Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

•Lettera agli anarchici

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•Lettera agli anarchici

Joaquín Miguel Artal
 
Il 12 aprile 1904, a Barcellona, il capo del governo spagnolo Antoni Maura viene ferito con una pugnalata da un ragazzo di vent’anni. Il suo nome è Joaquín Miguel Artal e con quel gesto intendeva vendicare i contadini di Alcalà del Valle, che nell’estate precedente erano stati torturati per essersi ribellati. Dopo il suo arresto, Artal dichiarò di aver agito da solo. Due mesi dopo, l’11 giugno, verrà condannato a 17 anni di reclusione e inviato alla prigione di Ceuta. Quella che segue è la lettera di saluti inviata agli anarchici e pubblicata da un giornale libertario due settimane dopo la sentenza. Il sole non brillerà più su Artal, il quale non riuscì mai a raggiungere gli anarchici nella lotta contro il potere, come aveva sperato. Morirà infatti nel 1909 per mano degli aguzzini spagnoli.

Aspettando l’ora della vendetta

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Aspettando l’ora della vendetta

 

Il 23 agosto 1927 il più attivo e famigerato boia degli Stati Uniti, Robert G. Elliott, eseguì la sentenza di morte emessa il 9 aprile dello stesso anno dal giudice Webster Thayer contro Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Una potente scarica elettrica mise fine ai giorni dei due anarchici italiani, ma non alla loro vicenda giudiziaria che venne seguita in tutto il mondo da milioni di persone e che continua tutt’oggi a dividere gli storici. Erano colpevoli o innocenti? Furono loro, il 15 aprile 1920, a rapinare e ad uccidere a South Braintree i due impiegati di un calzaturificio che trasportavano il denaro destinato alle buste-paga? Oppure fu uno solo di loro, Sacco, come riportano voci di corridoio degli ambienti anarchici italo-americani? E se a premere il grilletto fossero stati gli uomini della banda di Joe Morelli, specializzata in rapine analoghe, come suggerito da quel Celestino Madeiros la cui confessione non venne presa in considerazione dalla Corte Suprema e che fu giustiziato assieme a Sacco e Vanzetti per un altro delitto? Sono queste le domande che da quasi un secolo si pongono gli adoratori della dea bilanciamunita, i quali preferiscono arrovellarsi con speculazioni del genere pur di non mettere in discussione la loro fede e non affrontare il nodo della questione. Ovvero che la loro divinità non esiste, non è mai esistita, e che — agli occhi dello Stato che ne tramanda ed amministra il culto — Sacco e Vanzetti erano colpevoli al di là di ogni possibile dubbio

Le linee parallele non coincidono

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Le linee parallele non coincidono

Luigi Galleani
 
Noi non facciamo questione di proprietà esosa o meno, di padroni buoni od usurai, di stato paterno od iniquo, di leggi eque od ingiuste, di tribunali imparziali od addomesticati, di gendarmi o di birri caritatevoli o bestiali; noi facciamo questione di proprietà, di stato, di padrone, di governo, di leggi e di tribunali, di gendarmi e di birri e non ne vogliamo di alcuna specie; ed inseguiamo con fervore, con tenacia, con fede una società che sia con tali mostri incompatibile; e, nell'attesa, ne contestiamo e contrastiamo, con tutti i mezzi a nostra disposizione — e la protesta scontiamo spesse volte col sacrificio della libertà, della quiete, degli affetti più cari per lunghi anni o per sempre — la funzione arbitraria ed atroce.

Chiacchiere e distintivo

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Chiacchiere e distintivo

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un'aula di tribunale.

La notte dei morti viventi

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La notte dei morti viventi

 

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant'anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell'anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell'apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.

Gaetano Bresci (29 Luglio 1900)

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Gaetano Bresci (29 Luglio 1900)

Noi non siamo idolatri: ravvivando tra le ceneri dell'indifferenza e dell'oblio le faville dei ricordi cari all'anima irrequieta ed il nome dei temerari che 
avvolto all'asta il glorioso labaro 
senza orgoglio di duci
l'agitarono in un'ora bieca di proscrizione, in un'ora squallida di viltà, noi cediamo a ben più umano desiderio, a ben più libero voto che non sia quello di erigere tra la garrota e la mannaia i simboli di una nuova fede, gli altari, il culto ed i riti di una nuova religione.
Ogni religione, sia pur quella dell'audacia, dell'abnegazione o dell'eroismo, si alimenta di rinunce squallide e rassegnate degli asceti senza nervi e senz'anima che nei taumaturgi riassumono la magica virtù e la miracolosa potenza di fare per tutti quello che nessuno osa più tentare né fare da sé.
Altro insegnamento rampolla dall'azione ed altro vogliamo noi.

Silenzio! Bruciano le antenne…

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Silenzio! Bruciano le antenne…

Se il silenzio fa paura, forse è perché l’assenza di rumori familiari tende a farci ripiegare in noi stessi. Quando si avanza nell’oscurità silenziosa, non è raro parlare a se stessi, fischiettare un ritornello, riflettere ad alta voce per non ritrovarsi in preda all’angoscia. Ciò non è semplice e può anche esigere un po’ di esercizio, dato che le nostre menti sono state condizionate ad identificare silenzio con pericolo, oscurità con rischio. È l’angoscia a provocare il vuoto, il sentimento di trovarsi sul bordo dell’abisso e di non essere capaci di distogliere gli occhi dal baratro che si apre davanti a noi. Eppure, è proprio in quei momenti che si ha la propensione a trovarsi ancora più vicini a se stessi, senza intermediari, con una presenza di spirito e un’emozione molto più decise.

