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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

«La Natura, c'est moi»

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«La Natura, c'est moi»

L’idea di ciò che potrebbe essere la vita umana è già così perduta, così dimenticata, così rovinata e ormai poco immaginabile che si è oramai incapaci di elaborare una seria argomentazione in grado di contraddire la duplicazione dell’uomo in laboratorio. La manipolazione genetica finisce coll’abbattere le barriere naturali che erano rimaste fino a un dato momento a baluardo contro l’espansione industriale. Ma quella che viene conosciuta in laboratorio non è che la "vita" in laboratorio, vale a dire niente: un "meccano genetico", una costruzione arbitraria che potrebbe diventare osservabile come forma di vita solo se ricollocata nella natura. Ecco che l’ottusità confina con la stupidità in coloro che reclamano vigilanza, garanzie, in breve un affidamento al vecchio metodo sperimentale. Il mondo "trascurato", lasciato da parte dal metodo sperimentale, diventa in realtà l’oggetto dell’esperimento continuando però ad essere ignorato.
La manipolazione genetica abbatte le barriere naturali rimaste a baluardo contro l'espansione naturale. Ma a provocarci disagio è solo la visione fantascientifica di individui fabbricati in serie nelle incubatrici di una industria della riproduzione?

Suicidio

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Suicidio

Alfredo M. Bonanno

Affrontare il problema del suicidio equivale ad affrontare uno dei punti essenziali della problematica umana, in quanto immediatamente esso conduce al problema della morte, del limite dell’esistenza, cosa questa che resta nello stesso tempo un punto di riferimento e qualcosa da cui cerchiamo di allontanarci per quanto possibile.
Problema della morte e problema della scelta di morire, sono ambedue estremamente complessi e di larga trattazione nella storia del pensiero umano.

Precisiamo che qui non ci occuperemo del problema esistenziale delle scelte, che pure presenta importanti elementi di riflessione, come non ci occuperemo neanche del problema del valore, in astratto, della vita. Non ci occuperemo, sotto un altro aspetto, nemmeno del problema della condanna religiosa del comportamento che sceglie il suicidio.

Ci sembra opportuno, invece, fare alcune riflessioni sulle condizioni obiettive che contribuiscono a produrre il fenomeno del suicidio. Motivi soggettivi e condizioni oggettive.

Chi È?

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Chi È?

Adonide

Quando si parla di totalitarismo, il pensiero corre senza esitazioni a una forma di dominio implacabile che storicamente si è incarnata nella figura di un singolo dittatore. Hitler il Führer, Mussolini il Duce, Franco il Caudillo, Stalin il Piccolo Padre, Ceausescu il Condottiero, Mao il Grande Timoniere, Pinochet il Generalissimo: sono tutti esempi di dittatori di un passato non sempre lontano, ma comunque considerato difficilmente ripetibile. Nel corso degli ultimi anni stiamo assistendo alla fine dell’era delle dittature individuali e alla condanna quasi unanime di queste forme di potere. E se in alcune parti del mondo resistono ancora regimi guidati da uomini forti, la tendenza a sostituirli con le moderne democrazie si va affermando senza troppi contrasti. I Führer, i Duce e i loro simili hanno dovuto cedere il posto a sistemi di dominio piuttosto disincarnati, freddi, senza sorprese, da cui l’elemento umano è quasi del tutto bandito.

Ma una dittatura — un sistema totalitario — per essere così definita non abbisogna necessariamente d’essere guidata da un unico individuo, giacché si può ritenere tale qualsiasi regime ove si attui la concentrazione assoluta del potere nelle mani di un gruppo di persone, che viene così ad assumere il controllo su tutti gli aspetti dell’esistenza di ciascuno.

Ma chi ha detto...

