Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Avviso ai passeggeri

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Avviso ai passeggeri

Lo siamo tutti. Attraversiamo questa esistenza sulla terra sapendo d’essere di passaggio. Anche perché non teniamo in mano il volante che guida il viaggio della nostra vita, non ne controlliamo né la velocità, né la durata, né la destinazione. Viviamo questa esperienza, la sola a nostra disposizione, accontentandoci per lo più di guardare fuori dal finestrino. Come passeggeri, appunto. Ben sapendo che nulla dura in eterno, che prima o poi si arriva al capolinea e si scende.

 

Abbiamo imparato che tutta la nostra vita è transitoria e precaria. Non possiamo scegliere noi le immagini che ci sfrecciano davanti al finestrino, né chi ci siede accanto. Quel che capita, capita; inutile protestare, per di più ci è vietato rivolgere la parola all’autista. Ecco perché nulla di quanto accade sembra toccarci. Se i passeggeri di un mezzo pubblico assistono muti e immobili ad un’aggressione, i passeggeri della vita assistono muti e immobili ad ogni sopruso. Anziché spronarci a realizzare qui ed ora i nostri desideri, in fretta prima che sia troppo tardi, la caducità della vita ci ha reso ciechi, insensibili, rassegnati.

Fatti non fummo

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Fatti non fummo a viver come bruti

Siamo felici della vita che facciamo? Pensiamo di condurre un'esistenza piena, bella, degna di essere vissuta? Stiamo esaudendo i nostri sogni? Stiamo realizzando i nostri desideri? Oppure i nostri giorni assomigliano sempre di più ad un incubo?

Secondo le statistiche, sta aumentando vertiginosamente il numero dei suicidi. Si ammazzano imprenditori in difficoltà, si ammazzano disoccupati, si ammazzano tutti coloro che non riescono a dare un senso alla propria esistenza. E più il nostro sistema sociale sprofonda nella palude del profitto economico cui tutto deve essere assoggettato, più cresce questa disperazione che spinge a dire addio alla vita. Se ciò accade nel “mondo libero”, figurarsi cosa può avvenire in luoghi come le prigioni! Qui i “suicidi” stanno diventando la normalità.

Buttiamoli fuori bordo

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Buttiamoli fuori bordo, cazzo!

Quel che è accaduto all'isola del Giglio, l'incredibile naufragio di una nave da crociera a pochi metri dalla costa, è proprio una metafora del mondo in cui viviamo.
Un'imbarcazione mastodontica, gioiello dell'industria navale, con tutti i confort, ipertecnologica, adibita al trasporto di persone a fini di puro divertimento. Più che una nave, un albergo galleggiante. Un vero e proprio simbolo del lusso e dello sfarzo, ma di quel lusso e di quello sfarzo finti e stucchevoli, alla portata di molte tasche. I veri ricchi, si sa, non viaggiano su navi da crociera, possiedono le proprie imbarcazioni private. Non si mescolano coi cafoni arricchiti, con quella classe media che si può permettere di sborsare un migliaio di euro per una crociera. Una settimana di “piacere” organizzato, patinato, catalogato, per sentirsi al di sopra dell'inferno in cui si danna il volgo innumere, per sentirsi alle porte del paradiso dei privilegiati.

Incazzati neri

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Incazzati neri

Martedì 13/12 a Firenze. Due uomini vengono uccisi, altri tre feriti gravemente. Sono tutti senegalesi. Sono venditori ambulanti. Sono poveri e stranieri. Per questo sono finiti nel mirino di un fanatico di destra, razzista come tutti i fascisti.

Politici e media hanno inutilmente cercato di presentare l’assassino come un pazzo che ha compiuto un gesto deplorevole e doloroso, da biasimare stringendosi assieme il tempo di un funerale. Il vanitoso e inconsistente Matteo Renzi ha proclamato il lutto cittadino, offrendosi di rimpatriare le salme: allontanare i cadaveri in fretta, per meglio dimenticarli e poter tornare alla “normalità”. In una città ormai diventata uno shopping-museum aperto a tutte le banconote, senza distinzioni di valuta, bastano dieci minuti di serrata per esprimere il cordoglio bottegaio.
Gli spari di Firenze seguono a poche ore di distanza il rogo di Torino, dove alcuni cittadini perbene hanno incendiato un campo rom, abitato da altri poveri, da altri stranieri. No, non si tratta di una coincidenza. Sono le conseguenze del veleno che da tempo ammorba l’aria che respiriamo.

