Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Lucidità

Brulotti

Lucidità

J. S.

Quello che il presidente della repubblica stava per comunicare, addio, addio, ci vediamo, era già noto a tutti, ma è comprensibile che le persone fossero curiose di vedere come se la sarebbe cavata. Ecco dunque il discorso completo, cui mancano solo, per insormontabile impossibilità di trascrizione, il tremore della voce, la compunzione del gesto, l’acquetta occasionale di una lacrima a stento trattenuta.
Vi parlo con il cuore in mano, vi parlo squassato dal dolore di un allontanamento incomprensibile, come un padre abbandonato dai figli che ha tanto amato, smarriti, perplessi, loro ed io, di fronte a un susseguirsi di alcuni avvenimenti insoliti che sono venuti a spezzare la sublime armonia familiare. E non dite che siamo stati noi, che sono stato io, che è stato il governo della nazione, nonché i deputati eletti, che ci siamo separati dal popolo.
Siete voi, sì, soltanto voi, i colpevoli, siete voi, sì che ignominiosamente avete disertato dal concerto nazionale per seguire il cammino contorto della sovversione, della indisciplina, della più perversa e diabolica sfida al potere legittimo dello stato di cui si abbia memoria in tutta la storia delle nazioni.

Piangere... o attaccare?

Brulotti

Piangere... o attaccare?

L'aria s'impregna di lacrime. Lacrime versate per un impiego perduto, per un sussidio minacciato dalle misure di austerità, per una sopravvivenza sempre più difficile, per un affitto diventato proibitivo, per un'esistenza che si sta deteriorando rapidamente. Nessuno ha più dubbi: il mondo che conosciamo così come il potere ce lo ha presentato è in rapida trasformazione o, se si preferisce, in decomposizione. Non esistono più le certezze di qualche anno fa, evaporano le illusioni di ottenere qualche briciola in cambio di una rassegnazione e di un'accettazione del mondo così com'è, esala l'ultimo respiro la concertazione sociale che ci teneva forse al riparo di un'esistenza troppo dura e di una conflittualità più aperta.
Molte ragioni per piangere, come troppi sfruttati e oppressi hanno fatto nel corso della storia. Molte ragioni anche per aggrapparsi, malgrado tutto e forse senza crederci troppo, alla politica, per confidare nella democrazia, nelle istituzioni ed assicurare così al potere la perpetuazione che pretende ad ogni costo. Molte ragioni ancora una volta per aderire ai sindacati, affinché negozino qualcosa a nostro favore in cambio di molto a loro favore.

A buon intenditor…

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A buon intenditor…

Uno

La parola “crisi” indica il deterioramento di una condizione oggettiva con conseguente instabilità socio-politica e decadenza delle istituzioni civili, turbamento della pacifica convivenza e della vita in comune.
Beh, quale migliore opportunità poteva bussare alla nostra porta se non una “crisi globale”?
Senz’ombra di dubbio, vista l’inamovibilità generale, potrebbe darci quella spinta in più per farla finita una volta per tutte con questo mondo.
Ma la realtà odierna muove verso un’altra direzione.
Oggi più che mai l’accezione negativa che si dà alla parola “crisi” è aumentata progressivamente, facendola divenire lo spettro di quell’abietta canea dei più che annovera tra le sue fila politicanti d’ogni risma e bravi, quanto ossequiosi, democristiancratici italiani affetti da cittadinismo latente.

In difesa del furto

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In difesa del furto

Jean-Paul Marat

«Cittadini – Se la società reclama il diritto di condannare in uomo, essa è allora tenuta ad offrirgli, a garantirgli, un’esistenza da uomo. Se essa non fa che opporgli degli ostacoli e l’obbliga a soffrire una miseria crudele, fino a che egli strappa violentemente il vincolo sociale, allora quell’uomo non fa che riprendere i diritti che la società ingiustamente gli toglie».
«Cittadino Marat» interruppe il presidente severamente «voi state tentando di giustificare il furto e i crimini!».
«Io non giustifico nulla. Ma affermo che nella vostra società ingiusta voi mancate di ogni ragione che possa autorizzarvi a condannare il crimine. Poiché la società, nell’interesse stesso della sua esistenza, per poter pretendere il rispetto dell’ordine pubblico da ogni suo singolo membro dovrebbe innanzitutto soddisfare ai bisogni di tutti. Ma qual è stata finora la sorte dei poveri?

Siamo Liberi!

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Siamo Liberi!

