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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Ma che storia è questa?

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Ma che storia è questa?

Adreba Solneman

Qui ed ora comincia la storia. Lo spontaneo, l’immediato, il presente sono l’inizio della storia. Il passato è una introduzione che, come tutte le introduzioni, è scritta a cose fatte, nell’avvenire, nella riflessione, nella mediazione. Il presente comincia la storia, e il passato concede tempo a questo inizio.
La storia in quanto totalità viene generalmente percepita come un mito. La piccolezza contemporanea ha praticamente abdicato davanti alla grandezza dell’oggetto, di modo che, così come confonde il proprio inizio e la propria origine, essa ribassa miseramente la storia come unità delle storie separate facendola cominciare... con una s maiuscola. Per di più è un’autentica alienazione della logica ad appiattire questa storia «universale» in storia particolare: oggi è unicamente dal particolare che si astrae il generale e non è affatto dal generale che si determina il particolare; è dall’avvenimento che si deducono la storia e la misura della sua s e non è dalla storia che si deducono le esigenze e gli imperativi che fanno sì che un avvenimento la riveli oppure no. La storia reale è un tutto la cui ricchezza e il significato non stanno nella quantità delle determinazioni, ma nel loro rapporto col tutto, e che per la brevità e straordinarietà delle sue manifestazioni ne esclude quasi tutti gli individui, e gli altri quasi sempre.

Lo spettacolo e le macerie

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Lo spettacolo e le macerie

L'Internazionale Situazionista ed il Maggio '68

 

Se La società dello spettacolo di Guy Debord è reputato il testo che meglio ha saputo esprimere in maniera compiuta la critica formulata dai situazionisti al mondo esistente, il movimento delle occupazioni del maggio ‘68 in Francia viene considerato l’apice della loro pratica, il loro ingresso nella Storia. Ad una storiografia accademica che ha intenzionalmente ignorato o minimizzato il ruolo svolto dall’IS nella genesi e nel successivo sviluppo di quella primavera di liberazione, preferendo puntare i suoi riflettori sul più presentabile “Movimento 22 marzo”, se n’è via via contrapposta una pro-situs che, invertendo la tendenza, si è prodigata per innalzare un monumento ai suoi beniamini.

Ma non è difficile accorgersi come la cattiva reputazione che i situazionisti si vantano di godere presso il pubblico ogni qualvolta vengono rievocate quelle giornate di maggio sia in gran parte costruita a tavolino, frutto di un banale sillogismo che a furia d’essere ripetuto si è consolidato in verità acquisita.

L’individualismo

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Contributo alla storia dell’individualismo

Anselm Ruest

Anselm Ruest (pseudonimo e anagramma di Ernst Samuel, 1878-1943) è stato uno dei maggiori studiosi tedeschi di Max Stirner, di cui ha curato un breviario e a cui ha dedicato un saggio. Assieme a Salomo Friedlaender, fu il fondatore del giornale individualista anarchico Der Einzige (L’Unico) che apparve in Germania dal 1919 al 1925. Il suo pensiero ruotava attorno al contrasto fra l’individuo consapevole in possesso della propria personalità e la persona priva di consapevolezza e come tale dipendente dalla società, e ha profondamente influenzato sia gli ambienti espressionisti che quelli dada. A nostra conoscenza, quello che segue è l’unico testo di Ruest tradotto in italiano.

 

Consideriamo, una volta per sempre, le cose ed i pensieri come un eterno e magnifico gioco di colori cambianti che si succedono sulla cappa dell’infinito, che non ci sarebbe concepibile che all’infuori dei nostri sensi, in uno stato di fusione, di deliquescenza interiore, forse solamente nella morte. In tutti i casi, ecco cos’è sicuro: Cioè che, viventi, noi abbiamo raramente coscienza del nostro legame intimo con il Cosmo — che i medesimi nostri eccessi di coscienza più affermati sembrano evolversi nei limiti d’una rottura voluta, d’una separazione intenzionale con l’Universo, di sorte che noi ci abbandoniamo tanto più ciecamente e confidenti ai nostri istinti che ci rivelano il nostro io come una cosa di un’estrema importanza.

