Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

Dal centro alla periferia

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Dal centro alla periferia

L'attacco innanzi tutto. Come discriminante, come parola d'ordine, come progetto concreto. Nei fatti. Anche nei piccoli fatti. Non nelle chiacchiere. Anche se fossero le solite chiacchiere sui massimi sistemi.

Se dobbiamo incontrarci, incontriamoci su ciò.

Nei fatti contro le grandi realizzazioni, i grandi templi della morte, i complessi visibili da lontano e che richiamano l'attenzione di tutti, anche di coloro che ne inventano di cotte e di crude per far finta di non capire.

Su ciò pienamente d'accordo. Ma non solo su ciò.

Tutti i giorni, nei nostri percorsi obbligati, segnati a forza dal capitale e dai suoi interessi, incontriamo obiettivi poco visibili. Non sono le grandi cattedrali che riflettono sullo schermo gigantesco dei mezzi di informazione di massa il loro significato, ma sono i minuti terminali di un mostruoso progetto di controllo e di repressione, di produzione e di arricchimento per i padroni del mondo. Questi minuti obiettivi passano spesso quasi inosservati. Qualche volta li usiamo noi stessi, senza accorgercene.

Scintille

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Scintille

La Libera Repubblica della Maddalena non esiste più. Il sogno di una intera popolazione e di chi era accorso per darle manforte — quello di un territorio dove instaurare la democrazia diretta in contrapposizione a quella rappresentativa — è stato spazzato via nella mattinata di ieri 27 giugno da oltre duemila servitori dello Stato, soffocato in una tempesta di gas lacrimogeni.
A poche settimane dal decimo anniversario del G8 di Genova, ovvero dalla mattanza compiuta nelle strade liguri dalle forze dell’ordine, dalle torture avvenute nella caserma di Bolzaneto, dall’uccisione di Carlo Giuliani, ancora una volta chi governa le nostre esistenze lancia il monito mussoliniano: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. A differenza di allora, i nemici da reprimere non erano sovversivi più o meno bellicosi giunti per mettere a ferro e fuoco una città, ma pacifici cittadini che difendevano la loro valle.

Colpevole!

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Colpevole!

«In un mondo in cui battersi per la libertà è un crimine,
l’innocenza è forse quanto di peggio può capitare all’uomo»

 

È una frase che potrebbe essere stata scritta da un buon numero di persone. Dall’insorto tunisino che oggi viene braccato e incarcerato dal nuovo regime democratico. Dal rifugiato che ha attraversato il Mediterraneo e devasta i Cie in Italia. Dal partigiano siriano che, malgrado la sanguinosa repressione, non arretra e va alla ricerca dei responsabili del regime, pistola alla mano. Tutti sanno che la loro lotta contro il potere li rende ineluttabilmente criminali, colpevoli del crimine di voler vivere liberi.
Anche qui, dove l’inno all’innocenza continua a stregare tante persone, ci sono colpevoli. Il potere e i media evitano di parlarne, cercano di nasconderli, di seppellirli nelle galere più profonde, oppure di renderli inoffensivi isolandoli socialmente. In mancanza di altro, non c’è più alcuna remora, e i colpevoli vengono dichiarati «barbari», «asociali», «nevrotici», «canaglia senza coscienza». Tutti devono ansiosamente sprangare la porta davanti a questi moderni cosacchi che non temono né dio né legge.

Indignati o stupidi?

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Indignati o stupidi?

Claude Guillon

Decisamente, nell'epoca dei media di massa la moda riesce a disgustare con qualsiasi cosa: un colore, un piatto, un vocabolo. Fino a poco tempo fa, non provavo alcuna avversione nei confronti dell'aggettivo indignato. Oggi mi dà la nausea. Non posso più vederlo scritto, al punto di chiedermi come abbia potuto formarsi in bocca.
Del resto avevo torto a non diffidare. A uno sguardo più attento — degno, indegno, indignato, indignarsi — tutto quel gruppo di parole è decisamente losco. L'insieme è un derivato dal latino dignus: «che conviene a», «che merita qualcosa». L'aggettivo deriva da decet: «conviene». Il verbo latino si collega, come ci insegna il Dizionario storico della lingua, a una radice indoeuropea che esprime l'idea di conformarsi o di adattarsi a qualche cosa.
Riprendiamo: Degno significa «che conviene a». Indegno «non conviene». Ma indignato? Si pensa logicamente a «privo di dignità», privo del carattere di ciò che è conveniente e che ne reclama la restituzione.

