Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Guastafeste

Brulotti

Guastafeste

 

Cosa c’è di più irritante di un compleanno, di un rituale prestabilito che ogni anno ti ricorda che un bel giorno sei nato senza averlo chiesto, rimandandoti a scadenza fissa al tempo che passa fino alla tomba? Per non parlare di quelle cifre tonde che in base all'arbitrarietà del sistema decimale dovrebbero sfociare in una di quelle feste dove l'ipocrisia sociale raggiunge l'acme. Eppure, ciò che vale per l'individuo che può sempre districarsi dalle ricorrenze sparando sull’orologio, assume un’altra dimensione quando il dominio decide di autocelebrarsi. Allora non si tratta più del filo di Crono che si allunga, ma dello spettacolo del padrone che si manifesta per intimare agli schiavi l'enormità della loro servitù. Come un eterno presente il cui solo orizzonte è costituito da catene forgiate col medesimo acciaio: quello dell'autorità.
Le pubbliche commemorazioni di avvenimenti del passato costituiscono un buon esempio del duplice uso degli anniversari da parte dei potenti in carica.

Vita offesa

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Vita offesa

Jean-Michel Palmier

 

Pensato spesso a questa storia che raccontano i bambini in Algeria: quando si traccia un cerchio con la benzina intorno allo scorpione e vi si dà fuoco, l'artropode, sentendosi prigioniero, si punge da se stesso dietro il segmento toracico. Vero o falso che sia, questo racconto mi colpisce per varie ragioni. Ricordi di catture notturne di scorpioni in Africa, il Pandinus imperator, che spesso supera i quindici centimetri -: anche in posizione di svantaggio l'animale non esita ad attaccare. Da quando sono in ospedale ho la sensazione che l'autentica autonomia si realizzi soltanto nella decisione volontaria di interrompere il processo biologico. Perché a questa autonomia – semplice autogestione dell'handicap – non si dovrebbe preferire la morte? Una morte sdrammatizzata che significa soltanto: «Spiacente, ma questo gioco non mi interessa, amo troppo la vita per accontentarmi del suo pallido fantasma». Giocate senza di me.

Quando il sole e il vento...

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Quando il sole e il vento...

«Se vogliamo che tutto rimanga come è,

bisogna che tutto cambi»

Tancredi, Il gattopardo (1958)

 

Come rendere la società industriale eterna? Ecco una domanda che i dirigenti del mondo sono ormai costretti a porsi in maniera diversa. Costretti, nel senso che certi modelli di sfruttamento rischiano di avvitarsi su se stessi qualora le società continuino a seguire lo stesso schema. Ogni estate le foreste vanno in fiamme in proporzioni sempre più apocalittiche, e fino al circolo artico. Le terre si inaridiscono. Le acque del mare salgono. Gli oceani si svuotano di pesci. L'inquinamento uccide irrimediabilmente la fauna e la flora, rendendo l'essere umano ancora più dipendente dall'industria farmaceutica per far fronte a ciò malgrado tutto. Più la devastazione avanza, e più l'artificializzazione del vivente viene accolta come la sola ed unica soluzione.

La guerra costruttrice di città

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La guerra quale costruttrice di città

Lewis Mumford

 

La guerra affrettò tutte queste trasformazioni; fu essa a determinare il ritmo di tutte le altre istituzioni. I nuovi eserciti permanenti, numerosi, potenti, temibili non meno in pace che in guerra, trasformarono la stessa guerra da un'attività spasmodica in una normale. La necessità di più costosi strumenti di guerra mise le città nelle mani di oligarchie usuraie che finanziavano la funesta politica dei governanti, vivevano lussuosamente dei profitti e del saccheggio, e cercavano di rinforzare le loro posizioni spalleggiando il dispotismo che ne derivava. In una crisi economica i fucili della soldatesca mercenaria potevano essere girati contro i miserabili sudditi ai primi segni di ribellione.

