Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Tempi e memoria

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Tempi e memoria

C'era da aspettarselo che, in occasione del ventennale delle bollenti giornate genovesi del luglio 2001, da più parti si sarebbero organizzate una miriade di ricorrenze. Per ricordare, per testimoniare, per non dimenticare. Più difficile immaginare che i più rapidi in tal senso sarebbero stati proprio loro, gli aguzzini di Stato. Non hanno nemmeno atteso l'arrivo del 2021 per celebrare la mattanza avvenuta in quella lontana estate nel carcere di Bolzaneto, avendola già rievocata il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quando oltre un centinaio di agenti della polizia penitenziaria hanno massacrato per ore i detenuti che protestavano. Se venti anni fa i secondini infoiati urlavano «qui non avete diritti!», oggi i loro colleghi gridavano «lo Stato siamo noi!». Il concetto, come si nota, è rimasto invariato.
E se, preso lo slancio, si facesse un altro balzo indietro di vent'anni?

Fantozzi d'Italia

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Fantozzi d'Italia

E alla fine l'Italia s'è desta! Milioni di orgoglioni italioti sono scesi in strada, dall'Alpe alla Sicilia. Stringendosi a coorte, hanno sfidato i divieti anti-assembramento. Ed hanno gridato, hanno sofferto, si sono agitati, con un sogno nel cuore: trovare la sospirata vittoria. E quando muscoli saldi e garretti d'acciaio all'insegna del tricolore hanno spezzato le reni alla perfida Albione, ogni paura è scomparsa all'orizzonte. Milioni di orgoglioni italioti hanno travolto ogni distanziamento sociale, tutti pronti alla morte.
No, l'Italia non è affatto la terra dei morti.

Accettabile

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Accettabile

Abbiamo sbagliato, lo ammettiamo. Ma si è trattato di un riflesso condizionato duro a morire. Questa mattina, leggendo le notizie, non siamo riusciti a trattenere un moto di gioia nell'apprendere che nel corso della scorsa notte è stato incendiato il portone d'ingresso dell'Istituto Superiore di Sanità, a Roma. Qualcuno lo ha cosparso di liquido infiammabile e gli ha dato fuoco, per poi dileguarsi. I custodi sono subito intervenuti dando l'allarme e i danni sono limitati, però...
Però poi ci ha pensato l'onorevole ministro Speranza a riportarci con i piedi per terra, con le sue ammirevoli parole: «Sono inaccettabili gli atti intimidatori contro l'Istituto Superiore di Sanità. Il nemico è il virus. Non chi si impegna per combatterlo». Già, è vero, come abbiamo fatto a scordarlo? Il nemico è il virus – e dire che lo sapevamo. Facciamo quindi pubblica ammenda e per penitenza ricordiamo ai nostri lettori che:

3, 4, 5G... Bum!

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3, 4, 5G... Bum!

Telelavoro, gabbia digitale... Bum!
Obbedienza, lavaggio del cervello... Bum!
Schermi, chip, tracciamento… Bum!
Smartphone, smart home, smart city... Bum!
Tecnologie verdi, esistenze grigie... Bum!
Industria militare, industria energetica, industria in generale… Bum!
Sempre connessi, sempre più abbrutiti… Bum!

È possibile la critica sociale dopo l'emergenza pandemica?

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È possibile la critica sociale dopo l'emergenza pandemica?

 

Parafrasando una celebre quanto provocatoria riflessione formulata da un intellettuale tedesco all'indomani della seconda guerra mondiale, vien voglia di chiedersi se scrivere un testo di critica sociale dopo il Covid 19 non sia un atto di barbarie che avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere testi di critica sociale. Con ciò non si intendono equiparare i campi di stermino nazisti agli odierni reparti ospedalieri democratici, semmai interrogarsi se l'inimmaginabile enormità di quanto sta avvenendo non renda patetica e superflua ogni ulteriore analisi della realtà. Se in passato lo Sterminio burocratico di milioni di ebrei ha ucciso la poesia, oggi la Servitù Volontaria sanitaria di miliardi di esseri umani non ha forse ucciso la critica, rendendo anch'essa in-scrivibile, il-leggibile, im-praticabile? Se lo Sterminio ha messo fine alla ricerca della bellezza, la Servitù Volontaria non sta mettendo fine alla ricerca di significato?

La crisi la paghino i padroni...

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La crisi la paghino i padroni...

che la servitù volontaria la offriamo noi

 

Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Ancona, Bologna, Livorno, Teramo, Trento... in tutto il paese aumentano le piazze da cui si alza forte l'urlo di protesta contro le misure restrittive decise dal governo: «tu ci chiudi, tu ci paghi». Il «tu» in questione è ovviamente lo Stato, reo di essersi rivelato inetto ed incapace di garantire la normalità quotidiana, dopo aver annunciato l'esistenza di una terribilissima pandemia ed aver proclamato un’emergenza sanitaria di proporzioni inusitate. Se le grandi fabbriche sono rimaste aperte, le piccole e medie imprese sono state costrette a chiudere. Per molti, i conti non tornano più.