Contrastare la repressione

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Contrastare la repressione: riflesso condizionato o moto proprio?

Tira una brutta aria, inutile nasconderlo. Talmente brutta che persino fra le anime belle della sinistra serpeggia una certa preoccupazione e si denuncia in maniera sempre più veemente l’instaurazione di un "regime" da parte dell’attuale governo. È vero, a destra non hanno mai dimenticato la propria tradizionale inclinazione per l’olio di ricino e il manganello, ma resta il fatto che repressione, censura e divieti sono il pane quotidiano che ci propina ogni forma di governo, quale esso sia. In realtà, al di là della fazione politica momentaneamente incaricata di amministrarlo, è questo mondo a senso unico ad esigere una vita a senso unico, fatta di un pensiero a senso unico e d’un comportamento a senso unico... in un’autentica coerenza dell’abiezione. Fino alla messa al bando di ogni critica, d’ogni dissenso, d’ogni opposizione, che laddove si verificano vengono puntualmente isolate, circoscritte, calunniate, soffocate, rinchiuse. Basterebbe dare una rapida occhiata a quanto sta accadendo nell’ultimo periodo un po’ in tutta Italia. All’interno del "movimento", indagini, arresti, fermi, perquisizioni, percosse e diffide si stanno sprecando e stanno raggiungendo praticamente chiunque, dalle teste calde a quelle più fredde passando per quelle tiepide. Le porte della prigione si aprono per tutti...

Una questione di metodo

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Una questione di metodo

Alfredo M. Bonanno

Che ci sia in ognuno di noi un bisogno profondo di far conoscere i propri pensieri è faccenda ormai fuori discussione. La cosa più segreta e impenetrabile, il limite che nessuna macchina elettronica per quanto sofisticata può superare, noi decidiamo, spontaneamente, di metterlo da parte. Vogliamo farci conoscere, vogliamo far sapere agli altri quello che siamo e come la pensiamo. Su ogni cosa abbiamo le nostre opinioni, tanto più radicate e irriducibili, quanto più queste opinioni sono superficiali e approssimative.
Certo, queste nostre opinioni non sono accidentali, nascono dalle nostre relazioni con la realtà (gli altri individui, le cose, le strutture, le forme sociali, ecc.), ma sono parte di noi stessi, anzi esse sono proprio uno degli aspetti più visibili di noi stessi.

Il male minore

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Il male minore

Dominique Miséin

Alcuni anni or sono, in occasione di una scadenza elettorale, un celebre giornalista italiano invitò i propri lettori a turarsi il naso e a compiere il proprio dovere di cittadini, recandosi a votare per il partito allora al potere. Il giornalista era ben consapevole che all’olfatto della gente quel partito emanava il fetore di decenni di putridume istituzionale — soprusi, corruzione, malaffare — ma la sola alternativa politica disponibile sul mercato, la sinistra, gli sembrava ancor più nefasta. Non rimaneva quindi che turarsi il naso e votare per i governanti già al potere.
All’epoca, per quanto oggetto di molte discussioni, questo invito riscosse un certo successo e in un certo senso si può dire che fece scuola. Non è sorprendente. In effetti il ragionamento di quel giornalista faceva leva su uno dei riflessi condizionati sociali più facilmente riscontrabile, quello che sia la politica del male minore a guidare le scelte quotidiane della maggior parte delle persone. Messo di fronte ai fatti della vita, il buon senso comune è sempre pronto a rammentarci che fra alternative parimenti detestabili non resta che optare per quella che ci sembra meno foriera di tristi conseguenze.