Nel Medioevo il soldato era stato costretto a dividere il potere con l'artigiano, il mercante, il prete: ora nel sistema politico degli Stati assoluti ogni legge era in realtà divenuta una legge marziale. Chiunque potesse finanziare l'esercito e l'arsenale era in grado di diventare il padrone della città. Sparare significò l'arte di governo: era una via spiccia per chiudere una discussione imbarazzante. Invece di accettare gli accomodamenti abituali che assicurarono la salutare espressione delle diversità di temperamento, interesse e fede, le classi dirigenti potevano fare a meno di tali metodi di «do ut des»: il loro linguaggio non conosceva il verbo dare che in seconda persona. Il fucile, il cannone, l'esercito permanente contribuirono a formare una razza di governanti che non riconosceva altra legge se non quella della propria volontà e del proprio capriccio, quella bella razza di tiranni talvolta sciocchi, talvolta intelligenti, che sublimarono i sospetti e le delusioni di uno Stato paranoico in un rituale politico.

Morte al Re

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Morte al Re

Luigi Galleani
 
E maledetto il re! dei galantuomini
dei ricchi il re che viscere non ha!
 
È inteso: l'anarchismo è iconoclasta.
Coltivare sulle tombe dei precursori il culto d'una nuova fede, erigere sui patiboli gli altari e i simboli d'una nuova religione, elevare intorno alle urne dei martiri il te-deum della beatificazione, non è nei nostri desideri, nei nostri propositi, nelle nostre aspirazioni.
E se oggi ravviviamo nell'urna sacra dei nostri cuori la fiamma dell'olocausto di Gaetano Bresci, è per rispondere ad un più virile desiderio: quello di fugare dal tumulo del baldo giustiziere la nera coorte dei gufi che vi si raccolgono ad insultare la memoria di lui; quello di rivendicare l'eroico suo atto, che la bieca turba degli sciacalli insozza della sua lurida bava; quello di ricacciare in gola ai rigattieri della antropologia manutengola l'accusa maramalda che chiunque osi levar la mano sulla sacra ed inviolabile persona del re, non può essere che un criminale; quello di sbugiardare i rauchi menestrelli che dalle bigoncio coloniali, cantano le laudi bugiarde ai savoiardi dai rimorsi gialli.

Pensierino

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Pensierino

 

È quello che hanno fatto gli inquirenti che stanno indagando sull'inaspettata fiammata occorsa alla Parsec 3.26 lo scorso 27 aprile, in pieno lockdown, alla periferia di Lecce. E giacché Finimondo ha pubblicato un testo in cui non condannava e non si indignava per quanto avvenuto, anzi tutt'altro, e poiché gli animatori di Finimondo vivono a non troppa distanza dalla sede di quella ditta la cui ragione sociale ed economica è quella di incarnare il Grande Fratello, vuoi vedere che 1+1+…
Così oggi, lunedì 27 luglio, siamo stati tirati giù dal letto di primo mattino. No, non era la sveglia, era la Digos. È venuta ad effettuare una perquisizione e a consegnare ad uno di noi un’Informazione di garanzia. Lo sospettano di essere stato lui a lasciare «una pentola contenente benzina e due bombolette da gas di campeggio» nei pressi della ditta tecno-sbirresca salentina.

La classe politica

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La classe politica

Gaetano Mosca
 
Giurista, politologo, parlamentare nelle file della Destra, Gaetano Mosca (1858-1941) può essere considerato uno di quegli uomini di potere che ha parlato troppo. Principale teorico dell’elitismo assieme a Pareto, la sua analisi della classe politica è stata definita «il maggior contributo italiano alla storia del pensiero politico». Di sicuro, uno dei più schietti. Mosca spiega come ogni sistema di potere, quale che sia l'aspetto formale che assume, sia comunque retto da una oligarchia. In monarchia come in democrazia, è sempre una ristretta minoranza di potenti e di ricchi a decidere, a governare, a difendere i propri privilegi e ad imporre la propria volontà. Tutto il resto sono chiacchiere.

Signori, siete pazzi!

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Signori, siete pazzi!

Lewis Mumford
I pazzi governano i nostri affari nel nome dell'ordine e della sicurezza. I capi-pazzi si fregiano col titolo di generale, ammiraglio, senatore, scienziato, amministratore, segretario di Stato e persino Presidente. E il sintomo fatale della loro follia è questo: hanno realizzato una serie di atti che alla fine condurranno alla distruzione dell’umanità, con la solenne convinzione di essere persone normali, responsabili, che vivono una vita equilibrata e perseguono scopi ragionevoli.

