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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Il richiamo costante...

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Il richiamo costante del nazionalismo

Fredy Perlman

Nel corso di questo secolo la morte del nazionalismo è stata proclamata a differenti riprese:
– dopo la prima guerra mondiale, con la frantumazione in nazioni autodeterminate degli ultimi imperi europei: l'Austriaco e il Turco; e con la fine di ogni nazionalismo ad eccezione di quello dei sionisti;
– dopo il colpo di stato bolscevico, quando fu proclamato che le lotte borghesi per l'autodeterminazione erano d'ora in avanti soppiantate dalle lotte dei lavoratori, i quali non avevano patria;
– dopo la disfatta militare dell'Italia fascista e della Germania nazionalsocialista, quando i genocidi interni al nazionalismo furono esibiti alla vista di tutti, quando fu considerato che il nazionalismo, come teoria e come pratica, era discreditato per sempre. Nondimeno, quarant'anni dopo la disfatta militare dei fascisti e dei nazionalsocialisti, possiamo vedere che il nazionalismo non solo sopravvive ma conosce una rinascita. Il nazionalismo è stato rimesso in essere non solamente dalla sedicente destra, ma, anche e prima ancora, dalla sedicente sinistra. Dopo la guerra nazionalsocialista, il nazionalismo ha cessato di essere una prerogativa dei conservatori ed è divenuto la teoria e la pratica dei rivoluzionari rivelandosi come il solo credo rivoluzionario che oggi si impone.

Che ne facciamo dell'antifascismo?

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Che ne facciamo dell'antifascismo?

Alfredo M. Bonanno

Il fascismo è una parola di otto lettere che comincia per f. L’uomo, da sempre, si è appassionato fino a morirne per i giochi di parole che, nascondendo la realtà più o meno bene, lo assolvono dalla riflessione personale e dalla decisione. Così il simbolo agisce al nostro posto e ci fornisce un alibi e una bandiera.
Quando al simbolo che non intendiamo sposare, che anzi ci fa schifo profondamente, applichiamo la paroletta “anti”, ci consideriamo da quest’altra parte, al sicuro, e pensiamo di avere assolto con questo a una buona parte dei nostri compiti. Così, poiché alla mente di molti di noi, e chi scrive si annovera fra questi, il fascismo fa schifo, è sufficiente il ricorso a quell’ “anti” per sentirsi a posto con la coscienza, racchiusi in un campo ben guardato e ben frequentato.

Alla corte dell'atomo

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Alla corte dell'atomo

T. Fulano

L'apparente controversia a proposito dell’utilizzo del nucleare non costituisce in realtà materia di dibattito: essa rispecchia la sottintesa questione del potere sociale. La storia della scoperta dell’atomo rende tutto sufficientemente chiaro.
Sviluppatosi all’inizio come arma da guerra sotto la coltre del segreto militare, poi attraverso sforzi coordinati che obbedivano ad enormi interessi industriali, il nucleare non era mai stato oggetto di pubblico dibattito prima che l’intera società non si fosse pesantemente compromessa con esso.
Negli anni 40 una opposizione dichiarata si sarebbe attirata le accuse di tradimento e, malgrado la fine della cosiddetta Guerra fredda, la tecnologia nucleare come le sue sostanze sono ancora oggi considerate una questione strettamente legata alla sicurezza dello Stato.

Addomesticamento industriale

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Addomesticamento industriale

Léopold Roc

Se la scienza venisse messa al servizio del capitale,
la docilità dell’operaio recalcitrante sarebbe assicurata

Andrew Ure, Filosofia dei manufatti, 1835

 

In altri tempi, se qualcuno avesse trattato da operaio un artigiano, avrebbe rischiato la rissa.
Oggigiorno, allorché si sostiene che l’operaio è quanto di meglio c’è nello Stato,
tutti pretendono d’essere operai

M. May, 1848

 

La definizione «rivoluzione industriale», comunemente usata per indicare il periodo che va dal 1750 al 1850, è una pura menzogna borghese, simmetrica a quella di «rivoluzione politica». Essa non comprende la valenza negativa e nasce da una visione della storia intesa unicamente come storia dei progressi tecnologici. Si tratta di un doppio beneficio per il nemico che, mentre legittima l’esistenza dei manager e della gerarchia come conseguenza inevitabile di necessità tecniche, impone nel contempo una concezione meccanicistica del progresso, considerato una legge positiva e socialmente neutra. È il momento religioso del materialismo, l’idealismo della materia. Una menzogna del genere era ovviamente destinata ai poveri, fra i quali doveva produrre danni durevoli.

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