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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Che cos'è il terrorismo?

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Che cos'è il terrorismo?

Maré Almani

Domandarsi cosa sia il terrorismo è uno di quegli interrogativi che in apparenza è inutile porre perché destinati a una risposta univoca, ma che in realtà — se formulati in modo rigoroso — non mancano di suscitare reazioni sorprendenti. Le risposte infatti sono sempre varie e contraddittorie. «Terrorismo è la violenza di chi combatte lo Stato», diranno alcuni; «terrorismo è la violenza dello Stato», ribatteranno altri; «macché, terrorismo è qualsiasi atto di violenza politica da qualsiasi parte provenga», preciseranno altri ancora. Per non parlare delle dispute che si aprono di fronte alle ulteriori distinzioni che si possono fare al riguardo; ad esempio, il terrorismo è solo la violenza contro le persone o anche quella contro le cose? Deve possedere necessariamente una motivazione d’ordine politico? O si caratterizza solo per il panico che semina?
La molteplicità di significati assegnati a questo termine è sospetta.

2/Il bambino, il mare e...

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2/Il bambino, il mare e la conchiglia

F. L.

Una nota parabola cristiana ci parla di un bambino che, sorpreso da Sant'Agostino mentre si dava da fare per prosciugare il mare servendosi di una conchiglia, veniva da questi deriso con aria di sufficienza, per l'evidente inutilità degli sforzi umani per giungere alla conoscenza di dio. Per chi si è abbastanza presto liberato di tutto il castello di frottole con cui la chiesa cattolica tenta di farci bere la sua cosiddetta «verità rivelata», la parabola del bambino che voleva prosciugare il mare è, almeno in apparenza, solo un vago ricordo d'infanzia, sempre che in quel periodo si abbia avuto la sventura di aver a che fare con preti o simili pagliacci.
Ma, se riflettiamo un momento con maggior attenzione, ci accorgeremo probabilmente che quella storiella, cucinata con le salse più varie e adattata alle situazioni più disparate, non ha mai cessato di perseguitarci, di esserci sbattuta in faccia, con derisoria sufficienza, da qualche saccente emulo del famoso santo. E portando fino in fondo la riflessione, scopriremo che proprio sulla morale di quella favoletta si regge tuttora la sopravvivenza di tutto il sistema sociale basato sul potere e sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Il proletariato limitante

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1/Il proletariato limitante

F. L.
«La rivoluzione tra cent'anni la vogliono tutti, anche i gendarmi»
(Tkacev a Engels)
 

Lo spirito religioso trascina in catene l'umanità da migliaia d'anni. Figlio della paura e padre di ogni servitù, le sue spettrali sembianze sbarrano da sempre il cammino della libertà e annientano negli uomini la volontà di superare il proprio stato di miseria, fisica ed intellettuale. Le chiese ed i templi di ogni genere (dalle moschee alle case del popolo) non ne sono che i simboli più evidenti, ma la sua malvagia influenza sopravvive, ben più pericolosamente, nella coscienza di ognuno di noi, assai spesso, purtroppo, anche quando ci riteniamo individui liberi e militanti rivoluzionari.
Il trionfo dell'Epoca della Ragione e l'avvento della Scienza della Lotta di Classe non hanno fatto altro che riprenderne il meccanismo essenziale, sostituendo nuovi idoli a quelli ormai caduti in disuso e nuovi Vangeli a quelli ormai invecchiati. L'idolo davanti al quale più facilmente ci inginocchiamo, noi evoluti uomini del XX secolo e dinanzi al quale sacrifichiamo la nostra volontà di liberarci finalmente da ogni schiavitù ed oppressione, è il Proletariato.

È possibile la propaganda anarchica?

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Ma è ancora possibile la propaganda anarchica?