Evviva!
Siamo liberi!
Si sono infrante in mille pezzi le catene che ci aggiogavano.
Abbiamo scossa l'ignominiosa schiavitù che ci opprimeva.
Non siamo più soggetti ai capricci d'un tiranno.
E non dobbiamo più offrir diritto di vassallaggio al signore feudale.
E più non siamo gli schiavi della gleba.
E non siamo più servi.
Ma siamo liberi!
Liberi come lo è l'uccello nella gabbia.
Liberi come lo è il pesce in una vasca di cristallo.
Il regno dell'oppressione feudale ha finito per dar passo al regno della libertà borghese.
E questa è la libertà dell'uomo.

Quaderni

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I Quaderni di Finimondo

La carta brucia. È questa la ragione di fondo per cui abbiamo deciso di raccogliere alcuni testi comparsi su Finimondo, suddividendoli per argomento. Perché un ammasso di plastica e silicio non è un buon combustibile, né è comodo da trasportare. Non passa agilmente di mano in mano. Noi invece vogliamo che alcuni dei testi finora pubblicati abbiano la possibilità di andare incontro ai loro fiammiferi fatali. Che non rimangano chiusi nel limbo elettronico, a disposizione dei soli internauti, consumati davanti ad uno schermo fluorescente, immagazzinati in qualche memoria virtuale e – proprio per questo – subito dimenticati. Ci piacerebbe vederli correre per le strade, fare capolino nelle piazze, mettere in subbuglio anche gli spazi reali.
Ecco perchè abbiamo pensato di preparare questi Quaderni, già impaginati e pronti per la stampa. Chi vorrà, chi lo riterrà utile o anche solo piacevole, potrà diffondere questi appunti presi in fretta, magari alla rinfusa, di vecchie e nuove riflessioni mescolate, ma che pur nella loro parzialità possono offrire un contributo all’interpretazione di quanto ci circonda. Sguardi fugaci che vanno dalla prospettiva al dettaglio, senz’altro, ma che possono aiutare a far intravedere inaspettati angoli d’attacco ad una società sempre più ripugnante che desideriamo ardentemente demolire.

Solo parole?

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Solo parole?

Avete visto la rabbia di molti indignati, lo scorso 15 ottobre a Roma, nei confronti di chi mandava in frantumi vetrate di banche od oggetti sacri? Li hanno insultati, strattonati, smascherati per la gioia dei poliziotti. Non riuscivano a capacitarsi della loro presenza in quel corteo. Gente che protesta contro il massacro sociale imposto dal mercato ha trovato intollerabile che qualcuno danneggiasse una banca. Gente scesa in strada perchè stanca di una vita di obbedienza si è infuriata davanti all'atto iconoclasta compiuto da chi non intende inginocchiarsi. Perché questa biliosa stizza davanti ad azioni che la ragione in fondo dovrebbe rendere, se non condivisibili, quanto meno comprensibili? Com'è possibile che la delazione, da abiezione da nascondere, pure fuori dalle questure, sia diventata una virtù da alimentare?

 

Da quasi un secolo ci chiediamo se la mediocrità del nostro universo non dipenda essenzialmente dal nostro potere di enunciazione. Se le catene della riproduzione sociale non siano forgiate direttamente dentro la nostra testa. Quando parliamo, quando scriviamo, esprimiamo le nostre idee e i nostri progetti. Comunichiamo le nostre tensioni, ciò che ci muove e ciò che vorremmo realizzare. Ma le parole non le abbiamo inventate noi e, così come ci sono state consegnate, avvolte nella loro livrea domestica, rispondono per lo più ai richiami all'ordine.

Senza precedenti

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Senza precedenti

Senza precedenti. È questa la caratteristica dell’epoca che stiamo vivendo pieni di stupore, ansia, sgomento, speranza. Non che in passato la storia non abbia conosciuto guerre, insurrezioni o economie in declino. Ma, col senno del poi e a debita distanza di sicurezza, ci è sempre sembrato facile identificare le parti in causa, le loro ragioni e l’influenza delle rispettive azioni dei protagonisti sulla concatenazione degli avvenimenti. Gli ultimi due secoli ci hanno fornito una conoscenza cui attingere, hanno cesellato le nostre certezze ed i nostri dubbi, hanno impaginato la guida che utilizziamo nel nostro agire quotidiano. Ma il terzo millennio si è aperto subito all’insegna dell’imprevisto.
La mattina dell’11 settembre 2001, al risveglio, chi avrebbe detto che poche ore dopo il mondo non sarebbe più stato lo stesso? Dieci anni trascorsi da allora non hanno fatto altro che distruggere uno dopo l’altro i nostri consolidati punti di riferimento.
Fino ad arrivare alla vita quotidiana, quella che trasciniamo giorno dopo giorno, sempre più alle prese con la mancanza di un lavoro alienante ma necessario per procurarsi soldi che non bastano per acquistare merci che non valgono nulla… ogni cosa contribuisce a diffondere la consapevolezza che questo presente non ha futuro.

