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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

La sommossa moderna

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La sommossa moderna e l'arcaismo di sinistra

Observatoire de téléologie

Sembra che le persone di sinistra in particolare facciano molta fatica a comprendere cosa dicono delle sommosse i teleologi. Poiché i sinistri ritengono di sapere chiaramente cosa sia una sommossa, tanto più che sono piuttosto favorevoli a questo genere di eventi non senza rimarcarne talora le debolezze. Ma per loro la sommossa è uno strumento fra gli altri nella bisaccia portaproiettili contro la società attuale. Quindi per loro non c'è ragione di parlare più della sommossa che dello sciopero, della manifestazione, dell'insubordinazione civile o di forme di gestione parallele, che eventualmente rivendicano. Credono innanzitutto che la sommossa, per i teleologi, costituisca una sorta di feticismo; poi che vi facciano «ricorso» fin troppo spesso; infine che esistono comunque sommosse assai differenti nel mondo, giacché quelle che sono tanto belle e grandi da lontano, laddove il controllo del nemico è talmente blando da consentirle, non sono paragonabili agli incendi di cassonetti ad opera di gruppetti di mascherati in qualche venerdì sera in periferia, in cui loro, i nostri sinistri, hanno difficilmente accesso.

Architettura e anarchia?

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Architettura e anarchia: una coppia male assortita?

Jean-Pierre Garnier

La pratica dell'architettura stessa ne risente, più che mai segnata da elitarismo e autoritarismo. Sognare di «democratizzarla», come fecero studenti «contestatari» della disciplina una trentina di anni fa, è a questo proposito un non-senso. Preoccupati soprattutto di scuotere la tutela dei loro «grandi maestri», alcuni erano arrivati sino a richiamarsi al maoismo – o almeno a quello che se ne percepiva nei saloni o nelle sale dei seminari – per incitare l'architetto a «scendere dal suo piedistallo», a praticare il «ritorno alla base» per mettersi «all'ascolto delle masse». Non appena entrati nella professione, questi rivoluzionari del tavolo luminoso si affrettarono a ricollegarsi con la tradizione mandarinale. Il punto è che non avevano mai rotto con essa.
Può esistere allora, a proposito della creazione architetturale, un punto di vista anarchico che non sia puramente negativo, per non dire iconoclasta?

Farfalle

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Farfalle, amore libero e ideologia

Lettera sull’incoerenza

Aviv Etrebilal

È rassicurante vedere che, per alcune generazioni dell’acquitrino antiautoritario, i dogmi da cui troppo spesso partiamo, che ci divorano e ci fanno girare in tondo in una scatola chiusa, vengono messi in discussione. Che quando certi principi ideologici finiscono per causare danni collaterali umani, siamo capaci di criticarli, abbandonarli o riformularli. Un testo che alcuni compagni hanno pubblicato di recente sembra essere riuscito a dare origine a discussioni appassionanti ed importanti. La forza di quel testo era in certo qual modo il ritorno all’individualità, che tutti abbiamo più o meno sostituito con dei dogmi e con l’ideologia, sostituendo anche gli individui con delle persone-tipo. E se quel genere di discussioni, sul libero amore, la coppia, la pluralità, la gelosia, la non-esclusività, etc. esiste effettivamente tra noi, forse soprattutto in situazioni in cui le persone vivono assieme e a volte hanno perso il senso dell’intimità (squat, comunità, etc.) più che altrove, mancava in effetti la volontà di farne una discussione pubblica, tramite un testo che non fosse destinato solo a passare sottobanco all’interno di una o due bande di amici e amiche.

All'aria aperta

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All'aria aperta

Note su repressione e dintorni

     

«Dobbiamo abbandonare ogni modello, e studiare le nostre possibilità»
E. A. Poe
 

Le note che seguono nascono da un’esigenza: quella di riflettere assieme sulla situazione attuale al fine di trovare il filo di una prospettiva possibile. Esse sono il frutto di diverse discussioni in cui si sono mescolati il bilancio critico di esperienze passate, l’insoddisfazione per le iniziative di lotta in corso e la speranza per le potenzialità esistenti. Non sono la linea di un gruppo in competizione con altri, né sottendono la pretesa e l’illusione di riempire i vuoti — di vita e di passioni progettuali — con l’accordo più o meno formale su alcune tesi. Se conterranno critiche spiacevoli non è per il gusto fine a se stesso di muoverle, bensì perché credo sia urgente dirsi anche le cose spiacevoli. Come tutte le parole di questo mondo, esse avranno un’eco solo in chi avverte un’esigenza simile. Insomma, una piccola base di discussione per capire cosa si può fare, e con chi.

