Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Uscire dalla comunità statale

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Uscire dalla comunità statale

Gustav Landauer
 
«Chi non si trovi d’accordo con le convinzioni della Chiesa cui formalmente appartiene dalla nascita, esca da quella comunità religiosa, con la quale non ha più niente in comune; e chi non si trovi d’accordo con i principi, le decisioni e le procedure interne all’ordine statuale in cui è nato, annunci alla comunità statale la propria fuoriuscita». Ogni spirito semplice che finora non abbia dovuto occuparsi del «diritto positivo» vigente ed effettivamente dominante sugli uomini troverà questa frase logica, ragionevole e del tutto ovvia. Tuttavia, se un uomo volesse uscire da un sistema statale senza cadere in balìa di un altro, dovrebbe rifugiarsi nelle regioni del Polo Nord. E neanche lassù sarebbe al sicuro: una volta raggiunto il Polo, infatti, il primo atto degli scopritori sarebbe probabilmente quello di conficcarvi la bandiera della propria nazione dichiarando l’annessione dei territori limitrofi, nonché degli orsi bianchi e delle foche che ci abitano.

Logorrea elettorale

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Logorrea elettorale

Brand [Enrico Arrigoni]
 
Centinaia di bocche, che per mesi non hanno cessato, come vulcani, di vomitare immondizie, si sono chiuse ieri sera: la logorrea elettorale è terminata. Ieri sera ancora, in un ultimo sforzo, in un ultimo spasmo di dialettica falsa, vuota ed insulsa, attraverso mille mezzi di comunicazione, le voci rauche, le indignazioni di comodo, gli appelli, le preghiere, le minacce di ogni pretendente al potere hanno rintronato per l'ultima volta, raccomandandosi all'elettore affinché oggi si ricordasse dei suoi servizi verso la patria, dei suoi sacrifici per il popolo, e votasse per lui. E con le raccomandazioni e le preghiere perché votasse per lui volarono per l'aria i suoi ammonimenti perché l'elettore non si lasciasse accalappiare, non si lasciasse confondere, non si lasciasse traviare, non si lasciasse turlupinare dalle false promesse dell'avversario, il cui solo scopo era di carpirgli il suo voto, che, di diritto, apparteneva a lui, il solo candidato onesto, leale sincero e servizievole che lo meritasse.

Saluti ardenti

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Saluti ardenti da qualche parte

 

Pubblichiamo una lettera del compagno latitante accusato dell’incendio dell’antenna-radio della polizia a Zurigo, avvenuto l’11 luglio 2016. La lettera è apparsa sul giornale anarchico Feuer der Knästen (Fuoco alle carceri). Il compagno era entrato in clandestinità qualche ora dopo quel sabotaggio incendiario, mentre gli sbirri bussavano già alle porte dei compagni in Svizzera. Al riguardo è stata realizzata una «raccolta di testi a proposito di sabotaggio, repressione e segnali di fumo dalla clandestinità» — Silenzio radio. Attualmente un altro compagno, anch’egli accusato di quell’attacco, si trova in carcere in detenzione preventiva dalla fine di gennaio 2019.

Tartufi

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Tartufi

Ci si lamenta spesso che la diffusione delle nuove tecnologie digitali ha modificato radicalmente in peggio il comportamento umano. Sono infatti sempre più numerosi gli studi che dimostrano come l’assalto ininterrotto al cervello umano da parte di un flusso indistinto di dati, suoni ed immagini stia provocando non pochi effetti deleteri quali la disorganizzazione del pensiero, la fuga dalla realtà, il crollo dell’empatia, il narcisismo sfrenato, la riduzione del linguaggio, la diminuzione della memoria, lo stordimento della coscienza…
Circondati come siamo da orde di zombi con lo smartphone in mano che vagano senza nemmeno vedere dove stanno andando, è difficile negarlo. Ma perché non ricordare anche qualche effetto positivo di questa grande mutazione cultural-antropologica? Un esempio? La scomparsa definitiva dell’ipocrisia come categoria morale!

Riflessioni sul processo...

