Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Gaetano Bresci (29 Luglio 1900)

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Gaetano Bresci (29 Luglio 1900)

Noi non siamo idolatri: ravvivando tra le ceneri dell'indifferenza e dell'oblio le faville dei ricordi cari all'anima irrequieta ed il nome dei temerari che 
avvolto all'asta il glorioso labaro 
senza orgoglio di duci
l'agitarono in un'ora bieca di proscrizione, in un'ora squallida di viltà, noi cediamo a ben più umano desiderio, a ben più libero voto che non sia quello di erigere tra la garrota e la mannaia i simboli di una nuova fede, gli altari, il culto ed i riti di una nuova religione.
Ogni religione, sia pur quella dell'audacia, dell'abnegazione o dell'eroismo, si alimenta di rinunce squallide e rassegnate degli asceti senza nervi e senz'anima che nei taumaturgi riassumono la magica virtù e la miracolosa potenza di fare per tutti quello che nessuno osa più tentare né fare da sé.
Altro insegnamento rampolla dall'azione ed altro vogliamo noi.

Silenzio! Bruciano le antenne…

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Silenzio! Bruciano le antenne…

Se il silenzio fa paura, forse è perché l’assenza di rumori familiari tende a farci ripiegare in noi stessi. Quando si avanza nell’oscurità silenziosa, non è raro parlare a se stessi, fischiettare un ritornello, riflettere ad alta voce per non ritrovarsi in preda all’angoscia. Ciò non è semplice e può anche esigere un po’ di esercizio, dato che le nostre menti sono state condizionate ad identificare silenzio con pericolo, oscurità con rischio. È l’angoscia a provocare il vuoto, il sentimento di trovarsi sul bordo dell’abisso e di non essere capaci di distogliere gli occhi dal baratro che si apre davanti a noi. Eppure, è proprio in quei momenti che si ha la propensione a trovarsi ancora più vicini a se stessi, senza intermediari, con una presenza di spirito e un’emozione molto più decise.

Difficile trovare ancora silenzio o oscurità nel mondo moderno.

Puzza di marcio

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Puzza di marcio

 

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio...

Il lavoro è un crimine

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Il lavoro è un crimine

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.

Apocalisse e ragion di Stato

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Apocalisse e ragion di Stato

N. C. 
 
A Parigi, Robert Oppenheimer ha dichiarato che, lui, all'Apocalisse atomica ci crede; e ha anche spiegato che, per Apocalisse, egli intende la distruzione dell'umanità, non solo un qualche immenso disastro: €«Non è più lecito credere che il genere umano possa sopravvivere a una guerra atomica». Interrogato sull'efficacia di un controllo internazionale o di un accordo di disarmo, il celebre fisico ha risposto che si tratta di palliativi, e per di più irrealizzabili, perché, data l'evoluzione attuale della scienza, ogni misura di controllo su cui ci si accordasse sarebbe probabilmente superata dopo due anni. Quanto alla «bomba pulita» di cui va così fiero il suo collega Edward Teller, Oppenheimer ha fatto notare che si tratterebbe pur sempre di un congegno capace di distruggere ogni cosa nel raggio di ottocento chilometri quadrati, quindi non eliminerebbe il carattere di «suicidio cieco» implicito nell'uso di armi simili.
La ragione del pessimismo di Oppenheimer è semplice: egli non ha alcuna fiducia nella saggezza non solo, ma neppure nel semplice comprendonio, degli uomini di Stato, dei militari e degli esperti da cui dipendono, oggi, le €«grandi decisioni».

Che cosa è fallito

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Che cosa è fallito

A. Visalli
 
È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s'è pensato molto ad organizzare, s'è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla.

Il primo incontro con il male

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Il primo incontro circostanziato con il male

Robert Musil
 

Dobbiamo ora far seguire due parole a proposito di un sorriso, e cioè un sorriso fornito per giunta d’un paio di baffi, fatti apposta per la prerogativa maschile di sorridere sotto i medesimi; si tratta del sorriso degli scienziati che erano accorsi all’invito di Diotima e che avevano sentito parlare i famosi letterati e artisti. Benché sorridessero, non bisogna credere, Dio guardi, che sorridessero ironicamente. Al contrario, era la loro espressione di rispetto e d’incompetenza, di cui s’è già accennato. Ma neppure questo deve trarre in inganno. Nella loro coscienza era così, ma nel subcosciente, per adoperare questa parola d’uso corrente, o per dir meglio nel loro stato d’animo collettivo, erano uomini nei quali la tendenza al male rumoreggiava come il fuoco sotto una caldaia.

Le colonie anarchiche

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Le colonie anarchiche

Élisée Reclus
 
Questa terra promessa di cui abbiamo visto sparire il miraggio, potremo vederla riapparire più durevole quest'altra volta? In mezzo ad una società malvagia e così bizzarramente incoerente, giungeremo a raggruppare i buoni in microcosmi distinti, che si costituiscano in falangi armoniche, come chiedeva Fourier, e che sappiano far coincidere la soddisfazione di tutti i loro piccoli interessi con l'interesse comune, e armonizzare le loro passioni in un insieme potente e pacifico nello stesso tempo, senza che nessuno dei componenti la comunità possa averne a soffrire? 
In una parola, gli anarchici riusciranno a crearsi delle Icarie al di fuori del mondo borghese?
Non lo penso né lo desidero.

