#author Eugène Vermersch #title Gli incendiari #topics Miraggi #pubdate 2019-05-03 #lang it #cover g-i-59916c3800876ef269940c7860549ecf809a2971-m-jpg.jpg
Arrivato a Parigi verso il 1863 per studiare medicina, Eugène Vermersch (1845-1878) preferisce dedicarsi ad una vita bohémienne. Diventa giornalista e poeta, legandosi d’amicizia prima con Verlaine e successivamente con Rimbaud. Collabora a vari giornali, fra cui Le Cri du Peuple di Jules Vallès. Nel marzo 1871, assieme a Veuillaume ed Humbert, fonda Le Père Duchesne (dopo Le Cri du Peuple, il giornale più letto durante la Comune di Parigi). Nel corso del suo esilio a Londra pubblica nel novembre 1871 il poema Les Incendiaires – «un capolavoro, grande poema di un comunardo», secondo Bernard Noël; «il più bel poema mai scritto sulla Comune», secondo Tristan Rémy. Poi, la miseria materiale e le feroci polemiche che caratterizzano gli ambienti dell’esilio lo conducono alla disperazione, alla malattia, alla morte. Blanquista assai poco rispettoso dei capi del blanquismo, Vermersch al suo arrivo a Londra aderisce alla sezione federalista francese dell’Internazionale (quella libertaria). Dopo la fine della Comune, da Les Incendiaires fino alla morte, Vermersch si scaglierà ripetutamente contro il peggior errore dei rivoluzionari: la voglia di conciliazione, di ottenere una «fraternità impossibile» con i propri nemici attraverso una «misericordia stupida».

I
Parigi divampa nella notte feroce e oscura Il cielo è pieno di sangue, si brucia la Storia, Teatri e conventi, alberghi, castelli, palazzi Che videro i Fleurys dopo i Triboulets, Si dibattono tra turbinii di fiamme Ondeggianti su Parigi come stendardi D’un popolo che si vendica in punto di morte. Il fuoco di porpora ed oro sale come un sospiro Verso gli appartamenti segreti delle Tuileries, Lambisce i soffitti dipinti e le stanze fiorite, Divorandone, in fondo a camere da letto stellate, Preziosi mobili, portagioie cesellati, Lacche, quadri e bianche statue Il cui orgoglio virginale gonfia i petti nudi, Mostra nella notte al mondo spaventato Come cade Parigi nella sua fierezza avviluppata. Pesante ammasso di fatti oscuri puntellato, Anche il Louvre divampa e crolla in macerie Con le sue mura di marmo e le sue porte di bronzo L’antro in cui ancora s’aggirava l’ombra di Mazzarino, E che fremette il giorno in cui alla voce di Camille Il popolo decise di prender la Bastiglia, Il palazzo di Philippe-Égalité non c’è più. Quei pezzi di muro anneriti, quegli ignoti detriti, Quelle pietre per terra, erano le Finanze. Quell’edificio leggero dove, sullo sfondo delle danze, Delle coppe, dei baci, dei giuramenti d’amore, Il traditore Salm vendeva la Francia ai tedeschi, E che più tardi consacrò il respiro di Corinne, La Legion d’Onore non è che una rovina. Il Palazzo di Giustizia e l’Hotel di Piétri, E la Conciergerie dove Damiens straziato, Robespierre, Vergniaud e quelli di La Rochelle Comparivano, attorno alla Sainte-Chapelle, Come tre fiaccole sacre e sovrumane, Bruciano assieme agli occhi degli assassini inorriditi. Quella fiaccola, laggiù, giallastra e violetta, Che ondeggia nel vento, erano i moli di la Villette. Più vicina, è la Corte dei Conti a contorcersi In una feroce fiammata che la morde, E che correndo ne fa a pezzi i pilastri, i tetti E la biblioteca dove larve impure Dormivano sui registri del mondo imperiale; Più in là, l’uragano vendicatore di Pratile* Ha scatenato sui Gobelins la tempesta: Il raso di seta già pronto disteso sui telai Si scioglie arricciandosi come i capelli d’un bambino. L’incendio è dovunque, immenso, trionfante; Danza sul tetto e s’inerpica in