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Riflessioni sul processo contro alcuni anarchici in Belgio

 

Insieme ad altri anarchici, sono stato chiamato a comparire davanti ad un tribunale dello Stato belga, accusato principalmente di far parte di quella che, all'inizio della lunga indagine, veniva definita «organizzazione terroristica», ma che alla fine è stata riclassificata come «associazione di malfattori». Non scrivo queste righe per avviare un qualsiasi dialogo indiretto con le istituzioni statali, né per raccontare la mia vita, ma semplicemente per strappare il velo di silenzio che lo Stato potrebbe essere intenzionato a stendere sulle eventuali condanne. 
 
La rivolta contro il potere, la lotta per la libertà, ha sempre accompagnato la storia umana. Per meglio dire, a mio parere sfidare il potere costituito è cruciale per la storia umana sulla terra — e, alla luce dell'attuale società titanica che sprofonda in oceani di sangue, sofferenza, disperazione e tragedie indicibili, alquanto paradossale.

Nessuna vittoria nessuna sconfitta

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Nessuna vittoria nessuna sconfitta



«Gli anarchici hanno sempre perso, non hanno mai vinto nulla». Non è raro sentire frasi del genere anche tra i nemici dell'autorità, assaliti dall'esitazione o dal rimorso. Questo genere di sentenze definitive arriva talvolta ad apostrofare i dibattiti sulle lotte recenti, quando non s'intromettono con sicumera nelle discussioni sui contributi degli anarchici durante i sollevamenti, le insurrezioni e le rivoluzioni di un passato ormai trascorso. Pensando alle orgogliose colonne dei gioiosi miliziani anarchici, che brandivano armi, bandiere ed intonavano canti per sollevare i cuori, mentre lasciavano Barcellona nel luglio del 1936, emettiamo un sospiro nostalgico che ci porta dritti alla malinconia così caratteristica in molti anarchici – secondo un noto cantante – per concludere fatalmente: «Perderemo sempre, siamo le pecore nere della storia».
Eppure, se le speranze possono spesso infiammare il tenero cuore degli anarchici, non dimentichiamo che anche la disperazione è stata un fiele che ha accompagnato molti dei loro viaggi. Innamorati dell'idea, odiavano allo stesso modo gli oppressori. È così che l'amore appassionato che bruciava la loro vita di desideri rasentava un odio feroce che poteva colpire implacabilmente e versare il sangue dei tiranni, dei loro tirapiedi e dei loro adoratori. Ma perché parlare al passato? Quell’universo, quel vocabolario, quel mondo interiore degli anarchici, è forse cambiato? Non si sono accese le speranze quando centinaia di migliaia di oppressi si sono sollevati contro i regimi in carica in molti paesi alcuni anni fa, durante le cosiddette «primavere arabe»? La disperazione nel vedere quei sollevamenti venire liquidati da una reazione dalle molteplici facce non ha armato le braccia di molti di loro per colpire, ancora una volta? Eppure là non c'era traccia di fatalismo, che come vedremo si trova altrove...

Per ricantare amore

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Per ricantare amore

Virgilia D’Andrea
 
Aprite la prigione, o carceriera!

È tanto tempo che non vedo il cielo…
 
Voglio sognar che splenda primavera

Fresca ed aulente nel gemmato velo.
 
E date, al sogno, palpito di sole!…

Tanto… il pensier, non muterà giammai:


Fissate le luci, miei cari!

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Fissate le luci, miei cari!

di Jordan Brown (2017)

 
Viviamo in un mondo di schermi. L'adulto medio trascorre la maggior parte delle sue ore di veglia davanti allo schermo di un dispositivo. Siamo abbacinati, siamo letteralmente dipendenti da Facebook, Google, Instagram, Twitter...
Come siamo arrivati a questo punto?
Chi ne trae beneficio? Qual è il loro impatto sugli esseri umani e sulla società nel suo insieme? Cosa succederebbe se l'intera esistenza umana venisse ridotta alla portata di un clic? Ed è davvero questo che vogliamo?