Io sputo su tutte le bandiere!

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Io sputo su tutte le bandiere!

Sputo sulla bandiera belga. Ci sputo sopra, perché quella bandiera è grondante del sangue dei miei fratelli e delle mie sorelle, di ieri e di oggi, che sono stati massacrati, torturati, rinchiusi, affamati, sfruttati nel nome degli interessi dello Stato belga.

Sputo su tutte le bandiere nazionali, perché dovunque venga issata una bandiera nazionale, l’oppressione è di casa. È la bandiera che sventola sulle prigioni, sulle caserme militari, sui commissariati, sui posti di confine. Tutte le istituzioni che soffocano la mia vita e la libertà inalberano bandiere nazionali. E, come si vede in Tunisia, Egitto o Libia, durante le sommosse l’apparizione della bandiera nazionale è sempre il segno premonitore di un nuovo regime, di un nuovo potere, di un nuovo sfruttamento.
Ma sputo anche su quelli che corrono dietro alle bandiere nazionali. Che marciano al passo dell’inno nazionale, che fanno la guerra nel nome della nazione, che sono fieri di servire gli interessi della “propria” nazione, della “propria” comunità. Sputo su quei soldati ciechi ed obbedienti schierati a protezione degli interessi del potere.

L'Utopia

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L'Utopia

Era da un po’ di tempo che pensavo di scrivere di certi argomenti, e da alcuni scritti che ho letto mi è parso di capire che quello di cui scriverò è un sentire presente anche in altri compagni.
È una esigenza che avverto da sempre e che non solo non si è mai sopita, ma anzi negli ultimi tempi ha occupato uno spazio sempre maggiore nelle mie riflessioni: parlo dell’Utopia. La sua idea mi perseguita con nuova e rinforzata insistenza, e ciò forse è dettato dal fatto che la sua ricerca sia andata lentamente, ma inesorabilmente, se non venuta meno, quanto meno divenuta meno ossessiva all’interno di quello che, genericamente, possiamo definire come movimento anarchico. Questa almeno è la mia impressione. Forse delusi dagli anni in cui si sono incassate solo quelle che sono state avvertite come sconfitte, stanchi delle sonore bastonate che quando si lotta è sempre possibile incassare (morali più che fisiche), con la prospettiva di non vedere mai realizzati i propri sogni più proibiti, mi sembra ci sia una certa tendenza ad accontentarsi: meglio vincere una piccola lotta che dà morale, piuttosto che incassare un’altra sconfitta nella ricerca della vittoria definitiva.

L’arte di strisciare

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L’arte di strisciare, ad uso dei cortigiani

Paul-Henri Thiry d'Holbach

L’uomo di corte è senza alcun dubbio il prodotto più curioso che la specie umana possa mostrare. È un animale anfibio, in cui tutti i contrasti si trovano comunemente riuniti. Un filosofo danese paragona il cortigiano alla statua composta da materia diverse che Nabucodonosor vide in sogno. «La testa del cortigiano è – dice – di vetro, i capelli sono d’oro, le mani sono di pece resina, il corpo è di gesso, il cuore è metà di ferro e metà di fango, i piedi sono di paglia, ed il suo sangue è un composto di acqua e argento vivo».
Bisogna riconoscere che un animale così strano è difficile da definire; ben lungi dall’essere conosciuto dagli altri, può appena conoscersi da sé; tuttavia sembra che, tutto sommato, lo si possa mettere nella classe degli uomini: con questa differenza, però: che gli uomini ordinari hanno un’anima sola, mentre l’uomo di corte pare che ne abbia diverse. In effetti, un cortigiano è ora insolente, ora umile; ora della più sordida avarizia e dell’avidità più insaziabile, ora della prodigalità più estrema; ora dell’audacia più netta, ora della più vergognosa vigliaccheria; ora dell’arroganza più impertinente, ora della più studiata cortesia: in una parola, è un Proteo, un Giano, o piuttosto un Dio dell’India, che si rappresenta con sette facce diverse.