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Ma chi ha detto che non c’è

Odoteo/Crisso

Non solo la morte, volgare è pure la vita «che danza senza avere sul dorso le ali di un’idea». Senza ali, per dirla con un vecchio compagno, si hanno solo rospi borghesi e rane proletarie alle prese con il loro pugilato ventristico, con le loro lotte rachitiche che sollevano fango fino a insudiciare le stelle. Per avere un esempio concreto pensiamo all’odierno discorso sovversivo e osserviamo fino a che punto il suo asse si sia spostato, passando dalla realizzazione del desiderio alla soddisfazione del bisogno. Il desiderio è l’assalto al cielo stellato. Il bisogno è lo sguazzare nel fango, è ciò che unisce rospi e rane. È il pane quotidiano, il cui sapore ha sempre un retrogusto amaro perché ottenuto con la sottomissione al lavoro. Ma l’essere umano non ha bisogno solo di riempirsi lo stomaco. Vogliamo il pane, ma anche le rose! «Le rose, dove sono le rose?», si chiedeva il solito vecchio compagno.
Già, ce lo chiediamo anche noi. Oggi, quando ci troviamo tutti con le spalle al muro e un coltello puntato alla gola, con portafogli leggeri e conti da pagare, con militari per le strade e centrali nucleari in costruzione, a chi volete che interessino le rose? Ecco perché ci si limita a parlare di bisogni. Ecco perché nessuno guarda più alle stelle.

Avanguardie sovversive?

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Avanguardie sovversive?

H. T.

È abitudine consolidata, fra i vari esperti in genealogia dell’arte moderna, fare risalire la nascita del concetto di “avanguardia” a Baudelaire. Sarebbe stato lui — il precursore dei poeti maledetti, il dandy dai gusti ricercati, il giovane ribelle in rotta con la famiglia, l’anticonformista che si tingeva i capelli di verde, l’amico e compagno di prostitute, lo sperimentatore di sostanze proibite, l’insorto salito sulle barricate nei moti del 1848 — il primo ad aver sostenuto la necessità di una «estetica della rottura», ad aver abbandonato i melensi sentimentalismi del passato per esigere, con tono cinico e mordace, la liberazione della individualità, ad aver illustrato come una pressante richiesta di nuovo non possa che accompagnarsi all’ostilità nei confronti dell’autorità. Ma a lui spetterebbe anche un altro merito, quello di aver introdotto per la prima volta in campo culturale il vocabolo “avanguardia”.
Ora questa allegra attribuzione di paternità la dice lunga sulla cattiva coscienza di cui si nutre da sempre l’avanguardia storica con i suoi innumerevoli cultori. Più che l’ostetrico dell’avanguardia, Baudelaire ne fu infatti il primo anatomista.

Sfruttamento della protezione

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Sfruttamento della protezione

Di solito arrivano dopo le catastrofi. Il loro compito è quello di vagliare la situazione, di circoscriverne gli effetti, di affrontarne le conseguenze. All’inizio, devono portare soccorso a chi è rimasto vittima degli eventi. Poi, devono ripristinare il ritorno alla normalità, al quotidiano andamento delle cose. Sono i membri della Protezione Civile, di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Li lodano in molti, e si capisce il perché. Li criticano in pochi, quasi sempre per la qualità dei loro servizi, e ciò sembra già di cattivo gusto. Il loro operato nei momenti più drammatici, più o meno gratuito e non privo di rischi, nonché i sacrifici cui vanno incontro in simili contesti, non dovrebbero bastare per assicurar loro applausi unanimi e metterli al riparo da ogni sospetto o contestazione? Sì, finché questo loro operato viene guardato con gli occhi dell’emotività, capace di far commuovere e genuflettere di fronte al coraggio e all’abnegazione quali che siano le cause che avallano, gli scopi che perseguono, gli interessi che difendono.