Patria

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Patria

G. M.

L’italiano medio, scapolo, divorziato o con famiglia, che passi nelle vicinanze di una bandiera italiana, sgargiante nei suoi tre colori, è ammonito di tenere un contegno assolutamente inequivoco; potrà sorridere ma con rispetto, nei confronti di detta bandiera, e non sguaiatamente, come può accadere di ammiccare ad un compagno di bevute e sconvenienze; gli si consiglia di levarsi il cappello, ma sempre come si usa con i superiori, non, ad esempio, con i condòmini; in genere, può eseguire gesti allusivi a trepida devozione, incondizionato assenso, festosità e generico desiderio di morire in modo straziante per la medesima: tanto, egli lo sa, la sua famiglia resterà raccomandata alle cure di quella bandiera, che non dimentica i suoi figli migliori. Questo contegno non esito a giudicare saggio, prudente e, anche se ipocrita, da vero italiano.

Lo zolfo, la bile e il fuoco

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Lo zolfo, la bile e il fuoco

Il problema — disse Alice —
è di sapere se è possibile
dare ad un’unica parola
un mucchio di significati diversi.
Il problema — disse Humpty-Dumpty —
è di sapere chi dev’essere il padrone.
Punto e basta.

 

— Guarda, c'è un individuo fermo in mezzo alla strada ed ha un’arma fumante in mano! Chi sarà mai? — Un temibile terrorista, non ci sono dubbi. — No, aspetta, indossa un’uniforme: è un bravo tutore dell’ordine…
Sono davvero poche le parole in grado di provocare uno sdegno pressoché unanime. Violenza è una di queste poiché richiama il sangue, il dolore e la morte: il nostro stomaco protesta, sommerso da un senso di nausea. Il che non impedisce a nessuno di noi di vivere in mezzo alla violenza, di giustificarla, di applaudirla, di impiegarla. Sia detto una volta per tutte, ogni sua condanna assoluta è un’autentica ipocrisia. Il mondo non sarà mai un convento dove impera la pace dei sensi e degli stomaci.

Lo Stato ci liquida?

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Lo Stato ci liquida? Liquidiamo lo Stato!

L’Italia è una impresa-Stato in via di liquidazione. Sull’orlo della bancarotta, con un debito pubblico astronomico, vittima designata — dopo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna — della speculazione finanziaria internazionale, ai suoi proprietari (politici, banchieri e industriali) non resta che tagliare i costi e venderne i beni. Fare cassa, prima del tracollo o della fuga all’estero. Ad andarci di mezzo, come al solito, saranno i dipendenti di questa impresa, i sudditi dello Stato.
Regolari e irregolari, buoni e cattivi. Tutti noi, insomma.
Se chi ha ancora un lavoro lo sta perdendo, chi lo cerca o si appresta a farlo per la prima volta rischia di non trovarlo mai. Generazione senza futuro, la chiamano, condannata ad una precarietà permanente.

Lo Stato è stato. La sua bottega degli orrori ha dichiarato la crisi e, dopo averci spremuto la vita fino al midollo, ci vuole liquidare. E noi dovremmo protestare solo per tornare ad essere i suoi dipendenti scontenti, i suoi sudditi rassegnati? Saremo sempre una generazione senza futuro, finché accetteremo di vivere in una organizzazione sociale senza futuro.

Noi non moriremo...

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Noi non moriremo precari!