Oltre la tristezza: rabbia!

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Oltre la tristezza: rabbia!

«Non ho versato una lacrima. Ho smesso di piangere tanto tempo fa. Sono anni che vedo uccidere la mia gente dalla polizia. 
Le persone mi dicono di essere dispiaciute. Beh, non lo siate. Perché quello che è successo, succede da lungo tempo a chi ho attorno.
Tutti gli uccisi dalla polizia sono miei fratelli e sorelle. Io non sono triste, non sono dispiaciuta. Sono arrabbiata».
Leletra Widman, sorella di Jacob Blake
 
Tre notti fa, nel Wisconsin, un giovane afroamericano è incappato nel solito incontro con sbirri americani. Durante quello che i bravi cittadini definirebbero un normale controllo di polizia, nasce un diverbio. Il giovane, Jacob Blake, viene colpito alla schiena per ben sette volte. Portato in ospedale, i medici sentenziano l'atrocità: non potrà più camminare. L'ennesima vita devastata dall'autorità.

Marciare è sempre marcire

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Marciare è sempre marcire

Oggi
Piacenza, 22 luglio 2020. Una caserma intera posta sotto sequestro, dodici carabinieri indagati la maggior parte dei quali in stato d’arresto con l’accusa di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio. Il capo della Procura cittadina, Grazia Pradella, si dice sconvolta: «Mentre la città di Piacenza contava i tanti morti del coronavirus, questi carabinieri approvvigionavano di droga gli spacciatori rimasti senza stupefacente a causa delle norme anti Covid. Siamo di fronte a reati impressionanti, se si pensa che sono stati commessi da militari dell'Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato». Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini rincara lo sfoggio d’indignazione, parlando di «accuse gravissime rispetto a degli episodi inauditi e inqualificabili. Fatti inaccettabili, che rischiano di infangare l'immagine dell'Arma».

Niente, a Nantes

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Niente, a Nantes

Da quanto tempo ci dicono, ci ripetono, ci ammoniscono che niente sarà più come prima? Che stiamo attraversando un periodo storico inedito, affrontando eventi che muteranno totalmente la nostra vita, nei suoi aspetti maggiori come in quelli minori?
Il lavoro, non sarà più come prima.
Il divertimento, non sarà più come prima.
Andare a far la spesa, non sarà più come prima.
Viaggiare, non sarà più come prima.
La socialità, non sarà più come prima.
Manifestare e protestare, non sarà più come prima… anzi, non sarà proprio più possibile.

«Inferno o utopia?»

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«Inferno o utopia?»

 

È una delle tante scritte comparse nei pressi del commissariato del terzo distretto di Minneapolis, quello andato in fumo nella notte fra il 28 e il 29 maggio nel corso della rivolta provocata dall’omicidio di George Floyd. Non è uno slogan, né un appello, e neppure un grido di battaglia. A fomentare ed eccitare gli animi ci aveva già pensato — ci pensa quotidianamente — il braccio armato dell'autorità, con la sua brutale arroganza. No, quella scritta vergata solleva una questione. Non rivolge una domanda al nemico (come il sarcastico «ci ascoltate adesso?»), pone a chi è sceso in strada un interrogativo su cui riflettere: to hell, or utopia? Qual è il senso di tanta rabbia e tanto furore? Cosa si vuole ottenere? Andare all’inferno, quello della riproduzione sociale, oppure dare vita all’utopia, a qualcosa che sia tutt’altro rispetto a leggi a cui obbedire, merci da acquistare, ruoli cui sottostare, denaro da accumulare, governi da eleggere e a cui delegare?

In ostaggio

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In ostaggio

Mai come in questi giorni la realtà ha preso in ostaggio l'immaginazione. I nostri desideri e sogni più folli sono sovrastati da una catastrofe invisibile che ci minaccia, ci confina, legandoci mani e piedi al capestro della paura. Qualcosa di essenziale si gioca oggi attorno alla catastrofe in corso. Ignorate le poche Cassandre che da decenni lanciavano i loro avvertimenti, ora siamo passati dall'idea astratta al fatto concreto. Come dimostra l'odierna emergenza con tutti i suoi divieti, ad essere in ballo non è la mera probabilità di sopravvivere, ma qualcosa di ben più importante: la possibilità di vivere. Ciò significa che la catastrofe che oggi ci perseguita non è tanto l'imminente estinzione umana — da evitare, ci viene assicurato sia in alto che in basso, solo con una completa obbedienza agli esperti della riproduzione sociale — quanto l'onnipresente artificialità di un'esistenza la cui pervasività ci impedisce di immaginare la fine del presente.
 
«Catastrofe»: dal greco katastrophé, «capovolgimento», «rovesciamento»; sostantivo del verbo katastrépho, da kata «sotto, giù» e stréphein «rovesciare, girare».
 
