Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Bersagli

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Bersagli

Il terremoto elettorale che ha appena mutato volto al Parlamento ha lasciato attonita la stragrande parte delle forze politiche in campo. Si avverte la sensazione che nulla sarà più come prima. Il centrosinistra ha matematicamente vinto, ma talmente di misura che è come se avesse perso. Il centrodestra gongola al pensiero che poteva andare pure peggio, anche se ha visto dileguarsi gran parte del suo elettorato. I moderati non sono in grado nemmeno di fare da ago della bilancia, come avevano preventivato. La vecchia politica di Palazzo è al capolinea?
Il voto di protesta c'è stato, di massa, ma non è andato alla lista che avrebbe dovuto riportare sugli scranni la sinistra cosiddetta radicale e alternativa. L'unico vincitore di queste elezioni è chi intende rappresentare politicamente l'ostilità verso tutti i partiti, contraddizione che la dice lunga sulla pervasività dei meccanismi di riproduzione sociale e sulla necessità di una rottura dell'immaginario.

Verticalismi

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Verticalismi

L’identificazione del nemico. Questo sarebbe, secondo un recensore, uno dei meriti della lotta contro il TAV in Val Susa e del libro che quella lotta racconta, ovvero “A sarà düra. Storie di vita e di militanza NoTav”, edito da Derive Approdi e curato dal centro sociale Askatasuna di Torino. Ammesso che questo sia realmente un merito del libro, le serate di presentazione che si tengono in giro per l’italico stivale non sono da meno, nel senso che, anche nel corso di queste, qualche nemico è possibile identificarlo. Nemici della libertà individuale, per esempio, da riconoscere in coloro che ci spiegano come la lotta in generale, ed in Val Susa in particolare, per raggiungere i suoi scopi non possa mai essere portata avanti, fino in fondo, in maniera orizzontale. Ci spiegano, i militanti, come ad un certo momento sia assolutamente necessaria una verticalizzazione delle lotte, un momento in cui alcuni prendano per la testa le lotte ed i movimenti che le portano avanti, e le guidino verso la vittoria, verso risultati politici che altrimenti non potrebbero essere raggiunti. Nella pratica ciò è possibile costituendo una sorta di organizzazione leninista.

Qualunquisti e consenso

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Qualunquisti e consenso

Qualunquisti, ecco quel che siamo noi astensionisti. Qualsiasi politico, qualsiasi livrea indossi, ve lo potrà testimoniare. Il rifiuto della politica, il non-voto, è a suo dire sinonimo di indifferenza nei confronti delle questioni sociali. Che assurdità! Già il pulpito da cui parte una simile accusa non è dei migliori, appartenendo a chi ha dimostrato di avere a cuore solo la propria carriera politica.

 

Che si pensi possibile un cambiamento sociale da attuarsi con la non-violenza, mediante una Riforma, o con la violenza, mediante una Rivoluzione, resta il fatto che il primo passo da compiere per chi vuole farla finita con questo mondo è di corrodere il consenso su cui si fonda l’attuale ordine sociale. Un consenso costruito quotidianamente, nei mille luoghi della riproduzione sociale, senza che neanche ce ne accorgiamo, attraverso un comportamento abitudinario. Giorno dopo giorno veniamo allevati ad essere obbedienti, addestrati ad essere rispettosi, istruiti ad essere sottomessi.

Vite rachitiche

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Vite rachitiche

 

«Nel regno della democrazia,
le lotte che si apersero tra capitale e lavoro
furono lotte rachitiche...»
 

A cosa servono le ali della libertà quando sono tarpate da una vita di abitudine all'obbedienza? A cosa serve un cielo infinito quando gli occhi sono sempre fissi a terra? Muscoli allenati a genuflettersi, corpi addestrati a scattare sull'attenti, pensieri educati a seguire pubbliche opinioni, voci istruite a ripetere in coro. Che senso ha urlare contro coloro che identifichiamo come i nemici, i responsabili della miseria che affligge le nostre esistenze, quando la riproduzione dell'esistente nasce soprattutto dentro di noi? È un dubbio che in questi ultimi giorni ci viene in mente, non solo per la frenesia pre-elettorale, ma anche alla luce di alcuni recenti avvenimenti.

Ricordare, demolendo...

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Ricordare, demolendo...

