Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Non possiamo abbandonare la critica

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Non possiamo abbandonare la critica

Note sul movimento no tap

Alcuni nemici di tap
 
Da qualche tempo sentiamo la necessità di esprimere alcuni pensieri su quella che è una parte della opposizione a Tap. In un vorticosa corsa, povera, ci pare, di riflessioni interessanti, vediamo ripetersi iniziative che mischiano contenuti e pratiche recuperando tutto nel calderone riformista.
Tra le ultime iniziative, la presentazione di un libro, a cura del giornalista fascio-leghista Gianluigi Paragone sui rapporti tra Tap, le lobbies finanziarie e le banche. 
Cortei dal forte sapore cittadinista come quello dell’8 dicembre a Lecce, promosso dal movimento no tav, che ha invitato tutti i movimenti italiani a organizzare iniziative nei propri territori.

Discorso sul Tap

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Discorso sul Tap

 

Salentini! Leccesi!
Sono molto commosso per l'onore che da anni mi tributate, vi ringrazio di avere avuto l'amabilità di ricordare quotidianamente le mie parole, quelle che da molti decenni si stagliano in alto sulla questura della vostra città capoluogo. Così nessuno può dimenticarle giacché, più che ricordare il passato, esse descrivono il presente e preparano l'avvenire.

Per quello che concerne la regione di questa città barocca io ho anticipato la soluzione di talune questioni che, con un elegante luogo comune, si dicono annose appunto perché passano da un anno all'altro, e passavano da un anno all'altro, senza mai giungere ad una conclusione. Ed ho l'immodestia di dire che quello che ho fatto per l’Italia, l'ho fatto, lo abbiamo fatto, per tutta l'Italia. Il Salento compreso, quindi.

Abbattere! non rabberciare

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Abbattere! non rabberciare

Luigi Molinari
 
È indubbio che la responsabilità e la colpa del presente ordine sociale spetta a coloro che si arrogarono e si arrogano il diritto di guidare l'umanità. L'ordine attuale, che si vuol conservare, e si chiama ordine per suprema ironia, rappresenta uno stato di cose creato, voluto e mantenuto da coloro che costituiscono le autorità.
La guerra sociale che ci dilania, è voluta, è fomentata dalle autorità, siano esse monarchiche o repubblicane, deiste o atee, borghesi o socialiste. Elementare conseguenza di ciò che appare tanto evidente è questa: se coloro che dirigono la società umana si sono finora mostrati ignoranti o crudeli, o inadatti al compimento della loro funzione al punto da presentarci una società di miserabili invece di una società di relativamente felici, cerchiamo insieme di rovesciarli dal potere. Su questo punto tutti dobbiamo trovarci d'accordo, ed in buona parte lo siamo.
Ma ecco presentarsi una prima e gravissima difficoltà. Rovesciare le autorità per sostituirle o per non sostituirle? Qui sta la differenza tra le tantissime scuole che infestano la numerosa schiera dei sovversivi a maggior trionfo della parte conservatrice, che ha nell'ordine attuale la ricchezza ed il lusso.

Spie

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Spie

«In verità vi dico che le spie crescono sulla terra come le erbe malvagie,
il mondo è invaso dalla Delazione. Tutti i nostri nipoti saranno agenti di polizia...
la polizia scomparirà solo a causa della sua stessa generalizzazione.
Bisogna che copra il mondo di una inondazione di fango.
Se tutti gli uomini si spieranno non ci sarà bisogno di spie.
La polizia, come tutti i monopoli, costituisce una società nella società, una gerarchia nel mondo...
La polizia è la meglio servita delle amministrazioni pubbliche.
La peste è preziosa per i becchini; il vizio per i ruffiani; i partiti per le spie...
Si è seminata miseria, si raccoglie infamia».
Ernest Cœurderoy
 
 
In passato l'orrore per la delazione era talmente radicato e diffuso che persino le madri più pie e bigotte, quelle piene di rancore verso Giuda Iscariota, insegnavano ai loro piccoli che «chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto».