Sin dall'antichità questo termine ha conservato fra i suoi significati quello di un avvenimento violento che porta con sé la forza di cambiare il corso delle cose, un evento che costituisce al tempo stesso una rottura e un cambiamento di senso, e che di conseguenza può essere sia un inizio che una fine.

Italia, terra dei morti!

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Italia, terra dei morti!

Alphonse de Lamartine
 
Monumento crollato, abitato solo dall'eco!

Polvere del passato, sollevata da un vento sterile!

Terra, dove i figli non hanno più il sangue degli avi!

Dove, su un suolo invecchiato gli uomini nascono vecchi;

Dove il ferro svilito colpisce soltanto nell'ombra;

Dove sulle fronti velate aleggia una nuvola oscura;

Dove l'amore non è che un inganno, e il pudore un belletto;

Dove l'astuzia ha alterato la dirittura dello sguardo;

Dove le parole irose non sono che un rumore sonoro,


In corpore vili

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In corpore vili

«Scopo del terrore e dei suoi atti è di estorcere totalmente l'adattamento degli uomini al proprio principio, affinché anch'essi riconoscano, in definitiva, ancora solo uno scopo: quello dell'autoconservazione. Quanto più gli uomini hanno in mente senza scrupoli la propria sopravvivenza, tanto più diventano marionette psicologiche di un sistema che non ha altro scopo che mantenere se stesso al potere»
Leo Löwenthal, 1945
 
Ecco, ci siamo. Da poche ore è stato dichiarato lo stato d’emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale. Serrata quasi totale. Strade e piazze semi-deserte. Proibito uscire di casa senza una ragione ritenuta valida (da chi? ma dalle autorità, naturalmente). Proibito incontrarsi e abbracciarsi. Proibito organizzare qualsivoglia iniziativa che preveda anche solo un minimo di presenza umana (dalle feste ai raduni). Proibito stare troppo vicini. Sospensione di ogni socialità. Ammonimento a stare chiusi in casa il più possibile, aggrappati ad un qualche dispositivo elettronico in attesa di notizie. Obbligo di seguire le direttive. Obbligo di portare sempre con sé una «autocertificazione» che giustifichi i propri spostamenti, anche se si esce a piedi. Per chi non dovesse sottomettersi a simili misure è prevista una sanzione che può prevedere l'arresto e la detenzione.

Sarà un'influenza che vi seppellirà!

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Sarà un'influenza che vi seppellirà!

«Nonostante le apparenze, l'ecofascismo ha un futuro davanti a sé e sotto la pressione della necessità potrebbe essere il risultato di un regime totalitario sia di sinistra che di destra. In effetti i governi saranno sempre più costretti ad agire per gestire risorse e spazio via via più rarefatti... La preservazione del livello di ossigeno necessario per la vita potrà essere garantita solo sacrificando un altro fluido vitale: la libertà. Ma, come accade in tempo di guerra, la difesa del bene comune, della terra, varrà il sacrificio. L'azione degli ambientalisti ha già iniziato a tessere una rete di regolamenti fatta di ammende e di carcere al fine di proteggere la natura dal suo sfruttamento incontrollato. Cos'altro fare? Ciò che ci aspetta, come nell'ultima guerra totale, è probabilmente una miscela di organizzazione tecnocratica e ritorno all'età della pietra»
(Bernard Charbonneau)
 
 
Sono trascorsi quarant'anni da quando uno dei primi critici della civiltà tecno-industriale pubblicava tali osservazioni, impregnate di una certa mestizia dovuta all'indifferenza generalizzata nei confronti delle devastazioni attuate dal progresso. Ce le ha fatte venire in mente quanto sta accadendo in questi giorni qui in Italia, dove a cominciare da Lombardia e Veneto è in via di sperimentazione un test d’irreggimentazione di massa in nome del bene pubblico.

In Australia, l'apocalisse

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In Australia, l'apocalisse

 

Alcuni pompieri segnalano fiamme alte 150 metri. Rileggete lentamente. Fiamme alte 150 metri. Più alte di un palazzo di 40 piani.
È la nuova norma estiva in Australia. Fiamme gigantesche ed esseri umani terrorizzati, rannicchiati sulla spiaggia nella notte nera o alla luce arancione del giorno. Disorientate, in preda al panico, migliaia di persone sono costrette a fuggire. Città e villaggi sono avvolti da giorni, settimane ed ora mesi in una bruma di fumo che va dall'irritante al tossico fino al mortale. Una zona incendiata la cui dimensione supera largamente quella delle terre toccate dagli incendi in Amazzonia e California.
Decine di morti o dispersi. Ed è solo l'inizio.
Il giornale The Age di Melbourne riporta l'evacuazione di Corryong, nel nord-est di Victoria, alla vigilia di Capodanno: «Tutti coloro che volevano unirsi al convoglio dovevano avere sufficiente carburante per arrivare a Tallangatta, a circa 85 chilometri di distanza, e scrivere il loro nome su una lista. La lista era per il medico legale qualora le cose fossero andate male».
Le fiamme illuminano di luce ardente le priorità dei dirigenti australiani.

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