Brecce

Contrariamente a quanto vorrebbero farci credere, la Storia non è affatto un blocco monolitico costituito in alto da chi esercita il potere (e dai suoi concorrenti) e in basso da chi marcisce nell'obbedienza. Nonostante una propaganda interessata sostenga che il muro della nostra prigione possiede una compattezza eterna e ineluttabile, qua e là s'intravedono le brecce aperte da chi nel passato si è scagliato contro l'autorità. E attraverso quelle fessure filtrano ancora spiragli di luce.

Giovanni Passannante

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Giovanni Passannante [19/2/1849 - 14/2/1910]

Ettore Bartolozzi

Lunedì 14 febbraio alle ore 10 ant. è deceduto per paralisi bronchiale, nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, Giovanni Passannante.
La sua figura riluce di luce propria e smentisce tutti coloro che, desiderosi di render servigi a coloro che ci comandano, vollero rimpicciolirla con il dichiarare essere il regicida un deficiente, squilibrato ed abbrutito.
La migliore risposta che possiamo dare a questi sicari vecchi ruffianeggianti tutti con i poteri costituiti, è riportare integralmente quanto ebbero a dichiarare gli psichiatri Biffi e Tamburini, incaricati della perizia al processo:
«Noi abbiamo esaminato attentamente le qualità psichiche del prevenuto e noi non vi abbiamo trovato nulla di anormale. L’attività produttiva della mente è in lui regolare; le espressioni di cui si serve non sono come comporterebbe la sua condizione sociale; le sue idee sono elevate e rivelano una cultura superiore. Le sue risposte denotano in lui una finezza ed una forza di pensiero non comune. Interrogato s’egli si credeva in diritto di fare violenza ai sentimenti della maggioranza, e di turbarne la tranquillità, ha risposto: La maggioranza che si rassegna è colpevole e la minoranza ha il diritto di resisterle.
Alla nostra domanda come mai lui, povero cuoco, aveva la presunzione di volere scrivere degli opuscoli, rispose: Sovente gli ignoranti riescono là ove i sapienti inciampano».

La Comune di Kronstadt

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La Comune di Kronstadt

Hugo Treni [Ugo Fedeli]

«I marinai rivoltosi di Kronstadt
non volevano i controrivoluzionari,
ma non volevano neanche noi»
dal discorso di Lenin al X Congresso del P.C.

 

Kronstadt è stata sempre, nella Russia tanto zarista che kerenskiana e bolscevica, la roccaforte del sovversivismo, il più grande centro rivoluzionario, la cittadella dell’idea e dell’azione rivoluzionaria nella Rivoluzione. Anche nel 1905, la prima Rivoluzione ebbe fra i suoi combattenti i forti e eroici marinai dì Kronstadt.
Così pure nell’attuale Rivoluzione, Kronstadt fu sempre prima in ogni azione rivoluzionaria, i suoi elementi avanzati, massime gli anarchici, furono sempre in prima linea, nei posti di maggior pericolo, di grande responsabilità, dove si sospingeva avanti la Rivoluzione coi propri corpi.

Parigi, 21/12/11, in rue Ordener ...

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Parigi, 21 dicembre 1911, in rue Ordener...

Richard Parry

Malgrado il freddo e la pioggia incessante era ancora un giovedì mattina discretamente attivo in rue Ordener, ma non abbastanza da non far notare ad un curioso macellaio la lussuosa limousine parcheggiata davanti al numero 142, sul lato opposto della strada. Era là fin dalle otto di mattina ed era ancora là venti minuti dopo, con le tendine tirate, il motore ancora acceso e l’autista — con cappotto grigioscuro, cappello grigio e occhiali protettivi — seduto pazientemente al volante con un altro uomo, vestito uguale, ma col cappello grigio scuro quasi calato fino a coprire gli occhi. Forse il macellaio si stava domandando perché una macchina così bella avesse le ruote e il predellino così infangati. Qualsiasi fosse la ragione, Bonnot non poteva aiutarlo, ma notando lo sguardo fisso un po’ troppo interessato dell’uomo decise di spostarsi. Avanzò lentamente fino al numero 148.
Dietro, con indosso una bombetta nera ed un largo impermeabile, Raymond stava sul bordo del sedile coi nervi tesi accanto a un misterioso quarto uomo. Sedevano in silenzio, in compagnia solo dell’ovattato ticchettio della pioggia. Octave scambiò qualche parola con Jules e guardò l’orologio; non mancava molto ormai. I suoi occhi erano fissi sull’angolo della strada, dove aspettava di veder comparire la sua vittima.