L'inferno è lastricato di buone intenzioni

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L'inferno è lastricato di buone intenzioni

Crociate umanitarie all'alba del terzo millennio

In questo mondo alla rovescia vorrebbero farci credere che alcune anime belle umanitarie si dedichino con tutte se stesse per dar sollievo alla miseria dei più miseri. Se ci degnassimo di dar loro qualche obolo potremmo dormire fra due guanciali, dato che quei professionisti della buona azione si impegnerebbero al nostro posto. Qualche euro e il cittadino soddisfatto di sé potrà fare ritorno ai suoi piccoli affari. Riciclando la questua alla fine della messa che nutre prima d'ogni cosa la buona coscienza del fedele, le organizzazioni non governative ci sanno fare. Il loro marketing dell'empatia si basa su una retorica dell'urgenza che non lascia spazio a interrogativi sul senso delle cose, su ciò che non va, sui modi di affrontarlo. Così caritatevoli e così bene organizzate, bisogna farsene una ragione, esse gestiscono.
Ovvio che gestiscono. Ma cosa di preciso?

Bonnot e gli evangelisti

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Bonnot e gli evangelisti

I reduci hanno sempre perseguitato i movimenti sociali. Reduci da battaglie considerate perdute, reduci da ideologie decomposte, reduci da utopie irrealizzate, tristi figuri che presentano la propria sconfitta personale come se si trattasse di una sconfitta storica allo scopo di trovare qualche pubblica giustificazione alla propria miseria umana. Per i reduci, si sa, finita la vita bisogna pensare a come affrontare la sopravvivenza ed alcuni di loro non riescono a resistere alla tentazione di darsi alla letteratura. Se le proprie esperienze e conoscenze non sono servite ieri a fare la rivoluzione, che almeno servano oggi per tirare a campare!
Una di queste brave persone è Valerio Evangelisti, noto autore di fantascienza, il creatore del personaggio di Eymerich l’Inquisitore. Non solo. Ha curato il “Progetto Memoria - La Comune”, è stato presidente dell’Archivio Storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi” di Bologna, è collaboratore di “Le Monde Diplomatique” nonché direttore editoriale della rivista “Carmilla”. È un po’ il tarlo di tutti questi scrittori con pruriti radicali, quello di cercare di coniugare profitto e militanza. A onor di verità, bisogna però riconoscergli un innegabile salto di qualità. A differenza di chi è andato all’assalto della classifiche di vendita dopo aver rinunciato ad andare all’assalto del cielo, Evangelisti ha dovuto solo rinunciare ad una carriera accademica alternata al lavoro di funzionario del ministero delle Finanze.

Senza colpo ferire

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Senza colpo ferire

La non-violenza? Gran bella idea, quella resa celebre molti anni fa da Gandhi! Da allora in tutto il mondo sono risuonate le sue parole, che parlano dell’orrore della violenza e della felicità che attende gli uomini non appena si decideranno ad addomesticare le proprie passioni. Siccome la dottrina proviene da una delle terre più povere del mondo; siccome udendola si ha davanti agli occhi l’immagine del sant’uomo che, per mettere in pratica le proprie convinzioni, si spogliò di tutto e visse in totale frugalità; siccome non si può dimenticare che il suo autore, a causa delle idee che professava, fu arrestato dalle truppe del colonialismo britannico; siccome è noto che egli morì tragicamente da martire della verità — non si può fare a meno di emozionarsi intimamente al suo pensiero.
La lacrime riempiono gli occhi, ma il disgusto sale alla gola.

Che cos'è il terrorismo?

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Che cos'è il terrorismo?

Maré Almani

Domandarsi cosa sia il terrorismo è uno di quegli interrogativi che in apparenza è inutile porre perché destinati a una risposta univoca, ma che in realtà — se formulati in modo rigoroso — non mancano di suscitare reazioni sorprendenti. Le risposte infatti sono sempre varie e contraddittorie. «Terrorismo è la violenza di chi combatte lo Stato», diranno alcuni; «terrorismo è la violenza dello Stato», ribatteranno altri; «macché, terrorismo è qualsiasi atto di violenza politica da qualsiasi parte provenga», preciseranno altri ancora. Per non parlare delle dispute che si aprono di fronte alle ulteriori distinzioni che si possono fare al riguardo; ad esempio, il terrorismo è solo la violenza contro le persone o anche quella contro le cose? Deve possedere necessariamente una motivazione d’ordine politico? O si caratterizza solo per il panico che semina?
La molteplicità di significati assegnati a questo termine è sospetta.