La gioia armata

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La gioia armata

Alfredo M. Bonanno
Avanti tutti! E con le braccia e il cuore,
la parola e la penna, il pugnale e il fucile,
l'ironia e la bestemmia,
il furto, l'avvelenamento e l'incendio,
Facciamo.... la guerra alla società!...
Déjacque
 

Mettiamo da parte le attese, le titubanze, i sogni di pace sociale, i piccoli compromessi, le ingenuità. Tutto il ciarpame metaforico che ci viene fornito negli spacci del capitale. Mettiamo da parte le grandi analisi che tutto spiegano, fin nei minimi particolari. I libroni pieni di senno e di paura. Mettiamo da parte l'illusione democratica e borghese della discussione e del dialogo, del dibattito e dell'assemblea, delle capacità illuministiche dei capi mafia. Mettiamo da parte il senno e la saggezza che la morale borghese del lavoro ha scavato dentro i nostri cuori. Mettiamo da parte i secoli di cristianesimo che ci hanno educati al sacrificio e all'obbedienza. Mettiamo da parte i preti di ogni ordine e funzione, i padroni, le guide rivoluzionarie, quelle meno rivoluzionarie e quelle per niente rivoluzionarie. Mettiamo da parte il numero, le illusioni del quantitativo, le leggi del mercato, la domanda e l'offerta. Sediamoci un attimo sulle rovine della nostra storia di perseguitati e riflettiamo. Il mondo non ci appartiene, se ha un padrone e questo padrone è tanto stupido da desiderarlo, così come si trova, che se lo prenda, che cominci a contare le rovine al posto dei palazzi, i cimiteri al posto delle città, il fango a posto dei fiumi, la melma infetta al posto dei mari.

Contr'Uno

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Contr'Uno

Nell’assemblea viene operata una riduzione della differenza ad una medesima identità, indipendentemente dal formalismo decisionale. Se ciò non viene percepito, è perché la consistenza quantitativa della realtà è più immediata di quella qualitativa. Lo Stato con il suo esecutivo, e per lo più anche il Partito col suo comitato centrale, possono essere facilmente distinti e riconosciuti come singole parti che pretendono di rappresentare il tutto. Viceversa l’Assemblea, che è (o dovrebbe essere) lo spazio comune aperto a tutti, viene considerata la forma per eccellenza del confronto diretto e orizzontale, garante della libertà di ciascuno. Ma le cose stanno proprio così, oppure si tratta di una delle tante arguzie della ragione? Nelle assemblee non si discute affatto tutti assieme, si ascoltano gli interventi di chi è più abile ad esporre le proprie ragioni facendole così passare per Ragione collettiva. Chi parla meglio, ovvero possiede la favella più persuasiva, controlla l’assemblea (il più delle volte è anche colui che la organizza). Chiunque abbia frequentato le assemblee ne ha ben chiaro l’andamento. Quando la composizione è più omogenea, si assiste al rimbalzo fra due/tre voci che incanalano docilmente verso la decisione sovente già presa in separata sede. Gli spettatori, in silenzio, prendono mentalmente appunti su cosa dovranno dire nel caso in cui qualcuno dovesse interrogarli circa le loro idee. Chi dovesse nutrire dubbi e perplessità si guarderà bene dall’esporli, per paura di venir confutato da una brillante risposta. Se le assemblee sono più allargate, allora è scontro fra le opposte fazioni per ottenerne l’egemonia. Amplificati dai rispettivi gruppi di sostegno, i parlatori più abili si danno battaglia. Qua i numeri possono fare la differenza, perché non è affatto detto che la parola più abile sia anche l’ultima.

Ma che storia è questa?

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Ma che storia è questa?

Adreba Solneman

Qui ed ora comincia la storia. Lo spontaneo, l’immediato, il presente sono l’inizio della storia. Il passato è una introduzione che, come tutte le introduzioni, è scritta a cose fatte, nell’avvenire, nella riflessione, nella mediazione. Il presente comincia la storia, e il passato concede tempo a questo inizio.
La storia in quanto totalità viene generalmente percepita come un mito. La piccolezza contemporanea ha praticamente abdicato davanti alla grandezza dell’oggetto, di modo che, così come confonde il proprio inizio e la propria origine, essa ribassa miseramente la storia come unità delle storie separate facendola cominciare... con una s maiuscola. Per di più è un’autentica alienazione della logica ad appiattire questa storia «universale» in storia particolare: oggi è unicamente dal particolare che si astrae il generale e non è affatto dal generale che si determina il particolare; è dall’avvenimento che si deducono la storia e la misura della sua s e non è dalla storia che si deducono le esigenze e gli imperativi che fanno sì che un avvenimento la riveli oppure no. La storia reale è un tutto la cui ricchezza e il significato non stanno nella quantità delle determinazioni, ma nel loro rapporto col tutto, e che per la brevità e straordinarietà delle sue manifestazioni ne esclude quasi tutti gli individui, e gli altri quasi sempre.

