E se all’improvviso...
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Dopo la Svezia, la Turchia; dopo la Turchia, il Brasile. D’un tratto, per un motivo qualsiasi, nulla è più come prima. La rabbia prende il posto della passività, il coraggio ha la meglio sulla paura. Centinaia, migliaia, milioni di esseri umani scendono a portare il disordine nelle strade. Così, all’improvviso, in maniera del tutto imprevedibile fino a poche ore prima. Senza il viatico di nessuna organizzazione rivoluzionaria, senza bisogno di militanti che abbiano preventivamente indottrinato e addestrato.
Nella vecchia Europa come nei paesi emergenti, gli esempi si moltiplicano e riscaldano il cuore. La domanda frulla inevitabile in testa. Ma allora, dopo Francia e Inghilterra di qualche anno fa, dopo queste rivolte scoppiate oggi, quando toccherà a noi? Forse domani, motivo per cui sarebbe sensato essere pronti. Forse mai, motivo per cui sarebbe ancora più sensato sapere un minimo cosa fare. Un minimo, nessun programma dettagliato su cui giurare. Ma nemmeno il più totale abbandono al flusso della situazione in atto.
La sommossa moderna è una botta di andrenalina, può dare euforia, ma come tutte le vampate termina presto. La sua «irragionevolezza» come la sua brevità la rendono sospetta allo sguardo occhiuto di certi scaltri teorici. Non si tratterà solo di uno sfogo momentaneo, concesso dal potere unicamente per dare un po’ di sollievo in vista di un nuovo e peggiore sfruttamento? Non sarà come la ricreazione per gli scolari, dieci minuti di pausa prima di tornare ai compiti in classe? E questo genere di ragionamenti irritano i compagni più ormonali, i quali viceversa non vedono l’ora di buttarsi nella mischia. Chi se ne frega delle vostre teorie; scontri, scontri, vogliamo gli scontri, assaporare il piacere della battaglia.
Lo ammettiamo: nulla ci è più estraneo del sospetto ponderato quanto l’entusiasmo muscolare. Il primo non prende minimamente in considerazione la possibilità che quella tregua concessa possa diventare una libertà strappata. Il secondo, più che un’occasione di liberazione, considera una sommossa unicamente come una palestra. Ma è davvero tutto qui? A nostro avviso, no. Innanzitutto, sarebbe davvero un errore colossale reintrodurre nel nostro cervello la speranza in un determinismo, un meccanismo storico oggettivo che agisce al nostro posto. Che la sommossa possa scoppiare presto anche qui da noi è una ipotesi che non ha certezze. Inutile sedersi nell’attesa che arrivi.
Ma poi, se davvero non vogliamo farci trovare impreparati, meglio liberarci sia dei dubbi paralizzanti che dei riflessi incondizionati.
La sommossa è una ricreazione, voluta e decisa dai nostri maestri e padroni? Può anche darsi, ma è un falso problema. In quei dieci minuti di scatenamento, tutto diventa possibile. Anziché correre a giocare a pallone, primo impulso di tutti gli altri scolari, perché non agire per far prolungare la pausa? Perché non tentare di rendere impossibile il ritorno in classe? Dov’è la campanella? Si potrebbe romperla, così il suo suono non riporterà più l’ordine. Se tutti sono in cortile, controllati e controllori, perché non chiudere e bloccare le porte? In quei momenti di confusione, si possono allagare i corridoi? Si possono rubare i registri? I pannelli elettrici, dove sono i pannelli elettrici? Cos’altro si può fare per non dover, per non poter più tornare in classe? Meglio pensarci adesso, meglio discuterne adesso, meglio conoscere adesso i segreti dell’edificio, meglio procurarsi adesso gli strumenti necessari. Così, quando la campanella suonerà, saremo pronti. Resisteremo alla tentazione di fare come tutti gli altri, di andare in giro a correre e gridare — abbiamo altro e di meglio da fare. Perché, se la sommossa è l’imprevisto che spezza la normalità di un esistente sotto il dominio dell’autorità e del denaro, noi possiamo cercare di creare l’imprevisto che spezza la momentaneità di una sommossa sotto il recupero dell’autorità e del denaro.
[25/06/2013]