Noi siamo l'1%

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Noi siamo l'1%

Vi abbiamo visti. Vi abbiamo sentiti. Oramai siete dappertutto. Sappiamo chi siete. Siete quel 99% che protesta contro gli eccessi del capitalismo e gli abusi dello Stato. Siete il 99% che pretende riforme elettorali, alternative sociali, sussidi economici e misure politiche. Siete il 99% angosciato di perdere il proprio futuro, di non essere più in grado di vivere come ha fatto finora: un posto di lavoro, uno stipendio, un mutuo per la casa, una pensione. Tirare a campare, come minimo. Fare carriera, come massimo. È questo che chiedete. Non volete pagare la "crisi", volete che tutto torni come prima. Che nessuno spenga gli schermi che giorno dopo giorno hanno prosciugato la vostra vita di ogni significato ed emozione, condannandola alla tristezza della sopravvivenza. E tutto questo lo chiedete ai governi e alle banche. Perché la democrazia è: governanti che non siano interessati al potere ma al bene comune, banchieri che non siano interessati al profitto ma alla felicità della popolazione. Come nelle favole, come nei film.

Il gioco del potere?

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Il gioco del potere?

Una folta coltre di miseria ricopre il mondo, e si posa anche su coloro che lo abitano, insinuandosi in ogni ambito della vita. Difficile sfuggire, anche per chi è abituale frequentatore di ambienti sovversivi o, in senso più ampio, “di lotta”.
Quanto è accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre ha riscaldato il cuore di molti, che guardano con gioia al riaprirsi di un conflitto sociale che potrebbe allargarsi, ma quegli stessi cuori pare non si siano rattristati nel veder circolare alcuni consigli “utili” a chi aveva preso parte agli scontri, per non incappare nella caccia repressiva che si è scatenata subito dopo, sostenuta come al solito dalla canea mediatica e dalla delazione mediattivista – simbolo di tempi di rappresentazione più che di contenuti.
Tra questi intelligenti consigli, due spiccavano per la loro acutezza: quello che invitava a tenere per un po’ un basso profilo, ed un altro che incitava a liberare la casa dai testi radicali. Personalmente non so se siano consigli utili per sfuggire all’apparato repressivo, ma li trovo miserabili se penso che circolano in un ambiente che afferma di voler fare tabula rasa di questo mondo.

Naufraghi

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Da naufraghi ad ammutinati

Naufraghi in un mare di fango, dopo giorni infiniti di caldo e di pioggia. La piena dei torrenti ci ha sommerso proprio dove ci sentivamo più sicuri: all’ombra delle nostre montagne, per le strade dei nostri paesi, si è infiltrata fin dentro le nostre case. I morti, le case distrutte e l’urlo delle sirene hanno riempito lo spazio lasciato vuoto per un giorno dalla millenaria illusione di poter costruire un muro immenso e invalicabile tra noi e la natura. Di qua il tepore delle case, i ritmi del lavoro, le città fortificate ed i paesi sonnolenti; di là il freddo, le insidie dei boschi, il ricatto della fame.
La nostra civiltà si costruisce dentro al perimetro di una diga immaginaria che giustifica ogni sacrificio. Per innalzarla ci siamo piegati alle leggi crudeli dell’economia, abbiamo marciato compatti ai ritmi della produzione, abbiamo respirato veleni industriali e mangiato cibi di plastica, abbiamo visto i ricchi diventare sempre più ricchi ed i poveri inabissarsi nella miseria.
Siamo già morti in nome del Progresso, ora vicini di casa ed amici ci muoiono tra le mani perché il Progresso non regge a cinque giorni di pioggia. Chi definisce questa alluvione solo come una catastrofe naturale vuole nascondere il fatto che si è trattato innanzitutto di una catastrofe sociale.

