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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Distruggere lo Stato

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Distruggere lo Stato

Ariel Fatiman

Quattro anni dopo lo scoppio delle insurrezioni del 2011, la critica dello Stato resta la punta di diamante delle offensive armate degli insorti libici, siriani e yemeniti. Le operazioni militari occidentali ne sono la prova più flagrante. Questa repressione sostenuta da «liberali», «democratici» ed altri «laici» è anche una testimonianza della lunga agonia delle democrazie occidentali. È tempo che alla critica delle armi degli insorti rispondano in omaggio ed incoraggiamento le armi della critica.
Ci sono due maniere di terminare: il compimento o la distruzione. La distruzione è per l'individuo una deficienza, un insuccesso nella partita in corso che si paga con la vita. Per una cosa, la distruzione è la sua impossibilità di esistere secondo il suo concetto, la sua scomparsa dall'orizzonte del possibile. Si prova nel momento della realizzazione pratica: come se il contatto con l'acidità della critica pratica dissolva il legame fra oggetto e idea, e a sua volta la cosa che si basava su quella relazione scompaia. In un'epoca inquinata da pensieri rachitici e da dogmi polverosi imballati in emozioni preconfezionate, è sempre una eccellente notizia che una cosa sparisca. Col senno del poi, a sembrare ancora più stupefacente è che essa abbia potuto esistere.
Come tutte le illusioni, come tutte le astrazioni, come tutti i dogmi, come tutti i palloni gonfiati con una pretesa alla totalità, come tutti i gingilli della liturgia moderna, come tutti gli oggetti d'ossequiosità dell'informazione dominante, la vocazione storica dello Stato è di scomparire sotto gli assalti della verifica pratica.

La guerra è la salute dello Stato

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La guerra è la salute dello Stato

Randolph Bourne

Nel momento in cui la guerra è dichiarata, tuttavia, la massa del popolo, attraverso una qualche alchimia spirituale, si persuade di aver voluto e compiuto l’atto in prima persona. Essa quindi, con l’eccezione di pochi scontenti, procede permettendo di essere irregimentata, coartata, sconvolta in tutti gli ambiti della sua vita, e fatta diventare un solido strumento di distruzione nei confronti di qualunque popolo sia entrato, nello schema di cose indicato, entro il raggio della disapprovazione del Governo. Il cittadino getta via il suo disprezzo e la sua indifferenza nei confronti del Governo, si identifica con i suoi scopi, ravviva tutte le sue memorie e i suoi simboli militari, e lo Stato, una volta di più, cammina, augusta presenza, attraverso l’immaginario degli uomini. Il patriottismo diventa il sentimento dominante e produce immediatamente quella confusione intensa e disperata tra le relazioni che l’individuo ha e dovrebbe avere con la società di cui è parte.
Lo Stato è il Paese che agisce come unità politica, è il gruppo che agisce come depositario della forza, autore della legge, arbitro della giustizia. La politica internazionale è una «politica di potenza» perché si tratta di relazioni tra Stati; ed è proprio questo che sono gli Stati, infallibilmente e disastrosamente: vaste aggregazioni di forza umana e industriale che possono essere slanciate l’una contro l’altra in guerra.
Quando un paese agisce come un insieme in rapporto con un altro paese, sia imponendo leggi sui propri abitanti, sia coartando e punendo individui o minoranze, sta agendo come uno Stato.

