Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Abbasso la logica del lavoro

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Abbasso la logica del lavoro

Wolfi Landstreicher
 
1. In mezzo ai non-morti
Poche persone, oggi, vivono per davvero. Pochissime sperimentano la vitalità del loro divenire nel presente. Qualcuna si allunga per agguantare l’energia del suo desiderio al fine di creare quel divenire... Le altre, invece, lavorano.
 
2. Sonnambulismo
Posso sognare un mondo in cui esseri unici percorrono la propria strada, ogni movimento, ogni passaggio per le strade, i giardini, qualcosa di selvatico, una danza, un gioco, un viaggio in un’avventura senza fine. Ma questo sogno diurno è smentito dalla realtà non appena la mia mente vagante viene scossa e fatta rientrare nel corpo barcollante, giusto in tempo per evitare di andare a sbattere in qualche altro sonnambulo distratto. Che mondo senza grazia e privo di gioia, il mondo del lavoro.

Staccare la spina!

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Staccare la spina!

È un’espressione entrata nel linguaggio comune, che può avere svariati significati. Può indicare l’interruzione dell’alimentazione di una macchina, come quando si spegne l’apparecchiatura che continua a mantenere artificialmente in vita chi è già considerato clinicamente morto. Analogamente, può indicare l’atto con cui si provoca la fine di qualcosa che è in profonda ed irreversibile crisi. Insomma, si stacca la spina ai malati terminali come ai governi senza consenso. Ma può anche indicare la cessazione di un lavoro particolarmente stressante, i cui ritmi serrati non permettono di dedicarsi a se stessi e la cui routine ci impedisce di vivere, concedendoci al massimo di funzionare. Si stacca la spina quando non si hanno più speranze: speranze di vita, di gioia, di dignità.

Quando non c’è più vita — vita reale, autentica, non un suo surrogato — c’è solo una cosa da fare: staccare la spina. Per morire definitivamente, forse. Ma anche e soprattutto per trovare il tempo e la possibilità di ricominciare a vivere.

Alla radice delle idee

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Alla radice delle idee

Democrazia e Anarchismo

Armando Borghi
 
Il momento che attraversiamo è dei più difficili. Momento di eccezione, si dice. Non saprei se la definizione sia poi tanto giusta. Cosa c'è infatti di meno eccezionale che la crisi, la reazione, l'imperialismo nel regime borghese?
È forse meno eccezionale il periodo di pacifismo sociale che non quello come l'attuale, per quasi tutta Europa, di disequilibrio, di frenesia autoritaria, di sconvolgimento?
In ogni modo acconciamoci pure a passar sopra a questo particolare. Ammettiamo che questo sia un periodo di eccezione. Domandiamoci allora subito: le idee devono subire una moratoria o un'inflazione (adottiamo un linguaggio... di moda) durante i periodi eccezionali?
Dico le idee: si intende le nostre idee.
È qui un problema di capitale importanza.

Sognatori dell’Assoluto

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Sognatori dell’Assoluto

Hans M. Enzensberger
 
I comunisti non hanno mai cessato di coprire Savinkov e i suoi amici di ingiurie e sarcasmi. La prefazione dell’edizione russa delle sue memorie è stata scritta da un certo Felix Kon. Caratterizzava i cospiratori del 1905 con questi epiteti: «isterici, schiuma alla bocca, calunniatori, piccoli borghesi senza scrupoli, sognatori decadenti».
È il vocabolario tradizionale delle polemiche comuniste che da sempre hanno avuto un tono singolare, pieno di urla e di astio. Le obiezioni politiche contro le concezioni dei terroristi hanno un peso maggiore. È in effetti sorprendente constatare che i grandi avvenimenti del 1905 in Russia non erano per Savinkov che dei fatti accessori: i disordini di Pietroburgo, la domenica di sangue, le dimostrazioni, l’enorme ondata di scioperi dell’autunno di quell’anno, tutta questa prima rivoluzione russa che è fallita, ma che ha strappato al governo zarista delle concessioni decisive, tutto questo avveniva fuori dal campo visivo del «terrorista individuale».

Il Feticcio dello Stato

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Il Feticcio dello Stato

Luigi Fabbri
 
Un fenomeno che sembrerebbe autorizzare il peggior pessimismo sull’intelligenza umana è il vedere come gli uomini stentino a sottrarsi alle più dannose e peggiori superstizioni, e come, anche quelli che se ne sono liberati, tendano a ricadervi o per lo meno a sentirne sempre un po’ di nostalgia.
Ne vediamo l’esempio nel mondo sociale e politico contemporaneo nella ingiustificabile rivalorizzazione dell’istituto dello Stato, dopo che la critica di quasi un secolo — non soltanto degli anarchici —, lo aveva irrimediabilmente screditato, e più ancora l’ebbe screditato coi fatti la sua medesima onnipotenza materiale dimostratasi sempre più inutile per il bene e solo capace di fare il male. Fa pena vedere come anche degli spiriti illuminati e animati dalle migliori intenzioni si lascino riprendere dall’illusione di trovare nello Stato un’ancora di salvezza in mezzo all’attuale tempesta, e non vedano come in realtà esso non sia che il carico di piombo che solo può trascinare nell’abisso la nave già pericolante dell’umana civiltà.