Alfredo M. Bonanno

Domanda che molti anarchici si pongono: mantiene ancora un senso parlare di propaganda anarchica in termini generali, con quell’accattivante retorica del passato con la quale si cercava di disegnare la deliziosa prospettiva di un mondo senza regole asfissianti e controlli odiosi di padroni e poliziotti?
Disegnare i dettagli di un paesaggio ideale, libero da nuvole e piovaschi minacciosi, dove un sole perenne allieta le attività umane diventate piacevoli fino alla noia, è innocente passatempo che non fa male a nessuno.
Solo che continuare a leggere oggi questi slanci lirici non solo è inutile, ma francamente interessa sempre meno.
L’utopia deve restare quel non-luogo che sta sullo sfondo, privo di dettagli e di contorni, perché se si cerca di contrassegnarlo in particolari e processi di accostamento più o meno storici, si corre il rischio di cadere nel ridicolo, mentre tutto intorno le nefandezze del potere dilagano e la rabbiosa voglia di sfruttamento cresce sempre di più.

L'anonimato

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L'anonimato

«Allora io standogli accanto dissi al Ciclope tenendo con le mani una ciotola di nero: “su, bevi il vino, Ciclope, dopo aver mangiato la carne umana, perché tu sappia che bevanda è questa che alla nostra nave serbava. Te lo avevo portato in offerta, se mai impietosito mi mandassi a casa. Ma tu sei insopportabilmente furioso. Sciagurato, chi altro dei molti uomini potrebbe venire in futuro da te perché non agisci in modo giusto?”. Dissi così, lui lo prese e lo tracannò: gioì terribilmente a bere la dolce bevanda e me ne chiese ancora dell’altro: “dammene ancora, da bravo, e dimmi il tuo nome, ora subito, che ti do un dono ospitale di cui rallegrarti. Certo la terra che dona le biade produce ai Ciclopi vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere. Ma questo è una goccia di ambrosia e di nettare!”. Disse così, ed io di nuovo gli porsi il vino scuro. Gliene diedi tre volte, tre volte lo tracannò stoltamente. Ma quando il vino raggiunse il Ciclope ai precordi, allora gli parlai con dolci parole: “Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni”. Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: “per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale”...»

Riflessioni sulla guerra

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Riflessioni sulla guerra

Simone Weil

La situazione attuale, e lo stato d’animo che suscita, rimettono una volta di più all’ordine del giorno il problema della guerra. Oggi noi viviamo nella perenne attesa di una guerra; il pericolo è forse immaginario, ma la sensazione di pericolo esiste, e ne costituisce un fattore non trascurabile. Ebbene, l’unica reazione che sia dato constatare è il panico, non tanto il panico del coraggio di fronte alla minaccia di una carneficina, quanto il panico degli animi di fronte ai problemi che pone tale minaccia. Ed è proprio nel movimento operaio che si avverte di più lo smarrimento. Il rischio, se non ci impegniamo in un serio tentativo di analisi, è che un giorno o l’altro la guerra ci sorprenda incapaci non solo di agire, ma perfino di giudicare. Per prima cosa bisogna fare un bilancio delle tradizioni sulle quali abbiamo finora vissuto più o meno coscientemente.
Fino all’ultimo dopoguerra il movimento rivoluzionario, nelle sue diverse forme, non aveva nulla in comune con il pacifismo.

Contro la scienza delle sommosse

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Contro la scienza delle sommosse

Observatoire de téléologie

Perché, se la sommossa, che è di primo acchito rifiuto di tutto ciò che è, è in un primo tempo un tutto è possibile, tutto non può diventare realmente possibile se non viene concepito e progettato, e concepire e progettare sono precisamente il contrario di ciò che costituisce una sommossa. Se una sommossa venisse organizzata, perderebbe l’irrazionalità e l’imprevedibilità che la contraddistinguono; e lo si può verificare nel momento in cui gli insorti si organizzano. Se la loro organizzazione permette loro di durare, non è più una sommossa, è una insurrezione, e se questa organizzazione viene battuta sul terreno in cui si è costituita, essa servirà essenzialmente a recuperare l’imprevisto insorto che le sfugge ancora e a razionalizzare l’irrazionale. Una organizzazione di insorti è una contraddizione in termini e, del resto, non c'è mai stata una simile pretesa nel mondo.