Politica e anarchia

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Politica e anarchia

Auro d’Arcola

Cosa è la politica? Se questa domanda la rivolgessimo a tutti coloro che della politica si servono come dello strumento più idoneo per conservare privilegi e potere, e anche a coloro che aspirano a conquistare il potere ed una conseguente posizione privilegiata, noi ci sentiremmo indubbiamente rispondere ad una voce sola che la politica è l’arte saggia e benefica del governo dei popoli senza la quale le società umane non conoscerebbero né vero progresso, né vera civiltà, né vero ordine. E tante altre definizioni elogiative della politica ci sentiremmo fare, da convincerci quasi a credere che il mondo non retto dalla scienza politica andrebbe diritto alla rovina! Ma noi neghiamo decisamente tutte queste taumaturgiche virtù sociali alla politica e neghiamo ad essa soprattutto la qualità di scienza sociale, a meno che non s’intenda per scienza l’arte dell’infingimento, della doppiezza, della menzogna, dell’assenza di ogni scrupolo e di una coscienza umana e morale.

A Corps Perdu

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A Corps Perdu

Rivista anarchica internazionale
n. 1, dicembre 2008
(versione italiana pubblicata ad Ottobre 2011)

 

«Questa rivista nasce da un’esigenza comune: superare l’indispensabile agitazione del quotidiano delle lotte per prendere il tempo per l’approfondimento ed affilare le nostre armi. Poiché non separiamo la teoria dalla pratica, che i nostri desideri di libertà si forgiano di esperienze e di riflessioni, ci siamo augurati di apportare un'altra contribuzione alla guerra sociale in corso. Un momento che possa essere una risorsa di idee e non di opinioni, un luogo in cui poter reinventare uno spazio comune di dibattito partendo da contesti particolari.
Ma questa rivista nasce anche da un’insoddisfazione: leggere ciò che non abbiamo trovato altrove, apportare una prospettiva anarchica che parta dall’individuo per collegarla all’antagonismo sociale quotidiano, ritrovare il gusto di una sovversione liberata dai classici della critica autoritaria, anche eterodossa. Insomma sbarazzarsi della politica.
Anche se vi partecipano compagni di diversi paesi, i testi pubblicati non rappresentano nessuno e tanto meno aspirano a farlo. La loro presenza è dovuta ad un contenuto che abbiamo giudicato interessante, senza necessariamente condividere per intero la loro forma e senza che questo significhi in se un’affinità con i loro autori»

Il primo e l'ultimo

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Il primo e l'ultimo

Carlo Michelstaedter

Non sei né il primo né l'ultimo a questo mondo – se vuoi vivere devi adattarti a godere di quello che trovi, che d'altronde non potresti cambiare – dice la folla.
Ma devo vivere così perché? per aspettarmi che cosa? per conservarmi a che cosa per cui io debba rinunciare a quello che voglio, sacrificare quello che per me sarebbe la vita?
No, il mondo è il mio mondo e nel mio mondo sono io il primo e l'ultimo – non trovo niente di fatto prima di me, non mi posso affidare che niente venga fatto dopo di me – ma devo prender su di me la responsabilità della mia vita come la devo vivere, che su altri non può ricadere; aver io stesso in me la sicurezza della mia vita che altri non mi può dare – creare io il mondo come io lo voglio, che prima di me non esiste: devo esser padrone e non schiavo nella mia casa. Aver fatto non mi giova ma fare, in qual modo lo faccio – poiché non c'è premio dagli altri, che non sono per me, né dalla cosa fatta che come è fatta così non è, ma per giungere a fare tutto in un punto: in questo vivendo in tutte le cose tutto me stesso, poiché io sono il primo e sono anche l'ultimo.

Sincerità

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Sincerità

«Devono essere impazziti» — avranno pensato i fiorentini in questi ultimi giorni. In pieno centro, accanto al Duomo, in piazza della Repubblica, lungo piazza della Signoria, a San Lorenzo, a Sant'Ambrogio, Oltrarno, a Santa Croce... chi si è ritrovato a camminare per Firenze non ha potuto fare a meno di notarlo. Faceva capolino persino lungo i viali, alle fermate dei bus. Si tratta di un manifesto firmato dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, col concorso della Protezione Civile, in cui si ribadisce la necessità dell'Alta Velocità ferroviaria, la bellezza del Progresso, l'ineluttabilità dei sacrifici ambientali ed umani richiesti, e si invita la popolazione a non impedire l'imminente sventramento della città assicurato dalla costruzione della nuova stazione ferroviaria sotterranea.
A leggerlo c'è da rimanere sbigottiti. Mai gli amministratori pubblici si sono rivolti con così aperta sincerità ai loro elettori. Ad ogni modo si deve essere trattato di un rigurgito momentaneo di franchezza, qualità notoriamente incompatibile con il mestiere di politico, tant'è che si è aperta la caccia istituzionale ai manifesti che man mano vengono rintracciati e (ma ancora non tutti) rimossi.
Peccato, perché facevano bella figura. A loro imperitura memoria, abbiamo pensato bene di immortalarli.

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