Il solco

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Il solco

Cinque giorni. Solo 120 ore circa dividono gli scontri di Roma durante la manifestazione organizzata dagli "Indignati" da quelli scoppiati in piazza Syntagma ad Atene nel secondo giorno di sciopero generale. In entrambi i casi, chi vorrebbe farla finita con il mondo del denaro e dell'autorità – e preferisce alcune giornate da incappucciato ad una vita da incravattato – si è ritrovato a fare i conti non solo con gli sgherri in uniforme schierati a protezione dei loro padroni, ma soprattutto con gli ultimi difensori di uno Stato sempre più indifendibile: i cittadini, nella loro versione più sinistra e militante.
Sono loro che a Roma hanno cercato di mettere in riga chi non marciava a passo cadenzato, invocando ed applaudendo l'intervento delle forze dell'ordine. Sono loro che si sono precipitati a fare opera delatoria, consegnando alla magistratura le immagini catturate con le più disparate protesi tecnologiche. E sì, sono ancora loro che ad Atene si sono schierati a protezione del Parlamento, accogliendo coi propri manganelli i manifestanti più arrabbiati.

Prove tecniche

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Prove tecniche

Sabato 15 ottobre doveva essere la giornata mondiale dell'indignazione.
In tutto il globo erano previste centinaia di manifestazioni per protestare contro un sistema sociale che non sembra essere più in grado nemmeno di garantire una qualche sopravvivenza in cambio dell'obbedienza. Per questo, a Roma, si erano dati appuntamento tutti gli orfani piagnucolanti di una Democrazia tradita, di una Costituzione calpestata, di un Diritto negato.
Prima volevano puntare pomposamente sui palazzi del Potere per assediarli, poi hanno capitolato al ricatto questurino e accettato di dirigersi verso la periferia pur di autorappresentarsi.
Ma questa manifestazione nata triste non si è svolta come auspicato dai suoi organizzatori.

Qualcosa di sinistra

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«Di' qualcosa di sinistra!»

Sono passati anni da quando in uno dei suoi film un noto attore-regista italiano esortava l'allora attonito leader della sinistra, impegnato in un dibattito televisivo con il sorridente miliardario che tuttora tiranneggia il paese, a non farsi calpestare e a reagire. Macché, tutto inutile. In questa epoca di certezze infrante, di parole banalizzate, di significati erosi, di veri e propri capovolgimenti concettuali, la sinistra si trova sempre più a destra, pronta a blandire l'imprenditore equo e solidale, ad approvare la guerra civilizzatrice, a sostenere il nucleare sicuro, a votare leggi razziste, a costruire grandi opere devastatrici... Le vecchie bandiere rosse (di vergogna) sono finite al macero, sostituite dai tricolori.

Ma questo tracollo ideale ed ideologico della sinistra istituzionale, quella dedita agli intrighi di palazzo, non ha risparmiato nemmeno quella sinistra "radicale" che, pur preferendo respirare l'aria della piazza, era solita giocarci assieme di sponda. Contro il capitalismo, Marx può andare ancora bene da leggere e pregare. Ma è troppo fuorimoda da citare, troppo infausto da proporre, troppo imbarazzante da sbandierare. Così, per un breve periodo i suoi antichi esegeti non hanno saputo più a che santo votarsi.
Finché è arrivata l'illuminazione: san Tommaso d'Aquino. Sì, proprio lui, l'ideatore di quel concetto di bene comune che costituisce la base della dottrina sociale della Chiesa, tratto distintivo del pensiero politico cattolico. Dalla segreteria, le lotti sociali sono passate alla sacrestia.

Idioti

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Idioti. Una rivolta irragionevole

Le sommosse improvvise e violente, come quelle che hanno da poco illuminato il cielo inglese, non hanno quasi mai goduto dei favori di chi vorrebbe sovvertire questo mondo. Certo, possono anche aver attratto sguardi benevoli, meglio se a distanza, ma è inutile nascondere che né gli eruditi della teoria radicale né gli architetti di nuovi mondi si sentono a proprio agio davanti a queste esplosioni intermittenti di furore. Soprattutto quando la loro forma del tutto caotica non si limita a manifestazioni episodiche, ma tende a generalizzarsi quale tratto distintivo della rabbia di un'intera epoca. Il tuono che annuncia il temporale rigeneratore può risultare piacevole ad un ascoltatore attento, che non ha motivo di spaventarsi. Ma un susseguirsi di boati, uno più potente dell'altro, semina il panico ed incute terrore. Cosa sta succedendo? È l'atteso temporale che si avvicina o il temuto uragano?

La carta brucia...

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La carta brucia...

