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Cadute (formalmente) le frontiere ed unificato l'intero pianeta sotto il tallone di un unico modo di vivere, ha ancora senso parlare di un qua vicino e di un lontano? Le distanze si sono accorciate a tal punto che nemmeno un continente riesce più a separare ciò che ormai è irrimediabilmente legato, sia in termini di combutta di interessi sia in termini di cospirazione di desideri. Ecco perché gli avvenimenti più distanti ci toccano come se si svolgessero appena fuori dall'uscio di casa.

Corrispondenze ribelli

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Corrispondenze ribelli (Brasile, Turchia)

Una scintilla e la prateria resa brulla dalla miseria economica ed emozionale si infiamma. Improvviso ed imprevisto, l'incendio travolge tutto e mette a dura prova i pompieri. Ma poi deve fare i conti con la mancanza di ossigeno. Pubblichiamo qui un paio di contributi che arrivano direttamente da due paesi, in cui in questo momento sono in corso aspre rivolte, dove sono bastate poche ore per diffondersi nella popolazione. Nonostante la provenienza di queste testimonianze non sia a noi affine, danno comunque idea del clima che si respira oggi in quei paesi — di esaltazione come di depressione. In entrambi i paesi, i governi non hanno esitato a ricorrere alla violenza più brutale: occhi sfondati, manifestanti abbattuti, esercito nelle strade. A fronte di ciò, è tempo di immaginare e cercare un imprevisto anche nella più ammirevole delle resistenze.

Sindrome di Stoccolma

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Sindrome di Stoccolma

Il 13 maggio, da qualche parte in Europa, un uomo viene assassinato dalla polizia in un quartiere povero. Non è un ragazzo e il fatto non accade in una zona nota per la sua conflittualità. Un uomo in più è caduto sotto le pallottole dello Stato. Questa volta avviene a Husby, nella periferia nord di Stoccolma, quel paradiso della gestione socialdemocratica del dominio. Non siamo né a Parigi né a Londra, né a Bruxelles né a Berlino. Ma che cosa cambia? I ricchi e i loro cani da guardia sono ovunque, e ovunque esistono anche individui pronti ad armarsi di coraggio per esprimere la loro rivolta con determinazione. Anche in Svezia.
Meno di una settimana dopo, la notte del 19 maggio, alcune automobili cominciano a bruciare in questo stesso quartiere di Stoccolma. La polizia e i pompieri vengono accolti con un lancio di pietre. Il giorno dopo la rabbia si trasforma in sommossa, le vetrate di negozi, di edifici pubblici e di scuole iniziano a spaccarsi sotto i colpi di proiettili. Malgrado gli inviti alla calma e alla «responsabilità civica», malgrado le promesse dei politici, gli anni di umiliazione e il sangue del vecchio abbattuto dalla polizia non si comprano così facilmente.

Bruxelles, prigione a cielo aperto...

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Bruxelles, prigione a cielo aperto... Scateniamoci!

 

Noi non vogliamo maxi-prigioni a Bruxelles; non vogliamo nuove prigioni; vogliamo radere al suolo tutti questi luoghi infami.
Non vogliamo che Bruxelles diventi ancor più una città-prigione, fatta per soddisfare i ricchi, i potenti, gli eurocrati e i funzionari.
Non ne vogliamo sapere di questa gabbia perché non accettiamo il rafforzamento securitario che ne deriverà, l'inasprimento delle condizioni di vita, la miseria crescente, l'aggressione poliziesca, l'abbrutimento dei nostri cuori e delle nostre menti da parte di un mondo che gira esclusivamente attorno al danaro e al potere.
Noi vogliamo la libertà. Insorgiamo per essa, e combattiamo per la libertà di tutte e tutti.

Egitto. Come il mare

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Egitto. Come il mare

La rivoluzione sociale è come il mare. Le sue onde incalzano, urtano contro gli ostacoli che affiorano, schiacciandoli o indietreggiando. Con tutta la violenza di uno slancio indomabile, distruggono colpo dopo colpo le vestigia del potere, dello sfruttamento e dell'oppressione. Una prima ondata, immensa e inaspettata, ha travolto la dittatura di Mubarak. Una seconda ha fatto ripiegare l'esercito che si apprestava a prendere il potere. Una terza si sta sollevando oggi contro il nuovo ordine che gli islamisti cercano di imporre.
La vera bufera rivoluzionaria non obbedisce a nessun partito, a nessun capo, a nessun potere. Al contrario, essi sono i suoi nemici irreconciliabili. Verranno spazzati via man mano che questa si approfondisce.

L'Egitto tra...