Anche quest’anno, come ogni anno ormai da quando è stata istituita nel 2000, la “Giornata della memoria” ha mobilitato milioni di coscienze, disposte a commuoversi per legge in un giorno ben preciso dell’anno. Ma oltre alle coscienze, questa giornata mobilita anche fisicamente alcune migliaia di persone, soprattutto giovani, che in treno ripercorrono il lungo e doloroso viaggio affrontato dai deportati fino alla loro destinazione ultima: i campi di sterminio.
Non c’è dubbio che compiere un viaggio del genere, immaginando i giorni impiegati dai treni dei deportati per percorrere quel tragitto, e poi visitare Auschwitz, possa essere una esperienza incredibilmente intensa. Calcare il terreno innevato in cui morivano in milioni e vedersi circondati dal filo spinato; osservare i forni in cui migliaia di esseri umani erano cremati ogni giorno, dopo essere stati denudati e gasati, procura senza dubbio un brivido, capace di toccare nel profondo il sentimento di compassione e alimentare la rabbia nei confronti di quella che, ormai, comunemente è sentita come una “ingiustizia”, sebbene all’epoca dei fatti era assolutamente “giusta”, se per ciò intendiamo quanto è compiuto in termini di legge. Ma la domanda che mi pongo da qualche anno ormai è un’altra: ha un senso tutto ciò?

Volare terra terra?

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Volare terra terra?

A fronte della crisi dell’economia e della rappresentanza, nuove forme di azione si delineano nelle imprese pubbliche e private. Non potendo continuare ad affidarsi ai vecchi delegati sindacali sempre più screditati per risolvere pacificamente le vertenze al tavolo delle trattative, molti lavoratori stanno passando a metodi meno ortodossi per far valere le loro rivendicazioni. In Francia, per impedire i licenziamenti, si arriva a sequestrare manager o a minacciare di scatenare incidenti dalle catastrofiche conseguenze. In Italia si è preferito iniziare col sequestrare se stessi, mettendo a repentaglio la propria vita sospesa a decine di metri d’altezza.
Un esempio, quello ormai noto della Innse di Milano, subito imitato in altri settori. Dopo gli operai che vogliono continuare a produrre merci, è stata la volta dei vigilantes che vogliono continuare a proteggere proprietà, poi dei precari della scuola che vogliono continuare a trasmettere briciole di sapere... e via così. Tutti pronti a salire sui tetti per gridare forte la loro voglia, il loro desiderio, la loro aspirazione: che tutto continui come prima.

La breve estate

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La breve estate

Certo che a volte le coincidenze sono buffe. Fanno davvero pensare che la storia, dopo essersi manifestata in forma tragica, abbia la tendenza a ripresentarsi nei panni della farsa. Ci avviciniamo al 4 novembre che, qui in Italia, è la giornata delle forze armate e festa dell'unità nazionale. Ricorrenza lugubre, apprezzata solo da generali e loro sottoposti. Apoteosi della guerra, nella sua sedicente rude necessità. A nessuno piace, nessuno la vuole — ci mancherebbe, ma figuriamoci! — ma... quando ci vuole, ci vuole. E bisogna essere riconoscenti verso chi la combatte e si sacrifica, i «nostri ragazzi».
Ma poiché il caso ha voluto che in quest'ultimo periodo ci rinfrescassimo la memoria sulla rivoluzione spagnola del 1936, non possiamo fare a meno di notare che il 4 novembre è anche un'altra ricorrenza, nel suo piccolo altrettanto lugubre. In quel contesto storico, segnò l'ingresso degli anarchici nel governo. Ora, proprio quest'anno, in Spagna il 19 luglio non sono scesi in strada i pochi nemici dello Stato a commemorare il 76° anniversario dell'inizio di quella rivoluzione. Sono scese in strada milioni di persone a protestare contro le loro condizioni di vita, sempre più deteriorate, e contro la politica del governo.

Scheda nera

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Scheda nera

«Vai a votare, puoi anche fare a meno di mettere una croce, ma la scheda mettila almeno nell’urna» — così ci bisbiglia nell’orecchio la buona coscienza democratica.
Questa voce, demenziale quante poche altre, è in vena di concessioni: in effetti può capitare che in una elezione non ci siano candidati capaci di riscuotere la nostra fiducia, e quindi in simili casi è anche giustificato non votare per nessuno.
Ma alle urne, bisogna comunque andarci.
Perché è un diritto, strappato attraverso enormi sacrifici alla più feroce tirannia.
Perché è un dovere, che ogni bravo cittadino è tenuto a rispettare.
Con la nostra scheda bianca, con la nostra scheda nulla, dimostreremo che la nostra parte in ogni modo l’avremo fatta.