In guerra, tutti quanti

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In guerra, tutti quanti

Nel 1997 l'industria cinematografica di Hollywood sfornò un film in cui si immaginava la progettazione di un clamoroso attentato terroristico a New York, una vendetta per la morte dei propri cari avvenuta nel corso di una delle tante guerre civili (nello specifico, quella della Bosnia-Erzegovina) fomentate dai governi occidentali. Era un film fatto per i botteghini, niente di speciale, e che sarebbe presto scivolato nell'oblio se non fosse per quanto accaduto nel settembre di 4 anni dopo. Col senno del poi, quel film non ha mancato di attirare l'attenzione di qualcuno. Non a caso. Vi figurava infatti una scena in cui l'attentatore spiegava con chiarezza le ragioni che lo avevano spinto – lui, uomo maturo e colto – a compiere un simile gesto. Ecco, per quanto avvolte nella pellicola dello spettacolo, quelle ragioni non avevano nulla di cinematografico. Anzi, era facile intuire che battessero nel petto di decine e centinaia di migliaia di esseri umani in carne ed ossa sparsi per il mondo.
«Voi di fronte al mio gesto direte: "è ovvio, perché no? Sono un branco di animali. Si massacrano a vicenda da secoli". Ma la verità è... che io non sono un mostro. Sono un essere umano esattamente come voi, che vi piaccia oppure no. Per anni abbiamo cercato di convivere fino a che ci siamo trovati in guerra...

Il grande saccheggio

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Il grande saccheggio

Inchiesta su una passione moderna

 
Laboratoire des frondeurs

Nel corso degli ultimi venti anni si è affermata una tendenza della sommossa moderna che radicalizza la critica della merce procedendo ai saccheggi sistematici dei siti commerciali. Senza preavviso, furti, distruzione di merci, saccheggi di negozi e di edifici pubblici, si propagano di quartiere in quartiere all'insieme di una città che sovente è la capitale di uno Stato. Manifestandosi sempre in maniera inattesa, il grande saccheggio s'interrompe di colpo senza farne conoscere la sostanza. È una imponente festa in cui i partecipanti fanno un grande uso del fuoco e di eccitanti vari. Davanti alla molteplicità di fronti dell'offensiva, lo Stato non ha altra scelta che attendere che i saccheggiatori abbiano terminato la loro opera: il grande saccheggio è un momento che si impone all'ordine dominante. È durante l'assalto del 1988-1993 che queste forme di rivolta si sono palesate con chiarezza. Da allora il grande saccheggio si afferma sempre più come una pratica negativa che continua a sfuggire alla coscienza degli individui e traccia un'ampia critica pratica di questo mondo.

Il governo rivoluzionario

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Il governo rivoluzionario

Pëtr Kropotkin

Tutti coloro che hanno un cervello e un temperamento alquanto rivoluzionario sono perfettamente d'accordo sulla necessità di abolire i governi attuali, affinché la libertà, l'uguaglianza e la fratellanza non siano più vane parole e divengano realtà viventi, qualsiasi forma di governo non essendo mai stata che una forma d'oppressione, cui bisogna sostituire un nuovo modo d'aggruppamento libero. Per vero, non occorre essere novatori per arrivare a questa conclusione; i difetti dei governi attuali e l'impossibilità di riformarli sono troppo evidenti per non balzare agli occhi di qualunque osservatore ragionevole. E quanto a rovesciare i governi, è noto a tutti che in certe epoche può farsi, senza troppe difficoltà. Vi sono momenti in cui i governi crollano quasi da soli, come castelli di carta, sotto il soffio del popolo insorto. Lo si è ben visto nel 1848 e nel 1870, e lo si vedrà quanto prima.
Rovesciare un governo, — è tutto, per un rivoluzionario borghese. Per noi, non è che il principio della Rivoluzione Sociale.

Tesi sul razzismo

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Tesi sul razzismo

Les Amis de Némésis

In ogni epoca il razzismo è stato una questione avvelenata, fatalmente votata a veicolare e a trasmettere la falsa coscienza ideologica. In effetti il razzismo determina generalmente la posizione di coloro che si oppongono ad esso, e i suoi nemici sono così portati a fare il suo gioco. Il cretino che attacca un nero perché è nero incoraggia con l’esempio un altro cretino, che difenderà il nero perché è nero. In questo modo tutti gli elementi reali di valutazione di un individuo scompaiono a profitto di una opposizione formalista vuota, e la posizione razzista contiene e domina — di fatto e subdolamente — la posizione antirazzista. Ai neri non resta che completare questo delirio trattando gli altri da «sporchi bianchi», e diventare magari ancora più razzisti dei bianchi. L’antirazzismo è stato universalista per poco tempo, molto timidamente e solo in teoria; in pratica, si modella diffusamente sull’esempio americano, traducendosi in sordido equilibrio fra razzismi ritenuti in grado di tollerarsi fra di loro in quanto razzismi.