Spunti per la lotta No Tap dalla Val Susa

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Spunti per la lotta No Tap dalla Val Susa

 

Il sabotaggio, no. Quello non è certo una caratteristica particolare della lotta in Val Susa, è un'arma universale che non ha nessuna terra natale da onorare. Basti pensare che quando è stato praticato in quella valle ha incontrato prima condanne e calunnie, poi dissociazioni e timido silenzio, e sospetti, e diffidenze... È solo dopo che un reduce rivoluzionario unto dal Signore si è preso la licenza poetica di difenderlo davanti ai giornalisti, sollevando così un venticello favorevole, che le banderuole valsusine hanno ardito sventolare apertamente a favore di tale pratica di lotta. Calato il venticello, si è tornati al solito spettacolo politico. Sabotaggio escluso, quali potrebbero essere quindi gli spunti valsusini per la lotta NoTap?

Una sera di novembre non ordinaria

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Una sera di novembre non ordinaria

Quando il sole della rivolta squarcia il grigiore della normalità

 
Incontrollabili
 
In tempi normali, la società ci strappa la nostra libertà senza troppe resistenze. Fin dal mattino dobbiamo rientrare nei ranghi: in fila sulla strada, davanti all’entrata della metropolitana, agli sportelli dell’amministrazione… È così che ci vogliono. Ogni giorno attraversiamo gli stessi paesaggi tristemente identici. Questi corridoi e questi quartieri, stracolmi di telecamere, assomigliano sempre più ad una prigione. Dove la minima particella viene attentamente controllata per evitare ogni occasione di disordine. Non vogliono solo incanalare i nostri atti e gesti al servizio dell'ambiente, ma inoltre che la nostra immaginazione sia limitata alla propria cornice. Che i nostri pensieri soffochino nei ruoli esistenti: cittadino, consumatore, impiegato... senza poter più desiderare qualcosa di profondamente altro.

Su Lenin e il leninismo

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Su Lenin e il leninismo

Nestor Makhno
 
Ma che ha di comune il bolscevismo leninista con le speranze ardenti dell'umanità? Il bolscevismo che nella pratica si risolve nel diritto della dominazione dell'uomo sull'uomo?
Il borghese Lenin, ed il suo partito, volendo asservire alla loro volontà con la forza la massa dei lavoratori, sono altrettanto lungi dagli scopi elevati d'una vera liberazione che le istituzioni della Chiesa e dello Stato quali le vediamo.
Può sembrare tutto ciò attualmente incomprensibile; ma non si ha che rileggere ad occhi aperti, gli ultimi scritti di Lenin, che, secondo l'opinione stessa dei bolscevichi, formano il suo testamento, per convincersene.

Chiodi di sabotaggio

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Chiodi di sabotaggio

Georges Schwartz — alias Paul Valet — è un uomo minuto, fragile e riservato. Nasce a Mosca nel 1905, in una famiglia agiata e colta. La madre polacca ed il padre ucraino lo affidano alle cure e agli insegnamenti di una governante tedesca e di un precettore francese; imparerà quattro lingue. 

Allo scoppio della guerra mondiale, viene mobilitato in qualità di medico-luogotenente e inviato al fronte, sul prolungamento della linea Maginot, per curare i feriti dei bombardamenti nazisti. Di origine ebraica, nel 1941 entra a far parte della Resistenza di cui diventa uno dei responsabili nell’Alta Loira. Combatte nell’ombra, assieme alla moglie Hala. 
Riuscirà a fare ritorno a Vitry solo alla fine della guerra, nel 1945, allorché scopre l’esistenza dei campi di sterminio nazisti e apprende che tutti i suoi cari — suo padre, sua madre e sua sorella — sono morti ad Auschwitz.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda come «un santo laico, uno di quegli uomini luminosi e modesti, che partono in punta di piedi e scompaiono senza lasciare traccia nella memoria degli uomini». Una memoria infestata purtroppo da coloro la cui luminosità è più che altro un effetto dei neon della vanità. 
È anche per questo, per iniziare a fare a meno di quella luce artificiale, che abbiamo qui raccolto alcune poesie di Paul Valet, tratte dalle sue opere dai titoli spesso significativi (come Punte di fuocoSenza museruolaPoesia mutilata, I pugni sulle iParole d’assaltoTabula rasa).

