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Arrivato a Parigi verso il 1863 per studiare medicina, Eugène Vermersch (1845-1878) preferisce dedicarsi ad una vita bohémienne. Diventa giornalista e poeta, legandosi d’amicizia prima con Verlaine e successivamente con Rimbaud. Collabora a vari giornali, fra cui Le Cri du Peuple di Jules Vallès. Nel marzo 1871, assieme a Veuillaume ed Humbert, fonda Le Père Duchesne (dopo Le Cri du Peuple, il giornale più letto durante la Comune di Parigi). Nel corso del suo esilio a Londra pubblica nel novembre 1871 il poema Les Incendiaires – «un capolavoro, grande poema di un comunardo», secondo Bernard Noël; «il più bel poema mai scritto sulla Comune», secondo Tristan Rémy. Poi, la miseria materiale e le feroci polemiche che caratterizzano gli ambienti dell’esilio lo conducono alla disperazione, alla malattia, alla morte.

Blanquista assai poco rispettoso dei capi del blanquismo, Vermersch al suo arrivo a Londra aderisce alla sezione federalista francese dell’Internazionale (quella libertaria). Dopo la fine della Comune, da Les Incendiaires fino alla morte, Vermersch si scaglierà ripetutamente contro il peggior errore dei rivoluzionari: la voglia di conciliazione, di ottenere una «fraternità impossibile» con i propri nemici attraverso una «misericordia stupida».



I


Parigi divampa nella notte feroce e oscura

Il cielo è pieno di sangue, si brucia la Storia,

Teatri e conventi, alberghi, castelli, palazzi

Che videro i Fleurys dopo i Triboulets,

Si dibattono tra turbinii di fiamme

Ondeggianti su Parigi come stendardi

D’un popolo che si vendica in punto di morte.

Il fuoco di porpora ed oro sale come un sospiro

Verso gli appartamenti segreti delle Tuileries,

Lambisce i soffitti dipinti e le stanze fiorite,

Divorandone, in fondo a camere da letto stellate,

Preziosi mobili, portagioie cesellati,

Lacche, quadri e bianche statue

Il cui orgoglio virginale gonfia i petti nudi,

Mostra nella notte al mondo spaventato

Come cade Parigi nella sua fierezza avviluppata.

Pesante ammasso di fatti oscuri puntellato,

Anche il Louvre divampa e crolla in macerie

Con le sue mura di marmo e le sue porte di bronzo

L’antro in cui ancora s’aggirava l’ombra di Mazzarino,

E che fremette il giorno in cui alla voce di Camille

Il popolo decise di prender la Bastiglia,

Il palazzo di Philippe-Égalité non c’è più.

Quei pezzi di muro anneriti, quegli ignoti detriti,

Quelle pietre per terra, erano le Finanze.

Quell’edificio leggero dove, sullo sfondo delle danze,

Delle coppe, dei baci, dei giuramenti d’amore,

Il traditore Salm vendeva la Francia ai tedeschi,

E che più tardi consacrò il respiro di Corinne,

La Legion d’Onore non è che una rovina.

Il Palazzo di Giustizia e l’Hotel di Piétri,

E la Conciergerie dove Damiens straziato,

Robespierre, Vergniaud e quelli di La Rochelle

Comparivano, attorno alla Sainte-Chapelle,

Come tre fiaccole sacre e sovrumane,

Bruciano assieme agli occhi degli assassini inorriditi.

Quella fiaccola, laggiù, giallastra e violetta,

Che ondeggia nel vento, erano i moli di la Villette.

Più vicina, è la Corte dei Conti a contorcersi

In una feroce fiammata che la morde,

E che correndo ne fa a pezzi i pilastri, i tetti

E la biblioteca dove larve impure

Dormivano sui registri del mondo imperiale;

Più in là, l’uragano vendicatore di Pratile*

Ha scatenato sui Gobelins la tempesta:

Il raso di seta già pronto disteso sui telai

Si scioglie arricciandosi come i capelli d’un bambino.

L’incendio è dovunque, immenso, trionfante;

Danza sul tetto e s’inerpica in cantina;

Chiazze di piombo colano come lava,

E si spandono sui selciati neri in fiotti d’argento.

