarchici russi, i quali presentarono tre rapporti e uno studio sulla situazione nel loro paese che aveva appena vissuto la rivoluzione del 1905. Uno di tali rapporti è quello che qui ripubblichiamo, scritto da Orlowski e Rogdaev («questo pallido giovanotto che ha gli occhi che brillano di un fuoco strano»). Letto direttamente in lingua russa, senza traduzioni, questo documento passò del tutto inosservato. Considerato che la maggior parte delle discussioni che avvennero nel corso di quel congresso ruotavano attorno all’organizzazione e al sindacalismo, come avrebbero reagito i presenti se avessero inteso e riflettuto sul resoconto della furibonda attività degli anarchici russi all’alba del XX secolo?

Quadro di Parigi

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Quadro di Parigi

Villiers de l'Isle-Adam
 
Chi avrebbe mai pensato che, assieme a Vallès e a Verlaine, il solo scrittore francese a prendere le difese degli insorti parigini del 1871 sarebbe stato il cattolico e monarchico Villiers de l'Isle-Adam (sotto lo pseudonimo di Marius)? Nonostante i dubbi e le riserve di molti esperti in letteratura sulla reale paternità di tale scritto, è stato proprio lui a scrivere in quei giorni febbrili uno dei testi più dimenticati sulla Comune di Parigi. Apparso a puntate sul giornale fondato da Lissagaray, Le Tribun du peuple, si tratta di una rara testimonianza poetica di fronte ad una città in cui sia l'autorità terrena che quella divina facevano fatica a riconquistare il potere perduto, una città in cui l'impossibile era diventato possibile. Per circa settanta giorni, uomini e donne da sempre costretti ad obbedire hanno assaporato la propria libertà in un'atmosfera di gioia sfrenata, perfino pronti a morire col sorriso sulle labbra.

La resistenza operaia contro il lavoro

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La resistenza operaia contro il lavoro

Barcellona 1936-1938
Michael Seidman

Lo studio della resistenza operaia contro il lavoro — l'assenteismo, i ritardi, le simulazioni di malattia, i furti, i sabotaggi, i rallentamenti produttivi, l'indisciplina e l'indifferenza — consente di comprendere meglio due avvenimenti politici contemporanei: la rivoluzione spagnola e il Fronte popolare francese. Un esame attento della resistenza al lavoro nelle fabbriche di Parigi e Barcellona sotto i governi del Fronte Popolare in Francia e durante tutta la rivoluzione in Spagna evidenzia alcune costanti fondamentali nella vita della classe operaia. L'assenteismo, l'indisciplina e le altre manifestazioni di avversione al lavoro esistevano ancor prima della vittoria del Fronte popolare in Francia e dello scoppio della guerra e della rivoluzione in Spagna, ma è interessante notare che in entrambi i paesi questa resistenza è durata fin dopo la presa del potere politico e, a livelli differenti, del potere economico, da parte di partiti e sindacati che pretendevano di rappresentare la classe operaia. Infatti, sia nella situazione rivoluzionaria che in quella riformista, i partiti ed i sindacati di sinistra sono stati costretti a confrontarsi con innumerevoli rifiuti di lavorare da parte degli operai.

La Banda di Benevento

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La Banda di Benevento

6 Aprile 1877

Nevesck

Ai primi dell'Aprile 1877, una trentina di persone, venute non si sa donde, si riuniva tutte le sere in una casa di San Lupo, villaggio perso nelle gole del Beneventano. La notte del 6 Aprile i carabinieri che sorvegliavano la casa furono ricevuti a colpi di fucile e due tra essi rimasero sul terreno gravemente feriti.
 Dopo queste prime avvisaglie la banda, lasciata la casa, si dirige al vicino villaggio di Letino preceduta da un orifiamma rosso e nero. Occupa il palazzo del Comune e ne caccia il Consiglio Municipale a cui rilascia pel debito scarico la seguente dichiarazione: "Noi sottoscritti dichiariamo d'aver preso possesso del Municipio, di Letino a mano armata, in nome della Rivoluzione Sociale".