In marcia

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In marcia

Queste riflessioni ce le ha suscitate la lettura del comunicato intitolato Tra sciacalli, provocatori ed egoismi apparso sul sito Notav.info all'indomani dell'arresto di due anarchici torinesi, accusati di essere gli autori materiali del ferimento di Roberto Adinolfi, amministratore delegato dell'Ansaldo Nucleare, avvenuto a Genova lo scorso maggio.
Nonostante lo stesso procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, abbia esplicitamente precisato che i due accusati non hanno alcun rapporto con il movimento Notav, un giornalista noto per il suo astio nei confronti dei contestatori valsusini ha approfittato dell'occasione per pubblicare un articolo in cui evoca fantomatici collegamenti fra i pochissimi che sparano alle gambe di manager di Stato ed i moltissimi che lanciano pietre contro un cantiere dello Stato.
Tanto è bastato a quel sito, legato all'area dell'autonomia torinese nonché referente "di movimento" di quella lotta trasversale, per dare fiato alle trombe.

Finché morte...

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Finché morte non ci separi

Tocca all'Ilva, ad una delle più mostruose fabbriche italiane. Chiusa, di punto in bianco. Non dal suo consiglio di amministrazione a fronte di fallimenti o piani di ristrutturazione, delocalizzazioni o quant'altro, ma dallo Stato. La magistratura ha scoperto, dopo puntigliosa inchiesta dei carabinieri, che quella fabbrica avvelena ed uccide. Di giorno produce (legalmente), di notte inquina (illegalmente). Sembra una battuta di cattivo gusto, ma è la verità. L'llva, la fabbrica della morte famigerata in tutta Italia, causa del decesso di centinaia e centinaia di persone, delle patologie di migliaia d'altre, vero e proprio flagello per la città di Taranto, da decenni oggetto di innumerevoli inchieste e denunce, ha visto l'intera area a caldo dello stabilimento venire posta sotto sequestro, con tutti i suoi impianti. Agli arresti domiciliari otto suoi dirigenti, vecchi e nuovi.

Gambe e memoria

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Gambe e memoria

«La memoria è un ingranaggio collettivo». Quante volte è stato ripetuto dopo i fatti di Genova 2001? La memoria come base di partenza, come punto di riferimento, come fonte di ispirazione, come suggerimento da raccogliere, come forza operativa. Perché «chi non ha memoria del passato, sarà costretto a riviverlo», perché «chi non ha memoria non ha futuro». E via sproloquiando.
Sproloquiando, sì, perché in realtà, al cospetto della memoria, la reazione più diffusa non è affatto quella del rispetto, dell'interesse e della curiosità. Piuttosto quella dell'archiviazione frettolosa, della sepoltura pomposa. Rendiamo omaggio alla memoria con la retorica più altisonante, ne invochiamo talvolta la sua necessità pratica, ma in cuor nostro pensiamo anche noi che un «sovrappiù di memoria può schiacciare il presente». Il passato non consiglia, appesantisce. Il ricordo non vivifica, angoscia. Ecco perché si teorizza la memoria, ma si pratica l'oblio. Per fare del movimento ci vogliono buone gambe spensierate, non brutti ricordi paralizzanti.

Riattizzare la fiaccola

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Riattizzare la fiaccola

Sono passati undici anni esatti dal G8 di Genova. Da quando ci siamo entusiasmati per le migliaia e migliaia di ribelli che hanno attaccato in massa il Capitale, e per alcuni giorni hanno fatto davvero paura, dimostrando per una volta che, anche in un appuntamento fissato dal nemico, agendo con fantasia i suoi piani potevano essere messi a soqquadro, nella città più militarizzata del mondo.
Si era in tanti in quelle strade, a passare da una carica della polizia all’esproprio di un ipermercato, dall’incendio di una banca alla distribuzione – alla gente dei quartieri più proletari – dei generi alimentari espropriati qualche ora prima, all’assalto in massa al luogo più infame per antonomasia: il carcere di Marassi. La rabbia veniva incanalata verso gli obiettivi più abietti, e lasciava spazio alla gioia della “distruzione creatrice”, l’adrenalina permetteva di superare i propri limiti. Per contro, l’omicidio di un compagno, la mattanza ritorsiva e alcuni arresti macchiavano quei giorni di entusiasmo. Un entusiasmo proseguito oltre i giorni del G8 di Genova, almeno fino a quando l’attacco alle Torri Gemelle di New York non ha spostato l’attenzione, da quei fatti e dal velo della pace sociale squarciata all’improvviso Attenzione che, però, non si voleva distogliere dai compagni arrestati in quei giorni, i quali, con roboanti dichiarazioni di principio, non si volevano lasciare soli a pagare il prezzo della rivolta generalizzata. Purtroppo i fatti hanno smentito i principî.