Un anno fa, Hiroshima

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Un anno fa, Hiroshima

Hisashi Tôhara
 
Il testo che segue è rimasto sepolto in un cassetto per oltre mezzo secolo. Nel 1945 Hisashi Tôhara era uno studente di 18 anni e viveva ad Hiroshima. Fu uno dei pochi sopravvissuti all'esplosione atomica. Alcuni anni dopo incontrò una ragazza di nome Mieko e la sposò. Nel corso del loro matrimonio, durato 42 anni, Hisashi Tôhara evocò più volte la sua gioventù alla moglie, ma non volle mai raccontarle cosa accadde quel terribile 6 agosto. E lei, per rispetto del dolore vissuto dal marito, mai glielo chiese. Tre anni dopo la morte di Hisashi Tôhara, mentre metteva ordine fra le vecchie carte del marito, Mieko Tôhara scoprì alcuni fogli rovinati dal tempo, scritti su carta di pessima qualità, rilegati con un fragile filo. Erano datati 1946. Dopo averli letti d'un fiato, Mieko Tôhara si disse che dovevano essere assolutamente letti da altre persone, e che suo marito aveva scritto e conservato quel testo nella speranza che un giorno sarebbe stato reso pubblico. 

E che vuol dire?

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E che vuol dire?

«Le civiltà di massa hanno innalzato il rumore al rango di eco collettiva. Siamo arrivati al punto in cui il rumore rassicura. Il rumore ha in effetti molti meriti non trascurabili. Crea una sorta di falsa unanimità e, al tempo stesso, abolisce l'individuo, intorpidisce la coscienza. Per questo motivo, è caro all'orecchio della società. Annega ogni significato coerente nel caos di un parlare indistinto.
Il rumore è il linguaggio attuale dell'Umanità».
Georges Henein 
 
 
Ormai il fenomeno ha assunto dimensioni tali da suscitare forti preoccupazioni in chi non ne è coinvolto. Sta letteralmente dilagando in tutto il pianeta, come una pandemia. Secondo statistiche redatte da chissà chi, il nostro belpaese è il più colpito in Europa subito dopo la Turchia (e al pari della Spagna). Ne sarebbe affetta l'80% della popolazione, una cifra vertiginosa. Gli addetti ai lavori lo chiamano analfabetismo funzionale: la capacità di leggere e scrivere accompagnata dall'incapacità di comprendere il significato di ciò che si legge e scrive.

Immaginari

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Immaginari

In un mondo in ristrutturazione permanente, dove le guerre ritornano a bussare alle porte dell'Europa mentre le maglie della rete dello sfruttamento e del controllo si stringono all'interno delle frontiere; dove le tecnologie avanzate penetrano i nostri geni e mappano il nostro cervello mentre le devastazioni dell'ambiente lo rendono una catastrofe permanente; dove emozioni e sentimenti, sogni e linguaggio sono sempre più mediati da protesi algoritmiche, nulla è più certo. Il nostro grado di spossessamento è diventato tale che in ogni momento il potere dispone di enormi possibilità in tutti gli ambiti della vita, per rimandarci alla nostra miseria di nudi soggetti. Tagliare tutto è allora il minimo che possiamo fare, se vogliamo strappare tempo e spazio al dominio per sperimentare la libertà.

In questo mondo senza più sicurezze, facendo un passo indietro, ci resta tuttavia una piccola certezza, assoluta e contingente: cioè che abbiamo una sola vita, e che un giorno moriremo tutti. Un'unica certezza quindi, che in questo turbinio non dà speranze né consolazione, ma una strana indicazione.

La foresta degli espropriatori

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La foresta degli espropriatori

Penelope Rosemont
 
Un allegro bandito è in agguato dietro ad ogni albero della ridente foresta di guanti verdi, il riparo scelto per la fratellanza dei fuorilegge. Ma questo rigoglioso paradiso per trasgressori della legge ed amanti dimostra d’essere solo un impenetrabile labirinto per le forze della legge e dell’ordine.
Robin Hood e la sua banda conducono una vita di avventure, humour e amore — una vita libera dalle costrizioni della miseria quotidiana, libera soprattutto dalla necessità del lavoro. Molti studiosi dubitano che Robin Hood sia mai esistito, altri ritengono che, se davvero fosse «mai esistito» un personaggio simile, dev’essere vissuto verso il 1190. Quello che non può essere messo in dubbio è che, allora come oggi, i ricchi derubavano i poveri per diventare loro sempre più ricchi e rendere i poveri sempre più poveri. Robin Hood, il «principe dei banditi», fece del suo meglio per sistemare un po’ i conti — e farlo fu per lui un piacere.

«Voglio la mia tomba...»

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«Voglio la mia tomba...»