L’11 novembre 1887

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L’11 novembre 1887

Voltairine de Cleyre

Lasciate che cominci con una confessione. Una confessione di cui mi rammarico e mi vergogno, ma è soltanto di fronte a un grande sacrificio che impariamo l'umiltà, e se i miei compagni sono stati pronti a sacrificare le proprie vite per ciò in cui credevano, allora io sono pronta a sacrificare il mio orgoglio. In realtà non vorrei farlo, poiché credo che le affermazioni personali siano irrilevanti, ma sono convinta che in questo momento possa servire a incoraggiare quei nostri sostenitori scoraggiati dalla recente esplosione di violenza. Inoltre, spero possa indirizzare coloro che la pensano come una volta la pensavo io a fare come io feci in seguito.
Ecco la mia confessione: in un maggio di circa quindici anni fa, quando l'eco della rivolta di Haymarket arrivò fino al piccolo villaggio del Michigan dove vivevo, proprio come il resto degli creduloni e ignoranti lessi in un giornale questo titolo: Gli anarchici lanciano una bomba tra la folla di Haymarket a Chicago. Immediatamente urlai a gran voce: «Impiccateli!».

Non molliamo

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Non molliamo

Pubblicato a Marsiglia dal gennaio al marzo 1927, Non molliamo era un giornaletto gratuito spedito in migliaia di copie in Italia e diffuso clandestinamente a mano. Curato dal “Comitato Anarchico per l’azione antifascista”, sulle sue colonne non si nascondeva certo la tragica situazione in cui versavano i sovversivi in Italia, braccati da una società ormai manifestamente totalitaria. Ma, a dispetto di tutto, si incoraggiava all’azione e si suggerivano alcune possibilità di intervento — le sole rimaste. Quelle che nascono dalla volontà e dalla determinazione dell’individuo, contro ogni rassegnazione popolare e contro ogni subordinazione collettiva. 
Quelli che seguono sono stralci di articoli apparsi sui tre numeri di questa pubblicazione.

Hors Service, ancora

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Hors Service, ancora

È ancora possibile oggi usare la parola per diffondere le idee anarchiche? Ha ancora senso intraprendere avventure quali la pubblicazione di un giornale? È ancora possibile che le nostre parole vengano comprese da altri? Queste domande non dovrebbero ricevere una risposta troppo affrettata e meritano una riflessione più approfondita. Le montagne di menzogne e di manipolazioni accumulate dal potere, il suo programma di annichilimento della vita interiore dell’uomo, della sua sensibilità e della sua immaginazione, della sua capacità di ragionare e di amare potrebbero rendere tali tentativi del tutto obsoleti e disperati. Si sarebbe portati a credere che le sole parole che ancora si possono lanciare in sfida agli schiavi di questo mondo siano la folgore e il fuoco. Per distruggere tutto. Per radere tutto al suolo. A rischio di soccombere noi stessi. Ma la distruzione rischia di rimanere prigioniera di questo mondo qualora non sviluppi nel contempo l’immaginazione, la sensibilità appunto, della libertà. Qualora non riesca a vedere nella fiamma devastatrice anche la gioia della sua libertà all’opera, una promessa prometeica.

La libertà, non le libertà

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La libertà, non le libertà

Henrik Ibsen
 
La lotta per la libertà non è altro che l'appropriazione costante e attiva dell'Idea stessa di libertà.
Chi possiede la liberà altrimenti considerata che una aspirazione possiede solo una cosa morta, senza anima. Più si lotta per conquistare la libertà e più essa — tale è una delle sue qualità — si rivela vasta; perciò l'uomo che si trova in mezzo al combattimento e grida: «io la posseggo» dichiara semplicemente di averla perduta.
Ora, questa soddisfazione che si prova nel possesso d'una libertà morta è la caratteristica di ciò che si chiama Stato. E per quanto riguarda la questione della libertà, presumo si tratti di mettersi d’accordo sulle parole. Non accetterò mai di equiparare la libertà alla libertà politica. Ciò che Lei chiama libertà, sono per me le libertà; e ciò che io chiamo la lotta per la libertà altro non è se non la viva e costante dedizione all’idea di libertà.