«Guerra eterna alla gioventù hitleriana»

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«Guerra eterna alla gioventù hitleriana»

I pirati dell'Edelweiss, 1938-1945

Nel giro di pochi mesi dalla loro ascesa al potere in Germania, i nazisti avevano di fatto distrutto quella che veniva percepita come una delle meglio organizzate classi lavoratrici del mondo. Il Partito Comunista e quello Socialista con i loro sindacati, milizie e organizzazioni sociali erano stati messi al bando; gli attivisti erano stati giustiziati, imprigionati, esiliati o costretti alla clandestinità. I quartieri proletari erano isolati e soggiogati dal terrore dei rastrellamenti e delle perquisizioni casa per casa.
Il programma nazista di creare una Comunità Nazionale e mettere a tacere l'opposizione attraverso l'uso del terrore si sarebbe intensificato nei successivi dodici anni.
Il coinvolgimento nella Gioventù Hitleriana e nelle politiche educative nazionalsocialiste serviva ad assicurare che i giovani diventassero attivi (o almeno passivi) sostenitori dello Stato nazista. Dietro la propaganda della "Comunità Nazionale" la realtà era molto diversa, specialmente nelle zone proletarie. Più lo Stato e la Gioventù Hitleriana si intromettevano nella vita dei giovani, più gli atti di non conformismo e resistenza diventavano visibili e chiari. Migliaia di giovani rifiutarono di prendere parte alle attività della Gioventù Hitleriana e formarono invece gruppi e bande ostili ai nazisti.

Britannia brucia

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Britannia brucia

Handsworth, Brixton, Tottenham. Le sommosse in Inghilterra scoppiate nel settembre del 1985 si sono diffuse come risposta alla repressione poliziesca e al razzismo dei "gruppi di intervento" dei bianchi collegati con i fascisti del "National Front". Alla base un sempre più diffuso malessere sociale e l'impossibilità concreta di dare sbocco reale alla propria vita da parte dei giovani, specialmente west-indiani.

 

Le sommosse britanniche sono l'antefatto di un periodo nuovo che si profila all'orizzonte. Le rivolte non più dettate dalla miseria ma dalla situazione di stallo, dalla reale impossibilità di andare avanti anche in una società che riesce a garantire un minimo di sopravvivenza (e spesso anche più di un minimo). Le rivolte non più della mancanza, ma, per alcuni aspetti, della disponibilità e del relativo benessere (se non proprio dell'opulenza).

Il 19 luglio a Barcellona

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Il 19 luglio a Barcellona

Tranquillo (Giuseppe Ruozi)

Da tempo gli alti ufficiali dell'esercito macchinavano un vasto complotto contro la repubblica per instaurare una dittatura fascista e monarchica. Non si comprende perché il governo si sia lasciato sorprendere da questo colpo che poco mancò non lo polverizzasse. Certo è che il governo sapeva di questi maneggi più o meno segreti, ma o non volle o non seppe prendere i provvedimenti necessari. Faceva arrestare una quantità di fascisti di terza o di quarta categoria, ma non toccava i dirigenti.

Il sollevamento militare incominciò nel Marocco, ma anche nella Spagna propria da parecchi giorni si sentiva nell'aria, e i partiti sovversivi da varie notti vegliavano armati nelle sedi delle rispettive organizzazioni.
Così il risveglio della mattina del 19 luglio a colpi di cannone, allo strepitare delle mitragliatrici e al crepitio dei fucili, non sorprese veramente nessuno, sebbene producesse una certa emozione nel popolo non combattente e, chissà, forse, anche un po' d'allegria nella classe borghese che credette intravedere la prossima fine dell'agitazione operaia che si faceva ogni giorno più intransigente.
Le sirene delle officine chiamavano le forze proletarie alle armi.

I distruttori di macchine

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I distruttori di macchine

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Christian Ferrer

Perché soffermarsi sulla storia di Ned Ludd e dei distruttori di macchine? I loro atti furiosi sopravvivono vagamente in brevissime note a pie’ di pagina del grande libro autobiografico dell’umanità e la consistenza della loro storia è anonima, molto fragile e quasi assurda, cosa che a volte stimola la curiosità ma più sovente il disinteresse verso ciò che non merita dinastia.
Questo non è un secolo adatto alla riflessione: il borghese del secolo scorso poteva darsi il lusso di svagarsi pigramente con un romanzo d’appendice, ma gli spettatori di questo secolo dispongono appena di un paio d’ore per sfogliare la programmazione televisiva. Viviamo nell’epoca della tachicardia, com’è stata sarcasticamente definita da Martínez Estrada. Ripercorrere la storia contromano tanto da potersi riposare nell’occhio dei suoi cicloni è compito che solo un Orfeo può affrontare. Lui si aprì il passo nel mondo dei morti con melodie che scardinavano serrature perfette. Noi possiamo soltanto farci guidare dalle spettrali fiammate di polvere che si sollevano da vecchi libri: soffi d’agonia tra stracci linguistici.

La Comune di Parigi

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La Comune di fronte agli anarchici

Prima di illustrare gli episodi più salienti di questa rivoluzione che, pur rapida come una meteora, lasciò un solco così profondo, sarà pregio dell'opera riassumere brevemente i fatti da cui scaturì e che la legittimano anche al cospetto di coloro i quali – ben diversi da noi – non ritengono legittime contro qualsiasi forma di governo tutte le rivoluzioni popolari.
Ma noi dobbiamo fin da ora rilevare che l'insurrezione vittoriosa a Parigi conferì, secondo le tradizioni rivoluzionarie e governamentali, un carattere di regolarità al potere che, dopo la fuga di Thiers e dei suoi giannizzeri, si era costituito.
D'altra parte gli uomini che afferrarono per primi le redini del movimento – di cui non avevano del resto preso l'iniziativa – si mostrarono molto più solleciti a coprirsi di galloni che non ad estendere l'azione rivoluzionaria annodando subito colla provincia l'intesa senza di che si doveva affogare nell'accidia e nell'impotenza più disperate...