Internazionalismo pratico

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Internazionalismo pratico

Alfredo M. Bonanno

Manifestazioni di massa potrebbero altrettanto bene essere organizzate contro questi centri reali del potere, risultando non meno (se non di più) efficaci. Solo che questi centri reali dovrebbero essere individuati e ciò riporta il discorso alle effettive possibilità del movimento rivoluzionario di avere le necessarie informazioni. Ma queste informazioni non vengono regalate da nessuno, devono essere espropriate, cioè sottratte, rubate, violentemente prese a quegli organismi che le tutelano e le difendono con ferocia proprio perché consci della loro grande importanza. Quanto è invece più facile leggere semplicemente il giornale e apprendere che il giorno tale, nel tale paese, c’è la tale manifestazione? Si fa prima, si corre allora all’appuntamento, qualcosa a metà tra gita in campagna ed esercitazione sado-masochista per ragazzi muscolosi, incerti tra l’essere boy-scout o hooligan. In alcuni paesi, come l’Inghilterra, ad esempio, queste occasioni sono momenti molto ricercati per dare sfogo a quello che potrebbe essere definito lo sport nazionale più recente e praticato, cioè fare a botte con la polizia.

Dalla Politica alla Vita

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Dalla Politica alla Vita

Wolfi Landstreicher

L’approccio frammentario e l’esigenza politica di incasellare porta inoltre la sinistra a valorizzare le persone in base all’appartenenza ai diversi gruppi di oppressi e sfruttati: «lavoratori», «donne», «immigrati», «gay e lesbiche», «persone di colore» e così via. Questo incasellamento sta alla base di una politica identitaria, particolare forma di falsa opposizione: le persone oppresse scelgono di identificarsi in una data categoria sociale, un preteso atto di sfida alla propria oppressione che viceversa contribuisce a rafforzarla. Infatti, l’identificazione continua in un ruolo sociale inibisce la capacità di analizzare la propria situazione in questa società, e di agire in quanto individui contro la propria oppressione, garantendo la continuazione dei rapporti sociali che la determinano. In fondo le persone sono utili alle manovre politiche della sinistra solo in quanto membri di categorie sociali, perché nel contesto democratico tali categorie possono diventare gruppi di pressione e blocchi di potere.
La logica politica della sinistra coi suoi fabbisogni organizzativi — l’adesione alla democrazia e all’illusione quantitativa, e la valorizzazione delle persone in funzione della loro appartenenza a una data categoria sociale — è implicitamente collettivista e liquida l’individuo in quanto tale. Come non riconoscere nei reiterati appelli agli individui di sacrificarsi alle più svariate cause, ai programmi, all’organizzazione..., le ideologie manipolatrici dell’identità collettiva, della responsabilità collettiva, della colpa collettiva.

Uomo senza mondo

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Uomo senza mondo

Günther Anders

«Uomini senza mondo» erano e restano coloro che sono costretti a vivere all'interno di un mondo che non è il loro; un mondo che, sebbene venga prodotto e tenuto in funzione dal loro lavoro quotidiano, «non è costruito per loro», non è qui per loro; all'interno di un mondo per il quale sono presenti e in funzione del quale sono certo pensati e utilizzati, ma i cui modelli, scopi, linguaggio e gusto non sono comunque loro, né sono loro concessi.
In altre parole: poiché l'operaio vive solo per un mondo appartenente ad altri, per un mondo in cui altri si devono sentire a casa propria, non è neppure sfiorato dalla fondamentale caratterizzazione heideggeriana dell'essere umano eo ipso come essere-nel-mondo. Egli vive infatti non tanto nel, ma solo all'interno del mondo — all'interno del mondo appartenente ad altri, appunto alla classe dominante anche se le catene che lo legano a questo mondo altrui sono state rese tanto morbide e duttili da apparirgli mondo, e persino come suo mondo, al punto che non riesce più a immaginarne uno diverso e non vuole assolutamente perderlo: un mondo che egli difende come proprio anche con i denti e le unghie. La sua lotta per il posto di lavoro, sul quale l'operaio produce spesso cose prive di senso o, peggio, che provocano catastrofi, e al quale afferma di avere sacrosanto diritto, è prova di quanto poco esso viva nel suo mondo; è prova che l'operaio — senza che ne abbia coscienza — è senza mondo.

