Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Il solco

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Il solco

Cinque giorni. Solo 120 ore circa dividono gli scontri di Roma durante la manifestazione organizzata dagli "Indignati" da quelli scoppiati in piazza Syntagma ad Atene nel secondo giorno di sciopero generale. In entrambi i casi, chi vorrebbe farla finita con il mondo del denaro e dell'autorità – e preferisce alcune giornate da incappucciato ad una vita da incravattato – si è ritrovato a fare i conti non solo con gli sgherri in uniforme schierati a protezione dei loro padroni, ma soprattutto con gli ultimi difensori di uno Stato sempre più indifendibile: i cittadini, nella loro versione più sinistra e militante.
Sono loro che a Roma hanno cercato di mettere in riga chi non marciava a passo cadenzato, invocando ed applaudendo l'intervento delle forze dell'ordine. Sono loro che si sono precipitati a fare opera delatoria, consegnando alla magistratura le immagini catturate con le più disparate protesi tecnologiche. E sì, sono ancora loro che ad Atene si sono schierati a protezione del Parlamento, accogliendo coi propri manganelli i manifestanti più arrabbiati.

Prove tecniche

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Prove tecniche

Sabato 15 ottobre doveva essere la giornata mondiale dell'indignazione.
In tutto il globo erano previste centinaia di manifestazioni per protestare contro un sistema sociale che non sembra essere più in grado nemmeno di garantire una qualche sopravvivenza in cambio dell'obbedienza. Per questo, a Roma, si erano dati appuntamento tutti gli orfani piagnucolanti di una Democrazia tradita, di una Costituzione calpestata, di un Diritto negato.
Prima volevano puntare pomposamente sui palazzi del Potere per assediarli, poi hanno capitolato al ricatto questurino e accettato di dirigersi verso la periferia pur di autorappresentarsi.
Ma questa manifestazione nata triste non si è svolta come auspicato dai suoi organizzatori.

Qualcosa di sinistra

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«Di' qualcosa di sinistra!»

Sono passati anni da quando in uno dei suoi film un noto attore-regista italiano esortava l'allora attonito leader della sinistra, impegnato in un dibattito televisivo con il sorridente miliardario che tuttora tiranneggia il paese, a non farsi calpestare e a reagire. Macché, tutto inutile. In questa epoca di certezze infrante, di parole banalizzate, di significati erosi, di veri e propri capovolgimenti concettuali, la sinistra si trova sempre più a destra, pronta a blandire l'imprenditore equo e solidale, ad approvare la guerra civilizzatrice, a sostenere il nucleare sicuro, a votare leggi razziste, a costruire grandi opere devastatrici... Le vecchie bandiere rosse (di vergogna) sono finite al macero, sostituite dai tricolori.

Ma questo tracollo ideale ed ideologico della sinistra istituzionale, quella dedita agli intrighi di palazzo, non ha risparmiato nemmeno quella sinistra "radicale" che, pur preferendo respirare l'aria della piazza, era solita giocarci assieme di sponda. Contro il capitalismo, Marx può andare ancora bene da leggere e pregare. Ma è troppo fuorimoda da citare, troppo infausto da proporre, troppo imbarazzante da sbandierare. Così, per un breve periodo i suoi antichi esegeti non hanno saputo più a che santo votarsi.
Finché è arrivata l'illuminazione: san Tommaso d'Aquino. Sì, proprio lui, l'ideatore di quel concetto di bene comune che costituisce la base della dottrina sociale della Chiesa, tratto distintivo del pensiero politico cattolico. Dalla segreteria, le lotti sociali sono passate alla sacrestia.

Idioti

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Idioti. Una rivolta irragionevole

Le sommosse improvvise e violente, come quelle che hanno da poco illuminato il cielo inglese, non hanno quasi mai goduto dei favori di chi vorrebbe sovvertire questo mondo. Certo, possono anche aver attratto sguardi benevoli, meglio se a distanza, ma è inutile nascondere che né gli eruditi della teoria radicale né gli architetti di nuovi mondi si sentono a proprio agio davanti a queste esplosioni intermittenti di furore. Soprattutto quando la loro forma del tutto caotica non si limita a manifestazioni episodiche, ma tende a generalizzarsi quale tratto distintivo della rabbia di un'intera epoca. Il tuono che annuncia il temporale rigeneratore può risultare piacevole ad un ascoltatore attento, che non ha motivo di spaventarsi. Ma un susseguirsi di boati, uno più potente dell'altro, semina il panico ed incute terrore. Cosa sta succedendo? È l'atteso temporale che si avvicina o il temuto uragano?

