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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Metafisica del Prut

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Metafisica del Prut

Avete presente il giochetto delle associazioni di parole, quando alla proposizione di un termine la mente umana ne abbina un altro strappandolo dall'inconscio, dalla memoria o da chissà dove? Funziona anche con i nomi. Io, ad esempio, faccio sempre un accostamento bizzarro. Ogni volta che viene evocato uno dei più celebri filosofi italiani viventi, davanti ai miei occhi egli compare puntualmente accompagnato da un oscuro anarchico francese dell'800. È un vero e proprio riflesso condizionato il mio, di cui non riesco a liberarmi, sebbene non sia difficile capire che non ci sono proprio relazioni fra il cattedratico Giorgio Agamben ed il proscritto Ernest Coeurderoy. Eppure...
Per fortuna so bene qual è il motivo per cui mi succede questo, non occorre che mi rivolga ad uno psicanalista. Non c'è alcun rimosso da far riaffiorare, ricordo perfettamente quando è iniziato questo abbinamento. Stavo sfogliando un libro di Coeurderoy quando mi sono imbattuto in queste parole: «Leggere troppo è non voler mai negare niente e non voler mai affermare niente. L'estrema erudizione, come la primitiva ignoranza, generano il Mutismo stupido o la Chiacchiera delirante. Chi vuole sapere troppo si annichilisce tanto quanto chi non vuole imparare nulla...

Carpe Diem

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Carpe Diem

A nessuno è concesso di conoscere il futuro, né di determinarlo a proprio piacimento. La vita è davvero quello che ci capita mentre siamo impegnati a fare altri progetti. I soli obiettivi che talora si riescono a raggiungere sono quelli più banali. Spesso mediocri. Ma i grandi obiettivi, quelli, conoscono solo generosi tentativi trascinati da entusiasmo e speranza. Perché, ad essere sinceri fino alla brutalità, trascorriamo gran parte della nostra esistenza ad assistere da spettatori — attoniti o infuriati — alla realtà quotidiana. Veniamo determinati, assai più di quanto riusciamo a determinarci. Ed è anche questo senso di impotenza a spingere all’azione. Gli attacchi solitari, così come gli assalti collettivi, possono dare un senso alla vita, la riempiono e la abbelliscono rendendola meno triste. Ma spesso è soprattutto attraverso i voli della retorica che arrivano a minacciare l’esistente. Un esistente che si sta mostrando sempre più in grado di fagocitare ogni pensiero ribelle, ogni atto audace, e di riprodursi nonostante questi ultimi, talvolta anche attraverso gli stessi. Incessantemente. «L’avvenire noi siam, pensiero e dinamite», si diceva oltre un secolo fa. No, noi anarchici non siamo più l’avvenire (se mai lo siamo stati). In un certo senso, non possiamo nemmeno più esserlo. I vasi comunicanti fra il pensiero e l’azione sono stati tagliati, forma e contenuto non vanno più di pari passo. All’orizzonte di questa civiltà ipertecnologica rumoreggia il ritorno dell’analfabetismo, non certo l’avvento della coscienza. La pace dei mercati rischia di essere minacciata dalla guerra civile, assai più che dalla guerra sociale. L’idea non arma più il braccio, il braccio non riesce più a dare potenza all’idea. Privati d’ogni prospettiva, si finisce, semplicemente, per agitarsi, sballottati qua e là dagli avvenimenti.

Contro la guerra, contro la pace

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Contro la guerra, contro la pace

Elementi di lotta insurrezionale contro il militarismo e la repressione

Le commemorazioni degli avvenimenti del 1914-18 organizzate un po’ dovunque in Europa ci ricordano che tutti sono contro la guerra. Dall’uomo di Stato al cittadino, dall’imprenditore al filosofo, dal ricercatore all’operaio, tutti si dichiarano categoricamente oppositori ad una ripetizione della grande carneficina. Loro sono per la pace. E in nome della stessa pace accettano — a differenti livelli di responsabilità, di collaborazione o di accettazione — alcune guerre. Per ristabilire la stabilità in una regione preda della guerra civile, per soccorrere una popolazione minacciata di genocidio, per sostituire i regimi crudeli: il cammino della guerra è lastricato di buone intenzioni. Nel nome di valori riconosciuti dall’umanità intera — «giustizia» e «pace» — vengono perpetrati i peggiori massacri.

