Contropelo

A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Ai ferri corti

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Ai ferri corti

con l’Esistente, i suoi difensori e i suoi falsi critici

 

 

Ognuno può finir di girarsi nella schiavitù di ciò che non conosce 

– e, rifiutando l’offa di parole vuote, venir a ferri corti con la vita

C. Michelstaedter

 

La vita non è che una ricerca continua di qualcosa a cui aggrapparsi. Ci si alza al mattino per ritrovarsi, uno stock d’ore più tardi, di nuovo a letto, tristi pendolari tra il vuoto di desideri e la stanchezza. Il tempo passa e ci comanda con un pungolo sempre meno fastidioso. Le prestazioni sociali sono un fardello che non sembra ormai piegare le spalle, perché lo portiamo con noi ovunque. Obbediamo senza la fatica di dir di sì. La morte si sconta vivendo, scriveva il poeta da un’altra trincea.
Possiamo vivere senza passione e senza sogni – ecco la grande libertà che questa società ci offre. Possiamo parlare senza freni, in particolare di ciò che non conosciamo. Possiamo esprimere tutte le opinioni del mondo, anche le più ardite, e scomparire dietro il loro brusio. Possiamo votare il candidato che preferiamo, chiedendo in cambio il diritto di lamentarci. Possiamo cambiare canale ad ogni istante, caso mai ci sembrasse di diventare dogmatici. Possiamo divertirci ad ore fisse e attraversare a velocità sempre maggiore ambienti tristemente identici. Possiamo apparire giovani testardi, prima di ricevere secchiate gelide di buon senso. Possiamo sposarci fin che vogliamo, talmente sacro è il matrimonio. Possiamo impegnarci utilmente e, se proprio non sappiamo scrivere, diventare giornalisti. Possiamo fare politica in mille modi, anche parlando di guerriglie esotiche. Nella carriera come negli affetti, possiamo eccellere nell’obbedire, se proprio non riusciamo a comandare. Anche a forza di obbedienza si può diventare martiri, e questa società ha ancora tanto bisogno, a dispetto delle apparenze, di eroi.

Velocità

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Velocità

Alfredo M. Bonanno

Tutti abbiamo bisogno di raggiungere uno scopo. Ci affanniamo per questo e ci diamo continuamente obiettivi da raggiungere.

Quello che sta lontano da noi ci angustia, quando non ci preoccupa nel senso pieno del termine, quindi vogliamo raggiungerlo, se non altro allo scopo di possederlo, e quindi di controllarlo. Ogni viaggio è un modo di fuggire alle proprie paure.

Ma non esiste un obiettivo innocente, una stazione di arrivo che non comprenda in sé qualcosa di spaventoso, di concluso e quindi di mortale. Lo scopo non è mai privo di conseguenze, senza che ciò possa indicare una differenza esatta con quello che siamo, una specie di sostituzione reciproca, come accade poniamo con la parola. Nell’obiettivo c’è la persistenza necessaria di tutte le possibilità, contraddizione dell’irripetibile che si ripete proprio perché si trasforma sempre. Più andiamo veloci verso la destinazione, più sfuggiamo alle nostre possibilità di capire, più si affievolisce la cognizione che abbiamo del nostro destino. Ciò causa un intestardirsi della coscienza nella sua ripetitività, difesa e tana contro la paura.

Il disincanto innanzi al recupero

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Il disincanto innanzi al recupero

ovvero: della miseria delle nuove religioni

L’epoca moderna è caratterizzata da un immanente contraddizione tra la tendenza a una crescente razionalità verso lo scopo, che si esteriorizza in maggiore calcolabilità, e il persistere di ambiti comportamentali appartenenti alla razionalità rispetto ai valori.
Il disincanto rispetto alla sfera del sacro, che si esprime nel processo di secolarizzazione e nella diffusione di una mentalità scientifica, per quanto ispirato ai valori di libertà, uguaglianza e efficienza, non riesce a proporre agli uomini nuovi valori e fini ultimi. Il pensiero scientifico gli presenta solo la conoscenza fisica del mondo, dissolvendo i vecchi sistemi di credenze gli permette di conquistare il dominio sulla Natura, ma nel contempo non sa indicargli dove dirigere il suo potere vitale.