La carta brucia...

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La carta brucia...

Tutte le polizie sono sorelle, come tutte le libertà, sosteneva un vecchio anarchico francese.
Dovevano saperlo bene quelle centinaia di immigrati che di recente si sono scontrati con la polizia, per ore, in quel di Bari.
Erano una parte degli stranieri ammassati nel CARA, il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, stanchi di trascorrere le loro giornate senza far nulla, nella completa dimenticanza di se stessi e dei propri corpi.
Sospesi in un limbo burocratico per via della loro temporanea condizione di apolidi, nell’attesa che l’autorità decidesse se potessero ottenere asilo politico o dovessero essere deportati verso l’inferno da cui erano fuggiti, stanchi di non esistere, hanno deciso di palesare la loro esistenza anche in assenza di un documento che la affermasse concretamente.

London calling

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London calling

Quante volte è successo? Un giovane alle prese con agenti in divisa che vogliono arrestarlo o umiliarlo. Non ci sta. Ma la sua fuga o il suo atteggiamento orgoglioso vengono maldigeriti da chi è abituato ad essere temuto e riverito. E che per questo ristabilisce la propria autorità messa in discussione nell'unico modo che conosce, con la violenza. Uno, due colpi d'arma da fuoco e il giovane recalcitrante viene messo a posto. Sistemato. Liquidato. Un esempio per gli altri, per i suoi simili. Ma è un esempio che talvolta non funziona. Ottiene un risultato diametralmente opposto alle aspettative. Anziché suscitare la passiva obbedienza presso coloro a cui viene rivolto, scatena in loro una furiosa ribellione.

Dopo la Parigi del novembre 2005, dopo l'Atene del dicembre 2008, ed a poche settimane dalla San Francisco del luglio 2011, è la volta di Londra.

Corda tesa

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Corda tesa

Mentre in Val Susa infuriava la battaglia tra i volontari accorsi in difesa della Libera Repubblica della Maddalena e i pretoriani inviati ad imporre la Schiava Repubblica d'Italia, a Roma un rogo notturno distruggeva la nuova sala operativa della stazione Tiburtina (snodo Tav) mandando in tilt il traffico ferroviario nazionale. Immediato il sospetto che potesse esistere un legame fra le proteste valligiane e l'incendio metropolitano, immediata anche l'indignazione e la smentita del «Popolo NoTav» per bocca dei suoi pubblici rappresentanti, tardive e poco convincenti le assicurazioni istituzionali sulle probabili cause naturali del fatto: un cortocircuito, ben difficilmente un sabotaggio, magari l'effetto collaterale del solito furto di cavi.

 

Ma quel sospetto che si è insinuato per ore e non ancora fugato — a metà fra la speranza e il timore — è indicativo. Della paura delle autorità come delle possibilità dell'azione. Ciò che li terrorizza è ciò che ci entusiasma...

No Tav No Stato

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No Tav No Stato

Aveva proprio ragione Simone Weil: quando i professionisti della parola decidono di occuparsi della triste sorte altrui, scelgono di parlare di questioni tecniche. Se sono sindacalisti a difesa del lavoro, parleranno di aumenti salariali, cambio dei turni, misure di sicurezza. Se sono ambientalisti paladini della democrazia, parleranno di camion di detriti, decibel di rumore, misure di sicurezza. È risaputo che chi ascolta accoglie con sollievo la facile chiarezza delle cifre, dati oggettivi che non richiedono alcun pensiero singolare.
Pensiamo alla propaganda che viene fatta attorno all’Alta Velocità. Per riuscire a farsi capire da tutti, condizione indispensabile per ampliare il sostegno a quella lotta, cosa c’è di meglio che illustrare tutti i dettagli tecnici di quell’infame progetto? Sapete quanto sarà lungo quel tunnel? E quanto ci verrà a costare? E che dire della composizione geologica delle rocce che vorrebbero forare? Per non parlare della polvere sollevata, del traffico paralizzato, delle coltivazioni perse, dei ruscelli prosciugati... Una mole impressionante di dati — che per essere presi per buoni necessitano della preziosa conferma di periti possibilmente di fama (quegli specialisti del sapere separato oggi tanto adulati) — viene sciorinata per sollecitare la mobilitazione. Se si vuole fare numero bisogna parlare di numeri. Uomini e donne, se non vi ribellate per la vita miserabile che vi costringono a fare, per i vostri corpi esausti, per i vostri sogni infranti, per i vostri desideri repressi, per le vostre speranze deluse, fatelo almeno perché 2+2 è uguale a 4. Talmente facile da capire che il consenso è assicurato.