Per farla finita con il Prigioniero Politico

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Per farla finita con il Prigioniero Politico

Da qualche anno in qua, vediamo riapparire il termine «prigioniero politico». Un termine che credevamo scomparso da molti decenni, almeno all’interno delle sfere antiautoritarie.
Un termine diventato tipico di diverse sette marxiste o maoiste, di Amnesty International oppure degli oppositori politici borghesi a regimi autoritari come la Russia, la Birmania o l’Iran; oppure, ancora, nel quadro delle lotte dette di “liberazione” nazionale, dai Paesi Baschi al Kurdistan, passando per la Palestina; ma tipico anche dell’estrema destra. Ecco, in parte, il motivo della nostra inquietudine di fronte al rifiorire di questo termine qua e là per il mondo, in bocca a compagni. E se desideriamo farla finita, oggi e per sempre, con questo termine, non è soltanto perché si oppone a tutte le nostre prospettive antipolitiche, contro tutti coloro che ci vogliono gestire, rappresentare e dominare attraverso l’arma della politica. È anche perché, assieme a questa risurrezione vi è, conscia od inconscia, la conseguenza malsana di creare distinzioni fra i prigionieri basandosi soltanto sui “crimini” di cui vengono accusati dallo Stato, attraverso la lente del Codice penale. Ciò crea una gerarchia sociale, in base alla presunta virtù degli atti incriminati, fra chi merita più di altri di essere liberato o sostenuto.

Fukushima: cogestire l'agonia

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Fukushima: cogestire l'agonia

Nadine e Thierry Ribault

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l'incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell'oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l'eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.
Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l'aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

La legge protettrice del debole

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La legge protettrice del debole

André Prudhommeaux

L'immagine che si presenta alla mente di ciascuno, quando una grande nazione viola il territorio di una più debole, è quella di un gigante che brutalizza un fanciullo. E la prima idea che ne deriva è quella della necessità del giudice e del suo strumento, il gendarme, allo scopo di far rispettare la legge internazionale. Questa idea è basata su un sentimento, non del tutto cosciente, che ci fa credere che in una rissa di questo genere non abbiamo il diritto di intervenire perché è un affare che riguarda l'autorità. Creare un'autorità internazionale e darle i mezzi di castigare colui che disturberà l'ordine e la pace con un'aggressione caratteristica, ecco ciò che molta gente s'aspetta dalle Nazioni Unite o dallo Stato super-nazionale.
È necessario un certo sforzo di pensiero per ricordarsi che una grande nazione non è un uomo, ma, in realtà, una popolazione di ricchi e di poveri, di uomini maturi, di donne, di fanciulli, composta, in generale, da un piccolo numero di tiranni e da un grandissimo numero di schiavi.

Nuova edizione «Ai ferri corti»

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Nuova edizione «Ai ferri corti»

Ferri battuti

Pubblicato nel maggio 1998 dalle edizioni NN, create sette mesi prima da alcuni anarchici che avevano partecipato all’esperienza del settimanale Canenero, questo libello nel corso di 17 anni ha fatto il giro del mondo, essendo stato tradotto in spagnolo, portoghese, inglese (con edizioni sia nel Regno Unito, che negli Stati Uniti, che in Australia), francese, olandese, tedesco... Poiché ha alimentato molte riflessioni, fornito spunti, rafforzato inclinazioni, sollevato dubbi, nonché provocato irritazioni (il concetto di «esistente» soprattutto, nella sua prorompente totalità, si è rivelato piuttosto indigesto a chi aspira ad amministrare almeno qualcosa di ciò che è Stato), si può affermare che nel suo piccolo Ai ferri corti abbia dato il proprio contributo alla diffusione di una prospettiva anarchica insurrezionale autonoma. Una prospettiva al tempo stesso irriducibilmente ostile ai «piccoli passi riformatori» e per nulla affascinata da «una rivolta per pochi intimi a suon di fuochi pirotecnici e slogan mal assemblati». Nate dal rifiuto della falsa alternativa riformismo cittadinista o lottarmatismo avanguardista, queste pagine sostengono perciò la necessità e la possibilità immediata di una poesia insurrezionale fatta da tutti, da non confondere né con la triste propaganda politica né con il roboante comunicato rivendicazionista.
Considerata la sua discreta fortuna internazionale stona quindi che Ai ferri corti non sia più stato ristampato laddove è apparso per la prima volta. Eppure, è proprio in Italia che questo testo ha avuto minore risonanza...

