#author Lajos Kassák #title Il cavallo muore e... #topics Miraggi #pubdate 2017-10-30 #lang it #cover i-c-copia-di-k2-jpg.jpg Lajos Kassak (1887-1967), nato in terra slovena sotto il dominio del regno austro-ungarico, inizia a lavorare come fabbro all’età di undici anni. Nel 1909 un viaggio a piedi fino a Parigi gli fa scoprire l’arte e la poesia. La sua mancanza di istruzione scolastica non gli impedisce di sviluppare un proprio pensiero caratterizzato da una forte personalità, finendo col diventare la figura di punta dell’avanguardia ungherese. Nel 1915, prendendo spunto dalle riviste espressioniste tedesche che mescolavano assieme critica sociale ed espressione artistica, fonda la rivista A Tett (L’Azione) che da un lato farà scoprire al pubblico magiaro Apollinaire e Marinetti, e dall’altro farà infuriare le autorità per gli articoli libertari e antimilitaristi. Messa al bando A Tett nell’ottobre del 1916, un mese dopo Kassak crea una nuova rivista, Ma (Oggi), che questa volta verrà bandita dalla Repubblica dei Consigli di Budapest perché contraria all’arte di propaganda. Costretto all’esilio nel 1920 dopo un breve soggiorno in carcere, Kassak raggiunge Vienna dove potrà proseguire la propria opera artistica — sempre legata ad una visione di classe, ma mai messa al servizio di qualsivoglia partito — unendosi ai costruttivisti. «Distruggi, così puoi creare. Crea, così puoi vincere» era il suo motto. Qui presentiamo il suo più celebre poema, pubblicato all’inizio degli anni 20.

***
Allora il tempo nitrì ossia modo di pappagallo aprì le ali dico porta rossa aperta con la mia amante a cui diamanti neri erano murati nel volto e trascinava 3 bambini per disperazione sedevamo sotto i camini delle fabbriche sapevamo domani le linee curve su issa su issa diceva domani te ne vai Kasacchino ed io mi disseccherò sui soppalchi e nelle croste del signor Nadler (1) certo certo il padreterno si dimentica delle belle donne già veniva lo scultore in legno mezzo-cristo era giovane e puzzava maledettamente di giustizia domani avremo passato il confine già sì già sì certo certo la città ci galoppava vicino girava qua e là e talvolta s’impennava vedevo il cappello storto di mio padre mentre nuotava sopra il vetro smerigliato dalla farmacia alla statua della trinità e ritorno una volta il vecchio credeva che a 21 anni sarei stato cappellano nella parrocchia della mia città ma esattamente 10 anni prima mangiavo il fumo nella officina del fabbro signor Sporni ormai il vecchio tornava di rado a casa più tardi si bevve il mio bel futuro sognato e lo pisciò con la birra s’innamorò di una vecchia sguattera perse i capelli e faceva amicizia solo con gli zingari 25 aprile 1907 mi preparavo per andare a Parigi a piedi con lo scultore la cittadina sedeva nella pozza e suonava la fisarmonica io ti tolgo la mia protezione oh San Cristoforo non sarai il figlio di tuo padre un ubriaco piangeva lacrime di coccodrillo si appoggiava al muro dell’albergo del Leone d’Oro sentivo che tutto era finito mi attraversò un binario rosso e nei campanili suonavano le campane colombe facevano capriole sopra i tetti anzi per meglio dire galoppavano sul carro del sole la nuova campana dei francescani quasi cantava chi si prepara a dormire lucidi le sbarre di piombo le ore passavano spettrali su bianchi cani da pastore sentivo che tutto era finito osti e merciai chiudevano le botteghe torna torna dai tuoi figli amico mio le ruote non si voltavano più indietro l’uomo perde i denti da latte e guarda nel nulla dove la vita si morde la coda nel nulla oh giramarri Oh lebbli Oh BUm BUmm (2) e la nave andava con noi lemme lemme come donna gravida e dietro di noi qualcuno chiuse le quinte quella fu la prima giornata tagliata in croce nella mia vita ardevano in me le fiaccole e cose senza fondo pappagallo (2) oh fumigo pappagallo sulle rive stridevano