Se la Val Susa chiama...

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Se la Val Susa chiama...

.. bisogna rispondere, non c’è dubbio. Perché da tempo non si sviluppava uno scontro così generalizzato fra un’intera popolazione e lo Stato. Uno scontro che dura da anni e che nessuno è finora riuscito a dirimere, data l’impossibilità di trovare una soluzione condivisa. Non che siano mancati aspiranti mediatori e conciliatori, brava gente interessata a imbastire un accordo fra istituzioni nazionali e abitanti locali. Solo che, in un certo senso, tutti sono andati a cozzare contro l’incredibile arroganza di questo governo che ha pensato di poter pacificare quella vallata prima coi manganelli e poi con i gas lacrimogeni. Anziché rivedere parzialmente i propri progetti, giocare sulla partecipazione ed offrire carote a tutti — cosa che per un breve periodo di tempo è stato possibile — i governanti hanno preferito brandire il bastone per imporre il proprio arbitrio a quegli zotici montanari. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: lo scorso 3 luglio decine di migliaia di persone hanno dato e sostenuto la battaglia contro le forze dell’ordine.

Dal centro alla periferia

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Dal centro alla periferia

L'attacco innanzi tutto. Come discriminante, come parola d'ordine, come progetto concreto. Nei fatti. Anche nei piccoli fatti. Non nelle chiacchiere. Anche se fossero le solite chiacchiere sui massimi sistemi.

Se dobbiamo incontrarci, incontriamoci su ciò.

Nei fatti contro le grandi realizzazioni, i grandi templi della morte, i complessi visibili da lontano e che richiamano l'attenzione di tutti, anche di coloro che ne inventano di cotte e di crude per far finta di non capire.

Su ciò pienamente d'accordo. Ma non solo su ciò.

Tutti i giorni, nei nostri percorsi obbligati, segnati a forza dal capitale e dai suoi interessi, incontriamo obiettivi poco visibili. Non sono le grandi cattedrali che riflettono sullo schermo gigantesco dei mezzi di informazione di massa il loro significato, ma sono i minuti terminali di un mostruoso progetto di controllo e di repressione, di produzione e di arricchimento per i padroni del mondo. Questi minuti obiettivi passano spesso quasi inosservati. Qualche volta li usiamo noi stessi, senza accorgercene.

Scintille

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Scintille

La Libera Repubblica della Maddalena non esiste più. Il sogno di una intera popolazione e di chi era accorso per darle manforte — quello di un territorio dove instaurare la democrazia diretta in contrapposizione a quella rappresentativa — è stato spazzato via nella mattinata di ieri 27 giugno da oltre duemila servitori dello Stato, soffocato in una tempesta di gas lacrimogeni.
A poche settimane dal decimo anniversario del G8 di Genova, ovvero dalla mattanza compiuta nelle strade liguri dalle forze dell’ordine, dalle torture avvenute nella caserma di Bolzaneto, dall’uccisione di Carlo Giuliani, ancora una volta chi governa le nostre esistenze lancia il monito mussoliniano: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. A differenza di allora, i nemici da reprimere non erano sovversivi più o meno bellicosi giunti per mettere a ferro e fuoco una città, ma pacifici cittadini che difendevano la loro valle.

Colpevole!

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Colpevole!