Denaro e Logos

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Denaro e Logos

M.D.P.

L’invenzione della moneta ha svolto un’azione rivoluzionaria su tutta una serie di piani, accelerando un processo sociale di cui essa stessa era uno degli effetti fondamentali: lo sviluppo, nell’economia greca, di un settore commerciale marittimo estendentesi anche a prodotti di consumo corrente, e la creazione di un nuovo tipo di ricchezza radicalmente differente dalla ricchezza in terre e di una nuova classe di ricchi, la cui azione è stata decisiva nella ristrutturazione sociale e politica della città. Nascono una nuova mentalità e una nuova morale. Tutta l’immagine tradizionale dell’eccellenza umana dovuta a nobiltà di stirpe e virtù guerriere è messa in discussione è più tardi distrutta dal potere del denaro. La moneta è diventata un segno sociale di valore: essa dà prestigio e potere. Sorta come un artifizio umano atto a garantire la comodità degli scambi tra popoli commercianti, la moneta stabilisce tra valori d’uso che sono in se stessi qualitativamente diversi, un comune denominatore e una comune misura. Le merci per poter essere scambiate devono essere paragonate tra loro, devono essere rese equivalenti l’una all’altra mediante un processo di astrazione che trascura la diversità per ricercare l’uniformità, per ricercare quell’elemento quantitativo ed astratto che è il valore di scambio. Ogni merce è simile ad ogni altra; così un uomo vale un altro purché possieda la medesima quantità di denaro. La legge scritta ribadisce, nel suo processo di astrazione, il processo di quantificazione instaurato dalla circolazione del denaro: tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge come di fronte al denaro; tutti possono accedere alla cosa pubblica e al governo della città, con i poteri proporzionali al loro censo, e tutti possono acquisire ricchezze mediante la tesaurizzazione, il commercio e la speculazione, indipendentemente dalla famiglia di appartenenza, dalla religione degli avi e dai costumi della stirpe.

Abbasso il proletariato

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Abbasso il proletariato

La servitù accettata

Il più grande ostacolo all'emancipazione del proletario risiede in se stesso. Il vero disastro per l'operaio è la sua arrendevolezza nei confronti della propria miseria, il suo modo di adattarsi e consolarsi della propria impotenza. Eppure l'esperienza gli ha ben insegnato che non può attendersi nulla dal sistema che l'opprime e che non potrà uscirne senza lottare. Ma preferisce continuare a sfogarsi a vuoto e a rivestire la propria passività di apparente collera.
Il fatalismo e la rassegnazione dominano nei ranghi operai. È chiaro, ci saranno sempre i padroni, che del resto ci sono sempre stati; non c'è granché da sperare quando si è nati dalla parte sbagliata della barricata. Certo, capita che il proletario si irriti e non accetti più una situazione che giudica insopportabile. Ma lo fa per mettere a punto un piano d'azione? No! Non potendo raggiungere quelli che prosperano alle sue spalle, scarica il proprio risentimento su quelli che incontra all'angolo della strada; sui piccoli malavitosi, sugli arabi e gli altri stranieri. Gli sembra quasi di mantenerli. Per le stesse ragioni ce l'ha con la sua donna e i suoi figli, se non gli danno le soddisfazioni che si aspetta e non compensano il suo sentimento di inferiorità sociale con un matrimonio impeccabile e buoni risultati scolastici. L'impiegato si smarcherà con orgoglio dall'operaio che s'insudicia le mani e in cambio sarà disprezzato come un parassita imbrattacarte. Il sindacalizzato si sentirà superiore a chi non lo è ancora ma a cui deve provvedere a far acquisire una coscienza. In cambio gli offrirà un facile argomento di battute.

