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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Chi deve integrare cosa?

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Chi deve integrare cosa?

Nathan il solitario

Si può ampiamente assimilare la recente discussione sull'integrazione ad una nuova controversia religiosa. Per formulare un giudizio in proposito conviene tuttavia ritornare alla sua fonte storica, ovvero al comportamento iniziale della società moderna, capitalista, nei confronti della religione.
La modernità occidentale ha intrapreso quasi simultaneamente, verso la fine del diciottesimo secolo, due cammini radicalmente diversi. Sia negli Stati Uniti d'America che in Francia, ma in maniera quasi opposta, si sono prese le distanze da una religione che era stata messa integralmente al servizio del dispotismo monarchico, allorquando il papa e il re univano le loro forze per opprimere materialmente e mentalmente le popolazioni.

Alle origini del potere

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Alle origini del potere

Aviv Etrebilal

Un mito è un racconto che si ritiene esplicativo e soprattutto fondatore di una pratica sociale comune. Può essere portato originariamente da una tradizione orale, che propone una spiegazione per certi aspetti fondamentali del mondo e della società che ha forgiato o che veicola detti miti, può anche essere costruito di sana pianta da gruppi che hanno la ferma intenzione di servirsene per i propri fini. Il mito è fondatore per definizione. Fonda religioni, nazioni, popoli, identità. Partiamo qui dall’evidenza che il mito, come la religione, è uno strumento d’oppressione e di auto-oppressione, di servitù a false utopie, utile solo a minoranze – o anche a maggioranze nell’ambito di un democraticismo utopico – per consolidare il loro dominio sulla base di un’adesione ben accetta. Il fatto di governare è inseparabile dal mito e dalla creazione di un immaginario, e l’analisi materialista della storia di un Marx per esempio, che nella storia umana vuol vedere solo rapporti economici laddove ci sono sogni, credenze, miti e ideologie, appare superficiale se si considera, più che le quotazioni del grano, la storia delle idee e dei rapporti fra individui e gruppi di individui.

L'idra tecnologica

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L'idra tecnologica

Come fare per iniziare a parlare di un argomento complesso come la tecnologia? Analizzarla significa analizzare la totalità di questa civiltà moderna: non solo le sue prospettive industriali; non solo gli apparati e le strutture; non solo la gerarchia del potere e della specializzazione che questi apparati introducono nei rapporti umani; non solo gli «umili oggetti» che hanno scosso il nostro modo di vivere fin nelle sue più profonde radici, che hanno scosso anche i nostri sogni e i nostri desideri, il modo in cui vediamo noi stessi e il nostro mondo.
Cos’è la tecnologia? Quando si pone questa domanda, ci si confronta con la religione moderna — l’universale feticismo dei tecnici. La mistica tecnologica è una giustificazione del suo mondo ed una spiegazione di quella “umanità” che la serve. Criticarla, voler andare oltre, significa dire una bestemmia contro la liturgia, paragonabile alla proposta di vivere senza polmoni. Non si può «sbarazzarsi della tecnologia», non si possono «distruggere tutte le macchine»; la nostra sopravvivenza dipende da queste. Comunque, la tecnologia è sempre stata con noi.

Ma gli anarchici non votano?

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Ma gli anarchici non votano?

Alfredo M. Bonanno

Dirsi anarchico vuol dire molto, ma può anche voler dire nulla. In un mondo di identità flebili, quando tutto sembra sfumare nella nebbia dell'incertezza, considerarsi anarchico può essere un modo come un altro di seguire una bandiera, nulla di più.
Ma l'anarchismo a volte risulta un'etichetta scomoda. Può insinuarti domande nella mente cui non è poi facile dare una risposta. Può farti notare le strane contraddizioni della tua vita: il lavoro, il ruolo che la società ti ha imposto, lo status a cui tu stesso hai partecipato, la carriera a cui non sai rinunciare, e la famiglia, gli amici, i figli, la fine del mese e lo stipendio, la macchina e la casa di proprietà. Ahimé, fissare una distanza tra questi corredi e le proprie idee di fondo, tra quello che siamo e il nostro essere anarchici, assomiglia molto a quella lotta tra l'essere e il dover essere che faceva sorridere Hegel: il dover essere finisce sempre per soccombere.