La leggenda della valle che non c'è

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La leggenda della valle che non c'è

M. e V.

Non è semplice sintetizzare in un articolo la questione valsusina ed il ruolo che gli anarchici — alcuni — si sono “ritagliati” al suo interno, la faccenda è molto ampia ed articolata, ci limiteremo quindi a dare la nostra chiave di lettura su certe dinamiche che abbiamo potuto osservare in alcuni anni di permanenza nella famigerata “valle che resiste”. In primis necessita mettere in luce quello che è il modus operandi che i detentori della linea politica di movimento hanno impostato/imposto e che portano avanti, con buona pace degli anarchici/notav.
Partiamo dalla conclusione: in Val di Susa sussistono reali possibilità di rivolta, in essere o in potenza, che possano mirare all'abbattimento delle logiche di dominio quali le conosciamo e con le quali come anarchici confliggiamo quotidianamente? La risposta è no. In Val di Susa lo scenario è quello classico della lotta di cortile che si sostanzia su un territorio certo ampio ma che risente appunto di tutti i limiti dei movimenti «non nel mio giardino».

L'ordalia

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L'ordalia

V. B.

È il caso di lottare per una causa il cui successo appare improbabile? Quando questo interrogativo viene posto, mi stupisco sempre nell'udir rispondere con una negazione. No, se si arrivasse alla convinzione dell'insuccesso, se non si potesse ragionevolmente fare affidamento sul trionfo delle idee per cui ci si batte, nonché sulla loro felice applicazione nel corso della propria vita, allora tanto vale sforzarsi di godere piuttosto degli anni che rimangono, alla larga dalle delusioni quotidiane ma immersi nei piaceri dell'edonismo. Io confesso disposizioni opposte. Le possibilità variabili, sempre soggette a scommessa, dell'attuazione del desiderabile non mi sembrano prevalere contro il desiderio che è la mia sola preoccupazione.
Insomma, l'istanza del fatto mi separa da chi, pur in preda alla passione, invoca la razionalità come se avesse bisogno di un avallo.

Nel paese delle democrazie

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Nel paese delle democrazie

 
«La questione — disse Alice — è sapere se hai il potere 
di attribuire alle parole tanti significati diversi.
La questione — disse Humpty Dumpty — 
è sapere chi comanda... tutto qui»
 

Alice, idealista un po’ ingenua, si sta chiedendo in questi giorni se è mai possibile che la parola «terrorismo» abbia un altro significato, dizionario storico-etimologico alla mano. Humpty Dumpty, materialista un po’ grezzo, le risponde che essendo lo Stato a comandare, ed essendo il linguaggio proprietà di chi comanda, allora «terrorismo» significa ciò che vuole lo Stato. Tutto qui.
Negli anni 70 lo Stato concedeva l’appellativo di «terrorista» a chiunque gli contendesse il monopolio dell’uso della violenza, ovvero utilizzasse armi da fuoco o esplosivi, soprattutto ai partecipanti di organizzazioni specifiche combattenti, soprattutto se quelle organizzazioni erano espressione di un più vasto movimento di contestazione, soprattutto se quella contestazione mirava a sfociare in una rivoluzione. Per lo Stato, «terrorista» era soprattutto chi lo attaccava a mano armata.

Discorso sul colonialismo

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Discorso sul colonialismo

Aimé Césaire

E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori inventano, rifiniscono, discutono intorno ai cavalletti.
Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: «Come è curioso! Mah! È il nazismo, passerà!». E si aspetta, si spera; si nasconde a se stessi la verità che è una barbarie, la barbarie suprema, quella che corona, quella che riassume la quotidianità delle barbarle; che è il nazismo, si capisce, ma che prima di esserne stato vittima se ne è stato complice. Che lo si è sopportato — quel nazismo — prima di subirlo, lo si è assolto, lo si è svisto e legittimato perché finora era stato applicato ai soli popoli non europei; che quel nazismo lo si è coltivato, e se ne è responsabili, e che esso assorda, perfora, pervade goccia a goccia, prima di inglobare nelle sue acque rosse di tutti i crimini della civiltà occidentale e cristiana
Sì, vale la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler e dell'hitlerismo e di svelare al molto distinto, al molto umanista, cristiano borghese del XX secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler abita in lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta, è per mancanza di logica e che in fondo, ciò che non perdona ad Hitler, non è il crimine come tale, il crimine contro l'uomo; non è l'umiliazione dell'uomo in sé, ma il crimine contro l'uomo bianco, il fatto di aver applicato all'Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell'India e ai negri d'Africa.