Difficile trovare ancora silenzio o oscurità nel mondo moderno.

Puzza di marcio

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Puzza di marcio

 

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio...

Il lavoro è un crimine

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Il lavoro è un crimine

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.

Apocalisse e ragion di Stato

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Apocalisse e ragion di Stato

N. C. 
 
A Parigi, Robert Oppenheimer ha dichiarato che, lui, all'Apocalisse atomica ci crede; e ha anche spiegato che, per Apocalisse, egli intende la distruzione dell'umanità, non solo un qualche immenso disastro: €«Non è più lecito credere che il genere umano possa sopravvivere a una guerra atomica». Interrogato sull'efficacia di un controllo internazionale o di un accordo di disarmo, il celebre fisico ha risposto che si tratta di palliativi, e per di più irrealizzabili, perché, data l'evoluzione attuale della scienza, ogni misura di controllo su cui ci si accordasse sarebbe probabilmente superata dopo due anni. Quanto alla «bomba pulita» di cui va così fiero il suo collega Edward Teller, Oppenheimer ha fatto notare che si tratterebbe pur sempre di un congegno capace di distruggere ogni cosa nel raggio di ottocento chilometri quadrati, quindi non eliminerebbe il carattere di «suicidio cieco» implicito nell'uso di armi simili.
La ragione del pessimismo di Oppenheimer è semplice: egli non ha alcuna fiducia nella saggezza non solo, ma neppure nel semplice comprendonio, degli uomini di Stato, dei militari e degli esperti da cui dipendono, oggi, le €«grandi decisioni».

Che cosa è fallito

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Che cosa è fallito

A. Visalli
 
È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s'è pensato molto ad organizzare, s'è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla.

Il primo incontro con il male

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Il primo incontro circostanziato con il male

Robert Musil
 

Dobbiamo ora far seguire due parole a proposito di un sorriso, e cioè un sorriso fornito per giunta d’un paio di baffi, fatti apposta per la prerogativa maschile di sorridere sotto i medesimi; si tratta del sorriso degli scienziati che erano accorsi all’invito di Diotima e che avevano sentito parlare i famosi letterati e artisti. Benché sorridessero, non bisogna credere, Dio guardi, che sorridessero ironicamente. Al contrario, era la loro espressione di rispetto e d’incompetenza, di cui s’è già accennato. Ma neppure questo deve trarre in inganno. Nella loro coscienza era così, ma nel subcosciente, per adoperare questa parola d’uso corrente, o per dir meglio nel loro stato d’animo collettivo, erano uomini nei quali la tendenza al male rumoreggiava come il fuoco sotto una caldaia.

Le colonie anarchiche

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Le colonie anarchiche

Élisée Reclus
 
Questa terra promessa di cui abbiamo visto sparire il miraggio, potremo vederla riapparire più durevole quest'altra volta? In mezzo ad una società malvagia e così bizzarramente incoerente, giungeremo a raggruppare i buoni in microcosmi distinti, che si costituiscano in falangi armoniche, come chiedeva Fourier, e che sappiano far coincidere la soddisfazione di tutti i loro piccoli interessi con l'interesse comune, e armonizzare le loro passioni in un insieme potente e pacifico nello stesso tempo, senza che nessuno dei componenti la comunità possa averne a soffrire? 
In una parola, gli anarchici riusciranno a crearsi delle Icarie al di fuori del mondo borghese?
Non lo penso né lo desidero.

L'equilibrista

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L'equilibrista

Jean Bloch-Michel

L'uomo di sinistra si tiene su una corda tesa. La situazione dura da anni e si potrebbe pensare che egli ci sia abituato; ma non è così. Il suo equilibrio precario era dovuto alla sua duplice condanna dello sfruttamento comunista e di quello capitalista. Era una specie di bilanciere: i campi di concentramento sovietici da un lato, l'oppressione coloniale dall'altro; la schiavitù dei lavoratori nella Russia sovietica, la miseria degli operai nell'Occidente, torture, oppressioni poliziesche e repressioni ripartite pressoché egualmente fra i due sistemi, bastavano a giustificare un duplice rifiuto.
A dire la verità, questa situazione non aveva nulla di comodo.

C'è da fare

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C'è da fare

Una volta, tanto e tanto tempo fa, in un'epoca ormai così lontana da sembrare mitica, la teoria e la pratica costituivano i due poli magnetici di una vita umana che si potrebbe definire responsabile. Non una esistenza trascinata nelle mutilazioni imposte da abitudini o eredità, ma una vita piena, lanciata verso una prospettiva scelta in maniera autonoma piuttosto che trovata già pronta e determinata. Qui teoria e pratica, pensiero e azione, andavano di pari passo tenendosi mano nella mano. Le riflessioni servivano ai riflessi tanto quanto i riflessi servivano alle riflessioni. Si alimentavano, si stimolavano e si correggevano reciprocamente. Pur avendo entrambi le loro esclusive esigenze — i loro tempi, i loro spazi, i loro strumenti — non venivano mai percepiti come contrapposti, ma come complementari.

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