Allora, d’un tratto, si leva un gigantesco fuoco

Emergendo dal ventre della città impaurita,

Il grande orrore del cannone e della mina

Manda in aria con le sue esplosioni interi quartieri,

Le mura si sgretolano e cadono al suolo

Con lungo muggito di tuono,

Voci, lacrime, rumori sotterranei, grida di guerra,

E si slancia verso le stelle sorprese

La grande anima della città che era Parigi:

Implacabile la fiamma cinge l’Hôtel-de-ville!

O ricordi! Storia eroica o servile!

O Maison aux Piliers! Grande Etienne Marcel!

Consiglio dei Sedici! Lega! O silenzio crudele

Che ha imbavagliato Parigi per due secoli!

Comune dove, per far avvizzire le teste coronate,

Simile al suono del vento sul mare scatenato,

La foga di Danton copriva la voce di Hébert!

Balconata che ha visto la Francia oltraggiata o venduta

Per tre volte acclamare la libertà ottenuta!

Già Ottantanove coi suoi nastri verdi,

Una bella sera di luglio, per il vecchio Universo

Vi salì a proclamare il tuo verbo, o Repubblica!

È da là che più tardi l’epico Popolaccio

Vide all’orizzonte pieno di risate e di voci

Il passato che fuggiva nella carrozza reale!

Ecco dove ha spezzato la sua catena imperiale!

Ecco dove ha affermato la forza comunale!

O dedizioni! fierezze! glorie! crolli!

O sangue del popolo! Ossa degli antenati! Secoli dormienti!

Parigi è morta! E la sua coscienza inabissata

Svanisce per sempre nel fumo!...

Ebbene! quando l’orribile incendio trionfò,

Una voce nel mio cuore gridava: Hanno fatto bene!



II


Eppure sono amico delle rose

E bacio le loro labbra chiuse

Attraverso le lacrime del mattino;

Sono ben noto alle api

Che seguono sui fiori vermigli

Le grandi farfalle di seta.


Verso il ritorno delle rondini

Tutti i miei sogni sbattono le ali

E volteggiano nel cielo azzurro;

Viaggiano, legione bianca,

Nei chiarori che l’alba spande,

E nel delizioso oblio.


Ben venga luglio, devo andare

Nei boschi dove gironzola la quaglia,

Nei profumi, nelle canzoni;

Non ritrovo più la mia strada,

E come sola bussola ascolto allora

L’uccello nascosto tra i cespugli.


Perso nel tranquillo dirupo,

Provo una indicibile felicità

Nel non sapere più dove sono;

L’odore selvaggio della brughiera

Mi incantava, e nelle radure

Ho dormito per molte notti.


Nulla nella mia anima mormora

Contro i rovi dove sanguina

La mora, o contro l’orgoglio dei gigli;

Perdono le loro chiacchiere

Ai petulanti merli selvatici

Nelle foglie sepolte.


Passo alle rose le loro acconciature,

E l’ametista alle violette,

Ed il topazio alle lucciole,

Ai fagiani d’oro il loro lusso singolare,

All’oriolo la seta arancione

Con cui accendono i loro affascinanti colli.


Non perdo le staffe

Se la fonte che, nelle rocce,

Borbotta un perpetuo balbettio,

Proprio come gli occhi della donna

in cui un tempo s’immergeva la mia anima,

Riflette lo splendore del cielo.


Le belle serate autunnali, al vespro,

Quando vedo i grappoli purpurei

Inseguiti da un raggio di luna!

Concedo ai golosi usignoli

Che parlano fiammingo

Un giorno di festa, a mezzanotte.


Celo la mia anima serena

Quando luccicano occhi in cui l’odio

E il crimine sono trionfanti,

E le mie illusioni perdute

placano le loro labbra commosse

Sulla casta fronte dei fanciulli.


Molto spesso i rapaci,

Lanciando grandi grida di gioia,

Col becco hanno straziato il mio cuore,

Ma io ho purificato la mia anima

Con la dolcezza di una donna

E l’umiltà di un pescatore.


Ho cercato, malgrado la tormenta,

La dalia azzurra, il fiore che canta,

Lontano dagli invidiosi, lontano dai malvagi;

Ho voluto rifarmi una vita

Pura come una sinfonia,

bianca come le colombe.


Aspiro durante la battaglia,

Mentre sibila la mitraglia,

Alla dolce pace, all’alba, al giorno,

Senz’altra feroce ambizione

Che di poter baciare la bocca

in cui nascano parole d’amore.


