Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Quaranta

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Quaranta

Quarant'anni fa, il 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi veniva ammazzato sotto casa, a Milano. Il principale responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico defenestrato dalla Questura di Milano pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana, finirà i suoi giorni sul marciapiede di via Cherubini, alle 9.15 del mattino. Non un infarto, non un incidente, ma due proiettili lo costringeranno a dire addio alla carriera, alla pensione e alla vecchiaia. Il commissario Finestra sopravviverà perciò meno di tre anni alla sua vittima.

 

Quarant'anni dopo, il 7 maggio 2012, Roberto Adinolfi è stato gambizzato sotto casa a Genova. L'amministratore delegato della Ansaldo Nucleare, multinazionale generosa dispensatrice di tumori e radiottività, è crollato a terra sul selciato di via Montello, alle 8,30 del mattino. Non un infarto, non un incidente, ma una pallottola lo costringerà forse a zoppicare per il resto della vita. È probabile che egli sopravviverà assai più a lungo delle vittime provocate dal suo lavoro.

Sparse le chiome

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Sparse le chiome

«Si moltiplicano in tutta Italia gli attacchi contro Equitalia». Sapete chi lo ha detto? No, non è una citazione tratta da qualche periodico o sito più o meno sovversivo, più o meno incendiario. Sono le parole di apertura pronunciate pochi giorni fa dalla conduttrice di un telegiornale di regime. E cos'altro possono dire i bardi delle veline di questure e ministeri davanti a questa valanga irrefrenabile di rabbia contro gli strozzini di Stato? Molotov a Livorno, scontri a Napoli, uffici murati a Mestre, pacchi esplosivi a Roma, aggressioni fisiche a Melegnano... ed è solo la cronaca spicciola degli ultimi giorni. Si tratta di una rabbia irrefrenabile. Ma, soprattutto, essa non ha alcuna regia, alcuna organizzazione, alcuna sintesi omologante. Non vi è nessun racket politico, rosso o nero che sia, che possa pretendere di gestire, amministrare, speculare, indirizzare questo furore.
Il nemico è chiaro, manifesto, ben visibile agli occhi di chiunque. E chiunque, con i suoi modi e tempi, ragioni ed intenzioni, lo sta attaccando.

Metalli

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Metalli

C'è metallo e metallo. L'oro, per esempio, è un metallo nobile di color giallo, malleabile, duttile. In natura lo si trova quasi sempre sotto forma di pepite, di grani, di pagliuzze. Solo dopo una lunga lavorazione (a base d'acqua, rame, cianuro sodico...) è possibile ottenere quel bene per cui da sempre si sfrutta, si opprime, si massacra.
L'uranio invece è un metallo bianco-argenteo, denso, malleabile, presente in molti minerali, che si trova sotto forma di ossido o sale complesso. Scoperto nel 1789 da un chimico tedesco, non sembrò destare molto interesse, nemmeno quando monsieur A.H. Becquerel nel 1896 si accorse che emanava radioattività. Solo in tempi relativamente recenti, nell'era nucleare, l'uranio è diventato prezioso quanto e più dell'oro. Per esso si sfrutta, si opprime, si massacra.
L'oro è simbolo di ricchezza. L'uranio è simbolo di potenza (intesa come energia per il potere). Nulla di strano se chi adora accumulare il primo si diletta ad andare a caccia del secondo, se chi possiede il secondo lo vende in cambio del primo. Re e mercanti, politici e amministratori delegati, tutti dediti ad occuparsi di oro e di uranio. E il piombo?

Culmini e lenticchie

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Culmini e lenticchie

La grande marmellata contemporanea si espande. Ogni individuo irriducibile, ogni idea ribelle, ogni esperienza singolare si sta sbriciolando, sciogliendo, liquefacendo, per finire mescolato con composti di origine diversa, altrimenti inassimilabili. Il risultato è questo impiastro appariscente quanto stucchevole, appiccicoso quanto insulso, in grado di far combaciare preghiera e bestemmia, ordine e rivolta. Fa capolino un po' dappertutto, nei nostri piatti come nei nostri pensieri. Sebbene non sia null'altro che mercificazione, adulterazione e recupero, ci viene spacciato come una novità da non perdere, come un superamento da acclamare.
Sabato 21 aprile era la giornata di apertura della XII edizione della fiera dell'Altrolibro, iniziativa che si tiene a Napoli in un contesto incantevole quanto sorprendente, un'antica chiesa. Nulla di strano che un simile appuntamento attragga molti fra coloro per cui il libro non è una merce, bensì uno strumento di liberazione. A margine della rassegna in questa giornata inaugurale ci doveva essere anche la presentazione di un libro...