In attesa

Intempestivi

In attesa

Perché negarlo? In fondo trascorriamo la nostra esistenza perennemente in attesa di qualcosa. Della felicità, della verità, della giustizia... Sì, d'accordo, lo diciamo e ripetiamo che nessuno può darci ciò che desideriamo, ma in cuor nostro continuiamo a confidare che prima o poi qualcosa di buono accada, che l'accanimento sociale cessi, che chi amministra questa società si comporti in modo più "giusto". E mentre tutto scorre come d'abitudine attorno a noi, al ritmo costante dell'atrocità distillata, ci dibattiamo senza determinazione all'interno di uno dei contenitori allestiti per noi, sempre più incapaci di diventare gli artefici del nostro destino, paghi di un qualche riconoscimento della nostra esistenza presso amici e nemici.

No, non riusciamo proprio a scrollarci di dosso la sensazione di eterna aspettativa, quella che ci spinge a denunciare la malvagità degli uomini in divisa che torturano, l'avidità degli industriali che inquinano, la corruttibilità dei politici che ingrassano, l'ipocrisia dei giornalisti che mentono, l'ingiustizia degli uomini con la toga che condannano. Una denuncia che non è premessa ad una nostra azione conseguente – luce del cervello che provoca lo scatto del braccio – ma che, con l'incedere del prosciugamento di desideri avvenuto nel corso degli anni, si manifesta come mera sollecitazione a correggere quella altrui.

La stura

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La stura

Dare la stura significa «sturare, levare il tappo e lasciare che il liquido scorra. In senso figurato significa dar libero sfogo a parole, versi, ingiurie...». È questa l'impressione che si ha alla lettura dei numerosi comunicati di condanna e di distinguo dagli attacchi, avvenuti nelle scorse settimane, contro uomini e strutture del dominio. Che sia stata data la stura. Come se fino ad ora il rifiuto di differenziarsi agli occhi della repressione, il disprezzo verso coloro che vogliono farsi passare per "bravi ragazzi", magari un po' scapigliati ma tutto sommato bonaccioni, non fosse affatto una spontanea e naturale manifestazione del proprio essere, della propria individualità, delle proprie scelte di vita, ma unicamente una imposizione ideologica a cui ci si sentiva costretti a sottostare. Una specie di precetto astratto, di ricatto morale da sopportare, spesso a denti stretti, con mal celata pazienza. E, come è noto, anche la pazienza ha un limite.

Amministrare la paura

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Amministrare la paura

Tra il detto e il non detto, per l’atto di terrorismo commesso a Brindisi si è voluta insinuare l’ipotesi, tra le altre, di una pista anarchica. Non essendo noi sbirri e inquirenti, non siamo qui a cercare i responsabili, ma ci teniamo fermamente ad affermare che un gesto così eticamente disprezzabile ha senz’altro qualche altra paternità. Se per gli anarchici il ricorso alla violenza può essere necessario, esso deve tenere sempre ben presente la continuità che esiste tra mezzi e fini. Abbattere un simbolo del potere è ben diverso dal compiere strage di studenti inermi.
Oltre a ciò, una considerazione va fatta sull’utilizzo strumentale che farà lo Stato da un simile accadimento. Una vera manna dal cielo per uno Stato ormai in crisi, con la credibilità ai minimi termini e disprezzato dalla gran maggioranza dei suoi sudditi, che sempre più lo identifica per ciò che realmente è: un manipolo di burocrati servi del Capitale mondiale, arroccati nel fortino e circondati da privilegi immensi, frutto delle vessazioni di tutto il resto della popolazione.

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