L’incendio

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L’incendio

Louis ***
 
La struttura della cattedrale di Parigi non ha ancora finito di consumarsi che già tutti i poteri istituiti al gran completo invocano di serrare i ranghi attorno a quel simbolo di sottomissione. È stato tosto ricordato in continuazione che per secoli quel monumento ha visto passare nella sua navata re, papi, imperatori ed altri presidenti di tutta Europa, anzi del mondo.
In piena crisi sociale, mentre da mesi si insiste con la cantilena che le casse sono vuote, che il trattamento omeopatico dell'ingiustizia, della povertà e della miseria costa decisamente troppo, essendo le ceneri ancora calde, ecco piovere milioni a profusione e in maniera indecente. Tutto il bel mondo si congratula di fronte alla cosiddetta generosità di alcuni miliardari...

L’invenzione del capitalismo

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L’invenzione del capitalismo

Y. L.
 
«... tutti, tranne gli idioti, sanno che le classi inferiori 
devono essere tenute nella povertà, altrimenti non lavorerebbero». 

Arthur Young (1771)

 
La dottrina economica della nostra cultura afferma che il capitalismo è sinonimo di libertà individuale e società libera, giusto? Beh, se vi siete già detti che questa logica è una bella stronzata, vi consiglio di leggere un libro intitolato The Invention of Capitalism, scritto da uno storico dell’economia chiamato Michael Perelman, il quale è stato costretto ad esiliarsi alla Chico State, sperduta università della California rurale, per via della sua mancanza di simpatia verso l’economia di mercato. Perelman ha usato il periodo del suo esilio in uno dei modi migliori, esplorando e sfogliando le opere e la corrispondenza di Adam Smith e dei suoi contemporanei allo scopo di scrivere una storia della creazione del capitalismo che andasse oltre la superficiale favola La ricchezza delle nazioni; egli ci propone quindi di leggere i primi capitalisti, economisti, filosofi, sacerdoti e politici attraverso le loro stesse parole. E non è bello da vedere.

Generosa Gioventù Iconoclasta

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Generosa Gioventù Iconoclasta

Severino Di Giovanni
 
Da Henry, Caserio a Lucetti, fino ad Anteo Zamboni; da Bruno Filippi a Renzo Novatore e senza dimenticarci di Aguggini e di Mariani, la falange giovanile dei grandi iconoclasti sembra non voglia estinguersi.
In questi ultimi attimi di vita rivoluzionaria, la gioventù — non meno gli anziani — sta scrivendo nella sua storia indomita, a colpi di maglio, tutte le sue esuberanti virtù eroiche. A poca distanza — gli anni e i mesi nel tempo eterno sono minuti secondi — come una infrangibile catena d'acciaio, essi, i giovani iconoclasti, i grandi generosi dall'animo eroico e dal pugno sodo, dimentichi di sé e del loro avvenire, con una raggiante visione dell'ideale, si sacrificano per l’umana libertà.
E nella loro grande generosità, nel loro grande amore sconfinato, non vedono dinanzi nessuna barriera, nessun inciampo, ma una larga strada spazzata da tutti gli insormontabili ostacoli che il feroce Moloch pone d'intralcio.

Guarda che bel fungo!

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Guarda che bel fungo!

«Un individuo mangia dei funghi e s'avvelena. Il medico gli dà un emetico e lo salva. Il guarito corre subito dal suo cuoco e gli dice:
— I funghi di ieri in salsa bianca mi hanno avvelenato! Domani li farai con salsa nera.
Il nostro individuo mangia i funghi con salsa nera. Secondo avvelenamento, seconda visita dal medico e seconda cura con emetico.
— Perbacco! — dice al cuoco — Non voglio più funghi con salsa nera né con salsa bianca. Domani li friggerai.
Terzo avvelenamento con accompagnamento dal medico ed emetico.
— Questa volta — esclama il nostro uomo — non mi farò fregare! Mastro Giacomo, fate i funghi canditi.
I funghi canditi lo avvelenano di nuovo.
— Ma è un imbecille — direte voi — Ch'egli getti i funghi nell'immondezzaio e non ne mangi più.
Siate meno severi, ve ne prego, perché questo imbecille siete voi, siamo noi, è l'umanità intera. Sono ormai quattro o cinquemila anni che confezionate lo Stato — cioè il Potere, l'autorità, il governo — in tutte le salse, che fate, disfate, tagliate, limate Costituzioni su tutti i padroni e che l'avvelenamento continua.
Avete provato con i re legittimi, con i re di fatto, con i governi parlamentari, con le repubbliche unitarie e centralizzate, e la cosa che più vi danneggia, il dispotismo, la dittatura di Stato, l'avete scrupolosamente rispettata ed accuratamente conservata».
(Athur Arnould, Stato e Rivoluzione, 1877)
 