Arruffapopoli

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Arruffapopoli

Uno degli effetti collaterali più desolanti della "svolta" intrapresa da una parte del movimento anarchico negli ultimi anni — l'abbandono dell'alterità assoluta nei confronti dell'esistente in favore di un più pragmatico e realista possibilismo — è stato su altri versanti lo speculare diffondersi di una sorta di allergia per qualsivoglia lotta sociale. In molti casi è sufficiente nominare lo stesso concetto di lotta sociale per indisporre ed irritare non pochi compagni, i quali ormai la identificano con una sorta di cittadinismo d'accatto, con una ricerca di consenso popolare vieppiù disponibile al compromesso.
Come se l'intervento in una lotta sociale si potesse concepire solo celando il proprio pensiero ribelle per ostentarne uno compiacente e riformista, come se la ricerca di complici in un simile contesto si concretizzasse necessariamente nella più imbarazzante questua di alleanze.

Lo specchio delle illusioni

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Lo specchio delle illusioni

Ormai il fossato è stato quasi del tutto riempito. Quando forme espressive ostili alla società sembrano prendere vigore e acquisire una qualche influenza fuori dai sentieri battuti, i peggiori nemici non sono più i censori, bensì i recuperatori e gli esperti in riconoscimento sociale e statale, dai giornalisti ai sociologi. La democrazia funziona così: le cose che non può ignorare, le riconosce per meglio annichilirle svuotandole di significato. Per gli irriducibili che rifiutano di stare al gioco, resta ovviamente la coercizione. Ma più le opposizioni che lo Stato riesce a sedurre appaiono sovversive, più il sistema di rappresentazione ci guadagna. L'essenziale è che esse non sfocino in qualche tentativo di trasformare il mondo. In materia, il ruolo dei media è determinante. È da parecchio tempo che essi non si accontentano più di ridipingere con colori cangianti il mondo capitalista e di stigmatizzare in blocco qualsiasi tentativo di metterlo in discussione. Sebbene la menzogna resti necessaria, soprattutto la menzogna per omissione, il dominio attuale è capace di assorbire senza grosse crisi la sequela di orrori che accompagnano il suo corso. Anche la contestazione può talvolta diventare merce, in particolare quando evolve sul terreno politico e culturale.

Sono ateo, grazie a Dio!

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Sono ateo, grazie a Dio!

Dio, Patria, Famiglia

È questa la triade di valori che per secoli è stata indicata come cielo ideale della civiltà, mentre sulla terra regnava incontrastato il valore profano del denaro. Con il passare degli anni quei valori ideali sono andati sbiadendo. Dovendo stare tutto il tempo col capo chino, in segno di sottomissione, l’uomo non ha più avuto modo di guardare in alto. L’adorazione ha lasciato il posto all’ossequio, l’ossequio ha lasciato il posto all’indifferenza, l’indifferenza alla derisione. La chiesa? Una succursale consacrata dell’ospizio. La caserma? Il rimpianto di vecchi reduci, la palestra di giovani frustrati. Il matrimonio? Quasi una mera formalità burocratica necessaria per ottenere il divorzio da un rapporto mai vissuto con intensità.
Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni stiamo assistendo a un’inversione di tendenza.
Vittoria del nazionalismo, benedizione della religione, anche qui con una certa confusione delle parti. Resta il fatto che dell’antica triade ritenuta in declino è senza dubbio Dio (nelle sue molteplici forme e denominazioni) ad essere tornato più prepotentemente alla ribalta. Fino a poco tempo fa il numero dei suoi fedeli sembrava essersi talmente ridotto, le loro argomentazioni apparivano talmente puerili, almeno qui in occidente, che i suoi avversari dichiarati non avevano più motivo di combatterlo. Troppo facile, non ne valeva la pena. Nessuno che si dannasse per negare l’esistenza di Babbo Natale.

Classi pericolose

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Classi pericolose

Louis Chevalier

Selvaggi i lavoratori lo sono per la precarietà della loro esistenza, «principale caratteristica che rende il povero simile al selvaggio. La vita del proletario dell’industria, come quella del selvaggio, è alla mercé del caso e dei capricci della sorte: oggi buona caccia e salario, domani niente preda e disoccupazione, oggi abbondanza, domani carestia»; per il loro continuo nomadismo, che comincia col vagabondaggio infantile e caratterizza in seguito «la popolazione fluttuante delle grandi città, quella massa umana richiamata dall’industria, che, superando costantemente le sue possibilità occupazionali, viene accantonata come materiale di riserva. È fra questa popolazione, molto più numerosa di quanto non si creda, che si reclutano i poveri, questi pericolosi nemici della nostra civiltà».

La repressione e il suo piccolo mondo

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La repressione e il suo piccolo mondo

Oggigiorno, la constatazione che viviamo sotto il regno della separazione è piuttosto condivisa e non ha nulla di molto originale. Non mancano le analisi che affrontano questo meccanismo, anche se i partigiani dell’economicismo tendono ancora a ridurlo alla sua espressione più semplice.