Provocatori

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Provocatori

Una settimana fa, nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 marzo, qualcuno ha appiccato il fuoco ad una centralina elettrica sulla linea ferroviaria fra Lambrate e Rogoredo, nei pressi di Milano. Mancavano solo due giorni all'anniversario della morte di Baleno, Edoardo Massari, l'anarchico arrestato con l'accusa di essere uno degli autori dei sabotaggi contro l'alta velocità in Val Susa e suicidato qualche settimana dopo in carcere nel lontano 1998. Qualcuno ha voluto ricordarlo, lui come Sole – ribelli scomparsi che a modo loro hanno contribuito ad accendere gli odierni sommovimenti valsusini.
Ma il piccolo atto di sabotaggio compiuto una settimana fa, accompagnato da alcune scritte contro il Tav, ha causato un certo disagio. A chi? Passi per le Ferrovie dello Stato che hanno lamentato ritardi nella circolazione dei treni. Passi per i viaggiatori che non hanno gradito di veder rallentato il proprio trascinarsi quotidiano. Ma che dire di quegli oppositori dei padroni delle ferriere che possono vantarsi di aver portato la lotta NoTav fuori dalla selva oscura della rivolta per trascinarla nell'illuminata agorà – piazza e mercato al tempo stesso – della politica?

Dappertutto

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La Val Susa è dappertutto!

Questo è lo slogan che si è sentito echeggiare nei giorni scorsi per le vie di alcune città, e non abbiamo potuto che condividerlo. Crediamo che una simile affermazione non sia solo uno slogan retorico, ma una verità lapalissiana. Opporsi alla realizzazione di una linea ferroviaria per un Treno ad Alta Velocità (TAV) in Val Susa equivale, infatti, ad opporsi ad una qualunque delle innumerevoli nocività che il dominio globale, sotto la maschera della democrazia, tende ad imporre in ogni luogo. Sotto questo aspetto moltissime località hanno davvero ben poco da invidiare, stritolate come sono tra distese di campi fotovoltaici ed impianti eolici, centrali energetiche di ogni tipo e discariche, inceneritori e rigassificatori, e tanto altro ancora.
Alla luce di ciò, quella che è in gioco in Val Susa non è solo una guerra dello Stato contro i suoi cittadini di una zona ben determinata – e quando a difendere un cantiere ci sono i militari che tornano dall’Afghanistan, parlare di guerra è assolutamente preciso – ma una vera e propria prova di forza con cui lo Stato, nella forma di qualunque Governo, tende a imporre dall’alto le ragioni dell’economia sulla testa dei propri sudditi che, in quanto sudditi, devono solo accettare di obbedire. Con le buone o con le cattive. Laddove non basti il ricatto occupazionale, interviene il manganello; qualora non siano sufficienti le compensazioni economiche, saranno più chiare le sbarre delle celle.

Viaggio al Quirinale

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Viaggio al Quirinale

Non resta ormai che prenderne atto. La situazione di stallo che si è venuta a creare in Val di Susa è senza vie d’uscita. Chi pensava che un nuovo governo, una volta epurato da papponi e maroni, potesse assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle rivendicazioni valsusine si è dovuto arrendere all’evidenza dei fatti. Lo Stato, quale che sia il governo che lo amministra, vuole a tutti i costi la costruzione dell’Alta Velocità in quella vallata piemontese. La popolazione interessata, nella sua stragrande maggioranza, la rifiuta categoricamente. Non c’è margine per nessun dialogo, per nessun confronto. Eppure così non si può andare avanti, questo nodo deve essere sciolto.