Organizzazione informale

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Organizzazione informale

Alfredo M. Bonanno

I gruppi di affinità e i compagni che si riconoscono in un’area progettuale di natura informale sono insieme di fatto e non certo per l’adesione ad un programma fissato in un congresso. Il progetto in cui si riconoscono è realizzato da loro stessi, dalle loro analisi e dalle loro azioni. Può trovare occasionale punto di riferimento in un giornale o in una serie di riunioni, ma ciò solo per facilitare le cose, mentre non ha nulla a che vedere con congressi o altre faccende del genere.
I compagni che si riconoscono in un’organizzazione informale ne fanno automaticamente parte. Si tengono in contatto con gli altri compagni, tramite il giornale o tramite altri mezzi, ma, quel che è più importante, si tengono in contatto partecipando alle diverse azioni, manifestazioni, incontri, ecc. che, di volta in volta, si realizzano. Il punto centrale di verifica e di approfondimento è dato dal vedersi in momenti di lotta che, all’inizio, possono anche essere semplicemente momenti di verifica teorica per poi diventare altro.

Inattualità sulla droga

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Inattualità sulla droga

Alfredo M. Bonanno

Ci sono almeno due modi di fare letteratura. Quello negativo e quello positivo. Si può stridere fin che si vuole sulle corde del proprio violino, senza con ciò riuscire a fare passare per musica quello che ne viene fuori. Ma anche un ottimo rifinitore manuale degli spartiti dei grandi maestri potrebbe non essere un vero e proprio musicista, e di regola è proprio così. Ne deriva che non bisogna tanto fare attenzione a come le cose si dicono, quanto a quello che si dice.
Sulla droga si sviolina come su tante altre cose. Ognuno a suo modo, anche se con scopi diversi. C’è chi parla con aria di sufficienza, anche se in fondo ne sa solo per sentito dire. Questa scienza gli proviene dall’esperienza degli altri, una vicenda “esterna”, ha guardato vicende che non possono essere le proprie, ha raccolto “testimonianze” che sono segnali e non realtà. Che poi si ponga nei riguardi di questi fatti con atteggiamento permissivo e tollerante, o suggerisca apocalittici provvedimenti, a mio avviso, la cosa cambia solo di poco.

Con le spalle al muro

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Con le spalle al muro

L’Insomniaque
 
L’occhio del padrone
La prigione moderna prende sempre di più a prestito dalle «norme di vita» della società civile. Lavoro salariato e tempo libero, sport e, da poco, parlatori «coniugali» si sono installati durevolmente nel microcosmo penitenziario, come altrettante carote di cui fa uso l’amministrazione — d’altronde sempre pronta a brandire il suo duro bastone: torrette d’osservazione, manganelli, galera.

Elogio della divisa

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Elogio della divisa

AMB

Meglio che non ci rubino niente: almeno

così non si avranno guai con la polizia.

Karl Kraus

 

Senza la polizia niente Stato. Se per i teorici della democrazia quest’ultima è il punto di arrivo della massima estensione possibile della mia libertà di fronte al rispetto per la libertà concretamente identificabile degli altri, questo punto di arrivo porta i contrassegni del poliziotto.
Non c’è figura istituzionale dello Stato, dal presidente della Repubblica all’ultimo vigile urbano di uno sconosciuto paesetto, che non comprenda in sé, avvolto nella carta trasparente delle chiacchiere ideologiche, l’autorità del poliziotto. Ciò è chiaro riflettendo sulla protezione legale, via via sempre più sfumata ma mai inesistente, di cui queste figure godono. Non posso sbeffeggiare né il presidente della Repubblica né il più rimbambito dei vigili urbani senza trovarmi ad affrontare un giudizio in tribunale in base a un articolo del codice penale.

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