Giuseppe Rose
...di fronte al problema dell’autogestione
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Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta»(1) ebbe «un inizio puramente spontaneo»(2). Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale.
La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo — il soviet — con lo scopo iniziale di alleviare «le temibili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». Nel suo primo «abbozzo» il soviet fu una «associazione permanente operaia» che, a mezzo del Consiglio dei delegati operai, eletti dagli operai di tutte le fabbriche, ed a mezzo di un giornale di informazione operaia — «Izvestia» — riuscì ad inserirsi nelle vicende rivoluzionarie russe.
Di questo nuovo organismo, sorto, si ripete, «spontaneamente, in seguito ad un accordo collettivo, in seno ad un piccolo aggruppamento fortuito e di carattere assolutamente privato»(3), Trotzky così scriveva poco dopo la sua creazione: «L’attività del soviet significava l’organizzazione dell’anarchia. La sua esistenza e il suo sviluppo successivi dimostravano un rafforzamento dell’anarchia»(4).
A questo punto non è inutile richiamare il pensiero di Lenin circa la «spontaneità operaia», la forza «creativa» del proletariato e circa lo sviluppo della rivoluzione «dal basso», affinché si possa meglio comprendere sia la successiva involuzione, nel senso dell’accentramento autoritario, oltre che dei soviet, anche degli altri organismi di base che più ci interessano da vicino, e cioè dei comitati di fabbrica, sorti anch’essi spontaneamente nel 1917, e sia, in senso più lato, lo snaturamento delle concezioni libertarie dell’autogestione, attraverso il cosiddetto «controllo operaio».
A tal proposito è significativo il ben noto scritto leninista Che fare? (marzo 1902), in cui è esplicitamente pronunciata la condanna della spontaneità dei lavoratori in favore di un’organizzazione stabile di dirigenti, di uomini che abbiano «come professione» l’attività rivoluzionaria. «Le masse operaie sono incapaci di elaborare esse stesse un’ideologia indipendente»(5), giacché con le loro forze possono «soltanto pervenire ad una coscienza tradeunionista»(6). Partendo appunto dalla premessa di diffidenza nelle capacità delle masse lavoratrici(7), Lenin passava alla critica del «culto dello spontaneo»(8), la cui teoria, oltre a confondersi con l’economismo opportunista e col terrorismo ed oltre a comportare una limitazione della funzione della coscienza socialista nel movimento operaio, era — secondo Lenin — da ritenersi una teoria borghese. «Ogni culto della spontaneità del movimento operaio, ogni indebolimento della funzione dell’elemento cosciente, del ruolo della socialdemocrazia, significa necessariamente [...] un rafforzamento dell’ideologia borghese sugli operai»(9). E più oltre: «Perciò il nostro compito, il compito cioè della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità, di distogliere il movimento operaio dalla detta tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l’ala della borghesia»(10). Dopo queste affermazioni che, palesemente, confondevano i concetti di autonomia ed automatismo, fu facile per Lenin passare alla formulazione di un programma di organizzazione costituita da «un cerchio stretto di quadri stabili di dirigenti, composto principalmente di rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello del partito»(11), e, successivamente, postulare i principi dell’attività rivoluzionaria dall’alto, della partecipazione della socialdemocrazia al governo e dell’utilizzazione del potere rivoluzionario per la creazione di uno Stato potente ed accentratore. Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall’alto? — che è del giugno 1905 — sono già contenute in nuce le linee direttive dell’azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l’attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall’alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un’epoca rivoluzionaria e dell’azione dall’alto, chi non sa determinare le condizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni “situazione rivoluzionaria seria” impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l’insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un’audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario»(12).
Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione — sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale — tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l’idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione(13) l’affermazione dell’attività dall’alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l’utilizzazione del potere rivoluzionario; dall’altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l’affermazione dell’azione diretta, dal basso, e l’opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo.
La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bočarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un’influenza estremamente stimolante»(14).
Nel primo numero di questo periodico venivano riaffermati i principi collettivistici ed anarchici, come il ritorno della terra a coloro che la lavoravano e la distruzione dello Stato, e veniva precisato che la futura organizzazione politica sarebbe «costituita esclusivamente da una libera federazione di liberi artel di lavoratori agricoli e di industriali». Nel 1872, le idee di Bakunin venivano più intensamente e proficuamente diffuse presso i gruppi clandestini russi, da parte di Z. K. Ralli e M. Sazîm, i quali mantennero relazioni ininterrotte e costanti con la Internazionale di Saint-Imier, con Elisée Reclus e col gruppo che gravitava attorno al giornale ginevrino «Le Travailleur».