 

Eppure, non tutto è così semplice e non è raro che lotte che si pretendono radicali riproducano abbastanza rapidamente alcune forme di frammentazione. È quanto avviene, ad esempio, quando categorie inerenti il sistema che auspichiamo di veder scomparire vengono riprese tali e quali, specialmente come punto di partenza di un possibile denominatore comune. Come se fare dei lavoratori, precari, prigionieri, senza-documenti o altri «senza» degli ipotetici soggetti di lotta o di trasformazione sociale non corrispondesse esattamente a ciò che si vuole che siamo: una giustapposizione di identità parcellizzate rinchiuse in differenti scomparti, per quanto assorbenti e permeabili. Anche se queste definizioni sono legate a situazioni sociali ben reali, esse nondimeno riducono gli individui alle sole posizioni loro assegnate dalla società e in ogni caso non dicono nulla di ciò che sono, fanno, vogliono o non vogliono.

Arcipelago

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Arcipelago

Affinità, organizzazione informale e progetti insurrezionali

Perché tornare sulle questioni dell’affinità e dell’organizzazione informale? Di certo non perché manchino i tentativi di esplorare e approfondire questi aspetti dell’anarchismo, perché le discussioni di ieri come di oggi non ne siano in parte ispirate, o non esistano testi che abbordano tali questioni magari in maniera più dinamica. Ma certi concetti esigono senza dubbio uno sforzo analitico e critico permanente, se non vogliono perdere il loro significato a furia di essere frequentemente usati e ripetuti. Altrimenti le nostre idee rischiano di diventare dei luoghi comuni, delle «evidenze», terreno fertile per il gioco idiota della competizione di identità dove la riflessione critica diventa impossibile. Capita che la scelta dell’affine venga liquidata frettolosamente da alcuni come se si trattasse di un rapporto arroccato sulle proprie idee, un rapporto che non permetterebbe un contatto con la realtà e nemmeno con i compagni. Mentre altri agitano l’affinità come uno stendardo, una sorta di parola d’ordine — e come con tutte le parole d’ordine, spesso è il vero significato, profondo e propulsivo, ad esserne la prima vittima.

L'industria bellica in Italia

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L'industria bellica in Italia

È da poco disponibile la nuova edizione del libro Per una milizia cittadina. Il testo che proponiamo di seguito ne è l'appendice.

Abbiamo approntato un lungo elenco di industrie produttrici di armi in Italia. Man mano che approfondivamo questo lavoro in noi l’indignazione cresceva. Ma com’è possibile, ci siamo chiesti, che migliaia di lavoratori, di esclusi, di poveri disgraziati con paghe da miseria, si vendano ai padroni collaborando alla produzione di morte, di ordigni che producono morte in tutto il mondo e che rendono possibile la guerra contro popolazioni spesso inermi o insorte con mezzi di fortuna per attaccare gli invasori?
E tutta la retorica della Resistenza di casa nostra? Possibile che non venga fuori in queste maestranze un briciolo di coscienza, una specie di resipiscenza di classe?
Era questo il discorso che stavamo quasi per fare in punta di penna, ma che non faremo.

Sicuro come la morte

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Sicuro come la morte

«Un popolo che è disposto a rinunciare ad un po’ della sua libertà
in cambio di un po’ di sicurezza non merita né l’una né l’altra»
Benjamin Franklin
 
 
È una questione di cui si fa un gran parlare, ma la cui diagnosi è secca. A destra o a sinistra, il verdetto è unanime: viviamo in un «clima di insicurezza».
Ogni giorno i notiziari ci rovesciano addosso litri di sangue raccolti sui luoghi teatro di agguati, stupri, omicidi. Fatti cruenti descritti e filmati con maniacale dovizia di particolari, sì da far correre orribili brividi lungo la nostra spina dorsale già indebolita dalle quotidiane genuflessioni.
Guardare le altrui sventure non è più una consolazione, non riusciamo a tirare un sospiro di sollievo al pensiero di averla scampata. È un incubo, perché quelle sventure sembrano premere sugli schermi per precipitarsi sul tappeto dei nostri salotti. E se un domani diventassimo noi i protagonisti di quei telegiornali che ormai grondano solo morte? In preda al terrore, cominciamo a serrare a tripla mandata la porta di casa, a non parlare col nuovo vicino, a non uscire più la sera. Il panico si diffonde, si generalizza come la seguente certezza: l’insicurezza è il flagello della nostra epoca. Se venisse risolto, si aprirebbero per noi i cancelli del paradiso.