Giorno dopo giorno, senza esitazione, i pazzi continuano a percorrere i moti inesorabili della follia: moti così stereotipati, così banali, da apparire moti normali di uomini normali, e non compulsioni di massa di persone protese verso la morte totale. Senza alcun mandato pubblico, i pazzi si sono incaricati di condurci gradualmente verso quell'atto finale di follia che corromperà il volto della terra e spazzerà via le nazioni degli uomini, mettendo probabilmente fine ad ogni forma di vita sul pianeta.


Per non chiedere

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Per non chiedere

Carlo Michelstaedter
 
Non dare agli uomini appoggio alla loro paura della morte, ma toglier loro questa paura; non dar loro la vita illusoria e i mezzi a che sempre ancora la chiedano, ma dar loro la vita ora, qui, tutta, perché non chiedano: questa è l'attività che toglie la violenza dalle radici.
— «Questo è l'impossibile».
Già: l'impossibile! poiché il possibile è ciò che è dato, il possibile sono i bisogni, le necessità del continuare, quello che è della limitata potenza volta al continuare, quello che è della paura della morte, — quello che è la morte nella vita, la nebbia indifferente delle cose che sono e non sono: il coraggio dell'impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente divien vita. Che v'importa di vivere se rinunciate alla vita in ogni presente per la cura del possibile. Se siete nel mondo e non siete nel mondo, — prendete le cose e non le avete, mangiate e non siete affamati, dormite e siete stanchi, amate e vi fate violenza, se siete voi e non siete voi. —

Stato

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Stato

Come tante altre, la concezione dello stato ha origine nella tendenziosa associazione di due parole. Si è voluto confondere stato (maniera d'essere) e stato (potere centrale), e quest'ultimo termine poco per volta ha acquistato il carattere ineluttabile di una necessità naturale di cui in origine era sprovvisto. Così lo stato, governo, è divenuto stato di fatto e lo stato civile, stato d'animo. Ora, se la lunghissima esperienza che gli uomini hanno dello stato (amministrazione) li riduce ad uno stato (situazione) sempre meno sopportabile, è significativo constatare per contro che i rari esempi di non-stato (assenza di governo) coincidono con uno stato (disposizione) di totale allegrezza negli individui. La tundra desolata in cui risuona il riso degli Eschimesi ne fornisce un impressionante esempio. È chiaro che il non-stato è il solo stato che si possa oramai tollerare.

Elogio dell’incendio

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Elogio dell’incendio

Anne Archet
 
Gli incendi — siano essi intenzionali o causati da fulmini — fanno parte da millenni di parecchi ecosistemi. Sappiamo che prima della colonizzazione europea, gli incendi controllati venivano usati da diversi popoli autoctoni per modificare in modo favorevole il proprio habitat. Tra i molti vantaggi, hanno contribuito a facilitare gli spostamenti eliminando i grossi arbusti, ad aumentare la fauna selvatica, a rendere più produttivi gli alberi da frutta e da noci. 
Era una tattica di sussistenza perfezionata nel corso di generazioni.
Al colonizzatore giunto dall'Europa densa e sedentaria, gran parte di ciò che chiamiamo Nord America appariva come una natura selvaggia ed incontaminata, con grandi distese di terre vergini o appena toccate. In realtà l'intero continente era, in un certo senso, un vasto complesso di culture composto da un numero incredibile di habitat variegati sostenuti da pratiche diverse, fra cui il fuoco controllato che, su vasta scala, ha contribuito anche a stabilire e a mantenere i confini tra le praterie e le foreste.

Small is beautiful?

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Small is beautiful?

«Ho studiato il fenomeno della dedizione, spesso cieca, dei tecnici per il proprio compito.
Considerando la tecnologia moralmente neutra, costoro erano privi del minimo scrupolo
nello svolgere le loro attività. Più tecnico era il mondo che ci imponeva la guerra, 
più pericolosa era l'indifferenza dei tecnici davanti alle conseguenze delle loro attività anonime».