Un'arte di economia mista

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Un'arte di economia mista

Barthélémy Schwartz

 
Avanguardia ed economia mista
Succedanei della concezione bolscevica e autoritaria dell'organizzazione, le avanguardie artistiche radicali hanno avuto le loro ore di gloria fra le due guerre ma si sono prolungate fino agli anni 50-60. Esse hanno avuto il loro «periodo eroico» al tempo dei surrealisti che negli anni 30 hanno ignorato le critiche marxiste e anarchiche del bolscevismo, preferendo Trotsky a Pannekoek. Esse hanno avuto il loro «periodo sventurato» dopo la seconda guerra mondiale al tempo dei situazionisti, costretti negli anni 60 ad affermarsi come una avanguardia che rinunciava alle sue prerogative di avanguardia.
Le avanguardie artistiche radicali della prima metà del secolo (dada, il surrealismo, l'espressionismo tedesco, ecc.) si caratterizzavano per la combinazione di creazione, di critica dell'arte come sfera separata dall'attività sociale, e di critica sociale. In assenza di cambiamento radicale della società capitalista durante questo periodo, malgrado le rivoluzioni abortite in Russia, Italia, Germania e Spagna, queste avanguardie hanno permesso paradossalmente un rinnovamento senza precedenti dell'arte e della cultura.

Metafisica del Prut

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Metafisica del Prut

Avete presente il giochetto delle associazioni di parole, quando alla proposizione di un termine la mente umana ne abbina un altro strappandolo dall'inconscio, dalla memoria o da chissà dove? Funziona anche con i nomi. Io, ad esempio, faccio sempre un accostamento bizzarro. Ogni volta che viene evocato uno dei più celebri filosofi italiani viventi, davanti ai miei occhi egli compare puntualmente accompagnato da un oscuro anarchico francese dell'800. È un vero e proprio riflesso condizionato il mio, di cui non riesco a liberarmi, sebbene non sia difficile capire che non ci sono proprio relazioni fra il cattedratico Giorgio Agamben ed il proscritto Ernest Coeurderoy. Eppure...
Per fortuna so bene qual è il motivo per cui mi succede questo, non occorre che mi rivolga ad uno psicanalista. Non c'è alcun rimosso da far riaffiorare, ricordo perfettamente quando è iniziato questo abbinamento. Stavo sfogliando un libro di Coeurderoy quando mi sono imbattuto in queste parole: «Leggere troppo è non voler mai negare niente e non voler mai affermare niente. L'estrema erudizione, come la primitiva ignoranza, generano il Mutismo stupido o la Chiacchiera delirante. Chi vuole sapere troppo si annichilisce tanto quanto chi non vuole imparare nulla...