cantina; Chiazze di piombo colano come lava, E si spandono sui selciati neri in fiotti d’argento. Allora, d’un tratto, si leva un gigantesco fuoco Emergendo dal ventre della città impaurita, Il grande orrore del cannone e della mina Manda in aria con le sue esplosioni interi quartieri, Le mura si sgretolano e cadono al suolo Con lungo muggito di tuono, Voci, lacrime, rumori sotterranei, grida di guerra, E si slancia verso le stelle sorprese La grande anima della città che era Parigi: Implacabile la fiamma cinge l’Hôtel-de-ville! O ricordi! Storia eroica o servile! O Maison aux Piliers! Grande Etienne Marcel! Consiglio dei Sedici! Lega! O silenzio crudele Che ha imbavagliato Parigi per due secoli! Comune dove, per far avvizzire le teste coronate, Simile al suono del vento sul mare scatenato, La foga di Danton copriva la voce di Hébert! Balconata che ha visto la Francia oltraggiata o venduta Per tre volte acclamare la libertà ottenuta! Già Ottantanove coi suoi nastri verdi, Una bella sera di luglio, per il vecchio Universo Vi salì a proclamare il tuo verbo, o Repubblica! È da là che più tardi l’epico Popolaccio Vide all’orizzonte pieno di risate e di voci Il passato che fuggiva nella carrozza reale! Ecco dove ha spezzato la sua catena imperiale! Ecco dove ha affermato la forza comunale! O dedizioni! fierezze! glorie! crolli! O sangue del popolo! Ossa degli antenati! Secoli dormienti! Parigi è morta! E la sua coscienza inabissata Svanisce per sempre nel fumo!... Ebbene! quando l’orribile incendio trionfò, Una voce nel mio cuore gridava: Hanno fatto bene!

II
Eppure sono amico delle rose E bacio le loro labbra chiuse Attraverso le lacrime del mattino; Sono ben noto alle api Che seguono sui fiori vermigli Le grandi farfalle di seta.
Verso il ritorno delle rondini Tutti i miei sogni sbattono le ali E volteggiano nel cielo azzurro; Viaggiano, legione bianca, Nei chiarori che l’alba spande, E nel delizioso oblio.
Ben venga luglio, devo andare Nei boschi dove gironzola la quaglia, Nei profumi, nelle canzoni; Non ritrovo più la mia strada, E come sola bussola ascolto allora L’uccello nascosto tra i cespugli.
Perso nel tranquillo dirupo, Provo una indicibile felicità Nel non sapere più dove sono; L’odore selvaggio della brughiera Mi incantava, e nelle radure Ho dormito per molte notti.
Nulla nella mia anima mormora Contro i rovi dove sanguina La mora, o contro l’orgoglio dei gigli; Perdono le loro chiacchiere Ai petulanti merli selvatici Nelle foglie sepolte.
Passo alle rose le loro acconciature, E l’ametista alle violette, Ed il topazio alle lucciole, Ai fagiani d’oro il loro lusso singolare, All’oriolo la seta arancione Con cui accendono i loro affascinanti colli.
Non perdo le staffe Se la fonte che, nelle rocce, Borbotta un perpetuo balbettio, Proprio come gli occhi della donna in cui un tempo s’immergeva la mia anima, Riflette lo splendore del cielo.
Le belle serate autunnali, al vespro, Quando vedo i grappoli purpurei Inseguiti da un raggio di luna! Concedo ai golosi usignoli Che parlano fiammingo Un giorno di festa, a mezzanotte.
Celo la mia anima serena Quando luccicano occhi in cui l’odio E il crimine sono trionfanti, E le mie illusioni perdute placano le loro labbra commosse Sulla casta fronte dei fanciulli.
Molto spesso i rapaci, Lanciando grandi grida di gioia, Col becco hanno straziato il mio cuore, Ma io ho purificato la mia anima Con la dolcezza di una donna E l’umiltà di un pescatore.
Ho cercato, malgrado la tormenta, La dalia azzurra, il fiore che canta, Lontano dagli invidiosi, lontano dai malvagi; Ho voluto rifarmi una vita Pura come una sinfonia, bianca come le colombe.