Il placebo del cittadinismo

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Il placebo del cittadinismo

«Medicamento dato più per compiacere il paziente che per fornirgli beneficio»
Hoopers Medical Dictionary, 1811
 
È uno dei più diffusi e comuni esperimenti che vengono fatti in ambito medico-farmacologico. La comparazione in termini di efficacia tra un nuovo preparato o un nuovo procedimento testato su un gruppo di pazienti, ed una sostanza neutra e innocua – il placebo appunto – somministrata ad un altro gruppo altrettanto numeroso di pazienti. Affinché l'esperimento risulti attendibile, sia i pazienti che il medico incaricato non devono assolutamente sapere a chi verrà dato il farmaco vero e a chi quello fasullo (metodo «doppio cieco»). Da qui la possibilità di verificare l’esistenza dell’effetto placebo, il quale presuppone che determinate malattie possano migliorare o addirittura guarire con la somministrazione di sostanze innocue semplicemente perché sono state prescritte al paziente come medicine. 

Attacco!

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Attacco!

Ogni mattina, il suono della sveglia mi strappa al sonno. Atto primo: accendo il mio cellulare.
Tramite satelliti, snodi di comunicazione, antenne e quant’altro, il mio telefono si sincronizza con quelli di tutti gli altri. Viviamo la stessa vita nello stesso tempo. Connesso ad internet, qualcosa di invisibile mi attraversa, il mio telefono invia e riceve incessantemente. Non appena il ritmo della notte viene ucciso dalla suoneria ed io mi sincronizzo con il mondo in rete, è un altro tempo a dominare. Lo staccato di trasmissioni in diretta, di ininterrotta accessibilità, di permanente disponibilità, di tempi ed appuntamenti, di orari e scadenze. Atto secondo: stacco il mio cellulare dalla presa. Senza elettricità, non sarebbe nulla, solo plastica e ferraglia con qualche elemento di terre rare. È grazie alla produzione di elettricità dipendente dal nucleare e dal carbone che una rete globale, un'infrastruttura critica che garantisce la nostra vita quotidiana, può funzionare, con l'ausilio di specialisti protetti dalla polizia e dall'esercito.

Invisibile ma vero

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Invisibile ma vero

 

A qualcuno non sarà sfuggito che gli Champs Élysées in fiamme lo scorso sabato potevano essere considerati una magnifica commemorazione della Comune di Parigi. Chissà in quanti lo avranno pensato. «Parigi respirava!... Dovunque si agitava una vita intensa... Addio al vecchio mondo e alla diplomazia», scriveva Louise Michel a proposito degli avvenimenti cominciati il 18 marzo 1871 a Parigi. «La Comune è stata la più grande festa del XX secolo» — chiosarono un secolo dopo i situazionisti. «È stato fantastico, di una gioia impressionante» — ci ha scritto un anonimo compagno a proposito del 16 marzo 2019 a Parigi. L'ebbrezza della rivolta, nell'assalto al potere ed alle sue piccole mortificazioni quotidiane, un piacere che non ha bisogno di capi... ah, già, a proposito, e i capi?
Che tristezza, nemmeno i leader rivoluzionari sono più quelli di una volta. Se il 18 marzo 1871 l'aspirante generale dell'insurrezione Blanqui non poté partecipare alla sollevazione, è perché si trovava in prigione. Temendo la sua influenza su un clima sociale ormai incandescente, il capo del governo Thiers era corso ai ripari e lo aveva fatto arrestare il giorno precedente. Ebbene, pare proprio che il 16 marzo 2019 nemmeno l'autoproclamatosi erede di Blanqui abbia potuto (tentare di) cavalcare la rivolta per le strade di Parigi, ma per un motivo assai più volgare: era, ed è tuttora, in giro per l’Italia a vendere la sua merce editoriale.

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