Aborro la guerra, e sogno

Lontani secoli in cui la spada

Avrà la forma di una falce;

In cui la gloria avrà palme

Solo per gli eroi forti e calmi

Che trasformano in bene i nostri mali;


E invoco l’ora cerulea

In cui gli uomini, sacra schiera,

Col latte, col miele,

Vestiti di tuniche bianche,

Celebreranno sotto i rami,

la quiete universale.



III


I nostri vincitori dicevano: «Soffochiamo

Il clamore di questi scontenti!

Per essere felici, epuriamo la terra

Da questi furfanti, da questi briganti!

Si è mai mai visto un popolo simile?

Piangono, urlano e fanno il diavolo a quattro

Perché crepano un po’ di fame?

Recalcitrano! Ci rimproverano

Di rimpinzarci di brioche

Mentre loro non hanno neanche un tozzo di pane?


«Quei propositi sono intollerabili!

Domiamo questi afflitti ribelli!

Tra noi e questi miserabili

Mettiamo l’immensità dei mari!

La loro voce talvolta ci sveglia

E si leva nell’alba vermiglia,

Cacciando i nostri sogni sgomenti!

Prigioni galleggianti, perdetevi nella nebbia!

Via! E annegate nella schiuma

Il grido di quei disperati!


«Vogliamo sbarazzarci

Della torba di chi ci invidia:

Bisogna distruggere questa razza

Che vorrebbe vivere come noi!

Tagliamone le mani, cuciamone le bocche,

Bandiamo quegli uomini feroci

Che, perfino in punto di morte,

Sognano ancora aspre rivincite,

E lasciamo ai bianchi gabbiani

La cura di seppellirli!


Non si sono messi in testa

Che avevano diritto come i nostri figli

Ai frutti purpurei, ai fiori nuovi,

E nelle loro sfide non hanno

Proclamato il lavoro augusto,

la speculazione vile, la rendita ingiusta?

Volevano perfino, gli idioti,

Nelle loro stupefacenti dottrine,

Che indurissimo le nostre delicate mani

Sul manico dei loro attrezzi.


«E allora! Via! nessuna grazia!

Dio, su cui noi facciamo affidamento

Fa seguire il ricco che passa

Da profumi e raggi lucenti!

Lo vuole Dio! La sua creatura,

Domani polvere e marciume,

Può solo adorare i suoi decreti!

E spetta a noi stessi

Soffocare le audaci bestemmie

Che lanciano i loro desideri indiscreti!


«Noi siamo gli eletti, i padroni!

Siamo i predestinati!

E Dio ha subordinato a noi tutti gli esseri,

Ancor prima che fossimo nati!

A noi gli uomini e le cose!

Il cielo dorato! l’odore delle rose!

Il bosco dove folleggiano i venti!

L’ingenuo sguardo fiammeggiante

Ed il bacio leggero delle donne

Nella tenerezza della primavera!


«Ci troviamo bene così;

Charette ha dei giovani sciocchi

Che fucileranno centomila uomini

Per concederci l’ordine e la pace.

Squillate trombe! Suonate cimbali!

Viva la logica dei proiettili!

Nulla convince meglio un ammutinato!

Chiamiamo i soldati del papa,

E facciamo uscire da una botola

Tutte le spie di Valentin!


«Soprattutto non risparmiate le donne;

Non graziate i bambini;

Ci possono essere grandi anime

Nel petto di un dodicenne!

Senza timore che un borghese protesti,

Potrete fare un massacro

Come nei sogni di Bonaparte!

Fate a pezzi quelle bande scellerate!...

Se sopravvive qualche democratico,

C’è sempre Nuka-Hiva!».



IV


O rivoluzione! ti avevamo dimenticato,

Tu ci hai giustamente punito!

Per il popolo sconfitto, per la Francia legata

Al carro del vincitore tedesco,

Per la mente umana fumante e schiacciata

Sui neri muri di [via] Transnonain,

Per aprile e per giugno, per i morti che affligge

L’oblio sotto il cielo africano.

Per le reazioni e per le ecatombi,

Per i nostri diritti a morte condannati,

Per dicembre che volteggia sulle tombe

Dei nostri fratelli assassinati,

Per Blidah, per Cayenna e l’indicibile orrore

Delle lugubri galere sull’acqua,

Dovevamo a quegli straccioni la giustizia impassibile,

La ghigliottina e il boia!...