uccelli di rame in gruppi di venti sugli alberi altalenavano impiccati e stridevano anch’essi come galli solo talvolta dal fondo dell’acqua guardavano verso di noi cadaveri fattisi seri ma avevamo 21 anni allo scultore spuntavano brutti peli rosa dal mento ma per il resto si viveva bene solo in mezzo al ventre stringevamo invano le viti i buoi sempre di nuovo s’incamminavano per il campo arato e talvolta stentavamo a strapparci gli occhi dalle caviglie delle ragazze in quei casi gridavano in me i piatti turchi a Vienna dormimmo sulla strada per 3 giorni poi ci svitammo definitivamente fuori di noi stessi già cosa vuol dire civiltà ci si unge di qualche smalto e si comincia ad aborrire i pidocchi cosa vuol dire legami familiari ci si allunga con un nastro di seta il cordone ombelicale cosa vuol dire timordidio si comincia con l’aver paura per non aver paura noi c’inchiodammo le strade sulle piante dei piedi e il sole veniva con noi nello spazio su aurei piedi di miglia credetemi l’elefante non è più grande di una pulce e il rosso non è più rosso del bianco e se ciò malgrado noi andavamo avanti cameralogos (2) se facciamo un bilancio tanto siamo noi ad avere la peggio e allora ci si aprivano gli occhi e fummo profondi come gli oscuri pozzi dei paesi minerari e andavamo andavamo 13 angeli ci precedevano a piedi anch’essi e ci cantavano della nostra giovinezza eravamo già dei vagabondi tipici con pulci educate sotto le ascelle amavamo la frutta caduta nel fosso il latte cagliato e la cassa d’assistenza delle comunità ebraiche (3) e di qua e di là venivano verso di noi i fratelli con tutte le varie lingue del mondo e con facce straordinarie color mattone ognuno aveva un suo odore speciale e qualcuno era piallato dai chilometri e qualcun altro aveva ancora sulla bocca il latte della tetta della mamma le strade giacevano sotto di noi con imbottite bianche i fili del telegrafo si stringevano e scrivevano cabale sul cielo la sera vedevamo come s’aprivano i fiori tra le gambe delle donne ma noi eravamo vegetariani e antifemministi e ci spingemmo oltre Passau Aquisgrana Anversa lo scultore si fece magro come uno stecco e la sua barba si fece tutta rossa a me crescevano in testa versi e boschi intricati sui fiumi di luce i ratti passarono due volte davanti a noi su grandi chiatte ornate di bottoni da calzoni e uova d’uccelli negli uffici postali mi aspettavano le lettere della mia mante ma sapevo che i pidocchi si muovono soprattutto la notte quindi lavoravo sui miei versi che mi uscivano dalla testa come pecore dal manto d’oro non c’è dubbio che quelle sono le bestie più sprovvedute ma se qualcuno si mette la lavagna dietro l’orecchio le saracinesche cadono spaventate ecco la nostra vita ad ogni stazione i doganieri ci battono un timbro sul cuore ma noi nuotiamo sempre avanti verso l’alba certo sarebbe meglio se tutti facessero commercio di carrube e caramelle per i bambini dividetevi il mondo in cui vivete per noi è facile facciamo ogni giorno 50 chilometri per uscirne nelle gallerie sui crinali dei monti e in taciti boschi tedeschi sentiamo l’odore del letame fresco sui campi e talvolta i monti si voltano e gli alberi suonano la chitarra nel vento dopo tutto gli alberi sono fanciulle gravide si parlano sotto voce e dicono così: se lui se ne va io m’ammazzo ieri tutto il giorno ho orlato con filo d’oro le fasce lo chiamerò angeletto e gli appenderò sulle orecchie ciliegie di diamante oppure dicono semplicemente: tutti gli uomini sono cani zoppi i monti sono ormai tutti piegati sopra di noi mentre il serpente gigante inghiottisce il sole senza scrupoli alla fin fine io sarò poeta basterà tirare fino in fondo le raganelle tanto più che tutto il male viene dalla sbadataggine della signorina Anna ieri ho mandato due poesie all’«Ungheria Indipendente» e finimmo un’altra volta a Stuttgart sedemmo alla tavola dei