Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Al lupo, al lupo?

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Al lupo, al lupo?

Lo scorso 30 ottobre si è aperto presso il tribunale di Genova il processo contro i due anarchici accusati del ferimento dell'amministratore delegato dell'Ansaldo Nucleare, avvenuto nel capoluogo ligure il 7 maggio 2012. La presenza degli imputati in aula non è durata a lungo, giusto il tempo di iniziare a rivendicare apertamente la responsabilità dell'azione. Ad ogni modo le loro dichiarazioni scritte sono state rese pubbliche nelle ore successive. Alfredo Cospito e Nicola Gai non sono quindi innocenti, non sono vittime di una montatura poliziesca. Sono stati effettivamente loro ad aspettare sotto casa il trafficante di uranio Roberto Adinolfi per regalargli un po' di piombo.

Sono colpevoli. Colpevoli di essere andati a cercare il nemico, di averlo trovato, di averlo studiato, di averlo atteso, di averlo colpito.

Nucleare mai più

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Nucleare mai più

Delittore Gavia

Il movimento antagonista è chiamato, sul fronte della lotta contro il nucleare, a fare delle scelte di primaria importanza.

I sostenitori di una opposizione morbida, legata alle proposte di referendum [1987], cercano di portare questa lotta nell’ambito istituzionale, adottando le forme del dissenso democratico-radicale. In senso contrario si pongono gli antagonisti, i quali, molto più coe­rentemente, indicano nella scelta dell’opposizione dura la strada da praticare e ciò perché ritengono indispensabile che la lotta si incentri sull’attacco diretto contro gli attuali rapporti di dominio, spingendo gli sfruttati alla conflittualità permanente. È proprio su questa conflittualità, sostengono gli antagonisti, che si può rivendicare non solo un’autonomia del movimento degli sfruttati, ma anche il suo libero sviluppo in senso antistituzionale e anticapitalista in tutte le situazioni di lotta nel territorio.

Limitare il problema antinucleare alla chiusura delle centrali elettronucleari in funzione o ad impedire quelle in costruzione, significa non scalfire lo sviluppo della tecnologia dell’atomo. Infatti, la critica antinucleare si è finora per lo più limitata al dettaglio, puntando su argomentazioni superficiali come quelle che riguardano i rischi dell’uso civile dell’atomo dal punto di vista biologico ed ecologico, oppure limitandosi a criticare una scelta del genere da un punto di vista economico perché non produttiva. L’analisi sociale del problema è rimasta in ombra o è stata trattata marginalmente. È su quest’ultima che secondo noi bisogna centrare l’attenzione.

Politica o etica?

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Politica o etica?

Dunque, la tecnica ha ucciso l'etica. Davanti ad una qualsiasi questione, l'essere umano non si chiede più cosa è giusto, ma cosa funziona. Non se lo chiede più perché ormai, nel nostro mondo dominato in ogni suo aspetto dalla tecnica, viene dato per scontato che giusto è ciò che funziona. Le idee diventano strumenti, da valutare non per il loro significato ma per il loro modo d'uso, per la funzionalità, per l’efficienza. Tutto ciò, come è stato più volte denunciato, è sicuramente una delle conseguenze dell'intromissione in ogni ambito dell'esistenza umana della tecnica. Ma sarebbe un errore credere che ciò sia riscontrabile solo in questi ultimi decenni infestati da computer e telefoni cellulari, schermi al plasma ed immagini tridimensionali.
Cos'altro è la politica se non la tecnica applicata all'azione trasformatrice dei rapporti sociali? E si pensa davvero che nel lontano passato non si sia seguita questa stessa logica? Si pensa davvero che la tara politica infesti solo la classe dirigente, uomini e donne assetati di potere, e non chiunque è pronto a scendere a compromessi con l'etica?

Assassini!!!

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Assassini!!!

L’ennesima strage si è compiuta nel Mediterraneo, l’ultima di una lunghissima serie che da anni insanguina i mari che circondano l’Italia. Ancora una volta si sono levate alte le voci di pietà di tutta la società civile; ancora una volta si sono alzati cori di sdegno da parte delle varie forze politiche, ancora una volta giornali e tv si sono scagliati ferocemente contro il racket che organizza i cosiddetti “viaggi della speranza” e contro gli scafisti senza scrupoli. Ancora una volta, degli esseri umani in cerca di una esistenza da vivere dignitosamente ci hanno rimesso la vita: tutti si indignano, ma allo stesso tempo distolgono l’attenzione e si guardano bene dall’indicare i reali responsabili di queste tragedie che si susseguono intorno alle nostre coste.