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L'Egitto tra rivoluzione e reazione

È vero che quanto accade a migliaia di chilometri di distanza non è comprensibile, contrariamente a quanto succede appena dietro l'angolo? Che è possibile farsi un'idea unicamente di quello che conosciamo, di sentire il contesto nel quale siamo cresciuti? Ed è per questo che abbiamo poco da dire a proposito di un ambiente nel quale non abbiamo mai passeggiato, o di un luogo di cui non siamo originari? Che chi ha visto mezzo mondo deve per forza avere l'ultima parola? Che possiamo dire qualcosa a patto di aver letto dieci libri? È come se fossimo alla ricerca dello «specialista», di qualcuno a cui concedere una certa autorità in materia. Qualcuno «di laggiù», o magari un giornalista. Qualcuno a cui si potrebbe credere, «così è», e che ci permetta di smettere di riflettere per conto nostro. E inoltre: che ci bombardi con «i fatti» e stimoli in tal modo assolutamente tutto, tranne una nostra riflessione relativa alle «possibilità».
La rivoluzione egiziana è stata, fin dall'inizio, descritta dai media occidentali come «una rivoluzione della classe media di twitter», «un evento pacifico in una piazza», «una saggia rivoluzione per la democrazia e le libertà liberali sostenute dall'esercito».

Tutto inizia oggi

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Tutto inizia oggi

In Grecia, lo spettro della rivolta del dicembre 2008, che aveva scosso fortemente il paese in seguito all'omicidio di Alexis da parte degli sbirri, da mesi aleggiava assillante. In effetti, di fronte all'impoverimento senza precedenti della Grecia, all'impossibilità di pervenire a qualsivoglia "miglioramento" della situazione economica e sociale, col giro di vite esercitato sull'intera popolazione nel nome della conservazione del sistema e del potere, in tanti preconizzavano il ritorno di quello spettro, di una vasta rivolta senza compromessi né mediazioni contro lo Stato e il capitalismo.
Attendere non è più all'ordine del giorno, se mai lo è stato. Il conflitto è là, è quotidiano e dipende semplicemente da tutti noi se vogliamo che esploda in ampi movimenti di rivolta e di insurrezione. La paura che tiene i poveri nei ranghi dell'ordine sociale può cambiare di campo, come è successo in Grecia. Tremare per l'avvenire toccherà ad altri, ai potenti, ai ricchi, agli sfruttatori.

Now war is declared!

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Now war is declared!

Perché questa raccolta di testi? Perché tutta questa carta e questo inchiostro?
Secondo le intenzioni di chi ha realizzato questa pubblicazione, si tratta di un condensato di contro-informazione e di analisi sulle sommosse che hanno scosso l’Inghilterra nel rovente agosto 2011. Scontri che assumono tutta la loro importanza nel cuore di coloro che non riescono più ad accettare questo miserabile quotidiano, che non vogliono più galleggiare in questo oceano di oppressione, che remano fino a riva con tutta la forza delle braccia per raggiungere altro. Un altro totalmente opposto a questo esistente che ci divora. Un altro impossibile da descrivere col vocabolario del presente. Un altro che considera lo Stato, il capitalismo, la società e l'esistente in generale, un ostacolo alla propria realizzazione. A dispetto delle frontiere e delle separazioni fatte dal potere, quelle rivolte ci hanno parlato direttamente. Le risate e le lacrime degli arrabbiati sono contagiose, sono uguali a quelle dei rivoltosi del novembre 2005 in Francia, degli insorti del Maghreb e del Mashrek del 2011 o del dicembre 2008 in Grecia. Sono le stesse perché tutte dettate dal medesimo desiderio di libertà, poco importa il contesto specifico di ciascuno di quei sollevamenti, perché la guerra sociale ha ben poche frontiere, proprio come il dominio.

Regno Unito...

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Regno Unito: la lotta contro l’esistente continua

Quella notte la stazione di polizia di Tottenham viene attaccata, auto di sbirri date alle fiamme, un autobus londinese a due piani diventa un rottame dopo essere stato incendiato, fotografi della stampa vengono picchiati e privati della loro attrezzatura, questo anche per tutte le menzogne propagate nel corso degli ultimi decenni. Vetri di banche vanno in frantumi. Numerosi negozi vengono saccheggiati, le loro merci gettate in strada. Giovani irrompono nel locale McDonald’s e cominciano a friggere hamburger e patatine. Una rabbia sdegnata schiarisce le menti e si riversa sulle teste degli sbirri. La furia collettiva verso quest’ultimo omicidio poliziesco si unisce a quella dovuta alle quotidiane prepotenze e umiliazioni dell’essere fermati e perquisiti, ai moralismi, alle false promesse, alle vite inutili, alla mancanza di un futuro, alla frustrazione nell’impossibilità di soddisfare i propri “bisogni” a causa dell’aumento delle tasse, alla disoccupazione e al taglio della spesa sociale, ai quattro milioni di telecamere, agli sbirri posti a protezione di ogni negozio, alla colonizzazione di ogni spazio urbano da parte di bar alla moda pieni del chiacchiericcio di chi se ne frega… questo e molto altro ancora di cui non sappiamo ha fomentato il desiderio di spaccare le invisibili barriere di vetro che mantengono lo status quo.