O rivoluzione! Ho visto il tuo volto austero

Su cui divampava l’indignazione!

Gridavi: «Forza! Battete la terra coi piedi!

Fate uscire la forca!

«C’è una guerra senza tregua tra voi e questi buffoni,

Non l’avete imparato ancora?

No, non basta marchiare le loro spalle!

Niente galera e basta disprezzo;

La morte!... o il condannato evade e ricomincia!

La pietà non è più adeguata!

Chiedete al passato quanto vale la clemenza!

Oh popolo, ascolta la ragione!

Va nel cimitero in cui sono i tuoi padri

Con una pallottola nel cuore,

Lascia parlare quelle voci severe nel loro furore

E dai a quei morti un vendicatore!...»


Ma il sentimentalismo ha perduto questa razza,

Per questo secolo tutto è innocente!

Nessuno ricorda che «tu vuoi essere abbracciato

Da braccia rosse di sangue!»

Si son salvati i banditi, si è predicata l’indulgenza,

Agli straccioni impauriti è stato detto

che facendosi piccoli si ammutolivano per l’emergenza:

«Dimentichiamo i vostri vecchi peccati!

Oh Dio! state tranquilli, cari briganti!

Siete solo degli sconfitti!

Non vi torceremo neanche un capello in testa,

Non sottrarremo un obolo dai vostri scudi!»

E quanto detto fu fatto: gli assassini, i traditori

E i ladri di grosso calibro

Respirarono: borghesi, ricconi, nobili e preti

Strizzarono l’occhio con aria maligna.

Oggi questi furfanti, col sangue fino alle caviglie

Se la ridono d’un riso stupido e greve,

E grazie al vino gaudente e ai baci delle fanciulle

Deridono le loro paure di ieri;

Oggi a Parigi, sul selciato delle strade,

Calpestano i nostri morti coi loro piedi:

I padri mitragliati, le madri scomparse,

Nelle loro culle macchiate di sangue,

Gli orfanelli, alzando la mano, chiedono grazia

Agli assassini trionfanti!...

Quale minaccia costituiscono per l’avvenire

Le mani di queste piccole creature;

Più tardi pronunceranno con le loro bocche amare

I cadaveri insanguinati,

La parola d’ordine fuori dalle fosse dischiuse,

Il cupo richiamo dei trasportati,

No! O trionfatori da macello, no infami

No, non dubitatene!

Verrà presto il giorno in cui i bambini, le donne

Le mani fragili, le braccia piccole,

Si armeranno ancora senza paura delle fucilate

E senza rispetto per i vostri cannoni!

I deboli, senza impallidire, andranno sulle barricate;

I piccoli saranno le nostre trombe!

Su un fronte di battaglia ampio e terrificante

La rivolta si risolleverà;

Ed uscendo dal selciato per suonarci la carica,

Lo spettro del Maggio parlerà...

Non si tratterà più allora, straccioni ipocriti,

Di fucilare cupamente

Delle spie abiette, degli oscuri gesuiti

Canonizzati all’istante;

Non si tratterà più di bruciare tre tuguri

Per difendere interi quartieri;

Basta ambigue esitazioni! basta equivoci!

Borghese, morirai del tutto!

La conciliazione, vigliacco, l’hai ammazzata!

Le tue grida non ti salveranno!

Vomiterai l’anima al crimine abituata

Invocando Thiers e Giuda!

Noi ti portavamo la pace e tu hai voluto la guerra,

Ebbene! meglio così!

Questa insurrezione sarà l’ultima

Fonderemo il nostro ordine!

No, non rimarrà nulla di questi celebri furfanti,

Il loro mondo svanirà,

E tu, il cui occhio ci segue attraverso le nostre tenebre,

Noi ti invocheremo, o Marat!

Tu solo avevi ragione: perché il popolo raggiunga

Questo porto inafferrabile,

Occorre un grande giorno di feroce giustizia,

Senza odio e senza amore,

La cui voce terrificante al di sopra della tempesta

Parli con serenità,

E la cui mano tranquilla sollevi al cielo la testa

di Prud’homme decapitato!



* Il terzo mese di primavera (20/21 maggio – 18/19 giugno)


[Bruxelles, agosto – Londra, settembre 1871]