Se non è possibile calcolare l’entità della spinta — e, quindi, il concreto contributo — da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d’ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici — come: abbattimento dell’autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. — e che, prima dell’estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l’idea della rivoluzione sociale tra le masse»(15). E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico»(16), diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all’affermazione del principio dell’autogestione.
Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione»(17). Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto — secondo quanto scrive Volin — «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d’ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali: la presa del potere e il problema dello Stato»(18), consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l’istinto e l’interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.
«Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell’industria che in quello dell’agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria»(19).
Dopo l’occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine).
Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all’idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall’amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell’amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatato che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende» (Levin) (20).
Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della creazione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica»(21), i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d’ordine strettamente economico — aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. — ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori.
Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l’importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall’alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall’istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»(22); la legge, — che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell’introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all’accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l’amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull’allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti — evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correggendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d’iniziativa operaia»(23); o, tutt’al più, allargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell’autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l’autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città, di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende(24).
Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere», essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto»(25).
Fu in questa stessa conferenza — di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» — che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l’indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale»(26). Comunque — così conclude la Pankratova — «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima volta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»(27). Da questo momento adunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi(28) e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro «l’anarchismo operaio» — reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati — invocando il bene della patria, la situazione economica precaria dei paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell’industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l’idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere(29).
Nella prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica — convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» — si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza(30), infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei club, ed oltre alla precisazione che l’idea del controllo operaio, quale espressione dell’aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull’impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro — condizioni favorevoli [sic] permettendola — dell’instaurazione dell’autogestione operaia(31). E ciò, quando già l’iniziativa operaia dal basso indicava nell’espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori.
In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d’intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell’ora attuale, essere le cellule dell’avvenire, le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai»(32) e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L’allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall’arbitrato obbligatorio, all’arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo — per come scriverà Stefanov nell’opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia — «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome»(33).
Dopo la rivoluzione d’ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l’essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotsky e Kamenef, era stato l’ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo “controllo operaio”, poiché questa parola d’ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l’organo dei potere di una classe. Di quale classe?... Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all’apparato oppressore — quale l’esercito, la polizia ed i funzionari — anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest’ultimo apparato «non può e non deve essere abbattuto», che bisogna «sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione», concludendo che si poteva ottenere ciò «se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo»(34).
Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l’azione politica, ripudiando, di conseguenza, l’azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d’industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti — che credevano nella possibilità di organizzare l’economia mediante un’autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme — dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l’espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l’alternativa all’autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in dispotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull’ipotesi di un’organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall’altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall’entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l’occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito»(35). E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l’insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capaciti autorganizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall’alto. Esso è alieno dall’automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l’opera delle stesse masse popolari»(36).
In breve il decreto del novembre 1917 — che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica — il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende — ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell’economia nazionale, e ne schiacciava l’autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d’ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all’estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d’altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili — alla pari dei rappresentanti degli operai — «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell’ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un’unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gli intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale»(37).
Il decreto del novembre 1917 suscitò dei contrasti sia tra i rappresentanti bolscevichi — fautori della preminenza dei sindacati sui comitati di fabbrica —, sia tra i rappresentanti di questi comitati che rivendicavano giustamente il controllo di ciascun comitato sulla fabbrica nel quale esso operava(38), e trovò degli avversari in alcuni leader bolscevichi ed in seno alla frazione dei «comunisti di sinistra» che già s’era creata all’interno dello stesso apparato centrale del partito bolscevico. L’opposizione alla concezione leninista di controllo operaio si concretizzò, tra l’altro, in un Manuale pratico per l’esecuzione del controllo operaio (redatto dai membri non bolscevichi del consiglio panrusso dei comitati di fabbrica) in cui veniva specificato che «il controllo operaio sull’industria, in quanto parte indivisa del controllo sull’insieme della vita economica del paese, non deve essere considerato nel senso stretto di verifica, ma nel più lato senso dell’ingerenza»: si voleva, cioè, ribadire che il controllo non poteva che essere inteso nel senso della gestione delle aziende o, quanto meno, non essendo in quel periodo di tempo stata eliminata la categoria degli imprenditori-proprietari, di cogestione collegiale e paritaria. E si ebbero infatti molti esempi di gestione diretta, particolarmente nelle industrie del nord della Russia, nei mesi che vanno dal novembre 1917 al gennaio 1918, tanto che un testimone poteva così esprimersi: «I comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa e si sforzavano di risolvere i soli problemi di produzione, di ripartizione, che sembravano loro più urgenti al momento e nel settore più diretto... Le imprese si trasformavano per così dire in comunità anarchiche»(39).