mendicanti mangiammo pizze con la marmellata e il cuore di un contadino stiriano splendeva dalle travi nel cortile della casa accanto l’ESERCITO DELLA SALVEZZA faceva messa flauti e clarinetti stridevano sotto le stelle vedevamo le gialle civette di vetro mentre si piegavano sopra le giovani madri oh agnello di dio che togli i peccati del mondo nello scultore in legno tornava ad agitarsi il mezzo-cristo e voleva parlare a tutti i costi chiudi il becco urlava il contadino stiriano ci mise sotto il naso il cuore vedete è trafitto con 7 pugnali rugginosi sono le 7 menzogne della mia amante in me fratellini guardate quell’orlo verde sul lato destro fratellini è l’ultima morsicatura del mio padrone ho 26 anni e la mia vita era pura come rugiada mattutina d’inverno pulivo la neve davanti alla casa d’estate mietevo il grano pieno eh eh il destino dell’uomo è come tutti tenevano gli occhi aperti e dietro i muri noi vedevamo come il mondo volta gabbana budapest-parigi-berlino-camciatka-pietroburgo lo scultore era ormai ubriaco e dai suoi occhi scorreva la tristezza come da canali le grida si volgevano sempre più verso i poli per spegnere le loro micce giurate che crederete ormai solo nella virtù magica dei legacci delle mutande dissi in modo inaspettato e vedevo come la mia voce giungeva dal cortile vicino io sono un poeta debbo dunque sapere che i lumi ardono bene perché due volte turatamo (2) e sono pieni di petrolio ero proprio disperato avrei voluto dare qualche cosa a quella povera gente ma le stelle avevano ormai lasciato i loro posti di guardia i 13 angeli dormono evidentemente a bocca aperta sui gradini del soffitto dio mio le cimici scendono dai muri in rosse schiere si mettano tutti del sale sulla punta del naso ecco come è breve la vita ma noi diventeremo gatti maschi sui muri ciechi di Parigi ninna nanna bimba bella ci si addormenta così si fanno orizzontali le verticali e viceversa i bimbi d’inchiostro uscirono dal cielo passiamo il giardino insieme sulla riva di là Maria fa dormire suo figlio chiudano tutti quanti i chiavistelli sopra il cervello per terra i miei ricordi fosforescevano in pozze gialle pozze gialle negli angoli si aprirono i sacchi da montagna e si misero ad abbaiare come pazzi come Maria suo figlio io cullavo tutto il giardino nel mio grembo e più sotto ecco gli scaccini della comunità ebraica coi loro 1 ½ marchi (3) sospiri si vetrificano fiori fioriscono oh dunque ci sei anche tu tu ed io su di te io lega dunque su di me le tue ginocchia mia piccola donna salamandra d’argento pappagallo gala sulla mia vita albero da frutto stella strappata ohimè ohimè stringano tutti i tappi di vetro le ore sono uscite dalle loro gabbie di stelle e con i loro grandi nasi di sughero gli elefanti si sono volti ad oriente la prima voce che udii fu l’urlo di un grammofono dalle periferie quel mattino lo scultore non ebbe la forza d’alzarsi creperò piangeva lo scultore creperò la regina dei pitocchi stava sopra la sua testa con un grandissimo mastello dall’orologio uscì il cucù dalla testa di osso e s’inchinò umilmente creperò piangeva lo scultore creperò e tutti videro la morte mentre attraversò due volte la camera ma perché dovresti andartene fratello perché non hai ancora ricondotto il gregge dai campi non hai ancora acceso le lampade nei tuoi capelli gialli ed anche i serpenti dormono nei tuoi occhi oh non badare alla brutta caffettiera che ha morso l’ombelico della serva ed ora giacciono tutti e due in stato di gravidanza creperò strideva lo scultore creperò e le case si piegavano con lungo ritmo verso la chiesa un puledro falbo entrò nella finestra con la testa e nitrì chi vuole comperare il mio cappotto dissi anch’io 5 corone nessuno dà più di 5 corone e all’improvviso tutte le strade corsero giù dai monti e dunque andare ancora andare da allora non vidi più il povero scultore eppure