Per regolare i conti

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Per regolare i conti

Lope Vargas

Se si pensa che nella tradizione cristiana già il primo uomo apparso sulla terra disobbedisce al precetto divino ed incorre per questo nella punizione, e che a commettere il primo omicidio è un suo diretto discendente, è evidente come l’origine della giustizia si perda nella notte dei tempi, nascendo in risposta al problema posto da chi disturba l’ordinamento sociale ed economico.
Motivo per cui dichiararsi contro la giustizia risuona all’orecchio dei più come uno scherzo di cattivo gusto, una provocazione, una follia, specialmente in un’epoca giustizialista come quella che stiamo attraversando. Un luogo comune di secolare solidità vuole infatti che non si possa avversare la giustizia, perché altrimenti ciò significherebbe essere a favore dell’ingiustizia, del sopruso, della tirannia. E questa convinzione è penetrata talmente a fondo nell’animo umano che tutti coloro che nel corso della storia hanno criticato la giustizia si sono sempre premurati di specificare di essere contrari solo ad un suo particolare operato, a una sua cattiva gestione, a una sua applicazione considerata errata. Ma la giustizia in sé, la giustizia in quanto tale, è sempre stata considerata un concetto inviolabile.

La zampata della vita

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La zampata della vita

Sviluppatosi a partire dagli anni 80, il movimento di liberazione animale ha avuto il merito di ampliare e precisare i termini dell’antica “questione sociale”. Una trasformazione radicale che agogna un mondo nuovo, privo di sfruttamento e di dominio, non può limitarsi a mutare i rapporti fra i soli esseri umani. Anche il rapporto con la natura e con il (resto del) mondo animale è destinato a modificarsi, altrettanto radicalmente. Quella che in passato era più che altro un’intuizione di pochi sovversivi, è diventata un’evidenza ormai riconosciuta da (quasi) tutti.
Imporre questa evidenza non è stato facile. Gli animalisti hanno sempre dovuto fare i conti con chi considera le loro preoccupazioni irrilevanti, puerili, sentimentali, interclassiste. Accusati più volte di esprimere rivendicazioni parziali e riformiste, gli animalisti più radicali hanno reagito chiarendo che la liberazione degli animali andava intesa come parte integrante di un più vasto progetto di liberazione sociale.

Mattone su mattone

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Mattone su mattone

La capacità di adattamento dell'essere umano supera ogni immaginazione. Si può porre un uomo in pressoché qualsiasi condizione, anche nelle condizioni in cui ci sia solo la morte come filo rosso della storia, e riuscirà ancora ad adattarsi, ad accordare il suo comportamento al diapason dell'ambiente ostile. Da un lato, questa capacità è straordinaria e costituisce la specificità dell'essere umano in quanto tale. Dall'altro, essa è infinitamente tragica poiché il potere non incontra solo avversari implacabili, ma anche la rassegnazione che, in fin dei conti, rappresenta proprio il respiro vitale, per quanto putrido, del potere stesso.
Alcuni diranno che si tratta dell'istinto di sopravvivenza, altri si rifaranno all'inesauribile creatività di cui l'uomo ha dato prova attraverso la Storia nel far genuflettere e incatenare il suo prossimo. Altri ancora si faranno coraggio per l'elasticità che caratterizza la rivolta umana a fronte di condizioni insopportabili. Ad ogni modo, in prigione ritroviamo tutto questo in maniera concentrata. Ma è possibile criticare il carcere senza parlare immediatamente della sua genitrice, questa società basata sull'autorità e sul potere? Nulla in questo mondo può essere considerato a sé stante.

Chi deve integrare cosa?

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Chi deve integrare cosa?

Nathan il solitario

Si può ampiamente assimilare la recente discussione sull'integrazione ad una nuova controversia religiosa. Per formulare un giudizio in proposito conviene tuttavia ritornare alla sua fonte storica, ovvero al comportamento iniziale della società moderna, capitalista, nei confronti della religione.
La modernità occidentale ha intrapreso quasi simultaneamente, verso la fine del diciottesimo secolo, due cammini radicalmente diversi. Sia negli Stati Uniti d'America che in Francia, ma in maniera quasi opposta, si sono prese le distanze da una religione che era stata messa integralmente al servizio del dispotismo monarchico, allorquando il papa e il re univano le loro forze per opprimere materialmente e mentalmente le popolazioni.

