Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Porci con le ali

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Porci con le ali

 
«L'agente che ammazza e che mente non gioca con il fuoco quando fa gravare pesantemente il suo stivale di bruto sul cervello di quelli che pensano e ragionano? L'agente che uccide e calunnia non teme affatto il ferro, mentre stritola con le sue mani di nullafacente le braccia di quelli che lavorano e producono? Questo simbolo dell'autorità abietta troverà sempre davanti a sé dei rassegnati?»
 
No, non sempre. L'interrogativo espresso oltre un secolo fa a Parigi da un anarchico ha trovato oggi una risposta negativa da parte di un giovane di 28 anni di Baltimora. Non pensiamo proprio che il nome di Albert Libertad fosse noto a Ishmael Brinsley, che siano stati gli scritti del primo ad incoraggiare le belle mani d'assassino del secondo. È assai più probabile che egli avesse nelle orecchie i rantoli di Eric Garner, che avesse davanti agli occhi il sangue di Michael Brown, che avesse nel cervello e nel cuore la morte di tutti coloro uccisi dalla polizia statunitense nei mesi scorsi...

Sputa (sulle) sentenze

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Sputa (sulle) sentenze

Lo scorso 17 dicembre il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione i quattro sabotatori NoTav rei di aver partecipato, nella notte fra il 13 e il 14 maggio 2013, ad un assalto al cantiere di Chiomonte conclusosi con l'incendio di alcuni macchinari. Se il verdetto di condanna era scontato, dato che nel corso delle udienze i quattro compagni avevano apertamente rivendicato la loro responsabilità nei fatti, lo era assai di meno la sua entità. Il tribunale si sarebbe “limitato” a condannare il «danneggiamento aggravato, la violenza a pubblico ufficiale ed il porto d'arma da guerra» o avrebbe accolto anche l'aggravante di «terrorismo»? Ebbene, per questi giudici di Torino sabotare l'Alta Velocità – per lo meno in questo contesto – è sì un atto illegale da punire, ma non un atto di terrorismo.
Notizia che non può che renderci felici in quanto ciò comporta meno anni di galera inflitti. Ma nulla di più.

Onesti e canaglie

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Onesti e canaglie

«Per infami che siano le canaglie, non lo sono mai quanto le persone oneste»

 

Pare proprio che questa massima di un scrittore francese dalle simpatie libertarie, celebre alla fine dell'Ottocento, non corra il rischio di trovare smentite. Sui treni in transito per la Svizzera – la civile Svizzera, la neutrale Svizzera, la pulita Svizzera – i doganieri passano un cotton fioc sul volto dei passeggeri dalla pelle nera al fine di prelevarne il DNA. Non importa chi siano, cosa facciano e dove siano diretti, il solo fatto che attraversino il paese – magari di notte, in seconda classe, su un treno economico – non può che destare sospetto. Certo, se scendessero da un jet privato, in giacca e cravatta, con una valigia piena di denaro da depositare in una banca elvetica, sarebbero i benvenuti. Ma si sa, i neri sono tutti canaglie e gli svizzeri sono tutte persone oneste.
Si tratta di una differenza di fondo, da tenere sempre a mente. A Milano, ad esempio, l'onesto sindaco Giuliano Pisapia ha appena fatto sgomberare a suon di manganellate alcune occupazioni (prima un alloggio a Lorenteggio, poi due spazi sociali a Corvetto). In entrambi i casi si sono verificati scontri tra forze dell'ordine e canaglie sovversive. Talmente canaglie da resistere alla violenza delle forze dell'ordine, talmente sovversive da non elemosinare contratti di affitto o di altra natura col Comune.

Sciacalli e pecore

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Sciacalli e pecore

Non esistono catastrofi naturali. Lo abbiamo già detto e non siamo di certo soli a farlo. Ormai si tratta di una convinzione diffusa persino fra gli esperti, geologi più o meno noti. La pioggia che cade più del solito, così come la terra che trema più del previsto, non sono eventi eccezionali ma fatti naturali accaduti innumerevoli volte nel corso della storia. È solo quando provocano vittime che questi fatti attirano l'attenzione pubblica, diventando temibili calamità.