La conquista della libertà. Libia...

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La conquista della libertà. Libia: guerra o insurrezione?

Le notizie sulla situazione libica che ci giungono dalla stampa ufficiale ci raccontano solo la storia di una guerra. È una storia che ci fa fremere: bombardamenti, morti, ordigni a grappolo, feriti, rifugiati. L'insurrezione in Libia è diventata una lunga storia di orrori? Non resta altro che la guerra, ora che la vicenda si complica? Non c'è altro da dire su questi avvenimenti pieni di forza, di audacia e di perseveranza da parte di persone che hanno imbracciato le armi per liberare se stessi e gli altri dal giogo di un dittatore che li ha oppressi per 42 anni? I media occidentali vogliono farci credere che laggiù sia in corso una guerra sanguinaria, e questo non ci sorprende. L'Occidente, avido di potere e di denaro, e la sua Nato devono legittimare il proprio ruolo di «salvatori del popolo libico». Così sono costretti a nascondere la combattiva realtà degli insorti libici e a farci pensare che quelle persone siano soltanto confuse, niente di più. Ma chiudiamo un attimo i giornali dei media capitalisti, e cerchiamo di guardare l'insurrezione da vicino. Andiamo alla ricerca della sua storia.

Sono state dette cose poco simpatiche sui "nostri" giornali a proposito di quelli che sono definiti «shebab». Gli shebab sono gli insorti che rifiutano di lasciarsi irreggimentare nella nuova struttura militare che si sta formando nella parte liberata della Libia. Vengono trattati come pazzi, banditi, persone che non sanno ciò che fanno, che non vogliono obbedire agli ordini militari, che non sono veri ribelli.

Guerra, catastrofe, democrazia, prigione...

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Guerra, catastrofe, democrazia, prigione — noi vogliamo la rivoluzione

In un tempo in cui le parole sembrano perdere il proprio significato, in cui il linguaggio del potere cerca di penetrare in tutte le nostre conversazioni, pensiamo sia ancora più indispensabile fare uno sforzo per parlare in modo chiaro. Finiamola di ripetere come pappagalli quel che dicono i giornali, che ci mostrano le televisioni, che i potenti vogliono farci credere. La questione non è volere ad ogni costo essere d'accordo, né convertire qualsiasi cosa, ma almeno parlare con la nostra bocca, coi nostri termini, coi nostri dolori e le nostre speranze.

 

L'inizio dei bombardamenti NATO contro le forze leali a Gheddafi in Libia ha segnato un passaggio fatale. Quella che senza dubbio era all'inizio un'insurrezione armata di una parte importante della popolazione contro il regime, a poco a poco si sta trasformando in una guerra militare. A parte alcune resistenze autorganizzate, che le autorità di ogni tipo definiscono «irregolari», l'insurrezione in Libia sembra essere degenerata in conflitto tra eserciti contrapposti. E allora non è a caso che gli «irregolari» laggiù siano stati sempre molto diffidenti di fronte all'«opposizione ufficiale» che ha copiato le gerarchie, i gradi, le strutture di comando dell'esercito di Gheddafi. Di fatto, la militarizzazione del conflitto ha affossato la possibilità di un rovesciamento radicale della società libica.

Non è finita, anzi!

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Non è finita, anzi!

Il vento della rivolta continua a soffiare nel mondo arabo e altrove

 

Le rivolte in Tunisia e in Egitto sembrano aver ispirato gli insorti in molti altri paesi. Dall’Algeria al Bahrein, dall'Iran alla Libia, dallo Yemen alla Siria, molte persone scendono in strada, scioperano dal lavoro, si scontrano con la polizia, saccheggiano e incendiano edifici statali e del potere economico. È un vento di rivolta che soffia attraverso quei paesi, è un vento che dà coraggio, un vento che porta il messaggio che nessun regime, per quanto autoritario sia, è inattaccabile. Che nessuna miseria, nessuna oppressione sarà mai al riparo di una tempesta sociale devastatrice.
Non si può prevedere in che direzione andranno queste tempeste, ma ciò che è certo è che in questi momenti insurrezionali tutto esce allo scoperto.

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