Aspiro durante la battaglia, Mentre sibila la mitraglia, Alla dolce pace, all’alba, al giorno, Senz’altra feroce ambizione Che di poter baciare la bocca in cui nascano parole d’amore.
Aborro la guerra, e sogno Lontani secoli in cui la spada Avrà la forma di una falce; In cui la gloria avrà palme Solo per gli eroi forti e calmi Che trasformano in bene i nostri mali;
E invoco l’ora cerulea In cui gli uomini, sacra schiera, Col latte, col miele, Vestiti di tuniche bianche, Celebreranno sotto i rami, la quiete universale.

III
I nostri vincitori dicevano: «Soffochiamo Il clamore di questi scontenti! Per essere felici, epuriamo la terra Da questi furfanti, da questi briganti! Si è mai mai visto un popolo simile? Piangono, urlano e fanno il diavolo a quattro Perché crepano un po’ di fame? Recalcitrano! Ci rimproverano Di rimpinzarci di brioche Mentre loro non hanno neanche un tozzo di pane?
«Quei propositi sono intollerabili! Domiamo questi afflitti ribelli! Tra noi e questi miserabili Mettiamo l’immensità dei mari! La loro voce talvolta ci sveglia E si leva nell’alba vermiglia, Cacciando i nostri sogni sgomenti! Prigioni galleggianti, perdetevi nella nebbia! Via! E annegate nella schiuma Il grido di quei disperati!
«Vogliamo sbarazzarci Della torba di chi ci invidia: Bisogna distruggere questa razza Che vorrebbe vivere come noi! Tagliamone le mani, cuciamone le bocche, Bandiamo quegli uomini feroci Che, perfino in punto di morte, Sognano ancora aspre rivincite, E lasciamo ai bianchi gabbiani La cura di seppellirli!
Non si sono messi in testa Che avevano diritto come i nostri figli Ai frutti purpurei, ai fiori nuovi, E nelle loro sfide non hanno Proclamato il lavoro augusto, la speculazione vile, la rendita ingiusta? Volevano perfino, gli idioti, Nelle loro stupefacenti dottrine, Che indurissimo le nostre delicate mani Sul manico dei loro attrezzi.
«E allora! Via! nessuna grazia! Dio, su cui noi facciamo affidamento Fa seguire il ricco che passa Da profumi e raggi lucenti! Lo vuole Dio! La sua creatura, Domani polvere e marciume, Può solo adorare i suoi decreti! E spetta a noi stessi Soffocare le audaci bestemmie Che lanciano i loro desideri indiscreti!
«Noi siamo gli eletti, i padroni! Siamo i predestinati! E Dio ha subordinato a noi tutti gli esseri, Ancor prima che fossimo nati! A noi gli uomini e le cose! Il cielo dorato! l’odore delle rose! Il bosco dove folleggiano i venti! L’ingenuo sguardo fiammeggiante Ed il bacio leggero delle donne Nella tenerezza della primavera!
«Ci troviamo bene così; Charette ha dei giovani sciocchi Che fucileranno centomila uomini Per concederci l’ordine e la pace. Squillate trombe! Suonate cimbali! Viva la logica dei proiettili! Nulla convince meglio un ammutinato! Chiamiamo i soldati del papa, E facciamo uscire da una botola Tutte le spie di Valentin!
«Soprattutto non risparmiate le donne; Non graziate i bambini; Ci possono essere grandi anime Nel petto di un dodicenne! Senza timore che un borghese protesti, Potrete fare un massacro Come nei sogni di Bonaparte! Fate a pezzi quelle bande scellerate!... Se sopravvive qualche democratico, C’è sempre Nuka-Hiva!».