Questi versi sono attribuiti a Ramón Vila Capdevila detto Caracremada (1908-1963), l'ultimo partigiano anarchico spagnolo. Dopo aver partecipato alla rivoluzione del 1936, dopo aver preso parte in Francia alla Resistenza contro il nazismo, Caracremada fece ritorno in Spagna per combattere contro il fascismo del generale Franco. Rinnegato dai burocrati della CNT, che lo definivano «bandito», Caracremada morirà in un conflitto a fuoco con la Guardia Civil dopo una lunga serie di sabotaggi contro i tralicci dell'alta tensione (l'ultimo dei quali compiuto cinque giorni prima della sua morte, avvenuta il 7 agosto 1963).

Monologhi infernali machiavellici

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Monologhi infernali machiavellici

Maurice Joly
 
Il mio solo crimine è stato quello di dire la verità a re e a popoli; non la verità morale, ma quella politica; non la verità nuda e cruda, ma quella per come si presenta e sempre si presenterà. Non sono io ad aver fondato la dottrina del Machiavellismo ma l’animo umano.
Il Machiavellismo mi ha preceduto.
Ecco come formulo il mio sistema, e dubito che possiate scardinarlo, poiché è fatto solo di deduzioni di fatti morali e politici dalla verità eterna: il cattivo istinto nell’uomo prevale su quello buono.
L’uomo è più portato al male che al bene; paura e forza hanno su di lui più imperio della ragione.

Senza giri di parole

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Senza giri di parole

Inutile negare o distogliere lo sguardo: ad ogni sussulto di lucidità, abbiamo l'impressione di vivere un'epoca in cui regna il realismo cinico e la disillusione. Un'epoca in cui i rapporti sono sempre più mediati dalla tecnologia, che porta alla perdita del significato e a credere che non si possa far nulla per cambiare. Un'epoca di spossessamento generalizzato e di apatia collettiva, dove ben poche cose si oppongono al dominio del denaro, allo sfruttamento e alla mercificazione di ogni elemento del globo, di ogni lembo di vita, fino al più intimo, alla devastazione e all'avvelenamento della terra, alla crescente influenza delle polizie e degli eserciti sulle nostre vite. Per i ricchi, i padroni e gli uomini di Stato, gli affari prosperano, mentre una parte degli sfruttati, non credendo più alle favole della democrazia e del progresso, sembra essere attirata dalla peste nazionalista, dai dogmi identitari e dalle camicie di forza religiose, fomentando l'esclusione e un ritorno ai valori tradizionali.

L'unità è tirannia

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L'unità è tirannia

Federico Urales
 

Tutte le armi s'impiegano in favore dell'ideale. Secondo le sue condizioni psichiche, fisiche, intellettuali, difende il combattente la sua dottrina: colla parola o col fatto, colla persuasione o colla forza, colla simpatia o col disprezzo, coll'amore o coll'odio.

Voler rendere uguali i modi di procedere è cosa tanto difficile come il voler rendere uguali i temperamenti e le facoltà. Se la generalizzazione fosse possibile, sarebbe pure possibile dipinger quadri di un solo colore; comporre sinfonie con una sola nota, educare gli uomini ad un solo gusto.

Dal contrasto risulta l'armonia; dalla varietà delle tinte la bellezza dell'insieme.


«Quanto rende?»

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«Quanto rende?»

Edward Carpenter
 
Confesso che, occupandomi ultimamente di una mia piccola azienda agricola, rimasi molto sconcertato, o per dir meglio annoiato per l'insistenza con la quale (e ciò fin dai primi tempi, quando avevo intrapreso i lavori da soli due o tre mesi) mi si rivolgeva la domanda che è in principio di questo articolo.
E non soltanto le mie sorelle e i cugini e lo zie, ma i parenti lontani ed anche i semplici conoscenti, dopo aver udito poche parole sul mio nuovo commercio, mi opprimevano con questa domanda: quanto rende? 

Distruggere lo Stato

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Distruggere lo Stato

Jean Crones
 
Oggi due questioni entrano prepotentemente negli occhi di chi è attento: da una parte democratici ed opinioni riformiste stanno sconfiggendo la creatività sovversiva con le armi e la fandonia elettorale, dall’altra un certo antifascismo vuole obbligare il potere a restare democratico, impedirgli di diventare sempre più reazionario, dando una fiducia illimitata allo Stato. Si chiede al dominio meno bastone e più carote... Miopia neutrale e mutilazione moralizzante ci indicano che le richieste allo Stato mantengono vivo e vegeto lo stesso mostro statale, tutt’al più mostruosamente tecnologico. 
Gli esseri di questa era pensano che la società sia fatta dallo Stato e non da loro stessi. Va da sé che lo Stato non è percepito solo come un fuori. Esso è dentro di noi: occupa la totalità delle esistenze e trasforma ogni rapporto in atti burocratici o in squallide attività mercantili. L’obbrobrio burocratico lavora alla felicità di tutti, essendo un fondamentale agente e l’arbitro delle vite. La convivenza fa rima con lo Stato.

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