Tutte le polizie sono sorelle, come tutte le libertà, sosteneva un vecchio anarchico francese.
Dovevano saperlo bene quelle centinaia di immigrati che di recente si sono scontrati con la polizia, per ore, in quel di Bari.
Erano una parte degli stranieri ammassati nel CARA, il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, stanchi di trascorrere le loro giornate senza far nulla, nella completa dimenticanza di se stessi e dei propri corpi.
Sospesi in un limbo burocratico per via della loro temporanea condizione di apolidi, nell’attesa che l’autorità decidesse se potessero ottenere asilo politico o dovessero essere deportati verso l’inferno da cui erano fuggiti, stanchi di non esistere, hanno deciso di palesare la loro esistenza anche in assenza di un documento che la affermasse concretamente.

London calling

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London calling

Quante volte è successo? Un giovane alle prese con agenti in divisa che vogliono arrestarlo o umiliarlo. Non ci sta. Ma la sua fuga o il suo atteggiamento orgoglioso vengono maldigeriti da chi è abituato ad essere temuto e riverito. E che per questo ristabilisce la propria autorità messa in discussione nell'unico modo che conosce, con la violenza. Uno, due colpi d'arma da fuoco e il giovane recalcitrante viene messo a posto. Sistemato. Liquidato. Un esempio per gli altri, per i suoi simili. Ma è un esempio che talvolta non funziona. Ottiene un risultato diametralmente opposto alle aspettative. Anziché suscitare la passiva obbedienza presso coloro a cui viene rivolto, scatena in loro una furiosa ribellione.

Dopo la Parigi del novembre 2005, dopo l'Atene del dicembre 2008, ed a poche settimane dalla San Francisco del luglio 2011, è la volta di Londra.

Corda tesa

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Corda tesa

Mentre in Val Susa infuriava la battaglia tra i volontari accorsi in difesa della Libera Repubblica della Maddalena e i pretoriani inviati ad imporre la Schiava Repubblica d'Italia, a Roma un rogo notturno distruggeva la nuova sala operativa della stazione Tiburtina (snodo Tav) mandando in tilt il traffico ferroviario nazionale. Immediato il sospetto che potesse esistere un legame fra le proteste valligiane e l'incendio metropolitano, immediata anche l'indignazione e la smentita del «Popolo NoTav» per bocca dei suoi pubblici rappresentanti, tardive e poco convincenti le assicurazioni istituzionali sulle probabili cause naturali del fatto: un cortocircuito, ben difficilmente un sabotaggio, magari l'effetto collaterale del solito furto di cavi.

 

Ma quel sospetto che si è insinuato per ore e non ancora fugato — a metà fra la speranza e il timore — è indicativo. Della paura delle autorità come delle possibilità dell'azione. Ciò che li terrorizza è ciò che ci entusiasma...

No Tav No Stato

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No Tav No Stato

Aveva proprio ragione Simone Weil: quando i professionisti della parola decidono di occuparsi della triste sorte altrui, scelgono di parlare di questioni tecniche. Se sono sindacalisti a difesa del lavoro, parleranno di aumenti salariali, cambio dei turni, misure di sicurezza. Se sono ambientalisti paladini della democrazia, parleranno di camion di detriti, decibel di rumore, misure di sicurezza. È risaputo che chi ascolta accoglie con sollievo la facile chiarezza delle cifre, dati oggettivi che non richiedono alcun pensiero singolare.
Pensiamo alla propaganda che viene fatta attorno all’Alta Velocità. Per riuscire a farsi capire da tutti, condizione indispensabile per ampliare il sostegno a quella lotta, cosa c’è di meglio che illustrare tutti i dettagli tecnici di quell’infame progetto? Sapete quanto sarà lungo quel tunnel? E quanto ci verrà a costare? E che dire della composizione geologica delle rocce che vorrebbero forare? Per non parlare della polvere sollevata, del traffico paralizzato, delle coltivazioni perse, dei ruscelli prosciugati... Una mole impressionante di dati — che per essere presi per buoni necessitano della preziosa conferma di periti possibilmente di fama (quegli specialisti del sapere separato oggi tanto adulati) — viene sciorinata per sollecitare la mobilitazione. Se si vuole fare numero bisogna parlare di numeri. Uomini e donne, se non vi ribellate per la vita miserabile che vi costringono a fare, per i vostri corpi esausti, per i vostri sogni infranti, per i vostri desideri repressi, per le vostre speranze deluse, fatelo almeno perché 2+2 è uguale a 4. Talmente facile da capire che il consenso è assicurato.

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