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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Agli adoratori della scienza

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Agli adoratori della scienza

André Prudhommeaux

Io sono convinto che l'atteggiamento religioso e l'atteggiamento scientifico davanti allo stesso fenomeno, siano incompatibili – ma ciò è un'altra cosa. Davanti a quel fenomeno, l'atteggiamento scientifico è quello dell'indagatore; paziente perché non vuole trascurare nessun fatto e vuol ricominciare cento volte la stessa indagine. Colui che si inorgoglisce di conquiste definitive, colui che immagina di avere «esaurito», «risolto», «definito» il quesito, anche il più semplice in apparenza, colui che si dice uno «scienziato» è in realtà un credente dogmatico, un a-priorista, che si fa profeta, prete o papa d'una religione, d'una scienza, ma che, nello spirito di certezza che pretende di avere o che si dà, non ha niente dell'atteggiamento scientifico.
Ma, in fondo, che cos'è la Scienza, di cui si parla come d'un insieme compatto di leggi riconosciute?

Il problema della libertà

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Il problema della libertà

Gigi Damiani

Uno dei tanti testi dimenticati del movimento anarchico, seppellito sotto la polvere degli archivi ed ignorato da chi ha occhi solo per i “classici”. Pubblicate sotto forma di opuscolo nel 1924 (ovvero pochi anni dopo il declino dell’ondata rivoluzionaria nota come Biennio Rosso e subito dopo l’ascesa al potere del fascismo), scritte dal redattore del settimanale Fede (uno dei pochi anarchici “organizzatori” stimato da molti anarchici “autonomi”), queste riflessioni possono dare ancora oggi il proprio contributo. La loro critica a un possibilismo sempre pronto a giurare sul «miracolismo» determinista e la loro sollecitazione a riscoprire il volontarismo e la forza delle proprie idee, infatti, appariranno antiquate solo a chi è soddisfatto di sguazzare nella miseria del presente sublimata dalla retorica mitopoietica. Lo stile di queste riflessioni sarà pure desueto ma, paradossalmente, l’odierna assenza di ogni prospettiva rivoluzionaria rende queste considerazioni scritte, piuttosto che superate, ancora più urgenti.

Servitù e simulacro

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Servitù e simulacro

Jordi Vidal

Il post-modernismo appare simultaneamente come la pseudo-critica e la cattiva coscienza mediatica d’un potere di classe che tende a ridefinire tutte le poste sociali in gioco in termini di normalità e di religione, di derealizzazione e di pauperizzazione, di feudalesimo e di ipercapitalismo. Il suo discorso, che riduce l’essere umano a una indifferenziazione priva di storia, è subordinato alla messa in atto di una tecnoscienza che conduce irreversibilmente a forme sofisticate di eugenismo. L’amara vittoria del post-modernismo conferma l’oscillazione della società dello spettacolo in società del caos. In quanto simulacro culturale, il post-modernismo ha preso in prestito discorsi e atteggiamenti della sinistra e dell’estrema sinistra per giungere ad elaborare un progetto politico che coniuga e confonde, senza contraddizione possibile, il liberale, il libertario, il fanatico e il mediatico. Questa riduzione di tutta l’esistenza sociale ai soli valori del dominio segna la sua prima vittoria.

«Per un piatto di lenticchie ministeriali...»

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«Per un piatto di lenticchie ministeriali...»

Nestor Romero

Nel calendario delle ricorrenze, il 4 novembre non è una data funesta solo perché i massacratori in divisa celebrano qui in Italia i loro eserciti. Se il 4 novembre 1918 entrò in vigore l’armistizio tra un governo italiano alleato della vittoriosa Intesa ed uno sconfitto impero austro-ungarico, il 4 novembre 1936 a Barcellona — in piena rivoluzione spagnola — vide l’ingresso di anarchici nel governo repubblicano. Proprio nel momento in cui gli acerrimi nemici dello Stato erano più vicini alla realizzazione delle loro idee, i più «autorevoli» fra loro le tradivano e le abbandonavano, capitolando davanti alle sempiterne esigenze strategiche del momento. Da allora questa tragedia si è ripetuta innumerevoli volte sotto forma di farsa, come se quella esperienza non avesse lasciato alcun insegnamento. All’esca del pubblico riconoscimento continuano ad abboccare molteplici schiere di sovversivi, oggi ancor più di ieri.

Il fine non giustifica tutti i mezzi

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Il fine non giustifica tutti i mezzi

Emma Goldman

Nulla è più falso del credere che gli obiettivi e gli scopi siano una cosa, i metodi e le tattiche un'altra. Questa concezione minaccia seriamente la rigenerazione sociale. Tutta l'esperienza dell'umanità ci insegna che i metodi ed i mezzi non possono essere separati dal fine ultimo. I mezzi impiegati diventano, attraverso le abitudini individuali e le pratiche sociali, parte integrante dell'obiettivo finale; lo influenzano, lo modificano, poi fini e mezzi finiscono col diventare identici. L'ho sentito fin dal primo giorno del mio ritorno in Russia, prima vagamente, poi sempre più chiaramente e consapevolmente. I grandi obiettivi che ispiravano la Rivoluzione sono stati talmente oscurati dai metodi usati dal potere politico dominante che è diventato difficile distinguere tra i mezzi temporanei e l'obiettivo finale.