L'equilibrista

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L'equilibrista

Jean Bloch-Michel

L'uomo di sinistra si tiene su una corda tesa. La situazione dura da anni e si potrebbe pensare che egli ci sia abituato; ma non è così. Il suo equilibrio precario era dovuto alla sua duplice condanna dello sfruttamento comunista e di quello capitalista. Era una specie di bilanciere: i campi di concentramento sovietici da un lato, l'oppressione coloniale dall'altro; la schiavitù dei lavoratori nella Russia sovietica, la miseria degli operai nell'Occidente, torture, oppressioni poliziesche e repressioni ripartite pressoché egualmente fra i due sistemi, bastavano a giustificare un duplice rifiuto.
A dire la verità, questa situazione non aveva nulla di comodo.

C'è da fare

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C'è da fare

Una volta, tanto e tanto tempo fa, in un'epoca ormai così lontana da sembrare mitica, la teoria e la pratica costituivano i due poli magnetici di una vita umana che si potrebbe definire responsabile. Non una esistenza trascinata nelle mutilazioni imposte da abitudini o eredità, ma una vita piena, lanciata verso una prospettiva scelta in maniera autonoma piuttosto che trovata già pronta e determinata. Qui teoria e pratica, pensiero e azione, andavano di pari passo tenendosi mano nella mano. Le riflessioni servivano ai riflessi tanto quanto i riflessi servivano alle riflessioni. Si alimentavano, si stimolavano e si correggevano reciprocamente. Pur avendo entrambi le loro esclusive esigenze — i loro tempi, i loro spazi, i loro strumenti — non venivano mai percepiti come contrapposti, ma come complementari.

Sentimenti ed interessi

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Sentimenti ed interessi

F. Bentivoglio
 
È oramai verità assimilata e digesta anche dai cervelli più ottusi, che la ragione più vera e maggiore della guerra è l'ingordigia capitalista. Una ragione di carattere economico, dunque. Però se questa è la causa determinante della guerra, ben altra natura e diversi sede ha la causa che la guerra rende possibile.
La grande banca, la grande finanza — che sono il termometro della vita sociale odierna — vogliono la guerra.
I lavoratori, la grande massa del popolo — che della vita sociale, in tutte le sue manifestazioni, sono il lievito quotidiano e necessario — la fanno.
Che quest'ultimo, il popolo lavoratore cioè, non abbia nessun interesse economico nella guerra, è verità tanto chiara quanto dolorosa.
Va alla guerra la plebaglia, ubbidendo ad un impulso dell'animo pervertito, affascinato da una bugiarda illusione, ubriacato da malsane passioni.

Un dimenticato: Paolo Lega

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Un dimenticato: Paolo Lega

Se fossimo dei bigotti, o almeno dei fatalisti, pensando a questo dimenticato, a Paolo Lega — poiché è di lui che vogliamo parlare — diremmo che l'uomo dalla nascita alla morte è prigioniero di una buona o di una cattiva stella. Quelli che nascono sotto una buona stella, qualunque cosa facciano, qualunque vita conducano sono certi d'essere sempre assecondati dalla fortuna; gli altri invece, quelli nati sotto una stella cattiva, malgrado tutto sono sempre sfortunati.
Così deve essere di Paolo Lega.
È una ingiustizia, è una dimenticanza colpevole per noi anarchici, che periodicamente amiamo rievocare le figure generose dei ribelli i quali diedero la vita per sopprimere un tiranno, per insegnare alla folla anonima l'unica via che deve percorrere se vuole giungere alla sua più alta redenzione; è una ingiustizia, è una dimenticanza che ameremmo vedere riparata, non perché portiamo un culto speciale alla memoria di Paolo Lega, ma perché sappiamo che egli, come tutti gli altri, è degno del nostro ricordo, della nostra riconoscenza.

È per questo che oggi, mentre ricordiamo il giustiziere gagliardo di Umberto I, ci piace di rievocare chi volle fermamente, pur non riuscendo nello scopo, giustiziare Francesco Crispi.


I misfatti del lavoro

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Sui misfatti del lavoro

Attila Toukkour
 
«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, "Dizionario del Diavolo"
 
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.

Intorno ad uno sciopero

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Intorno ad uno sciopero

Mariuzza [Luigi Galleani]
 
Bisogna persuadersene: senza il proletariato non si fanno rivoluzioni; senza aver guadagnato alle finalità estreme dell'emancipazione — non dico la parte più numerosa, che questa se ne persuaderà soltanto dinnanzi al fulgore della vittoria e dei benefici che questa recherà con sé — ma la parte sua più intelligente, più evoluta e, conseguentemente, più vigile e più attiva, le rivoluzioni non ripagano che di scherni e disinganni gli enormi sacrifici di sangue e di energie che sono costate, e non conchiudono se non ad un disperato mutamento di basto e di padrone.


Questa non è una critica alla narrazione!

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Questa non è una critica alla narrazione!

 

Mira al proselitismo pur senza ricorrere a idee e argomenti, giocando sui meccanismi inconsci delle persone. La sua tecnica oratoria può essere definita di tipo emotivo. Scambia i fini con i mezzi. La sua glorificazione dell'azione, di qualcosa che è in atto, cancella e nel contempo sostituisce l'obiettivo del cosiddetto movimento. L'aspetto fondamentale del suo discorso consiste nel promuovere strumenti.

Le cose che può dire sono limitate per tatticismo psicologico (una certa vaghezza rispetto agli obiettivi è in parte dovuta alla sua natura intrinsecamente ateorica, in parte all'intento finale di ingannare i propri seguaci, ragione per cui il leader deve evitare qualsiasi espressione che successivamente possa fornire lo spunto per incastrarlo).

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