eravamo amiconi e tutte le sere la sua barba ardeva dinnanzi a me come il roveto per 2 settimane vagabondai da solo ero triste come un vecchio somaro e ad ogni pozzanghera mi lavavo la testa avrei voluto lavare dalla mia testa i ricordi che si erano terribilmente sedimentati e agitavano bandiere nere verso le rive ma non so più verso quali rive e sentivo di essere un fiume impetuoso e di avere rive con palme striminzite e verdi ramarri perché in quel tempo ero ormai poeta inoperabilmente avevo una corrispondenza regolare con la mia amante e sapevo che bastava aprirmi il petto e dal mio cuore sarebbe colato oro puro se solo questi contadini belgi non fossero tanto sporchi questi animali sciovinisti non sanno nulla delle cose del mondo inutile che io stia dinnanzi a loro non ce n’è uno che veda la stella sulla mia fronte io ero come i 7 orfani eppure fu lì che si toccarono in me le linee curve fu lì che incontrai szittya (4) che veniva da zurigo e si preparava ad andare in cile per fondarvi una religione io ero convinto che sarebbe diventato davvero un pezzo grosso aveva le orecchie curiosamente luride giacevamo sulla riva del porto di anversa e lui fece una concione alle balle di cotone e ai barili di pece cittadini cantava cittadini i conigli sono le galline più prolifiche e i mulini mettono di soppiatto nel grano dei denti di ratto eppure macinano e questo non accade senza ragione di che cosa avete paura disgraziati i miei verbi arsero già nei fiori sui campi crepino tutti quelli che riconoscono la necessità dei punti d’appoggio domattina noi partiremo verso l’osteria di dio nella mia povera mente si aprirono i gigli eh sì domattina partiamo verso l’osteria di dio berremo le lacrime di Cristo nella catapecchia di paglia e liquore di prugna oh ma nel destino di ogni brava persona finisce col cadere almeno un coccodrillo e lui che veniva dall’ostello di Zurigo e si preparava ad andare nel cile per fondare una religione si prese quella notte lo scolo nel bordello da marinai della rue de rivoli i castelli di carta caddero senza rumore crebbero intorno a noi steccati come li vediamo nello zoo ancora 21 volte io grido di seguito al cielo: latabagomar oh talatta latabagomar e finfi (2) i dischi continuavano a girare ininterrottamente. bisognerebbe segare le mani nere degli artigiani i falegnami tolgono dal legno tutti i nodi e i fabbri non sanno mettere al loro posto i chiavistelli e un bel giorno la nostra gabbia crollerà per questo vedete anche Isabella ha perduto uno dei suoi guanti oh ma chi mai può avere cura di noi poveri treocchi sopra le case gli uccelli volarono sferragliando verso altri paesi szittya dimenticò nel guardaroba la chiave della nuova religione e il primo giorno pianse come un bambino poi si unse di vaselina le orecchie e partimmo verso bruxelles come due derubati rinunciammo ad ogni cosa e sapevamo che solo il tempo ci comprenderà non ci lascerà cadere fuori di sé la sera sedevamo già ai lunghi tavoli della maison du peuple e fumavamo il buon tabacco belga vedemmo vanderwelde (5) mentre attraversò la sala per andare alla segreteria ed altri capi famosi giocavano davanti alla cassa con carte francesi nuove in un immenso bacino di raccolta vi si trovava tutta la pappa de mondo russi dagli occhi azzurri fidanzati della rivoluzione olandesi odoranti di olio prussiani magri montanari ungheresi dai baffi sfioriti parenti patetici di garibaldi e c’erano tutti quelli che erano stati bastonati e quelli che a casa non avevano abbastanza pane sulle spalle di taluni vegliavano i grattacieli di New York dagli occhi di altri fuoriusciva rossastro l’odio guardate gli slanci più grandi dell’umanità partono dalla stazione rombano tempeste fili telefonici stridono dal cuore di mosca compagna siediti al pianoforte i camerieri passano sopra di noi con la broda nera i proletari fanno capannello dinnanzi