Purché non se ne parli

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Purché non se ne parli

Si tratta di una delle grandi ipocrisie umane: la libertà di critica. Nessuno oserà mai affermare esplicitamente la propria ostilità nei confronti della critica, tutti ne riconosceranno comunque il valore e l'importanza.
Nei sistemi politici, infatti, la sua messa al bando è notoriamente sinonimo di totalitarismo. Eppure, la sua manifestazione viene sollecitata, gradita, o anche solo tollerata, quasi esclusivamente quando non è indirizzata verso se stessi. Criticare va bene, va benissimo... finché si criticano gli altri.
Siamo sinceri: in fondo i dittatori l'hanno mai pensata diversamente? Un Duce non aveva ragioni di mettere a tacere chi se la fosse presa con il comunismo. E nessun regime stalinista ha mai ostacolato la critica al nazismo. Ma qualora i critici avessero rivolto la propria attenzione all'interno e non più all'esterno (del proprio paese, o partito, o movimento, o gruppo...), è facile prevedere che nei loro confronti sarebbe immediatamente scattata la censura. Perché criticare può anche essere considerata una attività lodevole, ma essere criticati non piace a nessuno.
Eppure sta proprio qui una delle differenze fondamentali fra autoritarismo e libertà — nella possibilità di criticare chiunque.

Sull'egoismo

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Sull'egoismo

Max Stirner

Tutto gira intorno a te; tu sei il centro del mondo esterno e il centro del mondo del pensiero. Il tuo mondo arriva fin dove arriva la tua capacità di capire; e ciò che tu abbracci, è tuo per il solo fatto che lo comprendi. Tu unicamente sei “unico” soltanto insieme alla “tua proprietà”.
Intanto non ti sfugge che ciò che è tuo proprio, è anche suo proprio o ha una sua propria esistenza, è qualcosa di unico come te. Per tutto questo tu dimentichi te stesso in dolce dimenticanza di te.
Ma se tu ti sei dimenticato, sei forse del tutto scomparso? Se tu non pensi a te stesso, hai forse cessato di esistere? Se tu guardi il tuo amico negli occhi o rifletti ad una gioia che potresti procurargli; se tu alzi lo sguardo alle stelle e scruti le loro leggi o mandi loro il tuo saluto, che dovrebbe portarle nella tua solitaria cameretta; se, guardando nel microscopio, tu ti perdi dietro al movimento degli infusori; se tu ti butti nell’acqua o nel fuoco per venire in aiuto a qualcuno, senza badare al tuo pericolo personale, certo allora tu non “pensi” a te stesso, ti “dimentichi”. Ma se tu esisti soltanto se pensi a te stesso, e se sparisci, se ti dimentichi: esisti soltanto attraverso l’autocoscienza? Chi non dimenticherebbe se stesso in ogni momento; chi non perderebbe di vista se stesso mille volte all’ora?
Questa dimenticanza di noi stessi, questo perdere di vista noi stessi è soltanto un modo di soddisfarci, è soltanto godimento del nostro mondo, della nostra proprietà, cioè godimento del mondo.

Il lato fossile del marxismo

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Il lato fossile del marxismo

Francesco Saverio Merlino

Organizzazione della classe operaia, — aveva detto Marx. — Operai di tutto il mondo, unitevi! — Ma che cosa s'intende per organizzazione? Le società di Mutuo Soccorso non ne sono una forma? Le Leghe di Resistenza, le Camere del Lavoro, i Sindacati, le Trades-Unions forse? No! essa è l'organizzazione politica «per la conquista del potere», salvo a contentarsi provvisoriamente della conquista dei municipi, e disputare sulle parole: candidatura di classe o candidatura operaia.
Dopo tante fanfaronate, i marxisti si sono allontanati dall'obiettivo rivoluzionario per cacciarsi nella via del parlamentarismo. Sic transit... con quel che segue.
«Per difendersi contro il "serpente delle proprie torture" bisogna che gli operai non siano più che una sola testa ed un cuore: che, con un grande sforzo collettivo, con una pressione di classe, inalzino una barriera insormontabile, un ostacolo sociale che loro interdica di vendere "per il libero contratto" al Capitale, sé e i propri figli fino alla schiavitù ed alla morte».
Gli operai che interdicono a se stessi di vendersi liberamente! In queste linee era scritta tutta l'impotenza dell'Internazionale e de' Partiti Operai che le sono succeduti.

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