Ma tutti questi morti, da chi sono provocati? Dalla furia della Natura o dal comportamento dell'Uomo? Se i palazzi non venissero costruiti con materiali scadenti, se gli argini dei fiumi non fossero stati cementati, se i segnali premonitori non venissero sottovalutati o ignorati... quanti morti in meno si conterebbero?
L'attuale emergenza a Genova ne è l'ennesima riprova.

I beneamati avieri

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I beneamati avieri

Da alcune settimane mi ronza in testa uno dei proverbi molussici cari a Günther Anders: «Nessun artigliere torce un capello a una mosca». Con il suo humour nero il noto filosofo intendeva così sottolineare come il progresso tecnologico sia riuscito ad anestetizzare gli orrori della guerra, deresponsabilizzando i suoi autori. A differenza dei soldati dei reparti di fanteria, costretti ad imbrattarsi mani e cuore nei combattimenti corpo-a-corpo con il nemico, gli artiglieri operano a distanza. Accudendo solo al loro strumento, non assistono direttamente ai suoi risultati: non vedono il sangue che versano, non odono le urla di dolore, non sentono il fetore dei cadaveri. Ecco perché all'epoca della prima guerra mondiale, a Breslavia, venivano definiti «i nostri beneamati artiglieri». Non erano considerati massacratori in divisa dagli occhi iniettati di odio feroce, ma semplici tecnici addetti alla manutenzione di un macchinario.
Se questo è vero per gli artiglieri, figurarsi per gli avieri!

Sbirri

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Sbirri

Gli agenti delle forze dell'ordine uccidono. Non lo fanno solo nel corso di conflitti a fuoco con truci criminali tanto tanto cattivi, costretti da circostanze eccezionali che per fortuna restano circoscritte e limitate. Lo fanno comunque. Lo fanno per mestiere. Devono farlo. Sono pagati anche per questo. Negarlo è una infame o stupida ipocrisia.
Gli agenti delle forze dell'ordine uccidono. A Napoli, un ragazzo di 17 anni che non si era fermato ad un posto di blocco è appena stato ammazzato da un carabiniere che «ha sparato in maniera accidentale un colpo con la pistola di ordinanza». Quante volte abbiamo visto salivare i signori giornalisti sulla accidentalità di simili episodi? Il dolore della famiglia e degli amici, le loro lacrime, i funerali, il vuoto che quella morte lascerà, sono trascurabili in quanto... «accidentali»?
Gli agenti delle forze dell'ordine uccidono. Lo fanno tutti, senza distinzioni di corpo. E lo considerano parte del loro lavoro, un effetto collaterale forse spiacevole che talvolta può manifestarsi, ma che rimane comunque del tutto legittimo e normale.

Il ricatto

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Il ricatto

«Piuttosto la vita che quei prismi senza spessore
anche se i colori sono più puri

Piuttosto che quell’ora sempre coperta

che quelle orribili vetture di fiamme fredde

Che quelle pietre fradicie
Piuttosto il cuore a serramanico

Che questo stagno mormorante

Che questa stoffa bianca che canta e nell’aria e nella terra

Che questa benedizione nuziale

che unisce la mia fronte a quella della vanità totale
Piuttosto la vita»

 

Così cantava un poeta ateo del nostro mondo occidentale contro questa vita squallida, misera, noiosa, meschina, questo «stagno mormorante» in cui imputridiamo giorno dopo giorno. Imputridiamo, sì, ma da esseri che respirano, non sotto forma di cadaveri. Privi di sogni e di desideri, ma ancora con un alito di "vita". E la mente brucia e il cuore scoppia al pensiero di quanto accade in Siria, di quanto accade a Gaza, di quanto accade in Libia, di quanto accade nell'altra parte del pianeta, quella sbagliata.