Alle origini del potere

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Alle origini del potere

Aviv Etrebilal

Un mito è un racconto che si ritiene esplicativo e soprattutto fondatore di una pratica sociale comune. Può essere portato originariamente da una tradizione orale, che propone una spiegazione per certi aspetti fondamentali del mondo e della società che ha forgiato o che veicola detti miti, può anche essere costruito di sana pianta da gruppi che hanno la ferma intenzione di servirsene per i propri fini. Il mito è fondatore per definizione. Fonda religioni, nazioni, popoli, identità. Partiamo qui dall’evidenza che il mito, come la religione, è uno strumento d’oppressione e di auto-oppressione, di servitù a false utopie, utile solo a minoranze – o anche a maggioranze nell’ambito di un democraticismo utopico – per consolidare il loro dominio sulla base di un’adesione ben accetta. Il fatto di governare è inseparabile dal mito e dalla creazione di un immaginario, e l’analisi materialista della storia di un Marx per esempio, che nella storia umana vuol vedere solo rapporti economici laddove ci sono sogni, credenze, miti e ideologie, appare superficiale se si considera, più che le quotazioni del grano, la storia delle idee e dei rapporti fra individui e gruppi di individui.

L'idra tecnologica

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L'idra tecnologica

Come fare per iniziare a parlare di un argomento complesso come la tecnologia? Analizzarla significa analizzare la totalità di questa civiltà moderna: non solo le sue prospettive industriali; non solo gli apparati e le strutture; non solo la gerarchia del potere e della specializzazione che questi apparati introducono nei rapporti umani; non solo gli «umili oggetti» che hanno scosso il nostro modo di vivere fin nelle sue più profonde radici, che hanno scosso anche i nostri sogni e i nostri desideri, il modo in cui vediamo noi stessi e il nostro mondo.
Cos’è la tecnologia? Quando si pone questa domanda, ci si confronta con la religione moderna — l’universale feticismo dei tecnici. La mistica tecnologica è una giustificazione del suo mondo ed una spiegazione di quella “umanità” che la serve. Criticarla, voler andare oltre, significa dire una bestemmia contro la liturgia, paragonabile alla proposta di vivere senza polmoni. Non si può «sbarazzarsi della tecnologia», non si possono «distruggere tutte le macchine»; la nostra sopravvivenza dipende da queste. Comunque, la tecnologia è sempre stata con noi.

Ma gli anarchici non votano?

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Ma gli anarchici non votano?

Alfredo M. Bonanno

Dirsi anarchico vuol dire molto, ma può anche voler dire nulla. In un mondo di identità flebili, quando tutto sembra sfumare nella nebbia dell'incertezza, considerarsi anarchico può essere un modo come un altro di seguire una bandiera, nulla di più.
Ma l'anarchismo a volte risulta un'etichetta scomoda. Può insinuarti domande nella mente cui non è poi facile dare una risposta. Può farti notare le strane contraddizioni della tua vita: il lavoro, il ruolo che la società ti ha imposto, lo status a cui tu stesso hai partecipato, la carriera a cui non sai rinunciare, e la famiglia, gli amici, i figli, la fine del mese e lo stipendio, la macchina e la casa di proprietà. Ahimé, fissare una distanza tra questi corredi e le proprie idee di fondo, tra quello che siamo e il nostro essere anarchici, assomiglia molto a quella lotta tra l'essere e il dover essere che faceva sorridere Hegel: il dover essere finisce sempre per soccombere.

Arruffapopoli

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Arruffapopoli

Uno degli effetti collaterali più desolanti della "svolta" intrapresa da una parte del movimento anarchico negli ultimi anni — l'abbandono dell'alterità assoluta nei confronti dell'esistente in favore di un più pragmatico e realista possibilismo — è stato su altri versanti lo speculare diffondersi di una sorta di allergia per qualsivoglia lotta sociale. In molti casi è sufficiente nominare lo stesso concetto di lotta sociale per indisporre ed irritare non pochi compagni, i quali ormai la identificano con una sorta di cittadinismo d'accatto, con una ricerca di consenso popolare vieppiù disponibile al compromesso.
Come se l'intervento in una lotta sociale si potesse concepire solo celando il proprio pensiero ribelle per ostentarne uno compiacente e riformista, come se la ricerca di complici in un simile contesto si concretizzasse necessariamente nella più imbarazzante questua di alleanze.

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