IV
O rivoluzione! ti avevamo dimenticato, Tu ci hai giustamente punito! Per il popolo sconfitto, per la Francia legata Al carro del vincitore tedesco, Per la mente umana fumante e schiacciata Sui neri muri di [via] Transnonain, Per aprile e per giugno, per i morti che affligge L’oblio sotto il cielo africano. Per le reazioni e per le ecatombi, Per i nostri diritti a morte condannati, Per dicembre che volteggia sulle tombe Dei nostri fratelli assassinati, Per Blidah, per Cayenna e l’indicibile orrore Delle lugubri galere sull’acqua, Dovevamo a quegli straccioni la giustizia impassibile, La ghigliottina e il boia!... O rivoluzione! Ho visto il tuo volto austero Su cui divampava l’indignazione! Gridavi: «Forza! Battete la terra coi piedi! Fate uscire la forca! «C’è una guerra senza tregua tra voi e questi buffoni, Non l’avete imparato ancora? No, non basta marchiare le loro spalle! Niente galera e basta disprezzo; La morte!... o il condannato evade e ricomincia! La pietà non è più adeguata! Chiedete al passato quanto vale la clemenza! Oh popolo, ascolta la ragione! Va nel cimitero in cui sono i tuoi padri Con una pallottola nel cuore, Lascia parlare quelle voci severe nel loro furore E dai a quei morti un vendicatore!...»
Ma il sentimentalismo ha perduto questa razza, Per questo secolo tutto è innocente! Nessuno ricorda che «tu vuoi essere abbracciato Da braccia rosse di sangue!» Si son salvati i banditi, si è predicata l’indulgenza, Agli straccioni impauriti è stato detto che facendosi piccoli si ammutolivano per l’emergenza: «Dimentichiamo i vostri vecchi peccati! Oh Dio! state tranquilli, cari briganti! Siete solo degli sconfitti! Non vi torceremo neanche un capello in testa, Non sottrarremo un obolo dai vostri scudi!» E quanto detto fu fatto: gli assassini, i traditori E i ladri di grosso calibro Respirarono: borghesi, ricconi, nobili e preti Strizzarono l’occhio con aria maligna. Oggi questi furfanti, col sangue fino alle caviglie Se la ridono d’un riso stupido e greve, E grazie al vino gaudente e ai baci delle fanciulle Deridono le loro paure di ieri; Oggi a Parigi, sul selciato delle strade, Calpestano i nostri morti coi loro piedi: I padri mitragliati, le madri scomparse, Nelle loro culle macchiate di sangue, Gli orfanelli, alzando la mano, chiedono grazia Agli assassini trionfanti!... Quale minaccia costituiscono per l’avvenire Le mani di queste piccole creature; Più tardi pronunceranno con le loro bocche amare I cadaveri insanguinati, La parola d’ordine fuori dalle fosse dischiuse, Il cupo richiamo dei trasportati, No! O trionfatori da macello, no infami No, non dubitatene! Verrà presto il giorno in cui i bambini, le donne Le mani fragili, le braccia piccole, Si armeranno ancora senza paura delle fucilate E senza rispetto per i vostri cannoni! I deboli, senza impallidire, andranno sulle barricate; I piccoli saranno le nostre trombe! Su un fronte di battaglia ampio e terrificante La rivolta si risolleverà; Ed uscendo dal selciato per suonarci la carica, Lo spettro del Maggio parlerà... Non si tratterà più allora, straccioni ipocriti, Di fucilare cupamente Delle spie abiette, degli oscuri gesuiti Canonizzati all’istante; Non si tratterà più di bruciare tre tuguri Per difendere interi quartieri; Basta ambigue esitazioni! basta equivoci! Borghese, morirai del tutto! La conciliazione, vigliacco, l’hai ammazzata! Le tue grida non ti salveranno! Vomiterai l’anima al crimine abituata Invocando Thiers e Giuda! Noi ti portavamo la pace e tu hai voluto la guerra, Ebbene! meglio così! Questa insurrezione sarà l’ultima Fonderemo il nostro ordine! No, non rimarrà nulla di questi celebri furfanti, Il loro mondo svanirà, E tu, il cui occhio ci segue attraverso le nostre tenebre, Noi ti invocheremo, o Marat! Tu solo avevi ragione: perché il popolo raggiunga Questo porto inafferrabile, Occorre un grande giorno di feroce giustizia, Senza odio e senza amore, La cui voce terrificante al di sopra della tempesta Parli con serenità, E la cui mano tranquilla sollevi al cielo la testa di Prud’homme decapitato!

* Il terzo mese di primavera (20/21 maggio – 18/19 giugno)
[Bruxelles, agosto – Londra, settembre 1871]