Se coincidenze

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Se coincidenze

C'è da dare i numeri. Tre giorni fa, martedì, l'apparato giudiziario dello Stato si è mosso a Torino, bussando alle porte di sovversivi vari, sia anarchici che comunisti (ammesso che questa distinzione abbia ancora un senso). L'inchiesta, che prende di mira le lotte contro gli sfratti, ha portato a 29 misure cautelari e vede oltre cento inquisiti.
Due giorni fa, mercoledì, l'apparato giudiziario dello Stato si è mosso a Venezia, bussando alle porte di politici e imprenditori vari, sia di destra che di sinistra (ammesso che questa distinzione abbia ancora un senso). L'inchiesta, che prende di mira appalti e mazzette legate a una grande opera, ha portato a 35 misure cautelari e vede oltre cento inquisiti.
Questo è il messaggio, fin troppo ovvio: lo Stato c'è e non guarda in faccia a nessuno. La Giustizia è uguale per tutti! Non importa se occupate case per non morire di freddo, o vi prendete tangenti per mangiare caviale: ciò che importa è il rispetto della legge.

Finzioni

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Finzioni

La decomposizione avanza, l'apparenza incalza. I risultati delle elezioni europee ne sono un folgorante esempio. Il partito che finge d'essere di sinistra esulta fingendo di aver raccolto il consenso della stragrande maggioranza degli italiani. Il partito che finge d'essere all'opposizione si dispera fingendo di aver creduto davvero di poter toccare le stelle rotolandosi nelle stalle. Il partito che finge d'essere liberale medita fingendo di cercare una nuova classe dirigente. Il partito che finge d'essere radicale festeggia fingendo che quello 0,3 % in più che gli ha permesso di sedere sugli scranni di Bruxelles sia una investitura popolare.
Nel mare in tempesta della disperazione sociale e della miseria affettiva, i salvagenti della politica si stanno sgonfiando uno dopo l'altro. Nemmeno la servitù volontaria di milioni di esseri umani belanti più diritti e più democrazia riuscirà a salvare questo mondo, la cui agonia sta già assumendo tratti terribili.

La scelta

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La scelta

Uno scellino. Nell'Inghilterra del passato, culla del capitalismo, era il valore minimo che un bene rubato doveva avere per mandare il ladro sul patibolo. Ed è proprio a causa di questa legge che verso il 600-700 nacque e si diffuse fra la plebe l'espressione «may as well be hanged for a sheep as a lamb», ovvero: si può essere impiccati sia per una pecora che per un agnello. Nel senso che, poiché per i poveri il furto era sovente il solo modo per sopravvivere, tanto valeva rubare una grassa pecora invece di un piccolo agnellino. La condanna sarebbe stata la medesima.
Restando in Inghilterra, ma facendo un salto di qualche secolo, ci viene da pensare a quanto accadde dopo la grande rapina del treno Glasgow-Londra, avvenuta nell'agosto del 1963. Una rapina clamorosa, passata alla storia, compiuta da persone armate solo di un paio di spranghe, senza l'uso di armi da fuoco.

Inutili cerimonie

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Inutili cerimonie

 
«E i padroni stessi ammettono che, se un servitore viene quando è chiamato, basta»
Jonathan Swift
 
 
No, non viene più, ma basta lo stesso. In fondo andare è una perdita di tempo, le istruzioni alla servitù vengono diffuse in tutte le stanze dell'edificio sociale attraverso enormi amplificatori. Sono sempre le stesse, giorno dopo giorno, immutabili, mandate ormai a memoria. Allora, a cosa servono gli appelli ufficiali per inutili cerimonie? A nulla e lo sanno bene tutti, servitori e padroni.

A dimostrarlo è una curiosa concomitanza di fatti appena accaduti. Il giorno in cui sono stati resi pubblici i dati sulle elezioni regionali in Sardegna è anche il giorno in cui è stato nominato il nuovo capo del governo.