Lo spettacolo e le macerie

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Lo spettacolo e le macerie

L'Internazionale Situazionista ed il Maggio '68

 

Se La società dello spettacolo di Guy Debord è reputato il testo che meglio ha saputo esprimere in maniera compiuta la critica formulata dai situazionisti al mondo esistente, il movimento delle occupazioni del maggio ‘68 in Francia viene considerato l’apice della loro pratica, il loro ingresso nella Storia. Ad una storiografia accademica che ha intenzionalmente ignorato o minimizzato il ruolo svolto dall’IS nella genesi e nel successivo sviluppo di quella primavera di liberazione, preferendo puntare i suoi riflettori sul più presentabile “Movimento 22 marzo”, se n’è via via contrapposta una pro-situs che, invertendo la tendenza, si è prodigata per innalzare un monumento ai suoi beniamini.

Ma non è difficile accorgersi come la cattiva reputazione che i situazionisti si vantano di godere presso il pubblico ogni qualvolta vengono rievocate quelle giornate di maggio sia in gran parte costruita a tavolino, frutto di un banale sillogismo che a furia d’essere ripetuto si è consolidato in verità acquisita.

L’individualismo

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Contributo alla storia dell’individualismo

Anselm Ruest

Anselm Ruest (pseudonimo e anagramma di Ernst Samuel, 1878-1943) è stato uno dei maggiori studiosi tedeschi di Max Stirner, di cui ha curato un breviario e a cui ha dedicato un saggio. Assieme a Salomo Friedlaender, fu il fondatore del giornale individualista anarchico Der Einzige (L’Unico) che apparve in Germania dal 1919 al 1925. Il suo pensiero ruotava attorno al contrasto fra l’individuo consapevole in possesso della propria personalità e la persona priva di consapevolezza e come tale dipendente dalla società, e ha profondamente influenzato sia gli ambienti espressionisti che quelli dada. A nostra conoscenza, quello che segue è l’unico testo di Ruest tradotto in italiano.

 

Consideriamo, una volta per sempre, le cose ed i pensieri come un eterno e magnifico gioco di colori cambianti che si succedono sulla cappa dell’infinito, che non ci sarebbe concepibile che all’infuori dei nostri sensi, in uno stato di fusione, di deliquescenza interiore, forse solamente nella morte. In tutti i casi, ecco cos’è sicuro: Cioè che, viventi, noi abbiamo raramente coscienza del nostro legame intimo con il Cosmo — che i medesimi nostri eccessi di coscienza più affermati sembrano evolversi nei limiti d’una rottura voluta, d’una separazione intenzionale con l’Universo, di sorte che noi ci abbandoniamo tanto più ciecamente e confidenti ai nostri istinti che ci rivelano il nostro io come una cosa di un’estrema importanza.

Una questione di metodo

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Una questione di metodo

Alfredo M. Bonanno

Che ci sia in ognuno di noi un bisogno profondo di far conoscere i propri pensieri è faccenda ormai fuori discussione. La cosa più segreta e impenetrabile, il limite che nessuna macchina elettronica per quanto sofisticata può superare, noi decidiamo, spontaneamente, di metterlo da parte. Vogliamo farci conoscere, vogliamo far sapere agli altri quello che siamo e come la pensiamo. Su ogni cosa abbiamo le nostre opinioni, tanto più radicate e irriducibili, quanto più queste opinioni sono superficiali e approssimative.
Certo, queste nostre opinioni non sono accidentali, nascono dalle nostre relazioni con la realtà (gli altri individui, le cose, le strutture, le forme sociali, ecc.), ma sono parte di noi stessi, anzi esse sono proprio uno degli aspetti più visibili di noi stessi.