Poiché il contenuto del Manuale e, soprattutto, l’atteggiamento pratico degli operai che confiscavano c gestivano direttamente le aziende non si adeguavano evidentemente allo spirito ed alla lettera del decreto bolscevico del novembre 1917, si dovette ricorrere da parte dei bolscevichi alla redazione di un Contromanuale, in cui veniva esplicitamente riaffermata la subordinazione dei comitati di fabbrica ai proprietari-imprenditori e, conseguentemente, l’esclusione della gestione formale e sostanziale delle aziende da parte degli organismi operai. Gli articoli 7 e 9 di detto Contromanuale sono esemplificativi: «Il diritto di dare ordini circa la gestione dell’impresa, dal suo andamento e del suo funzionamento, spetta soltanto al proprietario. La commissione di controllo non partecipa alla gestione dell’azienda e non ha alcuna responsabilità circa il suo andamento e funzionamento. Questa responsabilità continua a spettare al proprietario» (art. 7); «La commissione di controllo di ogni singola azienda può, attraverso la mediazione dell’organo di controllo operaio, sollevare davanti alle istituzioni centrali del governo la questione del sequestro dell’azienda e di altre misure restrittive nei confronti dell’impresa, ma essa non ha il diritto di appropriarsi dell’azienda e di dirigerla» (art. 9).
Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d’intendere il controllo operaio, il quale — essi sostenevano — se aveva avuto un significato come parola d’ordine rivoluzionaria sino all’ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d’essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» — considerato come una «mezza misura» — alla «gestione operaia», sia pure attraverso l’intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell’economia nazionale socializzata(40). Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali — di fronte al controllo operaio — avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione [...] In conseguenza gli anarchici rigettavano la parola d’ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l’espropriazione — progressiva ma immediata — dell’industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva»(41).
Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell’economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell’autoritarismo attraverso i decreti ed i contromanuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l’azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell’anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca(42) e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l’incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici.
Dopo la creazione del soviet supremo dell’economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto — scrive M. Lewin — «di una spinta libertaria d’ispirazione anarco-sindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione(43), ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità di spicco del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d’un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia […] Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico […] i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d’affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici»(44).
I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall’alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l’antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario.
1. Storia del Partito Comunista bolscevico dell’U.R.S.S., Mosca, Ed. Lingue estere, 1949, p. 62.
2. Lenin, Opere, Roma, Editori riuniti, vol. VIII, 1961, p. 77. Cfr. anche Volin, La rivoluzione sconosciuta, Napoli, Ed. R.L., 1950, p. 41.
3. Volin era stato uno dei promotori della creazione del primo soviet: op. cit., pp. 33-46.
4. La citazione è tratta da D. Guérin, L’anarchisme, Paris, Gallimard, 1968, p. 97.
5. Lenin, Que faire?, Paris, Ed. Le Seuil, 1966, p. 95. Cfr. anche di Lenin, Un pas en avant, deux en arrière (1904), Paris, Ed. sociales, s. d., p. 37.
6. Lenin, Que faire? cit., p. 85.
7. Lenin, a seconda del momento politico, espresse sfiducia o fiducia nell’opera delle masse lavoratrici. Prevalse concettualmente la sfiducia, giacché, in epoca posteriore, scriveva testualmente: «Con la parola d’ordine: più fiducia nella classe operaia, di fatto si lavora a rafforzare le influenze mensceviche ed anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt ha mostrato e dimostrato ciò con chiara evidenza». La citazione è tratta da K. Papaioannou, «Le Contrat social», luglio-agosto 1963, p. 211; anche Lenin, Oeuvres choisies, Moscou, 1948, vol. II, p. 903.