«In un mondo in cui battersi per la libertà è un crimine,
l’innocenza è forse quanto di peggio può capitare all’uomo»

 

È una frase che potrebbe essere stata scritta da un buon numero di persone. Dall’insorto tunisino che oggi viene braccato e incarcerato dal nuovo regime democratico. Dal rifugiato che ha attraversato il Mediterraneo e devasta i Cie in Italia. Dal partigiano siriano che, malgrado la sanguinosa repressione, non arretra e va alla ricerca dei responsabili del regime, pistola alla mano. Tutti sanno che la loro lotta contro il potere li rende ineluttabilmente criminali, colpevoli del crimine di voler vivere liberi.
Anche qui, dove l’inno all’innocenza continua a stregare tante persone, ci sono colpevoli. Il potere e i media evitano di parlarne, cercano di nasconderli, di seppellirli nelle galere più profonde, oppure di renderli inoffensivi isolandoli socialmente. In mancanza di altro, non c’è più alcuna remora, e i colpevoli vengono dichiarati «barbari», «asociali», «nevrotici», «canaglia senza coscienza». Tutti devono ansiosamente sprangare la porta davanti a questi moderni cosacchi che non temono né dio né legge.

Indignati o stupidi?

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Indignati o stupidi?

Claude Guillon

Decisamente, nell'epoca dei media di massa la moda riesce a disgustare con qualsiasi cosa: un colore, un piatto, un vocabolo. Fino a poco tempo fa, non provavo alcuna avversione nei confronti dell'aggettivo indignato. Oggi mi dà la nausea. Non posso più vederlo scritto, al punto di chiedermi come abbia potuto formarsi in bocca.
Del resto avevo torto a non diffidare. A uno sguardo più attento — degno, indegno, indignato, indignarsi — tutto quel gruppo di parole è decisamente losco. L'insieme è un derivato dal latino dignus: «che conviene a», «che merita qualcosa». L'aggettivo deriva da decet: «conviene». Il verbo latino si collega, come ci insegna il Dizionario storico della lingua, a una radice indoeuropea che esprime l'idea di conformarsi o di adattarsi a qualche cosa.
Riprendiamo: Degno significa «che conviene a». Indegno «non conviene». Ma indignato? Si pensa logicamente a «privo di dignità», privo del carattere di ciò che è conveniente e che ne reclama la restituzione.

Patria

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Patria

G. M.

L’italiano medio, scapolo, divorziato o con famiglia, che passi nelle vicinanze di una bandiera italiana, sgargiante nei suoi tre colori, è ammonito di tenere un contegno assolutamente inequivoco; potrà sorridere ma con rispetto, nei confronti di detta bandiera, e non sguaiatamente, come può accadere di ammiccare ad un compagno di bevute e sconvenienze; gli si consiglia di levarsi il cappello, ma sempre come si usa con i superiori, non, ad esempio, con i condòmini; in genere, può eseguire gesti allusivi a trepida devozione, incondizionato assenso, festosità e generico desiderio di morire in modo straziante per la medesima: tanto, egli lo sa, la sua famiglia resterà raccomandata alle cure di quella bandiera, che non dimentica i suoi figli migliori. Questo contegno non esito a giudicare saggio, prudente e, anche se ipocrita, da vero italiano.

Lo zolfo, la bile e il fuoco

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Lo zolfo, la bile e il fuoco

Il problema — disse Alice —
è di sapere se è possibile
dare ad un’unica parola
un mucchio di significati diversi.
Il problema — disse Humpty-Dumpty —
è di sapere chi dev’essere il padrone.
Punto e basta.

 

— Guarda, c'è un individuo fermo in mezzo alla strada ed ha un’arma fumante in mano! Chi sarà mai? — Un temibile terrorista, non ci sono dubbi. — No, aspetta, indossa un’uniforme: è un bravo tutore dell’ordine…
Sono davvero poche le parole in grado di provocare uno sdegno pressoché unanime. Violenza è una di queste poiché richiama il sangue, il dolore e la morte: il nostro stomaco protesta, sommerso da un senso di nausea. Il che non impedisce a nessuno di noi di vivere in mezzo alla violenza, di giustificarla, di applaudirla, di impiegarla. Sia detto una volta per tutte, ogni sua condanna assoluta è un’autentica ipocrisia. Il mondo non sarà mai un convento dove impera la pace dei sensi e degli stomaci.

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