Albert Speer, architetto membro del partito nazista 
e Ministro per gli armamenti e la produzione bellica dal 1942 al 1945

 
Nel 1959, un fisico che aveva partecipato al programma di ricerca che ha portato alla costruzione della bomba atomica, fece una curiosa presentazione in una università californiana. Concluse pronunciando parole che volevano essere profetiche, come si addice ai grandi visionari della scienza: «C'è molto spazio in fondo alla scala». Per decenni la sua profezia generò più speculazioni che accurate ricerche. Fino al giorno in cui i primi laboratori di ricerca cominciarono, negli anni 80, a dedicarsi allo studio dell'«infinitamente piccolo».

Traditori della razza

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Traditori della razza

Race Traitor
 
Nata nello spirito di John Brown, la rivista Race Traitor (1993-2005) fu fondata da Noel Ignatiev e John Garvey per dar voce al Movimento del Nuovo Abolizionismo. Il suo obiettivo era quello di abolire la razza bianca bloccando le istituzioni e le pratiche che la riproducono (ad esempio, il sistema di giustizia penale, il sistema educativo, il mercato del lavoro). A tale scopo, Race Traitor esortava le persone nominalmente classificate come bianche a sfidare le «regole bianche» in modo così vigoroso da mettere a repentaglio i propri privilegi, diventando «traditori della razza» in grado di dare vita a nuovi rapporti. Sebbene nata su iniziativa di professori universitari legati all'estrema sinistra, Race Traitor non fu mai indulgente né col gergo accademico né con la retorica attivista-militante. 
Il testo che segue, apparso alcuni anni fa su Machete, era stato ricavato da ampi stralci degli articoli: Abolish the white race – By any means necessary (n. 1, inverno 1993), When does the unreasonable act make sense? (n. 3, primavera 1994), Anti-fascism, “anti-racism” and abolition (n. 3, primavera 1994).

«Negazionista sarà lei!»

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«Negazionista sarà lei!»

 

Forse è il destino di ogni concetto quello di nascere con un significato preciso, crescere poco alla volta di dimensione estendendo la propria ombra, fino ad invecchiare diventando fiacco, confuso, traballante, e magari pure rinsecchito. Come un impero che, a furia di espandersi per imporre la propria potenza, finisce per indebolirsi. Prendiamo ad esempio il concetto di negazionismo, il cui significato potrebbe essere quanto mai chiaro. Per definizione con questo termine si indica una corrente del revisionismo la quale, attraverso l'uso di uno scetticismo storiografico portato all'estremo, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea connessi al fascismo e al nazismo, ma in alcuni casi si spinge fino a negarne la stessa esistenza (per esempio, dell'uso delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti).
Ora, va da sé che per la stragrande maggioranza delle persone il termine negazionismo emana un tale tanfo di carogna che può essere apprezzato solo per malafede o per ignoranza.

Tecnologia, incubi e poesia

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Tecnologia, incubi e poesia

 
Scienza e tecnologia, due tentacoli che misurano il mondo. Difficile scappare dai loro ragionamenti, dalla loro neolingua, dalla loro configurazione della vita sulla terra. Esse non sono nate per caso. La loro mannaia sulle esistenze – fra becero scientismo, progresso tecnico e regresso emozionale – fissa ciò che ci circonda in due momenti ben precisi, l’uno inscindibile dall’altro: la nascita del mercato e il passaggio in cui lo Stato diviene l’unica organizzazione sociale esistente. 
Senza l’avanzamento tecnico, il commercio della coltivazione delle terre non avrebbe fatto balzi da gigante nella storia dello sfruttamento terreste. Senza tecnologia, le prime macchine industriali non avrebbero trasformato la produzione nell’unico modo concesso di esistere – egemonizzando lo spazio e devastando il tempo – con la conseguenza della creazione di enormi agglomerati urbani sostenuti da una miriade di infrastrutture come ferrovie, miniere e gallerie. Dalla campagna alla città, la parola d’ordine rimane sfruttare il più possibile, per permettere a pochi cialtroni di mantenere i propri privilegi e ad altri in ascesa di acquisirne di nuovi.

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