Non chiamateli mostri

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Non chiamateli mostri

«I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere...»
(Primo Levi, Se questo è un uomo)
 

I mostri, questi esseri dalle passioni abnormi, sconvolgono la quiete e turbano gli animi. Provocano orrore. Anche se talvolta suscitano curiosità, e magari pure simpatia, la loro è un'esistenza solitaria. Nessuno ama stare a lungo accanto ad un mostro, contro cui prima o poi si apre la caccia. Ecco perché non sono «davvero pericolosi». Gli esseri comuni, invece, quegli uomini e quelle donne che eseguono solo gli ordini, che fanno solo il loro dovere, che non hanno passioni interiori, solo pressioni esteriori — loro sì che sono pericolosi. Sono pericolosi perché hanno alle spalle una società intera.
Quando un mostro è assetato di sangue, come Jack lo Squartatore, ammazza cinque o sei persone. Un funzionario non è mai assetato di sangue. E quindi, come ad esempio un generale, massacra centinaia di migliaia di persone senza emozione.

Si va o si fischia?

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Si va o si fischia?

«Dove c'è rivoluzione, c'è confusione.
Dove c'è confusione, un uomo che sa ciò che vuole
c'ha tutto da guadagnare»

 

Davanti ai disordini che in questi giorni hanno turbato molte strade d'Italia, i militanti sono perplessi. Di fronte a questi blocchi, a questi assalti, a questi scontri, messi in atto da chi è distante anni luce da ogni tensione sovversiva, viene subito loro in mente il celebre interrogativo: che fare?
Si va o si fischia? – Magari, si va e si fischia. Anzi no, si fischia e non si va. Mah, e se invece si va, prima si fischia e poi si applaude?
Da una parte, quella del non-si-va, non ci sono dubbi. Questi forconi che si incrociano coi tricolori, questi manifestanti che applaudono la polizia, questo miscuglio di commercianti impauriti per i loro profitti calanti, di fascisti bramosi di cavalcare la tigre e di ultras con qualche prurito alle mani, tutto ciò non è e non può essere roba nostra.

La torta intera

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La torta intera

Dallo sciopero selvaggio all'autogestione generalizzata – un sogno che ha titillato molti sovversivi del passato, e che sta titillando anche molti sovversivi del presente.
Dopo gli autisti dei trasporti pubblici di Genova, quelli di Firenze; dopo Firenze, l'Italia?
Che esempio straordinario sarebbe. I lavoratori che, vessati dalle brame padronali e stanchi dell'impotenza sindacale, scavalcano i loro inutili rappresentanti per riunirsi finalmente in assemblea e decidere da soli in quale energica maniera costringere i padroni a... rispettare il loro diritto a briciole di sopravvivenza.
Perché, per quanta retorica si possa fare sulle forme assunte da queste lotte, resta comunque il problema del contenuto. E non si tratta nemmeno del limite delle rivendicazioni riformiste.

Non diamo i numeri

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Non diamo i numeri

Invece si continua a darli! Se fosse solo per andare alla ricerca della fortuna, sarebbe poco male.
Purtroppo si insiste a concedere al numero un potere persuasivo, una capacità probatoria.
E ciò rende il suo ricorso non solo privo di senso e magari imbarazzante, come abbiamo già avuto modo di notare, ma talvolta financo odioso. Due recenti notizie lo dimostrano ampiamente.
Per lo scorso 25 novembre era stata proclamata la «giornata mondiale contro la violenza sulle donne».
Probabilmente sull'onda (mediatica) dello stillicidio di molestie, aggressioni, stupri, violenze, omicidi subite dalla metà del cielo umano c'è chi (l'ONU) ha pensato bene di indire una simile ricorrenza.
Il fatto, in sé, non avrebbe attirato la nostra attenzione se non fosse stato accompagnato qui in Italia da una martellante, quanto curiosa, quanto disgustosa propaganda.

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