8. Lenin, Que faire? cit., p. 88.
9. Ibid., p. 93. I corsivi sono di Lenin.
10. Ibid, p. 96. I corsivi sono di Lenin.
11. Storia del P.C. (b) dell’U.R.S.S. cit., p. 37, con riferimento allo scritto di Lenin, Che fare?
12. Lenin, Opere, vol. VIII cit., p. 442. I due corsivi (anarchia ed anarchico) sono di Lenin.
13. R. Luxemburg, nel n. 69 dell’«Iskra», del 10 luglio 1904, denunciava già «l’ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d’uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno».
14. G. Woodcock, L’anarchia, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 359.
15. Répression de l’anarchisme en Russie soviétique, Paris, Librairie sociale, 1923, pp. 29 e 30.
16. Cfr. Les bolcheviks et l’opposition (1917-1922), Paris, Les Iles d’or, 1957, p. 158, di L. Schapiro, il quale riporta, tra le altre, una citazione di Polonsky, il cui scritto comparve nella «Novaia Iizn», del 28 (15) novembre 1917.
17. Ibid, p. 158; cfr. E. Buisson, Les bolcheviks (1917-1919), Paris, Fischbacher, 1919, cap. VI.
18. Volin, op. cit., p. 107.
19. E. Carr, A History of Soviet Russia. The Bolchevik Revolution (1917-1923), London, 1950-53, vol. I p. 470; cfr. anche P. Archinov, Storia del movimento machnovista, Napoli, Ed. R.L., 1954, pp. 46-47 e V. Serge, L’an I de la révolution russe, Paris, Delphes, 1965, p. 180.
20. Citazioni tratte da Les comités d’usines en Russie à l’époque de la révolution (1917-1918), di A. M. Pankratova, in «Cahier autogestion», n. 4, dicembre 1967, p. 9.
21. Ibid, pp. 6-9.
22. Ibid., p. 11.
23. Ibid., p. 12.
24. Ibid., pp. 14-15.
25. Ibid., p. 20.
26. E. Carr, op. cit., p. 482.
27. A. M. Pankratova, op. cit., p. 22.
28. Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di «consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto».
29. La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi.
30. Per la risoluzione della conferenza, cfr. A. M. Pankratova, op. cit., p. 48.
31. Cfr. lo scritto di Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir?, tratto da Choix de textes de Lénine, «Autogestion», n. 4, p. 129.
32. A. M. Pankratova, op. cit., p. 53.
33. Ibid., p. 53.
34. Lenin, Les bolcheviks garderont-ils le pouvoir? cit., p. 129.
35. E. Carr, op. cit., p. 474.
36. Lenin, Werke, vol. XXII, pp. 56 e 613 (in cui è riportato il decreto sul controllo operaio): tratte le citazioni da D. L. Limon, Lénine et le contrôle ouvrier, «Autogestion», n. 4, pp. 66 e 71-73.
37. D. L. Limon, op. cit., p. 73.
38, Il leader dei comitati di fabbrica, Jivotov, nel suo intervento al consiglio panrusso del 28 novembre così dichiarava: «Da noi, nei comitati di fabbrica vengono elaborate le istruzioni che provengono dal basso per abbracciare tutti i rami dell’industria; e sono appunto queste istruzioni quelle che possono avere importanza giacché provengono dal luogo di lavoro e dalla vita.
Esse dimostrano di che cosa siano capaci i comitati di fabbrica ed è per questo motivo che debbono avere la preminenza su tutto ciò che riguarda il controllo operaio»: citato da D. L. Limon, op. cit., p. 74.
39. P. Price, Die russiche Revolution, Hamburg, 1921, pp. 201, e 266, cit. da D. L. Limon, op. cit., p. 89.
40. I. Larine – L. Kritzmann, Wirtschaftsleben und Wirtschaftlicher Aufbau in Soviet Russland, 1917-1920, Hamburg, 1921, pp. 162-163.
41. Volin, op. cit., pp. 115-116.
42. L. Valiani, Storia del socialismo nel secolo XX, Roma, Ed. U, 1945, pp. 109-110.
43. M. Lewin, Le dernier combat de Lénine, Paris, Minuit, 1967, p. 171. L’autore giustifica il processo di burocratizzazione amministrativa che sostituì «la gestione da basso» con l’affermazione, invero molto superficiale, «che gli operai erano troppo incolti» per partecipare efficacemente alla gestione delle imprese.
44. A. Kollontai, L’opposizione operaia in Russia, Milano, Azione Comune, 1962, p. 61 e pp. 28-29.
[Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo, 1971]