Frangenti

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Frangenti

Le parole e la vita. Il mondo in cui viviamo è come una polveriera: aspetta soltanto di essere messa a fuoco. Una critica radicale che incontra la sovversione, senza accontentarsi né della sublimazione dell’estetismo, né delle doverose prese di posizione, può suggerire la deriva. Per andare dove il piacere è materialmente tangibile, criticando le quotidiane cronache del dopobomba in modo irreversibile ed irrecuperabile: creando lo scarto con gli incubi lugubri dei bisogni donandoci ai sogni dell’azione. Dimenticare la mera sopravvivenza dedicandosi all’ebbrezza della sediziosa tentazione di vivere. Insomma, un giornale caratterizzato dall’esplorazione di zone ignote della sensibilità e del desiderio, perturbazioni dell’ordinato fluire e momenti attraversati anche da forme sovversive e irrazionali. 
Consapevoli che non basta il lamentio di miserabili condizioni che costituiscono parte delle catene più forti mai forgiate dal potere: quelle della partecipazione e della schiavitù volontaria. Contro i corpi mostruosamente atrofizzati e separati, questi frangenti vogliono essere sacrilegio che imbratta fogli di sguardi e di echi non troppo lontani: sognare per agire, agendo così mentre il sogno lo si sta ancora vivendo.

In tutte le direzioni

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In tutte le direzioni

A proposito di frontiere, fortezze e libertà
 
In questo mondo marcio fino al midollo, molti si chiedono cosa si possa fare contro le conseguenze disastrose della Fortezza Europa. Da un lato, si può rispondere in maniera ovvia: organizzare il sostegno, fornire cibo, vestiario, alloggio, occupare case insieme, far passare le frontiere, indicare le varie istituzioni, sfruttatori e altri responsabili della miseria che rappresentano gli ingranaggi della macchina che amministra, rinchiude ed espelle e che possono essere disturbati e sabotati in quanto tali. Ma ciò che sottende sempre questo problema è lo sguardo verso l'esterno, lo sguardo lontano dalla propria situazione, dai propri desideri e dalle proprie aspirazioni. Infatti è molto più facile rispondere alla vecchia domanda «che fare?» partendo da questo. La tua vita è limitata da migliaia di leggi, norme e vincoli di ogni genere? Allora spezza questi confini! La fortezza nei confronti dell'esterno funziona proprio perché è accettata e riportata all'interno. Il movimento senza limiti sarà possibile solo quando il potere sugli esseri, sulle loro decisioni e il loro corpo sarà spazzato via.
Rivendicare l'apertura delle frontiere senza negare il Potere in sé, non può che portare ad un vicolo cieco.

Amore e odio

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Amore e odio

Luigi Galleani
 
Ammetto che il gendarme, come la prostituta, come il salariato, siano il prodotto del sistema sociale diviso in classi. S'intende: senza lo Stato non vi sarebbero il poliziotto, il giudice ed il boia, se non dominasse la borghesia e vigesse invece un sistema comunista non vi sarebbero né salariati né prostitute; se non vi fosse la Chiesa non vi sarebbero i preti.

Ma se sono i governanti, i giudici, i birri, i carcerieri e i carnefici quelli che nel loro insieme costituiscono il governo; se i borghesi nel loro insieme costituiscono la borghesia; se i preti sono nel loro insieme la Chiesa, allora è logico che lo Stato debba combattersi nei governanti e nei loro mercenari, la Chiesa nel prete, la borghesia nel borghese.

Con quali armi? Qui è il nocciolo della questione, a mio modesto modo di vedere.


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