Carpe Diem

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Carpe Diem

A nessuno è concesso di conoscere il futuro, né di determinarlo a proprio piacimento. La vita è davvero quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altri progetti. I soli obiettivi che talora si riescono a raggiungere sono quelli più banali. Spesso mediocri. Ma i grandi obiettivi, quelli, conoscono solo generosi tentativi trascinati da entusiasmo e speranza. Perché, ad essere sinceri fino alla brutalità, trascorriamo gran parte della nostra esistenza ad assistere da spettatori — attoniti o infuriati — alla realtà quotidiana. Veniamo determinati, assai più di quanto riusciamo a determinarci. Ed è anche questo senso di impotenza a spingere all’azione. Gli attacchi solitari, così come gli assalti collettivi, possono dare un senso alla vita, la riempiono e la abbelliscono rendendola meno triste. Ma spesso è soprattutto attraverso i voli della retorica che arrivano a minacciare l’esistente. Un esistente che si sta mostrando sempre più in grado di fagocitare ogni pensiero ribelle, ogni atto audace, e di riprodursi nonostante questi ultimi, talvolta anche attraverso gli stessi. Incessantemente. «L’avvenire noi siam, pensiero e dinamite», si diceva oltre un secolo fa. No, noi anarchici non siamo più l’avvenire (se mai lo siamo stati). In un certo senso, non possiamo nemmeno più esserlo. I vasi comunicanti fra il pensiero e l’azione sono stati tagliati, forma e contenuto non vanno più di pari passo. All’orizzonte di questa civiltà ipertecnologica rumoreggia il ritorno dell’analfabetismo, non certo l’avvento della coscienza. La pace dei mercati rischia di essere minacciata dalla guerra civile, assai più che dalla guerra sociale. L’idea non arma più il braccio, il braccio non riesce più a dare potenza all’idea. Privati d’ogni prospettiva, si finisce, semplicemente, per agitarsi, sballottati qua e là dagli avvenimenti.

Contro la guerra, contro la pace

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Contro la guerra, contro la pace

Elementi di lotta insurrezionale contro il militarismo e la repressione

Le commemorazioni degli avvenimenti del 1914-18 organizzate un po’ dovunque in Europa ci ricordano che tutti sono contro la guerra. Dall’uomo di Stato al cittadino, dall’imprenditore al filosofo, dal ricercatore all’operaio, tutti si dichiarano categoricamente oppositori ad una ripetizione della grande carneficina. Loro sono per la pace. E in nome della stessa pace accettano — a differenti livelli di responsabilità, di collaborazione o di accettazione — alcune guerre. Per ristabilire la stabilità in una regione preda della guerra civile, per soccorrere una popolazione minacciata di genocidio, per sostituire i regimi crudeli: il cammino della guerra è lastricato di buone intenzioni. Nel nome di valori riconosciuti dall’umanità intera — «giustizia» e «pace» — vengono perpetrati i peggiori massacri.

Per farla finita con il Prigioniero Politico

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Per farla finita con il Prigioniero Politico

Da qualche anno in qua, vediamo riapparire il termine «prigioniero politico». Un termine che credevamo scomparso da molti decenni, almeno all’interno delle sfere antiautoritarie.
Un termine diventato tipico di diverse sette marxiste o maoiste, di Amnesty International oppure degli oppositori politici borghesi a regimi autoritari come la Russia, la Birmania o l’Iran; oppure, ancora, nel quadro delle lotte dette di “liberazione” nazionale, dai Paesi Baschi al Kurdistan, passando per la Palestina; ma tipico anche dell’estrema destra. Ecco, in parte, il motivo della nostra inquietudine di fronte al rifiorire di questo termine qua e là per il mondo, in bocca a compagni. E se desideriamo farla finita, oggi e per sempre, con questo termine, non è soltanto perché si oppone a tutte le nostre prospettive antipolitiche, contro tutti coloro che ci vogliono gestire, rappresentare e dominare attraverso l’arma della politica. È anche perché, assieme a questa risurrezione vi è, conscia od inconscia, la conseguenza malsana di creare distinzioni fra i prigionieri basandosi soltanto sui “crimini” di cui vengono accusati dallo Stato, attraverso la lente del Codice penale. Ciò crea una gerarchia sociale, in base alla presunta virtù degli atti incriminati, fra chi merita più di altri di essere liberato o sostenuto.