Contro la normalità

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Contro la normalità

Il Tav, è chiaro da tempo, non è solo un treno ad alta velocità, è anche l’emblema di questo mondo fatto di merci, del sempre più veloce, del profitto ad ogni costo, dello sfruttamento nei confronti degli individui e della natura. Per questo forse la protesta contro di esso è una protesta così sentita. Perché spinge a vedere la totalità delle cose, il filo che lega tutte le questioni. Una linea ferroviaria che si vuole realizzare a scapito di chi vive i luoghi in cui verrà costruita, rovinandogli l’esistenza per decenni, occupando quei posti per renderli un cantiere protetto da filo spinato e check point militari. Una sorta di minimondo riproducibile ovunque, passando sopra le persone, i corpi, i sogni, in due parole la vita di ognuno. Ma se a riprodursi e moltiplicarsi è anche la protesta allora tutto può cambiare. Ed è quello che sta accadendo in tutta Italia, con squarci anche in Europa. C’è la consapevolezza, chiara o intuita, che ciò che è in ballo è molto di più della realizzazione del Tav in Val Susa. Perché mentre si lotta si ha bene in mente che la solidarietà è quasi sconosciuta tra chi vive i suoi rapporti nel mondo attuale. Che la devastazione dell’ambiente sta raggiungendo un punto di non ritorno (o forse lo ha già raggiunto), in tutto il pianeta. Che la militarizzazione dei luoghi in cui viviamo, dalle città alle valli, sta per soffocarci. Che il regime democratico, anche quello dal volto pulito o tecnico è un cane da guardia, feroce e assassino.

Alta tensione

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Alta tensione ovunque

Come (purtroppo) spesso accade, sono gli avvenimenti più drammatici quelli in grado di scuotere gli individui e di far perdere loro la pazienza. Si ha un bel ragionare su quanto accade in giro per il mondo, mostrare le cause istituzionali delle nefandezze che infestano la vita di ciascuno di noi, suggerire possibili punti di frattura. Tutto viene assorbito e metabolizzato, e intanto... Ma poi, ecco che un poliziotto greco uccide un ragazzo, un ambulante tunisino si dà fuoco per protesta, un ribelle valsusino precipita da un traliccio. Tutto cambia. L’imprevisto incendia il panorama, ciò che fino a un attimo prima era una ipotesi-fantasma diventa realtà.
Abbiamo sempre pensato e sostenuto che la lotta contro il Tav non fosse una questione specifica di una piccola vallata piemontese. Che i tempi e gli strumenti di questa lotta non fossero solo quelli decretati da assemblee locali in cui i vari racket politici — di qualsiasi colore, foss’anche il nero dell’anarchia — più o meno esplicitamente si contendono la rappresentatività del movimento. Che vada respinto ogni ricatto collettivista che mira ad accomunare ciò che deve essere diversificato. Che il centralismo è una tara, non una opportunità.

Lucciole e lanterne

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Lucciole e lanterne

«Democrazia! Ormai lo abbiamo compreso che significa tutto ciò.
Democrazia è il popolo che governa il popolo a colpi di bastone per amore del popolo»
Oscar Wilde
 

Dall'aula di Montecitorio a quella del tribunale di Milano, dai marciapiedi della stazione di Torino alle camere di sicurezza della questura di Firenze, dalle metropoli ipervigilate alle valli straziate, per non parlare delle retate poliziesche in tutta Italia, non passa giorno senza che gli animi non rimangano scossi da qualche particolare vicenda politica o di cronaca. E immancabilmente spunta qualcuno che lancia l'allarme sull'«emergenza democratica oggi in corso nel nostro paese», risolvibile, com'è ovvio, con uno scrupoloso rispetto di norme e leggi. Persino quanto è successo ieri mattina in Val di Susa, la caduta non accidentale di un anarchico dal traliccio su cui era salito per protestare contro il TAV e l'esproprio dei terreni, suoi o non suoi poco importa, è stato subito ricondotto all'interno di questo discorso dominante quanto deprimente.

«Tutto comincia adesso»

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«Niente è finito. Tutto comincia adesso»

Lo sapevano tutti che non poteva durare ancora a lungo. La «mina vagante» greca, come veniva chiamata dai broker di mezzo mondo, prima o poi sarebbe esplosa. Da un paio di anni il paese vive sull’orlo del precipizio, boccheggiando e prendendo tempo. Nel dicembre 2008 l’uccisione di Alexis è stata solo la scintilla che ha fatto divampare una rivolta che era già nell’aria, di fronte a condizioni di vita che si facevano insostenibili. Le lacrime promesse un anno fa dal ministro dell’economia sono state sì versate, ma attraverso uno stillicidio lento anche se non proprio indolore. Infatti, per tutto questo periodo, con alti e bassi, le proteste hanno continuato a lievitare. Più i mesi passavano, più il cappio del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea si stringeva e più diventava evidente che nulla poteva impedire alla popolazione greca di scendere in strada e protestare. Che questa situazione di stallo, di apnea, non potesse continuare a lungo, lo sapevano tutti. Prima o poi, s’imponeva una scelta. Drastica e radicale.
Ieri, domenica 12 febbraio 2012, questa scelta è stata compiuta.