Per grazia ricevuta

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Per grazia ricevuta

«All'Italia serve una rivoluzione e non una scossettina». Giusto, era ora che qualcuno lo dicesse!
Ma chi lo ha detto? È Matteo Renzi, il sindaco piacione di Firenze futuro leader del centrosinistra, quello talmente reazionario da risultare antipatico persino a molti suoi elettori. Quindi aggiunge di volere che «il governo vada avanti, tutto sommato se fa le cose per bene, davvero, bisogna continuare a dare una mano».
«Ragazzi, siate ribelli e non accettate le cose come sono. Cambiate questo mondo, è lì che vi aspetta». Sì, siamo d'accordo! Ma chi lo ha detto? Il ministro dell'istruzione Maria Grazia Carrozza, in occasione della sua visita ad un liceo romano distrutto tempo fa da un incendio. La signora non è impazzita, sa bene quale sia il suo compito istituzionale: «in ogni caso dobbiamo orientare i ragazzi verso il percorso più adatto».

Noi preferire voi incazzati

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Noi preferire voi incazzati

In questi giorni il signor Movimento No Tav è sull'orlo di una crisi di nervi. Non stiamo parlando naturalmente di tutti coloro che in Val Susa si battono contro l'Alta Velocità, ma di quei pochi, pochissimi fra loro che pretendono di decretare la linea di condotta di questa lotta. Il signor Movimento No Tav si è stizzito per le critiche che gli sono state fatte a proposito del suo recente reclutamento di un neuroparlamentare distintosi all'epoca della morte di Baleno e Sole nel gettare fango sui compagni. Per mettere “i puntini sulle i” ha diffuso i ragionamenti che gli salivano in mente mentre stava camminando trascinandosi. Innanzitutto che la sua lotta No Tav va difesa, non criticata. Non esiste la perfezione, può essere bella o brutta e va amata comunque perché così è la vita e poi, diciamolo, tutto il resto è noia. Suvvia compagni, se il signor Movimento No Tav accoglie delatori, amatelo e difendetelo. Se invita magistrati, amatelo e difendetelo. Se rincorre politici, amatelo e difendetelo. Non esiste la perfezione, c'è il bello e c'è il brutto, così è la vita, basta solo che non ci sia la noia della critica e dell'azione autonoma.
L'argomentazione delle riflessioni estive del signor Movimento No Tav si concentra in seguito su una frase che attribuisce al mitico Giacu, l'abitante dei boschi valsusini: noi contenti quando voi arrabbiati.

La guerra dei trent'anni

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La guerra dei trent'anni

Trent'anni. Sono passati trent'anni esatti da quella calda estate del 1983, quando il progetto di costruire una base militare in Sicilia attirò sull'isola molti uomini e donne decisi ad opporsi. Oggi la storia pare ripetersi. All'epoca il paese che doveva ospitare i missili Cruise era Comiso, oggi invece a dover ospitare i radar dell'esercito statunitense è Niscemi.
Ma gli anni non sono trascorsi invano, la lezione del passato è servita. Il 9 agosto 2013 i manifestanti che si riconoscono nei Comitati No Muos sono riusciti ad entrare nell'area proibita, superando il cordone delle forze dell'ordine e tagliando le reti di recinzione. Allora, il tentativo di bloccare i lavori fallì, scatenando violente cariche della polizia. Fu così che terminò l'8 agosto 1983 il corteo dell'IMAC, campeggio a cui presero parte pacifisti ed attivisti del frastagliato arcipelago della sinistra.

È la crisi...

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È la crisi...

Luigi Bertoni

Ecco le parole che oggi servono a spiegare tutto: disoccupazione, mancanza di abitazioni, espulsioni, caro-vita, ribasso di salari, aumento di imposte, di tasse, diritti di dogana, proibizione d'importazione, ecc. tutto un regime che prima della guerra sarebbe parso insopportabile, e al quale la massa si rassegna molto bene oggi, dopo la vittoria del diritto e della libertà. Perché questa vittoria produce degli effetti che bisogna sempre pagare caramente...
Noi abbiamo bene, a dire il vero, una Società delle Nazioni per garantirci la pace, questo bene supremo, e facilitare i rapporti tra i popoli; ma in realtà, ci sono più guerre dopo la pace di Versailles che prima del 1914, e mai le comunicazioni tra i popoli non sono state più difficili e non hanno incontrato più ostacoli.
È inutile cercare di comprendere o domandare delle spiegazioni. Contentatevi di ripetere con tutti: C'è la crisi! — altrimenti detto: un flagello naturale contro il quale non c'è nulla da fare.