La forza delle idee

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La forza delle idee

Paul Gille

Certo, l'uomo non è puro spirito, e le sue idee, come i suoi sentimenti, subiscono largamente l'influenza dell'ambiente materiale in cui si evolve, del regime economico sotto cui vive. Ma per quanto profonda, per quanto notevole sia quest'influenza, essa non è esclusiva, non è onnipotente. «L'uomo non vive di solo pane». Vi sono altre relazioni oltre quelle economiche. Vi sono altri bisogni, oltre i bisogni materiali. E se l'uomo è, come l'hanno chiamato, «figlio della bestia», la sua natura è tuttavia lontana dalla semplicità del bruto, che giustificherebbe — sino ad un certo punto — la tesi materialista. La sua natura è complessa. Vicino ai suoi bisogni materiali, egli ha dei bisogni affettivi e dei bisogni intellettuali. Gli uni e gli altri intervengono — o possono intervenire — nelle azioni con cui l'uomo reagisce all'ambiente e che testimoniano del suo grado di elevazione nella scala della vita.

I sindacati contro...

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I sindacati contro la rivoluzione

Benjamin Péret

Il primo sindacato sorge solo nel 1864. Ogni idea di lotta di classe ne è assente giacché nasce, al contrario, proponendosi di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni. Tolain stesso non gli riconosce altro scopo. Bisogna anche constatare che il movimento sindacale non sorge affatto dagli strati più sfruttati della classe operaia — dal nascente proletariato industriale — bensì dai lavoratori appartenenti alle professioni artigianali. Esso riflette quindi direttamente i bisogni specifici e le tendenze ideologiche di questi strati operai.
Il sindacato, nato da una tendenza riformista all'interno della classe operaia, è l'espressione più pura di questa tendenza. È impossibile parlare di degenerazione riformista del sindacato, esso è riformista dalla nascita. In nessun momento esso si oppone alla società capitalista ed al suo Stato per distruggere l'una e l'altro, ma unicamente con lo scopo di conquistarsi un posto in essi e installarvisi.

Attraverso Utopia

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Attraverso Utopia

Maria Luisa Berneri

La nostra è un'epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e «gli uomini pratici» governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un'epoca in cui l'uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.
Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l'internazionalismo, Platone riconosceva l'uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All'inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.
Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese.

Il mondo in uno sputo

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Il mondo in uno sputo

Alcuni giorni fa nelle carceri italiane sono iniziati i prelievi destinati a costituire l'Archivio Nazionale dei Dna, istituto di competenza del Ministero degli Interni che raccoglierà i profili genetici di tutte le persone detenute, indagate, arrestate o fermate, assieme ai Dna ritrovati sui luoghi del delitto. La schedatura genetica viene definita da tutti i governi un «potente strumento nella lotta contro il crimine», in grado di fornire elementi determinanti per punire i colpevoli di reati particolarmente odiosi e scagionare le persone innocenti coinvolte. Evocata soprattutto nei casi di stupro e omicidio, la prova del Dna viene presentata come se fosse definitiva, irrefutabile, sinonimo di verità assoluta. Punto di incontro fra una «giustizia uguale per tutti» ed una «scienza al servizio di tutti», il prelievo del Dna è una procedura giudiziaria che possiede il medesimo carattere esponenziale ed irreversibile della tecnica. Esattamente come la giustizia e la scienza, è funzionale solo agli interessi dello Stato.

La grande sfida

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La grande sfida

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all'eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all'appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia... «L'abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista. È come se ogni rivolta contro l'insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all'interno dell'orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all'autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro.

Del resto...

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Del resto...

Non sono pochi coloro che nel corso degli anni hanno criticato il carattere totalitario della società moderna e della sua forma politica dominante. Anziché essere l’acerrima nemica dei regimi assolutisti, fondamentale luogo comune della propaganda occidentale, la democrazia ne è la variante edulcorata. A farlo notare non sono stati solo ardenti rivoluzionari, ma anche alcuni pensatori con gli occhi bene aperti. Si tratta di un accostamento intollerabile per ogni fedele adoratore della Costituzione, dello Stato di diritto, e di quanto si presume si metta di traverso alla brutalità della tirannia. Invece, fra chi non si attarda a coltivare sinistre illusioni del genere, questa similitudine viene spesso ritenuta comprensibile e giustificata, per quanto azzardata — perché i campi di sterminio nel cuore dell'Europa non possono essere paragonati a nulla di attuale, pena l'apporto del proprio contributo alla banalizzazione del male.