ai cinema quello del sindacato dà i biglietti a gruppi di dieci i cani s’arrampicano per i muri dai denti sbrecciati e cantano come vecchie donne disse qualcuno abbasso l’oligarchia e tutti insieme: roma parigi tiflis stoccolma samarcanda e miniere della ruhr senti le piccole campane del municipio di monaco a firenze le colombe dormono sulle spalle degli apostoli sapevano tutti che non poteva essere lontana l’ora di dio la pelle della gente fanatica è più sensibile di un sismografo e noi ci grattavamo tutti compagna siediti al pianoforte su su oh se potessi agganciare gli occhi di diamante della mia amante intorno alla lampada centrale passarono navigando le salamandre szittya dormiva nelle pozze rosse ed era bello come un giovane bulldog di quante cose potrebbe farsi ricco un uomo in un un’ora sola se fosse intelligente come mettiamo una macchina fotografica ma l’uomo è sempre chiuso e sopra la sua pelle passano senza notizia i mondi a mezzanotte andammo nel petit passage all’assemblea dei russi parlava un tovarisc biondo era quasi un bambino fiorivano fiamme dalla sua bocca e le sue mani volavano come colombe rosse eh sì siamo parenti dei posseduti di dostoewskij abbiamo troncato in noi con la nostra bocca la settima testa del sentimentalismo e vogliamo distruggere ogni cosa oh russia terra maledetta chi vedrebbe le tue sofferenze senza difesa se non le vedessero i tuoi figli segnati con una stella l’europa sputa sull’asiatico che è in noi eppure siamo solo noi che saliamo sul monte non è dubbio che la fornaia di astrakhan o la bagascia di pietrogrado partorirà un giorno l’uomo nuovo la russia è gravida della rossa primavera della rivoluzione ma i fiori non hanno ancora potuto aprirsi sulle pianure della russia ma la russia è simile alla terra incolta aiutate dunque fratelli figli infelici d’europa somiglianti a noi aiutateci aiutateci e vedemmo come gli si accese la testa sotto il vecchio berretto noi sedevamo tutti nella sua mano urrà per la russia evviva živio (6) urrà allora dalla mia schiena cadde una gobba sulle finestre si aprirono i fiori di ghiaccio e szittya che più tardi diventò agente provocatore e spia baciò la giacca del russo sono puro come un bimbo disse se non avessi lo scolo andrei a carskoje selo per uccidere lo zar quella notte non bevemmo acquavite ci lavammo i piedi e non pensammo all’amore un tipografo ungherese che più tardi fu condannato a 12 anni per rivolta disse la ventura con le carte della cameriera e cantavamo sotto voce ma s’udiva lontano finalmente ecco finalmente è venuto il tempo e noi siamo maturi come gli alberi da frutto credevamo che sopra di noi si schierassero le bandiere d’oro dei marzi e i cigni sedevano in alto sulle altalene e ridevano con due voci sulla place edouard volevo offrire me stesso sulla tavola dei poveri ma all’alba vennero a prenderei i gendarmi belgi albeggiava appena davanti alla statua che piscia non c’erano ancora i visitatori con la guida in mano e le strade sporche credevano davvero di essere a parigi ridevano di noi le sculture d’oro del municipio e noi andavamo con le mani incatenate nell’azzurro precipite giù per le ripide scale davanti alle stufe di ferro dei venditori di patate calde tra i rifiuti delle osterie nella puzza mattutina dei pescivendoli poveri vagabondi intruppati dall’ordine e allora dio moriva in noi incontrammo le puttane della rue mouffetar ero felice assai mi piaceva che fossero tanto belle all’alba nel vento spennellato di sghembo avevano la crocchia storta dietro un velo di diamante il sole gli faceva l’occhiolino dietro i muri ciechi vegliammo tutta la notte come dei santi e sbavavo per la voglia di una sigaretta potessi almeno grattarmi la schiena gemeva szittya che poco prima voleva fare il messia nel cile qualcuno sventolò da un balcone una coperta bianca noi pensavamo al biondo ragazzo russo che viveva