E se all'improvviso...

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E se all'improvviso...

Dopo la Svezia, la Turchia; dopo la Turchia, il Brasile. D'un tratto, per un motivo qualsiasi, nulla è più come prima. La rabbia prende il posto della passività, il coraggio ha la meglio sulla paura. Centinaia, migliaia, milioni di esseri umani scendono a portare il disordine nelle strade. Così, all'improvviso, in maniera del tutto imprevedibile fino a poche ore prima. Senza il viatico di nessuna organizzazione rivoluzionaria, senza bisogno di militanti che abbiano preventivamente indottrinato e addestrato.
Nella vecchia Europa come nei paesi emergenti, gli esempi si moltiplicano e riscaldano il cuore. La domanda frulla inevitabile in testa. Ma allora, dopo Francia e Inghilterra di qualche anno fa, dopo queste rivolte scoppiate oggi, quando toccherà a noi? Forse domani, motivo per cui sarebbe sensato essere pronti. Forse mai, motivo per cui sarebbe ancora più sensato sapere un minimo cosa fare. Un minimo, nessun programma dettagliato su cui giurare. Ma nemmeno il più totale abbandono al flusso della situazione in atto.

Se non del tutto giusto...

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Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

Ha pensato davvero forte quel quarantanovenne disperato che ieri mattina ha salutato a modo suo la nascita del nuovo governo italiano. Si era mescolato fra i curiosi che stazionavano in piazza Colonna a Roma, davanti a Palazzo Chigi, con l'intento di avvicinare qualche politico. In tasca non aveva né un microfono per fare domande, né una penna per chiedere autografi. Aveva una pistola. Perché l'intenzione dichiarata di questo muratore disoccupato calabrese era semplice e chiara: ammazzare qualche politico e poi togliersi la vita.
Ma, come aveva temuto, non è riuscito a realizzare il suo progetto. Colpa dei soliti guastafeste, i carabinieri. I primi che lo hanno fermato si sono beccati qualche pallottola, gli altri lo hanno bloccato e arrestato. Trascinato dalla generosità, non si è tenuto l'ultimo colpo per sé. Li ha sparati tutti contro i guardiani di questo mondo infame.
Pare che non avesse obiettivi privilegiati. Non voleva colpire Tizio piuttosto che Caio. Per lui, tutti i politici sono uguali, tutti sono meritevoli di sparire dalla faccia della terra.

Guardie e ladri

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Guardie e ladri

Durante il corteo NoTav dello scorso 23 marzo in Val Susa, alcuni manifestanti sono entrati in un esercizio commerciale di Bussoleno, hanno prelevato merci per poi uscire senza passare dalla cassa. Le hanno più semplicemente rubate. A render(ce)lo noto è il Movimento No Tav che in un suo comunicato denuncia l'episodio «molto grave», stigmatizzandolo duramente. Gli autori del furto sono paragonati per «brutalità e ignoranza» a chi occupa e devasta quella valle, essendo «arroganti» e «prepotenti» con brave persone che in tempi di crisi cercano di sopravvivere «in modo onesto», e per questo motivo vengono dichiarate – udite! udite! – persone «non gradite in questa terra e nella nostra lotta». Il Movimento No Tav intima quindi a «chi si fosse macchiato di questa infamia» di evitare in futuro di calpestare il suolo valligiano, giacché «questo episodio non rappresenta la lotta no tav, chi ha compiuto questo gesto non può definirsi no tav o portare questa bandiera. Chi ha compiuto questo gesto può solo essere allontanato dal movimento no tav».
Chi sia codesto Movimento No Tav che stila comunicati di condanna per ogni atto che rischi di gettare pubblico discredito sulla lotta No Tav presso le persone dabbene, ormai lo abbiamo appreso.