Il male minore

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Il male minore

Dominique Miséin

Alcuni anni or sono, in occasione di una scadenza elettorale, un celebre giornalista italiano invitò i propri lettori a turarsi il naso e a compiere il proprio dovere di cittadini, recandosi a votare per il partito allora al potere. Il giornalista era ben consapevole che all’olfatto della gente quel partito emanava il fetore di decenni di putridume istituzionale — soprusi, corruzione, malaffare — ma la sola alternativa politica disponibile sul mercato, la sinistra, gli sembrava ancor più nefasta. Non rimaneva quindi che turarsi il naso e votare per i governanti già al potere.
All’epoca, per quanto oggetto di molte discussioni, questo invito riscosse un certo successo e in un certo senso si può dire che fece scuola. Non è sorprendente. In effetti il ragionamento di quel giornalista faceva leva su uno dei riflessi condizionati sociali più facilmente riscontrabile, quello che sia la politica del male minore a guidare le scelte quotidiane della maggior parte delle persone. Messo di fronte ai fatti della vita, il buon senso comune è sempre pronto a rammentarci che fra alternative parimenti detestabili non resta che optare per quella che ci sembra meno foriera di tristi conseguenze.

Internazionalismo pratico

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Internazionalismo pratico

Alfredo M. Bonanno

Manifestazioni di massa potrebbero altrettanto bene essere organizzate contro questi centri reali del potere, risultando non meno (se non di più) efficaci. Solo che questi centri reali dovrebbero essere individuati e ciò riporta il discorso alle effettive possibilità del movimento rivoluzionario di avere le necessarie informazioni. Ma queste informazioni non vengono regalate da nessuno, devono essere espropriate, cioè sottratte, rubate, violentemente prese a quegli organismi che le tutelano e le difendono con ferocia proprio perché consci della loro grande importanza. Quanto è invece più facile leggere semplicemente il giornale e apprendere che il giorno tale, nel tale paese, c’è la tale manifestazione? Si fa prima, si corre allora all’appuntamento, qualcosa a metà tra gita in campagna ed esercitazione sado-masochista per ragazzi muscolosi, incerti tra l’essere boy-scout o hooligan. In alcuni paesi, come l’Inghilterra, ad esempio, queste occasioni sono momenti molto ricercati per dare sfogo a quello che potrebbe essere definito lo sport nazionale più recente e praticato, cioè fare a botte con la polizia.

Dalla Politica alla Vita

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Dalla Politica alla Vita

Wolfi Landstreicher

L’approccio frammentario e l’esigenza politica di incasellare porta inoltre la sinistra a valorizzare le persone in base all’appartenenza ai diversi gruppi di oppressi e sfruttati: «lavoratori», «donne», «immigrati», «gay e lesbiche», «persone di colore» e così via. Questo incasellamento sta alla base di una politica identitaria, particolare forma di falsa opposizione: le persone oppresse scelgono di identificarsi in una data categoria sociale, un preteso atto di sfida alla propria oppressione che viceversa contribuisce a rafforzarla. Infatti, l’identificazione continua in un ruolo sociale inibisce la capacità di analizzare la propria situazione in questa società, e di agire in quanto individui contro la propria oppressione, garantendo la continuazione dei rapporti sociali che la determinano. In fondo le persone sono utili alle manovre politiche della sinistra solo in quanto membri di categorie sociali, perché nel contesto democratico tali categorie possono diventare gruppi di pressione e blocchi di potere.
La logica politica della sinistra coi suoi fabbisogni organizzativi — l’adesione alla democrazia e all’illusione quantitativa, e la valorizzazione delle persone in funzione della loro appartenenza a una data categoria sociale — è implicitamente collettivista e liquida l’individuo in quanto tale. Come non riconoscere nei reiterati appelli agli individui di sacrificarsi alle più svariate cause, ai programmi, all’organizzazione..., le ideologie manipolatrici dell’identità collettiva, della responsabilità collettiva, della colpa collettiva.

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