 

Noi abbiamo voluto dimostrare in questa sommaria relazione dei fatti che la responsabilità dell'inazione di Parigi dopo la vittoriosa rivoluzione del 18 marzo 1871; che le responsabilità della disfatta finale, incombono su uomini d'autorità che si sforzarono di accaparrare il movimento e le cui ambizioni rivali germogliarono le discordie e gli indugi da cui le forze rivoluzionarie si trovarono immobilizzate.

 

L'umanità è sfruttata da secoli, gli ambiziosi sono riusciti sempre a tradirla; il tradimento non si deve rinnovare.
Che il passato ci serva da lezione.

L'attentato di Matteo Morral

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L'attentato di Matteo Morral

Charles Malato

Tra i martiri della rivoluzione s'è posto durante l'anno 1906, Matteo Morral, emulo di Eliaboff, di Sofia Perowskaja e di Bresci.
È infatti al capo che mirò Morral, come già codestoro.
Convinto che la propaganda, sotto pericolo di essere sterile, deve completarsi con l'azione rivoluzionaria sotto qualsiasi forma ella sia, meno la forma inintelligente; egli ha predicato con l'esempio ed ha dato la vita, cercando di prender quella di Alfonso XIII, incarnazione della Spagna monarchica ed inquisitoriale.
Matteo Morral, nato a Sabadell e figlio di un ricco fabbricante di tessuti di questa piccola città industriale, conosceva meglio che tanti altri le miserie dell'operaio, e il suo spirito generoso s'era indignato all'idea che la fortuna dei privilegiati — ed egli era privilegiato — era fatta dalle sofferenze della classe lavoratrice. Erudito, poliglotta, d'una ininterrotta attività e d'un coraggio che egli ha dimostrato a sufficienza, egli abbandonò la borghesia, il cui egoismo feroce lo rivoltava, e venne a combattere, corpo ed anima per l'emancipazione del proletariato.
Certamente, egli non si faceva delle illusioni: egli aveva veduto troppo da presso gli operai lavoranti nella fabbrica di suo padre per disconoscere le tare morali ed intellettuali che il regime del salariato produce fatalmente.

La rivolta di Los Angeles

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La rivolta di Los Angeles

Il 29 aprile 1992 iniziò a Los Angeles quello che doveva diventare uno dei più importanti sollevamenti urbani del secolo negli Stati Uniti. L’esercito federale, la Guardia nazionale e le forze di polizia giunte da tutto il paese ci misero tre giorni a ristabilire l’ordine. Nel frattempo, gli abitanti di L.A. si erano riappropriati di milioni di dollari in merci e avevano distrutto proprietà del capitale per un valore superiore al miliardo di dollari.

Poiché la maggior parte delle informazioni che abbiamo sulla sommossa ci sono pervenute dai media capitalisti, è necessario valutare le distorsioni create. Proprio come durante la guerra del Golfo, i mass media hanno dato l’impressione di una totale immersione nella realtà mentre di fatto fabbricavano una versione falsificata degli avvenimenti. Ma, se durante la guerra del Golfo si sono prodigati in uno sforzo concreto di disinformazione, a Los Angeles la distorsione non è stata tanto prodotta dalla censura, quanto causata dalla totale incomprensione dei media di fronte a questa insurrezione proletaria.
Il pestaggio di Rodney King nel 1991 non era un incidente isolato e, se non fosse stato filmato, sarebbe passato inosservato — perduto nella logica della repressione razzista della polizia che caratterizza così bene il dominio capitalista in America. Ma, dal momento in cui questo accidente quotidiano è stato segnalato all’attenzione generale, ha acquisito il valore di un simbolo.

1953: sommossa a Berlino Est

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1953: sommossa a Berlino Est

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Le giornate di Berlino Est raccontate da alcuni anarchici che vi presero parte

 

A un dato momento un grido si leva: «Andiamo al governo!» e la colonna operaia si rimette in marcia. Arriva verso mezzogiorno sotto i famosi tigli berlinesi, Unter den Linden; cammin facendo, si è ingrossata e conta ormai decine di migliaia di persone. Più si ingrossa, e più le rivendicazioni si estendono. Non si protesta più solo contro le norme eccessive, ma contro le barriere che separano i settori e le zone, ed infine contro il governo ed il regime. Gli studenti dell’Università Humboldt si mescolano alla folla, che conta ormai centomila persone e si sente padrona della strada. Davanti all’ambasciata russa scandisce: «Ivan, hau ab» (Ivan, vai a casa!) e «Wir wollen keine Slaven sein» (Non vogliamo essere schiavi)...

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