Fukushima: cogestire l'agonia

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Fukushima: cogestire l'agonia

Nadine e Thierry Ribault

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l'incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell'oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l'eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.
Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l'aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

La legge protettrice del debole

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La legge protettrice del debole

André Prudhommeaux

L'immagine che si presenta alla mente di ciascuno, quando una grande nazione viola il territorio di una più debole, è quella di un gigante che brutalizza un fanciullo. E la prima idea che ne deriva è quella della necessità del giudice e del suo strumento, il gendarme, allo scopo di far rispettare la legge internazionale. Questa idea è basata su un sentimento, non del tutto cosciente, che ci fa credere che in una rissa di questo genere non abbiamo il diritto di intervenire perché è un affare che riguarda l'autorità. Creare un'autorità internazionale e darle i mezzi di castigare colui che disturberà l'ordine e la pace con un'aggressione caratteristica, ecco ciò che molta gente s'aspetta dalle Nazioni Unite o dallo Stato super-nazionale.
È necessario un certo sforzo di pensiero per ricordarsi che una grande nazione non è un uomo, ma, in realtà, una popolazione di ricchi e di poveri, di uomini maturi, di donne, di fanciulli, composta, in generale, da un piccolo numero di tiranni e da un grandissimo numero di schiavi.

Nuova edizione «Ai ferri corti»

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Nuova edizione «Ai ferri corti»

Ferri battuti

Pubblicato nel maggio 1998 dalle edizioni NN, create sette mesi prima da alcuni anarchici che avevano partecipato all’esperienza del settimanale Canenero, questo libello nel corso di 17 anni ha fatto il giro del mondo, essendo stato tradotto in spagnolo, portoghese, inglese (con edizioni sia nel Regno Unito, che negli Stati Uniti, che in Australia), francese, olandese, tedesco... Poiché ha alimentato molte riflessioni, fornito spunti, rafforzato inclinazioni, sollevato dubbi, nonché provocato irritazioni (il concetto di «esistente» soprattutto, nella sua prorompente totalità, si è rivelato piuttosto indigesto a chi aspira ad amministrare almeno qualcosa di ciò che è Stato), si può affermare che nel suo piccolo Ai ferri corti abbia dato il proprio contributo alla diffusione di una prospettiva anarchica insurrezionale autonoma. Una prospettiva al tempo stesso irriducibilmente ostile ai «piccoli passi riformatori» e per nulla affascinata da «una rivolta per pochi intimi a suon di fuochi pirotecnici e slogan mal assemblati». Nate dal rifiuto della falsa alternativa riformismo cittadinista o lottarmatismo avanguardista, queste pagine sostengono perciò la necessità e la possibilità immediata di una poesia insurrezionale fatta da tutti, da non confondere né con la triste propaganda politica né con il roboante comunicato rivendicazionista.
Considerata la sua discreta fortuna internazionale stona quindi che Ai ferri corti non sia più stato ristampato laddove è apparso per la prima volta. Eppure, è proprio in Italia che questo testo ha avuto minore risonanza...

La leggenda della valle che non c'è

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La leggenda della valle che non c'è

M. e V.

Non è semplice sintetizzare in un articolo la questione valsusina ed il ruolo che gli anarchici — alcuni — si sono “ritagliati” al suo interno, la faccenda è molto ampia ed articolata, ci limiteremo quindi a dare la nostra chiave di lettura su certe dinamiche che abbiamo potuto osservare in alcuni anni di permanenza nella famigerata “valle che resiste”. In primis necessita mettere in luce quello che è il modus operandi che i detentori della linea politica di movimento hanno impostato/imposto e che portano avanti, con buona pace degli anarchici/notav.
Partiamo dalla conclusione: in Val di Susa sussistono reali possibilità di rivolta, in essere o in potenza, che possano mirare all'abbattimento delle logiche di dominio quali le conosciamo e con le quali come anarchici confliggiamo quotidianamente? La risposta è no. In Val di Susa lo scenario è quello classico della lotta di cortile che si sostanzia su un territorio certo ampio ma che risente appunto di tutti i limiti dei movimenti «non nel mio giardino».

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