Abolizione della società

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Abolizione della società

Feral Faun

Niente di quello che sappiamo può essere preso per vero. Nessuno dei nostri concetti del mondo è sacro e faremo bene a metterli tutti in questione. Molti anarchici parlano di creare una "nuova" o "libera" società. Solo pochi mettono in questione l'idea stessa di società. Il suo concetto è amorfo, è dunque più difficile analizzarne gli aspetti particolari, come il governo, la religione, il capitalismo o la tecnologia. Questo concetto è così radicato in noi che metterlo in questione sembra minacciare la nostra stessa natura, cosa che ne rende ancora più necessaria la messa in questione.
Liberarci dall'armatura caratteriale che reprime i nostri desideri, le nostre passioni, potrebbe richiedere non semplicemente la trasformazione della società, ma la sua abolizione.

La virtù del supplizio

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La virtù del supplizio

Aldo Perego

L'estensione dei diritti sanciti dalla moderna democrazia equivale ad una criminalizzazione generalizzata.
Si pretende così bandire la violenza diretta da tutti i rapporti sociali rafforzando il monopolio della violenza statale, considerata come legittima.
La giustizia non diminuisce la violenza, la normalizza soltanto; e quand'anche ne trasgrediamo le regole, quasi sempre ci convince a rientrare nel gioco: perché finiamo col comportarci come bravi ragazzi.

 

Il moderno apparato giudiziario è estremamente razionale e scientifico, mentre ostenta la sua superiore "imparzialità" attraverso l'applicazione di procedure che pesano quasi al milligrammo le possibilità concesse all'accusa e alla difesa. Può perfino permettersi di essere scrupoloso, di fronte a individui costretti a sottomettervisi: li controlla, li depreda di tutto, avendo acquisito pieni poteri sulla loro esistenza. La sua vittoria è di esistere, di costringere tutti, ivi compresi quelli come noi che lo contestano, a giocare secondo le sue regole.

La rivoluzione non è...

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La rivoluzione non è una questione di classe

Meteor

L'esame e la considerazione di certe attitudini demagogiche, come quella che implica la parola d'ordine dei bolscevichi sull'unità del proletariato, ci hanno condotto, noi anarchici, di nuovo in faccia d'una questione punto facile a risolversi: l'idea delle classi e della lotta di classi. Noi non abbiamo dato alcuna soluzione teorica fondamentale a questo problema; non abbiamo fatto altro che mettere in dubbio la concezione marxista, criticarne le basi e, forse, preparare il terreno a qualcuno dei nostri che un giorno s'occupi seriamente del soggetto dal punto di vista libertario.

Costi quel che costi alla nostra divergenza naturale con la dottrina marxista, dobbiamo riconoscere che molte delle nostre idee correnti procedono da Marx, al quale – pur negandogli certe qualità morali fondamentali ed attribuendogli smisurate ambizioni autoritarie – non possiamo togliere il merito d'aver creato un sistema sociale alla tedesca, cioè, accuratamente elaborato, con una risposta per ogni domanda e una teoria per ogni atteggiamento.

Al centro del vulcano

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Al centro del vulcano

Dominique Miséin

Per quanto messa a dura prova dalle molteplici catastrofi che incombono sull’essere umano, resiste ben radicata nella sua testa la convinzione che tutta la Storia si sia svolta seguendo un percorso progressivo, se non proprio regolare, quanto meno costante. L’evoluzione non può essere una bizzarra opinione, se è vero, come è vero, che usciti dalle caverne siamo arrivati a navigare nello spazio. Oggi è meglio di ieri — e peggio di domani. Ma qual è stato il punto di partenza di questa irrefrenabile corsa?
Con la lanterna della nostra coscienza più o meno critica andiamo in giro nel vano tentativo di illuminare la notte nera che ci avvolge. Tutti i testi che possiamo aver letto si stanno dimostrando incapaci di fornirci un filo che ci aiuti ad uscire da questo labirinto. Quando i fatti quotidiani ci si parano davanti non siamo più in grado di decifrarli. In giro per il mondo le rivolte continuano a scoppiare, ma del loro manifestarsi non c’è traccia nei nostri manuali. Quando arriviamo a denigrare la cattiva insurrezione in Albania e ad applaudire la buona rivolta di Seattle, come il gallo della favola consigliamo a tutti di tenersi ben saldi. Finalmente una rivolta come si deve! Che tutti gli insorti del mondo ne traggano esempio!

Il richiamo costante...

