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Cadute (formalmente) le frontiere ed unificato l'intero pianeta sotto il tallone di un unico modo di vivere, ha ancora senso parlare di un qua vicino e di un lontano? Le distanze si sono accorciate a tal punto che nemmeno un continente riesce più a separare ciò che ormai è irrimediabilmente legato, sia in termini di combutta di interessi sia in termini di cospirazione di desideri. Ecco perché gli avvenimenti più distanti ci toccano come se si svolgessero appena fuori dall'uscio di casa.

Regno Unito...

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Regno Unito: la lotta contro l’esistente continua

Quella notte la stazione di polizia di Tottenham viene attaccata, auto di sbirri date alle fiamme, un autobus londinese a due piani diventa un rottame dopo essere stato incendiato, fotografi della stampa vengono picchiati e privati della loro attrezzatura, questo anche per tutte le menzogne propagate nel corso degli ultimi decenni. Vetri di banche vanno in frantumi. Numerosi negozi vengono saccheggiati, le loro merci gettate in strada. Giovani irrompono nel locale McDonald’s e cominciano a friggere hamburger e patatine. Una rabbia sdegnata schiarisce le menti e si riversa sulle teste degli sbirri. La furia collettiva verso quest’ultimo omicidio poliziesco si unisce a quella dovuta alle quotidiane prepotenze e umiliazioni dell’essere fermati e perquisiti, ai moralismi, alle false promesse, alle vite inutili, alla mancanza di un futuro, alla frustrazione nell’impossibilità di soddisfare i propri “bisogni” a causa dell’aumento delle tasse, alla disoccupazione e al taglio della spesa sociale, ai quattro milioni di telecamere, agli sbirri posti a protezione di ogni negozio, alla colonizzazione di ogni spazio urbano da parte di bar alla moda pieni del chiacchiericcio di chi se ne frega… questo e molto altro ancora di cui non sappiamo ha fomentato il desiderio di spaccare le invisibili barriere di vetro che mantengono lo status quo.

La conquista della libertà. Libia...

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La conquista della libertà. Libia: guerra o insurrezione?

Le notizie sulla situazione libica che ci giungono dalla stampa ufficiale ci raccontano solo la storia di una guerra. È una storia che ci fa fremere: bombardamenti, morti, ordigni a grappolo, feriti, rifugiati. L'insurrezione in Libia è diventata una lunga storia di orrori? Non resta altro che la guerra, ora che la vicenda si complica? Non c'è altro da dire su questi avvenimenti pieni di forza, di audacia e di perseveranza da parte di persone che hanno imbracciato le armi per liberare se stessi e gli altri dal giogo di un dittatore che li ha oppressi per 42 anni? I media occidentali vogliono farci credere che laggiù sia in corso una guerra sanguinaria, e questo non ci sorprende. L'Occidente, avido di potere e di denaro, e la sua Nato devono legittimare il proprio ruolo di «salvatori del popolo libico». Così sono costretti a nascondere la combattiva realtà degli insorti libici e a farci pensare che quelle persone siano soltanto confuse, niente di più. Ma chiudiamo un attimo i giornali dei media capitalisti, e cerchiamo di guardare l'insurrezione da vicino. Andiamo alla ricerca della sua storia.

Sono state dette cose poco simpatiche sui "nostri" giornali a proposito di quelli che sono definiti «shebab». Gli shebab sono gli insorti che rifiutano di lasciarsi irreggimentare nella nuova struttura militare che si sta formando nella parte liberata della Libia. Vengono trattati come pazzi, banditi, persone che non sanno ciò che fanno, che non vogliono obbedire agli ordini militari, che non sono veri ribelli.

Guerra, catastrofe, democrazia, prigione...

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Guerra, catastrofe, democrazia, prigione — noi vogliamo la rivoluzione

In un tempo in cui le parole sembrano perdere il proprio significato, in cui il linguaggio del potere cerca di penetrare in tutte le nostre conversazioni, pensiamo sia ancora più indispensabile fare uno sforzo per parlare in modo chiaro. Finiamola di ripetere come pappagalli quel che dicono i giornali, che ci mostrano le televisioni, che i potenti vogliono farci credere. La questione non è volere ad ogni costo essere d'accordo, né convertire qualsiasi cosa, ma almeno parlare con la nostra bocca, coi nostri termini, coi nostri dolori e le nostre speranze.

 

L'inizio dei bombardamenti NATO contro le forze leali a Gheddafi in Libia ha segnato un passaggio fatale. Quella che senza dubbio era all'inizio un'insurrezione armata di una parte importante della popolazione contro il regime, a poco a poco si sta trasformando in una guerra militare. A parte alcune resistenze autorganizzate, che le autorità di ogni tipo definiscono «irregolari», l'insurrezione in Libia sembra essere degenerata in conflitto tra eserciti contrapposti. E allora non è a caso che gli «irregolari» laggiù siano stati sempre molto diffidenti di fronte all'«opposizione ufficiale» che ha copiato le gerarchie, i gradi, le strutture di comando dell'esercito di Gheddafi. Di fatto, la militarizzazione del conflitto ha affossato la possibilità di un rovesciamento radicale della società libica.

Non è finita, anzi!

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Non è finita, anzi!

Il vento della rivolta continua a soffiare nel mondo arabo e altrove

 

Le rivolte in Tunisia e in Egitto sembrano aver ispirato gli insorti in molti altri paesi. Dall’Algeria al Bahrein, dall'Iran alla Libia, dallo Yemen alla Siria, molte persone scendono in strada, scioperano dal lavoro, si scontrano con la polizia, saccheggiano e incendiano edifici statali e del potere economico. È un vento di rivolta che soffia attraverso quei paesi, è un vento che dà coraggio, un vento che porta il messaggio che nessun regime, per quanto autoritario sia, è inattaccabile. Che nessuna miseria, nessuna oppressione sarà mai al riparo di una tempesta sociale devastatrice.
Non si può prevedere in che direzione andranno queste tempeste, ma ciò che è certo è che in questi momenti insurrezionali tutto esce allo scoperto.

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