Avviso ai passeggeri

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Avviso ai passeggeri

Lo siamo tutti. Attraversiamo questa esistenza sulla terra sapendo d’essere di passaggio. Anche perché non teniamo in mano il volante che guida il viaggio della nostra vita, non ne controlliamo né la velocità, né la durata, né la destinazione. Viviamo questa esperienza, la sola a nostra disposizione, accontentandoci per lo più di guardare fuori dal finestrino. Come passeggeri, appunto. Ben sapendo che nulla dura in eterno, che prima o poi si arriva al capolinea e si scende.

 

Abbiamo imparato che tutta la nostra vita è transitoria e precaria. Non possiamo scegliere noi le immagini che ci sfrecciano davanti al finestrino, né chi ci siede accanto. Quel che capita, capita; inutile protestare, per di più ci è vietato rivolgere la parola all’autista. Ecco perché nulla di quanto accade sembra toccarci. Se i passeggeri di un mezzo pubblico assistono muti e immobili ad un’aggressione, i passeggeri della vita assistono muti e immobili ad ogni sopruso. Anziché spronarci a realizzare qui ed ora i nostri desideri, in fretta prima che sia troppo tardi, la caducità della vita ci ha reso ciechi, insensibili, rassegnati.

Fatti non fummo

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Fatti non fummo a viver come bruti

Siamo felici della vita che facciamo? Pensiamo di condurre un'esistenza piena, bella, degna di essere vissuta? Stiamo esaudendo i nostri sogni? Stiamo realizzando i nostri desideri? Oppure i nostri giorni assomigliano sempre di più ad un incubo?

Secondo le statistiche, sta aumentando vertiginosamente il numero dei suicidi. Si ammazzano imprenditori in difficoltà, si ammazzano disoccupati, si ammazzano tutti coloro che non riescono a dare un senso alla propria esistenza. E più il nostro sistema sociale sprofonda nella palude del profitto economico cui tutto deve essere assoggettato, più cresce questa disperazione che spinge a dire addio alla vita. Se ciò accade nel “mondo libero”, figurarsi cosa può avvenire in luoghi come le prigioni! Qui i “suicidi” stanno diventando la normalità.

Buttiamoli fuori bordo

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Buttiamoli fuori bordo, cazzo!

Quel che è accaduto all'isola del Giglio, l'incredibile naufragio di una nave da crociera a pochi metri dalla costa, è proprio una metafora del mondo in cui viviamo.
Un'imbarcazione mastodontica, gioiello dell'industria navale, con tutti i confort, ipertecnologica, adibita al trasporto di persone a fini di puro divertimento. Più che una nave, un albergo galleggiante. Un vero e proprio simbolo del lusso e dello sfarzo, ma di quel lusso e di quello sfarzo finti e stucchevoli, alla portata di molte tasche. I veri ricchi, si sa, non viaggiano su navi da crociera, possiedono le proprie imbarcazioni private. Non si mescolano coi cafoni arricchiti, con quella classe media che si può permettere di sborsare un migliaio di euro per una crociera. Una settimana di “piacere” organizzato, patinato, catalogato, per sentirsi al di sopra dell'inferno in cui si danna il volgo innumere, per sentirsi alle porte del paradiso dei privilegiati.

Incazzati neri

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Incazzati neri

Martedì 13/12 a Firenze. Due uomini vengono uccisi, altri tre feriti gravemente. Sono tutti senegalesi. Sono venditori ambulanti. Sono poveri e stranieri. Per questo sono finiti nel mirino di un fanatico di destra, razzista come tutti i fascisti.

Politici e media hanno inutilmente cercato di presentare l’assassino come un pazzo che ha compiuto un gesto deplorevole e doloroso, da biasimare stringendosi assieme il tempo di un funerale. Il vanitoso e inconsistente Matteo Renzi ha proclamato il lutto cittadino, offrendosi di rimpatriare le salme: allontanare i cadaveri in fretta, per meglio dimenticarli e poter tornare alla “normalità”. In una città ormai diventata uno shopping-museum aperto a tutte le banconote, senza distinzioni di valuta, bastano dieci minuti di serrata per esprimere il cordoglio bottegaio.
Gli spari di Firenze seguono a poche ore di distanza il rogo di Torino, dove alcuni cittadini perbene hanno incendiato un campo rom, abitato da altri poveri, da altri stranieri. No, non si tratta di una coincidenza. Sono le conseguenze del veleno che da tempo ammorba l’aria che respiriamo.

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