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Il richiamo costante del nazionalismo

Fredy Perlman

Nel corso di questo secolo la morte del nazionalismo è stata proclamata a differenti riprese:
– dopo la prima guerra mondiale, con la frantumazione in nazioni autodeterminate degli ultimi imperi europei: l'Austriaco e il Turco; e con la fine di ogni nazionalismo ad eccezione di quello dei sionisti;
– dopo il colpo di stato bolscevico, quando fu proclamato che le lotte borghesi per l'autodeterminazione erano d'ora in avanti soppiantate dalle lotte dei lavoratori, i quali non avevano patria;
– dopo la disfatta militare dell'Italia fascista e della Germania nazionalsocialista, quando i genocidi interni al nazionalismo furono esibiti alla vista di tutti, quando fu considerato che il nazionalismo, come teoria e come pratica, era discreditato per sempre. Nondimeno, quarant'anni dopo la disfatta militare dei fascisti e dei nazionalsocialisti, possiamo vedere che il nazionalismo non solo sopravvive ma conosce una rinascita. Il nazionalismo è stato rimesso in essere non solamente dalla sedicente destra, ma, anche e prima ancora, dalla sedicente sinistra. Dopo la guerra nazionalsocialista, il nazionalismo ha cessato di essere una prerogativa dei conservatori ed è divenuto la teoria e la pratica dei rivoluzionari rivelandosi come il solo credo rivoluzionario che oggi si impone.

Che ne facciamo dell'antifascismo?

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Che ne facciamo dell'antifascismo?

Alfredo M. Bonanno

Il fascismo è una parola di otto lettere che comincia per f. L’uomo, da sempre, si è appassionato fino a morirne per i giochi di parole che, nascondendo la realtà più o meno bene, lo assolvono dalla riflessione personale e dalla decisione. Così il simbolo agisce al nostro posto e ci fornisce un alibi e una bandiera.
Quando al simbolo che non intendiamo sposare, che anzi ci fa schifo profondamente, applichiamo la paroletta “anti”, ci consideriamo da quest’altra parte, al sicuro, e pensiamo di avere assolto con questo a una buona parte dei nostri compiti. Così, poiché alla mente di molti di noi, e chi scrive si annovera fra questi, il fascismo fa schifo, è sufficiente il ricorso a quell’ “anti” per sentirsi a posto con la coscienza, racchiusi in un campo ben guardato e ben frequentato.

Alla corte dell'atomo

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Alla corte dell'atomo

T. Fulano

L'apparente controversia a proposito dell’utilizzo del nucleare non costituisce in realtà materia di dibattito: essa rispecchia la sottintesa questione del potere sociale. La storia della scoperta dell’atomo rende tutto sufficientemente chiaro.
Sviluppatosi all’inizio come arma da guerra sotto la coltre del segreto militare, poi attraverso sforzi coordinati che obbedivano ad enormi interessi industriali, il nucleare non era mai stato oggetto di pubblico dibattito prima che l’intera società non si fosse pesantemente compromessa con esso.
Negli anni 40 una opposizione dichiarata si sarebbe attirata le accuse di tradimento e, malgrado la fine della cosiddetta Guerra fredda, la tecnologia nucleare come le sue sostanze sono ancora oggi considerate una questione strettamente legata alla sicurezza dello Stato.

Addomesticamento industriale

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Addomesticamento industriale

Léopold Roc

Se la scienza venisse messa al servizio del capitale,
la docilità dell’operaio recalcitrante sarebbe assicurata

Andrew Ure, Filosofia dei manufatti, 1835

 

In altri tempi, se qualcuno avesse trattato da operaio un artigiano, avrebbe rischiato la rissa.
Oggigiorno, allorché si sostiene che l’operaio è quanto di meglio c’è nello Stato,
tutti pretendono d’essere operai

M. May, 1848

 

La definizione «rivoluzione industriale», comunemente usata per indicare il periodo che va dal 1750 al 1850, è una pura menzogna borghese, simmetrica a quella di «rivoluzione politica». Essa non comprende la valenza negativa e nasce da una visione della storia intesa unicamente come storia dei progressi tecnologici. Si tratta di un doppio beneficio per il nemico che, mentre legittima l’esistenza dei manager e della gerarchia come conseguenza inevitabile di necessità tecniche, impone nel contempo una concezione meccanicistica del progresso, considerato una legge positiva e socialmente neutra. È il momento religioso del materialismo, l’idealismo della materia. Una menzogna del genere era ovviamente destinata ai poveri, fra i quali doveva produrre danni durevoli.

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