Il giusto riconoscimento

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Il giusto riconoscimento

Alla fine, è accaduto. Non era immaginabile che l'onore dello Stato potesse tracollare senza che nessuno dei suoi servitori alzasse la voce. Già il caso dei due marò rispediti in India è stata una vera ferita per l'orgoglio italiota. Due militari italiani, incaricati di proteggere le navi italiane, che finiscono in carcere in Asia per aver fatto il loro dovere. Cose da pazzi! E lo Stato, dov'è lo Stato? Ecco, sarà stato questo l'urlo di indignazione che ha portato in piazza a Ferrara alcuni poliziotti legati al Coisp, il Coordinamento per l'indipendenza sindacale delle forze di polizia. Hanno fatto un presidio di protesta, ovviamente autorizzato. Non riescono ad accettare l'idea che quattro loro colleghi operativi in quella città siano stati sottoposti a misure disciplinari per aver causato la morte di Federico Aldrovandi, il 25 settembre 2005.

Neve

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Neve

È primavera da qualche giorno, ma non si direbbe. Piove, fa freddo, qua e là cadono persino copiosi fiocchi di neve. Eppure, sabato 23 marzo è stata una giornata di manifestazioni.
A Roma si sono radunati i sostenitori del Padre Ubu italiota, il Popolo della Libertà. Secondo gli organizzatori – si sussurra, colpiti da uveite – erano in trecentomila.
Sempre a Roma, ma anche a Milano e a Genova, si è dato appuntamento il popolo Viola, ovvero i fustigatori del Padre Ubu italiota. Una petizione che ne dichiara l'ineleggibilità ha raccolto duecentotrentamila firme, incalzano gli organizzatori.
E poi – soprattutto – c'è stata la manifestazione in Val Susa dove ha marciato il popolo NoTav. Settemila per le forze dell’ordine, ottantamila per gli organizzatori.

I morti non sono tutti uguali

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I morti non sono tutti uguali

Qualora ce ne fosse ancora bisogno, la vicenda dei due marò italiani pone l’accento proprio su questo aspetto: che i morti non sono tutti uguali. In particolar modo quando si tratta di morti ammazzati. In conseguenza di ciò, anche gli assassini sembrano essere diversi tra loro. Quando ad uccidere è una persona comune, questa viene definita omicida; se ad uccidere è un ribelle o un insorgente di una qualsivoglia organizzazione lo si definisce terrorista, mentre se ad ammazzare sono dei militari, si afferma che hanno svolto il loro dovere, e quando va bene li si premia con una luccicante medaglia da appuntare sulla divisa. Appare evidente che la qualità del morto sia differente di caso in caso, quasi che alcuni siano più meritevoli di vivere rispetto ad altri e, per converso, che la morte di certi abbia meno rilevanza e sia meno grave di quella di altri.
Ad avallare questa visione concorrono diversi aspetti. Uno è il monopolio della violenza che gli Stati, tutti gli Stati, pretendono di detenere saldamente nelle proprie mani, per cui la morte giusta può essere solo da essi comminata, che sia attraverso sentenze capitali o per mano dei propri legittimi rappresentati: eserciti e forze di polizia. Un altro fattore, stavolta tutto interno agli Stati, è quello della loro potenza, sia essa economica o politica, che concorre a creare una gerarchia anche per ciò che riguarda i rispettivi cittadini morti ammazzati per mano di cittadini di un altro Stato.

Mierda sempre Comandante!

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Mierda sempre Comandante!

Sono trascorsi una manciata di giorni dalla morte di un capo di governo straniero, di un paese dell'America latina, malato da lungo tempo. La notizia non ha colto di sorpresa nessuno. Era attesa, quasi scontata. Così come era scontato il cordoglio più o meno ipocrita delle cancellerie di mezzo mondo ed il lutto di milioni di suoi connazionali, quei sudditi che infestano da secoli il pianeta stringendosi attorno ai loro padroni. Desiderando la scomparsa di ogni Stato, a noi la morte di costui ha lasciato pressoché indifferenti. Solo un mezzo sorriso – che la morte di un capo di governo fa sempre piacere – ma nulla più. Fosse stata causata da un atto di rivolta, allora sì che ci sarebbe stato da festeggiare per la sua scomparsa. Ma per un cancro, naturale o indotto che sia, che gusto c'è?
Se l’annuncio della sua morte ci ha sfiorato appena, alcuni necrologi apparsi qui in Italia nei giorni seguenti sono riusciti invece ad attirare la nostra attenzione.

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