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Qualche giorno fa, in provincia di Foggia, si è verificato l’ennesimo incidente sul lavoro. Due le vittime, una delle quali deceduta. Cose che capitano, soprattutto quando si fanno mestieri pericolosi. E andare in giro a ficcare il naso nella vita altrui, a fare domande impertinenti con tono intimidatorio e minaccioso, a mettere le mani addosso a persone e cose per frugare in maniera indiscreta, talvolta al fine di privarle della loro libertà per un periodo più o meno lungo, è senza dubbio un mestiere pericoloso. Non a caso chi ha scelto di compierlo segue un addestramento specifico e va sempre in giro armato.

Ecco perché non siamo affatto rimasti sorpresi dalla notizia dell’incidente sul lavoro in cui sono incappati due carabinieri pugliesi. Il loro aggressore, perquisito già due volte nei giorni precedenti e trovato in possesso prima di droga e poi di un coltello, aveva pure avvisato i militari della caserma («ve la farò pagare»). Allora, come stupirsi che qualcuno a un dato momento decida di passare dalle parole ai fatti? Troviamo invece alquanto sbalorditiva l’incredulità espressa sull’accaduto dalle autorità locali, le quali pare non si capacitino che i loro servitori armati possano rimanere travolti dalla tempesta di rabbia seminata dal vento dei posti di blocco, dei controlli e delle perquisizioni. Come se fosse ormai dato per scontato, universalmente noto a tutti ed a ciascuno che la repressione — principale compito delle forze dell’ordine — possa e debba raccogliere solo applausi e consensi.

Il procuratore di Foggia, ad esempio, nel corso della conferenza stampa ha dichiarato che l’omicidio del maresciallo ed il ferimento del suo collega di pattuglia sono «totalmente privi di motivazioni». Parole che indicano l’intima convinzione di aver già realizzato l’incubo totalitario di un mondo epurato da desideri e passioni — il solo in cui chi viene seguito, pedinato, fermato, interrogato, perquisito, denunciato (e in molti casi pure maltrattato, e poi processato e condannato) non riesce a provare alcuna ostilità nei confronti di chi lo ha seguito, pedinato, fermato, interrogato, perquisito, denunciato...

Un animale che morde chi lo mette alla catena per consentirgli al massimo di sopravvivere, è ancora ancora comprensibile. Un’identica reazione in un essere umano, giammai: è totalmente priva di motivazione. Il procuratore di Foggia ne è talmente persuaso da denunciare a gran voce «l’atteggiamento culturale che porta a reagire a dei controlli e a sparare contro lo Stato: tutto questo esprime un livello di avversione verso lo Stato. In questa mentalità ci vedo il collegamento con la criminalità organizzata». Il delirio legalitario divide così l’umanità in onesti cittadini e feroci criminali. I primi, pur vessati o controllati passo passo, non reagiscono mai. Non essendo né animali con la loro selvatichezza né esseri umani con la propria dignità, non hanno più una libertà da difendere. Ridotti ad ingranaggi adibiti a funzionare all’interno del sistema sociale, i cittadini rimangono ossequiosi e scodinzolanti davanti a una divisa. Chi non lo fa, sarà magari un affiliato della Sacra Corona Unita.

Simili considerazioni fanno il paio con quelle dell’arcivescovo della diocesi. A suo dire «di fronte a questi fatti uno rimane completamente disarmato... Io sono qui da meno di tre mesi e mezzo e ci sono stati tre delitti con moventi differenti: tenendo conto delle percentuali della popolazione che ci sono è quasi da America Latina. Qualcosa bisogna pur fare. Questo terzo omicidio mi sembra il più grave anche perché è diretto alle Istituzioni al servizio del territorio e della società». L’esagerazione più patetica (è proprio tenendo conto delle percentuali della popolazione che si è stabilito che fra le 50 città più pericolose del mondo nessuna è in Italia e 43 sono in America Latina) viene qui scomodata per giungere alla conclusione più interessata: il delitto più grave è quello contro le istituzioni. Passi ammazzare donne, immigrati, pregiudicati o poveracci vari...

Si tratta questo di un parere condiviso dalla benemerita Arma, la quale in un comunicato (dove per altro curiosamente non si parla di agguato, ma di reazione ad un ennesimo controllo) ha espresso il proprio cordoglio con parole toccanti: «una vita umana vale il mondo intero». Va da sé che qui con «umana» si intende solo la vita dei colleghi in uniforme, che quella di uno Stefano Cucchi o di un Giuseppe Uva (tanto per fare solo due esempi noti) non vale un soldo bucato. Chi li ha massacrati di botte non corre certo il rischio di passare, come augurato col suo solito stile sobrio dal Bullo degli Interni, «il resto dei suoi giorni in galera lavorando dalla mattina alla sera. Troppo comodo stare in carcere a guardare la tv».

Per noi troppo comodo è stare su di uno scranno ad esercitare il potere. Si finisce con l’abituarsi all’obbedienza altrui al punto da indignarsi di fronte alle più naturali reazioni umane, come la rabbia e la dignità ritrovata.


[18/4/19]