È stato questo l’urlo di rivendicazione lanciato da un manipolo di studenti universitari contro la “Riforma Gelmini”, ovvero contro i previsti tagli a scuola e università; un urlo lanciato nel corso di una ben strana forma di “protesta”. Se una volta si occupavano scuole e università e si scendeva per strada, oggi si pratica un “flash mob” – moderna amenità di un triste presente – facendosi riprendere dalle telecamere, ligi alle direttive della società dello spettacolo.
Ma se le cose non si cambiano con uno spettacolino in piazza, è anche su un altro punto che bisogna soffermarsi a riflettere: la continua rivendicazione di lavoro.
Non passa giorno che non si venga bombardati da una informazione che propina storie lacrimevoli; storie che raccontano di onesti lavoratori che richiedono l’intervento delle forze dell’ordine pur di poter lavorare, di brave madri di famiglia licenziate e costrette a comprare meno vestitini alla moda ai loro figli. Si rivendica il diritto al lavoro non solo per poter far fronte alle primarie esigenze vitali ma, anche, per garantirsi tutto il futile di cui si è soliti circondarsi e non si è più disposti a fare a meno. Si chiede di lavorare per poter consumare, continuando così ad alimentare il perverso meccanismo capitalista che è la reale causa dell’attuale situazione di licenziamenti generalizzata. Il cane si morde la coda.

La guerra è un inferno...

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La guerra è un inferno! La pace è meglio?

Come probabilmente è noto a chiunque, la vita quotidiana in tempo di pace è mortale in tutto il mondo. Tante persone muoiono ma molte di più sopravvivono come morti viventi — vite senza speranze e desideri.
C’è un rapporto fra le morti in pace e le morti in guerra. Le morti in guerra sono destinate in parte ad insegnare ai sopravvissuti a tollerare le morti viventi in tempo di pace. I missili e le bombe dall’alto del cielo che lasciano solo sangue e cenere sono destinati ad insegnare a tutti noi che la resistenza è futile e che non c’è alcuna forza in grado di sfidare gli eserciti ed i governi.
Il loro potere è davvero impressionante. Ma faremmo bene a capire perché sono intenzionati ad usarlo per scopi così crudeli. Potremmo suggerire che i nostri dominatori stiano disperatamente cercando una via per mantenere le cose così come stanno — semplicemente, la salvaguardia del capitalismo nel mondo. La loro disperazione dipende dal fatto che l’ordine che desiderano preservare ha mostrato la sua necrosi e la "crisi" sociale politica ed economica è diventata permanente.

Qualche giorno di commemorazione

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Qualche giorno di commemorazione, una vita di rimozione

Il calendario di Stato è pieno di commemorazioni. Giorni in cui veniamo sollecitati per decreto regio a sforzare una memoria sempre più artificiale su avvenimenti a noi talvolta sconosciuti. I nostri occhi devono chiudersi su quanto mortifica quotidianamente le nostre vite, per spalancarsi soltanto su ciò che un tempo travolse le esistenze di altri. Manifestazioni, funzioni, celebrazioni, ci fanno ripercorrere a distanza di sicurezza quanto ci è stato insegnato sugli orrori del passato per farci sentire al riparo da ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle nel presente. Le giornate della Memoria parziale e del Ricordo mistificato sembrano istituite solo per giustificare e riprodurre gli anni della Rimozione totale. Ogni 27 gennaio veniamo invitati a commemorare le vittime dell’Olocausto, i milioni di ebrei e non ebrei soppressi nei lager nazisti. Affinché simili tragedie non debbano ripetersi mai più, le autorità elargiscono onoreficenze ai sopravvissuti o ai loro parenti, inaugurano lapidi a perenne monito, finanziano Treni della Memoria che conducono i ragazzi a visitare il lager di Auschwitz. Tutte nobili iniziative.

Benvenuti a bordo del Titanic

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Benvenuti a bordo del Titanic

Quasi un secolo fa, nell’aprile 1912, veniva varato il più grande, veloce e lussuoso transatlantico del mondo, costruito con la tecnologia più avanzata dell’epoca e senza risparmio di mezzi.
Era al tempo stesso il simbolo del progresso e della comodità data dalla ricchezza. Con la sua chiglia dotata di doppio fondo cellulare e lo scafo suddiviso in 16 compartimenti stagni, era considerata una nave sicura in tutti i suoi aspetti, assolutamente indistruttibile.

 

Per tutti questi motivi i suoi costruttori le diedero un nome roboante, la chiamarono Titanic.
È noto il seguito della storia.

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