#author Jacques Prevel #title Dieci poesie mortali #topics Miraggi #pubdate 2017-03-05 #lang it #cover d-p-005f37539885f288fb2882b35f2a057ce3af4d74-m-jpg.jpg
Jacques Prevel (1915-1951) viene ricordato soprattutto per essere stato uno degli ultimi e più fedeli amici di Antonin Artaud, il cui incontro nel 1946 — subito dopo che il teorico del teatro e il suo doppio era uscito dal manicomio di Rodez — fu per lui una autentica illuminazione. Prevel descrive questa amicizia in un diario dove annotava la sua vita quotidiana «in compagnia di Antonin Artaud», trascorsa alla ricerca della poesia (e di droghe). Pochi ricordano però che Prevel fu egli stesso un poeta maledetto che per tutta la vita andò «alla deriva verso l’assoluto», lontano dalle consuetudini care ad un mondo che non era il suo e contro cui lanciò le sue parole «di collera e di odio». Malato da tempo di tubercolosi, Jacques Prevel si spegnerà a soli 36 anni.


Divorato dal fuoco Divorato dal fuoco, divorato dalle mie ombre Città! coi tuoi dolori articolati I tuoi dolori che promettono volti Orbati dal riso dei miei disastri Accecati dai miei occhi ciechi Città! i miei giorni infranti sono i tuoi giorni I miei giorni profanati cementati dalle tue rovine Città! complice delle mie lussurie d’ideale Tu raccogli le mie inquietudini come altrettante promesse E costruisci la strada invisibile che percorro.
Mi ritrovo senza forma umana Mi ritrovo senza forma umana Insanguinato dalle mie rivolte e dalle mie lotte E condannato a vivere esistenze disperse Mi ritrovo abbandonato alla mia sola vita Senza forza e privo di riposo Quando vivevo della demenza delle nostre vite E vagabondo d’un Mondo assente Trascino con me la notte E il dolore avido dei miei oscuri disastri Il mio volto è distrutto e la mia infanzia in lacrime. La mia caduta si compie nel silenzio Dove voci strazianti e spezzate riecheggiano La mia caduta illimitata vertiginosa e senza grandezza.
Queste gioie che sono come dolori Queste gioie che sono come dolori Non parliamone più Lasciamo che questo mondo morto faccia scorrere i suoi rivoli Di sangue fino al mare Lasciamo che la notte salga e penetri il cielo Di folgorante notte Mondo oscuro e maledetto il cui peso mi solleva Vi accuso delle paure, vi accuso dei mali E del fuoco che mi rode E resto un vinto sul bordo di questo presente Fatale e privo di gloria e di rivolta. Muoio lentamente del vivere tra me stesso E la maledizione di questi inutili giorni.
I bei giorni che portano a tutto I bei giorni che portano a tutto Mi condurranno a me stesso E mi diranno perché Ho attraversato tanti deserti Per raggiungerli e perderli di nuovo. Ed io che sono schiavo di una forza potente Che ha segnato i miei tratti E dato al mio passo un ritmo diverso Sono il testimone dei giorni che non fisso Che sono belli come desideri E rari come amori. Sono l’inutile testimone di me stesso E della mia solitudine di cui non comprendo La disumana felicità Di cui non benedico le ore evanescenti Troppo vile per emigrare sempre Perdermi e trovarmi con un gesto Orribile per la mia viltà.
Gli esseri non sono su misura del tempo Gli esseri non sono su misura del tempo Del tempo che non ha misura. Puntati, contorti, volti deformati Che reggono il patibolo dei giorni inesistenti Riportano un passato che non ha presente Costruiscono un presente che non ha durata E confusi senza speranza di luce Toccano impauriti il loro inutile volto; Ridicoli tentativi limitati alla loro presenza Sguardi vitrei chiusi dai contorni — La gioia senza il silenzio e il male senza la vita – Clamore su spazi delimitati da pietre Oscuro amore che arrugginisce i volti Morsa che riassume un Male che conosco.
Quando sono presente Quando sono presente I vivi si allontanano, le ombre si avvicinano La gioia contrae il mio volto come un grande male E brucia il silenzio assordante dei vivi Ed io so che il tempo è arrivato Le mie parole non hanno bisogno di risonanza Per dominare il rumore delle folle O il fragore delle acque sulle rive Ed io so che il tempo è arrivato E che le mie parole contengono infine la permanenza.
Vivi di negazioni Tu vivi di negazioni e del male che porti Il tuo sguardo è solo un sogno oscuro Lasci scorrere questi giorni a fatica La scelta non è per te fra la moltitudine E questi giorni che sono belli sono giorni pieni di male Tu parli e non hai niente da dire a tutti quei morti.
Strane voci Strane voci Che parlano della fine di un tempo che muore Abbiamo spogliato i ciechi del mantello Non è più sulla terra, non è più nel cielo È in noi che questo mondo è morto. Un grosso rumore E le stelle schiantate sono disperse Da questa morte tra due vite. Esplosione del diluvio Desideri nati-morti che si uccidono fra loro Vecchie speranze all’ombra di chimere Cattedrali dimenticate, cattedrali abbattute Cervelli vuoti di sostanza Costruzione dello spirito in rovina Ricaduta dei vecchi giorni Corpi afferrati con due braccia e lanciati nel vuoto Coppa di sangue ai commensali bevuta fino alla feccia E valzer stravagante d’un fuoco mai spento. Le tradizioni perdute E gli anelli magici degli spiriti e dei morti I grandi cerchi brillanti, i demoni animati. Bisognerà lavorare fino alla fine dei tempi Bisognerà ritrovare il Gesto e la Parola.
Vi scorgerò Vi scorgerò ogni giorno a mano a mano Che avanzerete silenziosa e rara Come tutte le vostre parole E non avrò per voi che un gesto e un desiderio E non avrò per voi che una gioia molto antica Morta e resuscitata col vostro silenzio E che conserva la coscienza del male e dei rimpianti Una gioia che ha la forma imprevedibile di un raggio Una gioia che ha la forma di due mani che si stringono E prendono la luce e il cielo e il mare E l’acqua dei nostri sguardi senza dir nulla Vi scorgerò ogni giorno via via Più precisa e più offuscata Più luminosa e più oscura Come la morte del sole alla fine degli anni O come il rumore di passi perduti nell’etere Come il male stroncato dalla presenza della morte Questa esplosiva promessa di un’altra vita.
Mi ricorderò di te Mi ricorderò di te Come ci si ricorda delle sventure Come ci si ricorda dei grandi spazi Come ci si ricorda del mare Mi hai colpito e il mio sangue ha disegnato il tuo viso Ti ho colpito e il tuo sangue ha disegnato il mio viso Abbiamo conosciuto la gioia Sei venuta ed il mondo ha vissuto di quell’attimo Sei venuta, sei venuta E i ricordi mi trascinano come il fango o la sabbia Restano solo le mie braccia ad emergere dai miei rimpianti.

[Poèmes mortels, 1945]