La «banda» De Luisi

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La «banda» De Luisi

Giuseppe De Luisi già condannato a 30 anni di reclusione dovrà subire un altro processo assieme ai compagni Cresci Umberto (Iconoclasta di Spezia) e Giampaoli Mentore.
Questi ultimi due furono arrestati qualche giorno dopo la morte dì R. Novatore. Quali reati avevano commesso? Quello di essere stati amici di Renzo.
Infatti, malgrado tutte le accuse fattegli, la loro innocenza appare lampante malgrado tutti i reati che l'ambizione di carriera del lebbroso commissario Caccioppo ha inventato di sana pianta.
Sono imputati di un'infinità di rapine e aggressioni a mano armata compiute in divisa da carabiniere; ma nessuno degli aggrediti ha dichiarato di conoscerli, eccetto qualche fascista camuffato patriotticamente ed eroicamente da aggredito.
Sono imputati anche di fabbricazione di esplosivi destinati a far saltare il treno di lusso Parigi-Roma.
Nelle abitazioni degli arrestati non fu trovato né armi né esplosivi. Su quale fondamento allora sono basate le accuse? Il degenerato commissario Caccioppo con l'aiuto dei fascisti di Arcola pensò di trovare gli esplosivi anche dove non c'erano; infatti narrano i giornali che il giorno dopo al loro arresto parecchi fascisti videro dei ragazzi trastullarsi con della polvere da fuoco, si fecero indicare il luogo dove l'avevano presa e vi trovarono un abbondante quantità di esplosivo, di bombe e vestiti da carabiniere.

La rivolta incendiaria del 2005 in Francia

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La rivolta incendiaria del novembre 2005 in Francia

e l'ipotesi insurrezionale

Quando una rivolta sociale di ampiezza del tutto insolita scoppia accanto a noi, come è accaduto nel novembre del 2005, non è raro ritrovarsi privi di parole appropriate. Si rischia facilmente di farsi sballottare fra una pura e semplice apologia, motivata dall'entusiasmo o da un desiderio di agitazione immediata, ed una presa di distanza ipercritica, motivata dal timore o da alcune esperienze storiche (leggi: dai fallimenti del passato). Di fronte alla tentazione di qualificare troppo frettolosamente i fatti, non dimentichiamo che nominare una realtà significa già ridurla, e che ridurla significa automaticamente tradirla. Così, come lo Stato può ad esempio definire «terroriste» alcune azioni o persone in funzione dei propri interessi, i rivoluzionari tendono spesso a far prevalere i propri desideri e la propria progettualità nelle rivolte in corso. Non solo il linguaggio non è neutro, ma serve spesso a nascondere l’autentica posta in gioco della questione sollevata.

August Reinsdorf

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August Reinsdorf e l'attentato del Niederwald

A chi scenda il Reno da Mayenza a Colonia appare, non appena superato Bingen, ad un gomito brusco del fiume, lassù in alto, torreggiante sulle scure macchie del Niederwald e sulle vigne dorate del Rudescheim, la statua colossale della Germania, il monumento che or sono venticinque anni i tedeschi innalzarono alla patria unificata nei cuori e nelle vittorie.

L'avevano inaugurata il 28 settembre del 1883 ed a memoria di ogni buon tedesco nessuna solennità era stata celebrata mai per lo avanti con tanta pompa e tanto splendore.

Vi assistevano l'imperatore Guglielmo coi principi e la famiglia, il re di Sassonia colla famiglia reale, quasi tutti i principi, i granduchi, i grandi elettori della Confederazione, Bismark e Moltke, i taumaturghi delle ultime vittorie, tutti i grandi dignitari dello Stato ed una folla straordinaria di cittadini convenuti da ogni più remoto lembo della patria in festa.

Venticinque anni fa...


13 minuti

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13 minuti

Non occorre essere laureati in scienze sociali per accorgersi di quanto stavano facendo i nazisti, dello stupro quotidiano di ogni libertà, del terrore imposto con la messa al bando di partiti e sindacati, del deperimento delle condizioni di vita e — a partire dal 1938 — dello spettro della guerra che si faceva sempre più concreto. Non occorre avere occhi fini per vedere i privilegi in cui sguazzavano i funzionari nazisti. E trarne le conseguenze.
I suoi amici ricorderanno come Elser non ascoltasse mai i discorsi di Hitler alla radio, si rifiutasse di fare il saluto nazista ed in occasione di una manifestazione filo-hitleriana si fosse voltato, dando le spalle e mettendosi a fischiare. Ma Georg Elser non era come i suoi amici, non era come milioni di tedeschi che si limitavano a brontolare contro il regime nazista. Uomo semplice e pratico, all’inizio del 1938 aveva preso la sua decisione. Come ebbe a dichiarare in seguito, «ho considerato che la situazione in Germania avrebbe potuto cambiare solo con l’eliminazione della attuale dirigenza». L’individuo, desiderio e volontà, aveva preso la sua decisione: Hitler doveva morire. Il grande dittatore e tutta la sua cricca erano stati così condannati a morte, non da un Tribunale di Stato, non dal Giudizio della Storia e tanto meno da quello divino, ma da un minuscolo artigiano della campagna sveva. E tanti cari saluti alle masse e alle loro organizzazioni.

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