#author Grisélidis Réal #title A ferro e fuoco #topics Miraggi #pubdate 2018-02-09 #lang it #cover a-f-topelement-jpg.jpg
Scrittrice, pittrice e prostituta — questa è stata Grisélidis Réal (1929-2005). Costretta a vendere il proprio corpo per dare da mangiare ai suoi due figli, farà di questa necessità una scelta di vita controcorrente, una sfida alle convenzioni sociali e alla moralità bigotta. A metà degli anni 70 entra in contatto in Francia con i movimenti di liberazione delle prostitute, diventandone una delle principali portavoce fino all’ultimo dei suoi giorni. «Una vecchia Puttana non cede le armi», scriveva Grisélidis Réal, ben sapendo che «l’onestà di una rivoluzione sta in questo: che sia senza quartiere».
De Profundis
I In fondo Proprio in fondo al ricordo Marcisce la tua carcassa Amore scorticato Dai cani dell’ombra Non si bara Con la disperazione Rode il cuore Più lentamente Di un cancro Proprio in fondo all’inferno Di solitudine Nuda Sotto l’acciaio degli sguardi
II Mi getto alla notte Come si getta un cadavere In fondo ad un pozzo Sfigurata Da così tante urla Da non essere più riconosciuta La mia carne sarà ombra Fra le pietre La terra una carezza Immensa Sul mio sesso aperto Alle labbra della notte
III Tanti morsi Mi hanno torturata Tante bocche Mi hanno sputato addosso Non so più Chi sono Io O voi Bestie affamate Sazie Stravaccate Sono nuda Senza pelle e senza ossa Avviluppata dai vostri desideri Aggrappati al mio corpo Bevete tutto il mio sangue Fino all’alba
IV Uomo del mio amore Tu che mi hai trafitta Con le tue parole Taglienti E violentata con i tuoi occhi di selce Anche tu un giorno Verrai scuoiato Dall’avvoltoio dell’ombra La tua gola verrà bucata Il tuo petto schiacciato Ogni tua viscera Ti verrà strappata La tua ultima ora Si abbatterà sulla tua bocca Soffocandoti con le sue piume La MORTE Quel vecchio uccello predatore Piomberà su di te Per nutrirsi del tuo respiro E cavare i tuoi occhi verdi
V Ho talmente amato il tuo corpo Che sarà come un fiume Frusciante nelle mie arterie Ho talmente amato la fonte Incantata di carezze Bruciata dai miei baci Che faceva sgorgare l’acqua viva Dal tuo sesso Nella mia bocca innamorata Che non avrò più sete Di un altro oceano Che non sia il tuo sangue E fame di un’altra carne Che non sia la tua Non sarò consumata Da altro fuoco che non siano le tue mani Che mi hanno incenerita Nel deserto Di notti disabitate
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All’Assente
Scegli di offrire la morte Un volto murato, prezioso Il volto d’un folle e d’un dio Che ritorna nell’inesorabile La parte occulta del tuo corpo Una maschera dura spossessata Dall’usura delle apparenze Le mani strette sull’assenza Di carezze, di botte dimenticate Di innumerevoli gesti perduti Suggellati in un ultimo silenzio
Il volto dell’uomo amato Color cenere e polvere Riposa fra due rose, rosse Come il sangue delle spose D’un tempo sul povero giaciglio Dove l’amore le tiene sveglie
Tu che fosti la nostra violenza Le nostre follie, la nostra diversità I nostri bambini, i nostri giovani anni La nostra avventura, le nostre ferite Uomo multiplo in segreto Dileguatosi senza lasciar traccia Se non le nostre fioche lacrime
Ritorna al tuo primo tragitto Alla tua infanzia depredata Al tuo sonno dissetato Da tutto l’alcol che ti ha bruciato Ritorna alla prima terra Inseminata dai solchi Dei tuoi sogni incompiuti
(2003)
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Per Diane
Né la malattia, né la morte, né il disprezzo, né la miserabile bassezza di quelli e quelle che ci giudicano ci distoglieranno dalla nostra essenza più preziosa, in noi sepolta sotto così tante sofferenze: la nostra rabbia, le nostre speranze, il nostro amore folle per la vita, per i sogni e per le nostre folgoranti rivolte.
(2003)
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Morte di una puttana
A Gabrielle Partenza A tutte, A noialtre
Seppellitemi nuda Come sono venuta Al mondo fuori dal ventre Di mia madre ignota
Seppellitemi diritta Senza denaro né vestiti Senza gioielli né fronzoli Senza trucchi né ornamenti Senza veli senza anelli senza niente Senza collane né orecchini d’oro fino Senza rosso sulle labbra né nero sugli occhi
Col mio sguardo ormai chiuso Voglio vedere il mondo che si stempera Le stelle il sole cadere La notte estendersi alla sua fonte E sotterrarmi nella sua bocca Muto l’ultimo giaciglio Su cui stendermi infine solitaria Come un diamante intriso di terra
Riposarmi dormire infine Dormire dormire dormire dormire Senza mai più pensare a niente Morire morire morire morire Per raggiungerti finalmente madre mia
E ritrovare nel tuo sorriso L’innocenza che mi è mancata Tutta una vita a cercarti Trovarti per poterti perdere E dirti che ti amavo.
(2005)
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Confessione di una vecchia prostituta
Il mio elogio funebre, scritto la vigilia del giorno (o della notte) fatidica
Ascoltando musica (sud americana) e con del Chianti a portata di labbra. Innanzitutto, vi proibisco di piangere! Ridete, sì, sorridete, urlate, oppure tacete a questa evocazione di questa vita che fu la mia e che resterà, per sempre, sepolta… giunta l’ora. Sì, ho vissuto, e sono soprattutto crepata, molto prima del momento, di tutto: crepata di fame, dell’assenza di un padre, di una madre troppo severa e tuttavia troppo amorevole, crepata di tubercolosi, di fallimenti scolastici, di angoscia davanti alla polizia, di passeggiate notturne per trovare denaro, crepata d’amore (oh, i miei amori mancati, assassinati dalla morale, dalla sete immensa di mancanza dell’altro e di se stessi, mutilati dalla non conoscenza…). Sì; ho avuto quattro figli, per caso perché a quei tempi la pillola non esisteva, e sono rimasta gravida ben undici volte, e tutte le lacrime del mondo non resusciteranno quei poveri embrioni innocenti massacrati a colpi di aborto e di finti parti più o meno ufficiali e cruenti, l’ultimo in galera. Perdonatemi: il pianeta è già sovraffollato, 40.000 bambini muoiono ogni giorno di fame o di maltrattamenti, salvateli in nome di Dio! Questo Dio a cui non credo più, ci sono troppi orrori, troppe guerre, troppi massacri… Io che ho 70 anni, che presto creperò per essere troppo crepata, o forse per aver troppo vissuto... Trent’anni di prostituzione segnano, logorano il corpo e l’anima e tuttavia ti danno un immenso amore per la vita, e di rispetto umano per le sofferenze dell’Altro, per la sua solitudine, per la sua disperazione di essere umano privo di donne e di tenerezza, per i suoi fallimenti che si uniscono ai vostri, e se esistesse l’Aldilà vorrei danzarvi su musiche zigane, bere fantastici alcolici e ritrovare i miei uomini, quelli che ho amato, quelli che ho odiato, aiutato, alleviato, desiato, aspettato, rifiutato, confortato e portato al di sopra di tutti i pregiudizi, i tabù, le ipocrisie di questa morale malata e disumana di cui io non sono crepata, da cui sono semplicemente evasa verso maggiori libertà a rischio della mia vita.
(1999)