2/Il bambino, il mare e...

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2/Il bambino, il mare e la conchiglia

F. L.

Una nota parabola cristiana ci parla di un bambino che, sorpreso da Sant'Agostino mentre si dava da fare per prosciugare il mare servendosi di una conchiglia, veniva da questi deriso con aria di sufficienza, per l'evidente inutilità degli sforzi umani per giungere alla conoscenza di dio. Per chi si è abbastanza presto liberato di tutto il castello di frottole con cui la chiesa cattolica tenta di farci bere la sua cosiddetta «verità rivelata», la parabola del bambino che voleva prosciugare il mare è, almeno in apparenza, solo un vago ricordo d'infanzia, sempre che in quel periodo si abbia avuto la sventura di aver a che fare con preti o simili pagliacci.
Ma, se riflettiamo un momento con maggior attenzione, ci accorgeremo probabilmente che quella storiella, cucinata con le salse più varie e adattata alle situazioni più disparate, non ha mai cessato di perseguitarci, di esserci sbattuta in faccia, con derisoria sufficienza, da qualche saccente emulo del famoso santo. E portando fino in fondo la riflessione, scopriremo che proprio sulla morale di quella favoletta si regge tuttora la sopravvivenza di tutto il sistema sociale basato sul potere e sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Il proletariato limitante

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1/Il proletariato limitante

F. L.
«La rivoluzione tra cent'anni la vogliono tutti, anche i gendarmi»
(Tkacev a Engels)
 

Lo spirito religioso trascina in catene l'umanità da migliaia d'anni. Figlio della paura e padre di ogni servitù, le sue spettrali sembianze sbarrano da sempre il cammino della libertà e annientano negli uomini la volontà di superare il proprio stato di miseria, fisica ed intellettuale. Le chiese ed i templi di ogni genere (dalle moschee alle case del popolo) non ne sono che i simboli più evidenti, ma la sua malvagia influenza sopravvive, ben più pericolosamente, nella coscienza di ognuno di noi, assai spesso, purtroppo, anche quando ci riteniamo individui liberi e militanti rivoluzionari.
Il trionfo dell'Epoca della Ragione e l'avvento della Scienza della Lotta di Classe non hanno fatto altro che riprenderne il meccanismo essenziale, sostituendo nuovi idoli a quelli ormai caduti in disuso e nuovi Vangeli a quelli ormai invecchiati. L'idolo davanti al quale più facilmente ci inginocchiamo, noi evoluti uomini del XX secolo e dinanzi al quale sacrifichiamo la nostra volontà di liberarci finalmente da ogni schiavitù ed oppressione, è il Proletariato.

È possibile la propaganda anarchica?

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Ma è ancora possibile la propaganda anarchica?

Alfredo M. Bonanno

Domanda che molti anarchici si pongono: mantiene ancora un senso parlare di propaganda anarchica in termini generali, con quell’accattivante retorica del passato con la quale si cercava di disegnare la deliziosa prospettiva di un mondo senza regole asfissianti e controlli odiosi di padroni e poliziotti?
Disegnare i dettagli di un paesaggio ideale, libero da nuvole e piovaschi minacciosi, dove un sole perenne allieta le attività umane diventate piacevoli fino alla noia, è innocente passatempo che non fa male a nessuno.
Solo che continuare a leggere oggi questi slanci lirici non solo è inutile, ma francamente interessa sempre meno.
L’utopia deve restare quel non-luogo che sta sullo sfondo, privo di dettagli e di contorni, perché se si cerca di contrassegnarlo in particolari e processi di accostamento più o meno storici, si corre il rischio di cadere nel ridicolo, mentre tutto intorno le nefandezze del potere dilagano e la rabbiosa voglia di sfruttamento cresce sempre di più.

