#title Desiderio senza fine #topics Miraggi #pubdate 2014-09-21 #lang it #cover d-s-a0342ae54f4a43898433bc4e470a1cc468bd96d3-m-jpg.jpg **** Joyce Mansour
Ti credevo rosso Becco tumido della mia tenerezza Indifferente Materia gommosa dalle linee sfuggenti E aridi declini d’oppio Il freddo aumenta nella radura I miei polmoni rifioriscono Con uno splendido singhiozzo Più gelido di una incisione Più serio di un ellenista Al Pantheon Mi osservi E qualcosa da dominatore Plasma la mia epidermide con le sue convulsive volontà
Ho aperto le mie braccia La mia grande ferita salina Sotto la passerella dell’inverno E subito l’oggetto si è mosso Timorosamente nella sua gabbia E il violoncello acquattato Nell’orecchio triste della scala Come una freccia spezzata In una boccetta d’inchiostro di China Singhiozzava una nota colorata O industriosa Isis Di sofferenze orientali
Sarò un giorno delusa Il vento rigenererà L’erba pura del canapé Saprò fluttuare senza barometro Né flaccido pilone Attorno a giare del crepuscolo Sarò un giorno ruscello Quando tutto in te grida fuoco?
Mi è difficile pensare alla morte Quando sul mio ventre esitano grandi uccelli Dai pallidi ritardi di sperma E abilità di schiuma Non potrò seguire la trama Delle torture mitologiche Né contare i gemiti Dei coleotteri da salotto Quando sulla spalla della tumultuosa giraffa La tua camicia ha appena sputato la sua ombra
Non temo la collera delle stanze segrete Né la mascella feconda dell’esercito carnivoro Nessun uomo con me mette il suo piede Sul pendio carbonizzato dall’odio L’albero immerso passa al suono della cetra seducente Mi vendicherò della tua radice con narici purpuree La Vedova Nera chiuderà le sue labbra di pietra Sul tuo grande nervosismo Casto squarcio di sonno Non riuscirai a sfuggirmi
Chi conosce il profilo del mio voluttuoso rosone Ancora più frenetico Dell’anemone freddoloso Bagna il suo stretto gambo Nell’onda dell’altra Senna Perché le mie dita portano Piccole teste di morto Alle loro dolci estremità Questi ardenti serpenti dalle unghie raffinate Stuzzicano il tuo orgoglio senza mai demordere
Quante calamità sotto i trespoli della banchisa Distesa come l’orizzonte nell’oblò di un formicaio Anch’essa defenestrata Scavalco la tua bocca La tua balaustra Stendo Il mio grosso ricciolo Di filigrana Sulla cascata del tuo vigneto
Qui poco fa passava un coniglio La sua vita errante agile e titubante Sul candelabro dell’inazione Dai sette bracci di supplizi Dalle omelie antiche Salvatemi gridò dall’alto della sua passione Nessuno udì il brulotto amaranto
La tua bocca appare vorace di gioie infantili
Ricordi i monti villosi d’Inghilterra I suoi volti di fango Macchiati Sul pendio della settimana Come parole declamate Troppo forte Nel vento infettato della tomba Ci sono morti che respirano nella profusione tropicale Dell’altroieri Madri come la mia Che sempre ricordano Gli anniversari Belli e luminosi presenti Capelli e denti salati Mammelle concave Tristi echi da cimitero
Io aspetto sì aspetto Credendomi libera Da note musicali assetate di scartoffie Da quegli occhi di basilico Nella loro pagoda di vetro Che fanno fermentare incubi sotto le loro sottane nerastre E che gridano È davvero necessario Giurare fedeltà Su un biglietto da visita Quando il tempo nella sua nicchia Diserta la scuola?
So che sotto il ponte Sono annegati i tuoi occhi folli Notre-Dame socchiude le sue sapienti cosce gotiche Più potenti e più fiere Di patiboli e belladonna Esse rinchiudono il tuo rosso viso Nel rombo del venerdì
Vedo Un lettino di ferro Con addobbi stucchevoli E volute da lebbrosario Un’ampia scelta di ampollosità Sul tuo petto tempestato Di gioielli esclusivi Sento il tuo sesso chiazzato di profumi Feroce coprivaso in porcellana Sprofondare nella mia retina
Esplosioni e lacerazioni di spasmo vaginale Bisogna impedire all’impiccato D’ingoiare la sua lingua Sento sul mio coccige Un battere doloroso Vorrei scivolare pensosa Nella bianca crema delle tue arterie Scorrere la mia mano nuda sulle vertebre umidicce della tua corolla Domare la tua pianta ramata dai barbari coni di neve Io sono il turbine di Gomorra

[La Brèche, n. 5, ottobre 1963]