La soluzione finale al problema etico

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La soluzione finale al problema etico

Ora, il resettaggio del passato, la cancellazione della memoria, non è operazione facile in ambito sovversivo. La falsa coscienza necessaria all'azione politica si scontra infatti con il problema etico, ad esempio con l'idea secondo cui non si può sovvertire e servire allo stesso tempo; o anche con la diffusa convinzione che la memoria sia rivoluzionaria. Come fare a liquidare definitivamente questo problema? Le smentite non bastano, i sofismi nemmeno, e ad arrampicarsi sugli specchi tutti i giorni ci si stanca. Non si può andare avanti così, a chiamare errore episodico il metodo continuato, a fingere stupore e indignazione davanti all'evidenza più palese, ad evitare ogni critica pubblica e circostanziata sommergendola con pettegolezzi privati e «richieste di fiducia». Le situazioni incalzano, esigono una flessibilità (altro che conflittualità!) permanente, per cui bisogna farla finita una volta per tutte: niente intransigenze sconvenienti. Occorre decidersi a prendere di petto la questione, risolvendola alla radice.
La maniera c'è ed è davvero definitiva. La memoria non va più cancellata o «rivista e corretta» nei punti più imbarazzanti, secondo la bisogna. Ne va decretata la nocività in sé, la sua pesante costrizione. Basta con la tirannia dei ricordi, largo alla libertà dell'oblio. Non sono gli smemorati interessati a dover stare sulla difensiva, giustificandosi. Sono loro i rivoluzionari pronti a salire su qualsiasi barricata e su qualsiasi carro, mentre chi possiede ancora un briciolo di memoria è da considerare un reazionario.

Stranieri in un mondo alieno

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Stranieri in un mondo alieno

Wolfi Landstreicher

Sono stato un anarchico per oltre trent'anni. Per me questa non è mai stata un'identità a cui aggrapparsi, un'etichetta per darmi un senso di appartenenza. È stata piuttosto una sfida continua per affrontare la mia vita in maniera particolare, ponendomi costantemente la questione di cosa significhi rifiutare ogni forma di dominio e sfruttamento nella mia vita a livello pratico. Questo non è un interrogativo semplice con risposte facili, ma un problema con cui devo confrontarmi di continuo, perché qui e adesso sto affrontando un mondo in cui il dominio e lo sfruttamento definiscono i rapporti sociali, in cui la maggioranza degli individui sono spossessati di ogni possibilità di determinare la propria esistenza, alienati dell'energia creativa attraverso cui si potrebbe realizzare un simile progetto. In quanto anarchico, ho preso la decisione di rifiutare e combattere contro questo mondo. Ciò ha fatto di me un disertore, un outsider, di fatto, uno straniero in un mondo alieno.

Contro il feticismo delle masse

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Contro il feticismo delle masse

Dwight Macdonald

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Al «feticismo della merce» di Marx vorrei contrapporre il nuovo moderno feticismo — quello delle masse. Più si ragiona in modo progressista, più si assume che la prova della bontà di un programma politico sia in funzione del seguito popolare che ottiene. Io oso, almeno per l'epoca presente, affermare il contrario: che, come in arte e in letteratura, la comunicabilità su vasta scala è inversamente proporzionale alla bontà di un approccio politico. Non è una cosa positiva: come nell'arte, è un fattore deformante e storpiante. Non che sia una legge eterna: in passato le idee di una sottile maggioranza, ridotta qualche volta quasi al limite di un singolo individuo, sono riuscite lentamente a conquistare sempre maggiore consenso tra i concittadini; e speriamo che lo stesso accada anche alle nostre idee. Ma tale mi sembra la nostra situazione oggi, che ci piaccia o no. Tentando di diffondere le idee politiche su scala di massa oggi si finisce per corromperle o per spogliarle di tutta la loro forza emotiva e di tutto il loro significato intellettuale. Gli stessi mezzi con cui si deve comunicare a un vasto pubblico — la radio, la stampa popolare, i film — sono infetti; il linguaggio della comunicazione di massa è infetto.

Affari di gioco

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Affari di gioco

Più che mai lo sport contraddistingue il nostro spazio e il nostro tempo. Malgrado le centinaia di milioni di tesserati sul pianeta, i miliardi di telespettatori, la sua importanza nel commercio mondiale, le sue complicità politico-finanziarie ed il suo potere egemonico sul corpo, lo sport viene presentato come un innocuo e piacevole passatempo.
Ma se ci si intendesse una volta per tutte sul significato di questo termine, se si smettesse di confondere una partita fra amici che corrono dietro a una palla con una finale di Coppa del Mondo, o una corsa fra i campi con una finale olimpica dei 100 metri, la questione dello sport non apparirebbe più così innocente e risibile.
Lo sport non è un gioco, né un’attività fisica. Religione dei tempi moderni, i suoi valori sono indiscutibili e le sue pratiche universali.

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