Dal ruolo al genere

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Dal ruolo al genere

Urbain Bizot

La critica generalizzata cui la vita sociale era stata sottoposta prima, durante e dopo il maggio 68, si applicava non solo al dominio della società da parte dello Stato e dell'economia, ma all'insieme del funzionamento derivante da tale dominio, alla parte che ciascuno traeva da questo funzionamento, quindi alla realtà dei ruoli sociali.
I ruoli sociali ricoprono integralmente il campo sociale. Questi modelli di comportamento standardizzati vanno dal padre e madre della famiglia al direttore di fabbrica passando per il poliziotto, il prete, lo psicologo, il professore, il quadro, l'uomo politico, senza tralasciare l'operaio e l'impiegato stesso (giacché all'epoca si parlava dell'auto-superamento del proletariato). E comprendevano anche i ruoli sessuali, dell’uomo o della donna, i quali, per quanto sovrapposti ai ruoli familiari, conservavano nondimeno la loro specificità...

I luddisti

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I luddisti e l'usura del «vecchio mondo»

Association Contre le Nucléaire et son Monde

L'energia nucleare, la sua gestione e la sua contestazione formano uno specchio ingranditore del caos in cui si dibatte la società moderna. Esse mostrano anche i rapporti di forza di cui questa società costituisce la posta in gioco. Ora appare chiaro che l'indebolimento dei nucleocrati non corrisponde ad un rafforzamento dei loro contestatori. Se i rapporti di forza non funzionano in maniera inversamente proporzionale, come i piatti di una bilancia, è perché il nichilismo dell'epoca genera disperati appelli ad arbitrati statali.
La nozione di «vecchio mondo» allarga e approfondisce quella di Antico Regime. Significa che la liberazione dei sudditi dalle gerarchie di tipo feudale o monarchico è un passo insufficiente dell'emancipazione umana. Coloro che si oppongono al «vecchio mondo» sanno che i nuovi regimi fondati su costituzioni politiche derivate dai primi assalti rivoluzionari hanno ricomposto, e non sradicato, le disuguaglianze sociali su cui si fondano le dominazioni e le sottomissioni.

Perché si fa qualcosa piuttosto che niente?

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Perché si fa qualcosa piuttosto che niente?

Guillaume Paoli

In tutti i settori della società odierna, infuria la battaglia per la motivazione. I disoccupati ottengono un diritto all'esistenza solo fornendo le prove di un impegno incessante nella ricerca di impieghi inesistenti. Durante il colloquio di lavoro, non sono tanto le competenze che contano quanto l'esibizione entusiasta di una sottomissione senza pecche. Coloro che hanno ancora un posto possono sperare di conservarlo solo identificandosi anima e corpo con l'azienda, lasciandosi condurre dove questa lo esige, sposandone la «causa» nel bene — e, il più delle volte, nel male. E il dovere di motivazione non si ferma all'uscita dell'ufficio. Si impone allo stesso modo al consumatore, a cui viene intimato di essere attento alle nuove linee di prodotti e di confermare la sua fedeltà ai marchi che hanno saputo attrarlo. All'adolescente che deve formarsi — o forse bisognerebbe dire formattarsi — in base alle esigenze del mercato, nonché al vecchio che deve pagare il suo debito a un mondo che ha avuto la bontà di mantenerlo in vita. E quale che sia la sua età, al telespettatore — che deve offrire quantità sempre maggiori di cervello disponibile a ricevere il flusso continuo di informazioni che si presume costituiscano il suo rapporto con la realtà. Una volta spenta la televisione, restano ancora tutti gli artisti che vogliono farlo muovere, i militanti che vogliono mobilitarlo, il tempo e le relazioni che deve gestire, la propria immagine che è obbligato a dinamizzare, insomma non un istante che non venga posto sotto il segno dell'utile, sotto l'imperativo categorico del movimento. Quante carote, per asini tanto sventurati!

Insurrezione e bispensiero

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Insurrezione e bispensiero

Dire tutto e il suo contrario è il modo migliore per avere sempre ragione, la tattica più sicura per sottrarsi ad ogni critica. Ecco perché la contraddizione può sì verificarsi di tanto in tanto nel corso dell’evoluzione del pensiero, ma nell’opportunismo costituisce una caratteristica permanente eretta a sistema. Dai partiti politici che si contendono gli scranni del Palazzo ai racket militanti che si contendono le prime file nelle piazze, è tutto un dire e contraddire nel tentativo di strappare il maggior consenso possibile. Questa tara, che si manifesta nelle continue mutazioni della cosiddetta conflittualità alternata, viene presa in considerazione in questi tre capitoli di Ai clienti, opuscolo-recensione dell’ultima opera del Comitato Invisibile Ai nostri amici.

 

Ora, quando ci si imbatte in qualcuno che si lascia abitualmente andare ad affermazioni fra loro contrastanti, sorge spontaneo ed immediato un dubbio: ma costui si rende conto delle assurdità che sostiene? Se non se ne accorge, forse la sua intelligenza è alquanto limitata. Se viceversa ne è consapevole, perché lo fa? Ci sarà dietro una qualche motivazione poco chiara, che ci sfugge. Insomma, la conclusione a cui si perviene in questi casi si riduce ad una alternativa secca. O si è davanti ad una persona consapevole, ed allora è un opportunista. Oppure, in caso contrario, si tratta di un imbecille. Ma il Comitato Invisibile, facile avvedersene, imbecille non lo è di certo.

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