L'anonimato

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L'anonimato

«Allora io standogli accanto dissi al Ciclope tenendo con le mani una ciotola di nero: “su, bevi il vino, Ciclope, dopo aver mangiato la carne umana, perché tu sappia che bevanda è questa che alla nostra nave serbava. Te lo avevo portato in offerta, se mai impietosito mi mandassi a casa. Ma tu sei insopportabilmente furioso. Sciagurato, chi altro dei molti uomini potrebbe venire in futuro da te perché non agisci in modo giusto?”. Dissi così, lui lo prese e lo tracannò: gioì terribilmente a bere la dolce bevanda e me ne chiese ancora dell’altro: “dammene ancora, da bravo, e dimmi il tuo nome, ora subito, che ti do un dono ospitale di cui rallegrarti. Certo la terra che dona le biade produce ai Ciclopi vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere. Ma questo è una goccia di ambrosia e di nettare!”. Disse così, ed io di nuovo gli porsi il vino scuro. Gliene diedi tre volte, tre volte lo tracannò stoltamente. Ma quando il vino raggiunse il Ciclope ai precordi, allora gli parlai con dolci parole: “Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni”. Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: “per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale”...»

Riflessioni sulla guerra

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Riflessioni sulla guerra

Simone Weil

La situazione attuale, e lo stato d’animo che suscita, rimettono una volta di più all’ordine del giorno il problema della guerra. Oggi noi viviamo nella perenne attesa di una guerra; il pericolo è forse immaginario, ma la sensazione di pericolo esiste, e ne costituisce un fattore non trascurabile. Ebbene, l’unica reazione che sia dato constatare è il panico, non tanto il panico del coraggio di fronte alla minaccia di una carneficina, quanto il panico degli animi di fronte ai problemi che pone tale minaccia. Ed è proprio nel movimento operaio che si avverte di più lo smarrimento. Il rischio, se non ci impegniamo in un serio tentativo di analisi, è che un giorno o l’altro la guerra ci sorprenda incapaci non solo di agire, ma perfino di giudicare. Per prima cosa bisogna fare un bilancio delle tradizioni sulle quali abbiamo finora vissuto più o meno coscientemente.
Fino all’ultimo dopoguerra il movimento rivoluzionario, nelle sue diverse forme, non aveva nulla in comune con il pacifismo.

Contro la scienza delle sommosse

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Contro la scienza delle sommosse

Observatoire de téléologie

Perché, se la sommossa, che è di primo acchito rifiuto di tutto ciò che è, è in un primo tempo un tutto è possibile, tutto non può diventare realmente possibile se non viene concepito e progettato, e concepire e progettare sono precisamente il contrario di ciò che costituisce una sommossa. Se una sommossa venisse organizzata, perderebbe l’irrazionalità e l’imprevedibilità che la contraddistinguono; e lo si può verificare nel momento in cui gli insorti si organizzano. Se la loro organizzazione permette loro di durare, non è più una sommossa, è una insurrezione, e se questa organizzazione viene battuta sul terreno in cui si è costituita, essa servirà essenzialmente a recuperare l’imprevisto insorto che le sfugge ancora e a razionalizzare l’irrazionale. Una organizzazione di insorti è una contraddizione in termini e, del resto, non c'è mai stata una simile pretesa nel mondo.

Per regolare i conti

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Per regolare i conti

Lope Vargas

Se si pensa che nella tradizione cristiana già il primo uomo apparso sulla terra disobbedisce al precetto divino ed incorre per questo nella punizione, e che a commettere il primo omicidio è un suo diretto discendente, è evidente come l’origine della giustizia si perda nella notte dei tempi, nascendo in risposta al problema posto da chi disturba l’ordinamento sociale ed economico.
Motivo per cui dichiararsi contro la giustizia risuona all’orecchio dei più come uno scherzo di cattivo gusto, una provocazione, una follia, specialmente in un’epoca giustizialista come quella che stiamo attraversando. Un luogo comune di secolare solidità vuole infatti che non si possa avversare la giustizia, perché altrimenti ciò significherebbe essere a favore dell’ingiustizia, del sopruso, della tirannia. E questa convinzione è penetrata talmente a fondo nell’animo umano che tutti coloro che nel corso della storia hanno criticato la giustizia si sono sempre premurati di specificare di essere contrari solo ad un suo particolare operato, a una sua cattiva gestione, a una sua applicazione considerata errata. Ma la giustizia in sé, la giustizia in quanto tale, è sempre stata considerata un concetto inviolabile.

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