di fiamme come il dio futurista di marinetti ed amava la russia più che il figlio la madre ora lo butteranno oltre il confine belga e in una mattina azzurra lo impiccheranno davanti al cremlino aiutateci dunque fratelli figli d’europa infelici come noi aiutate! aiutate! io sono soltanto un poeta ingenuo ma la mia parola ha taglio a che serve se uno trafigge con una spada di carta la strega di turamom restammo 12 giorni nella prigione che puzzava di topi eravamo 105 in una sala giorno e notte notte e giorno di notte pensavamo alle strade maestre e uccidevamo le cimici il mattina ci davano dell’acqua calda a mezzogiorno della pappa fredda e tutto il giorno dovevamo recitare preghiere belghe incomprensibili ripetendo ad alta voce quello che diceva un carceriere barbuto che sedeva su un’alta cattedra come un idolo poi ci misero in carri verde-scuro e ci portarono al confine francese trovai 9 specie di uova nei nidi mio dio eppure viene Parigi di cui udii meraviglie sonore e che non conosco ancora sapevo che nello stemma della francia sta un gallo rosso sapevo che la terra di francia è benedetta di ragazze e d’arte i contadini di zola nuotavano nell’alba su chitarre d’argento la senna poneva su un letto d’erbe i suoi azzurri cadaveri szittya raccontava di dunajec del maestro ungherese che ora fa il primo violino allo chat noir ha 9 amanti ragazze francesi nervose che furono cavalli da battaglia nella guerra franco-prussiana guardai i miei appunti: avevo visto 3004 ritratti di cristo trovato 9 specie di uova nei nidi presso liegi condussi via due vacche dunque ero a 300 chilometri da Parigi sopra le nostre teste camminavano pappagalli su stampelle oh PARIGI PARIGI endre ady ti vide nuda e sopra le tue rovine sanguinose nacque guillaume apollinaire poeta simultaneo sentivamo chiaramente che avevamo odore di pellegrini e facevamo 60-70 chilometri al giorno andavamo verso l’ombra della torre di ferro comperate le nostre vesciche dicevamo alla gente comperate le nostre vesciche in ottimo stato se le pungete con un ago sottile non sentirete nemmeno il gusto di bruciato eppure i francesi somigliano molto ai belgi i tonti più umani vivono nel belgio forse è la buona birra di malto che li fa diventare così ma forse è perché in loro si sedette sulla ceralacca la filosofia cristiana ci tenevamo sempre al collo le nostre ghiandole lacrimali gonfie come pesanti campani salati per giorni e giorni non trovavamo da dormire oh perché ci partorì la madre se non fu in grado di farci una casa sulla schiena un carceriere che faceva anche il calzolaio ci ficcò per 12 ore nella paglia dai tubi gialli con lance e tenaglie e picche da cosacco mossero contro di noi i pidocchi ma tutto ciò non importava noi dormivamo su lontane altalene di luna nel suono dei flauti uno continuava a cantare sopra di noi VOI SIETE I MIEI DUE DITI INDICI e al mattino bevemmo il caffè intorno alla gonna della calzolaia disse che avevo i capelli bellissimi e che se mi guardava meglio trovava che somigliavo ad un ragazzo di nome igor che 20 anni prima si era gettato nella senna per lei il caffè ci scaldò la pancia all’uso dei preti ed io le promisi che da parigi le avrei mandato una cartolina con due mani che si stringono ed una colomba che tuba PARIGI oh PARIGI quanta bella gente si uccise in te e la voce della città non si sciolse più da me piangeva nel fischietto dei doganieri rideva nelle trombe elettriche di parigi ridi dunque somaro non vedi che stai nel nido d’oro della vita ora ci culla parigi disse szittya dimenticando completamente il suo scolo già una volta trassi qui sangue di angeli dalle stelle al confronto il latte di mia madre era come acqua di seltz metti su le tue ali domani andremo da GRISETTE mangeremo ostriche sul boulevard des italiens guarderemo gli uccelli elettrici passeremo per la tuileries e per il bar delle stelle già sì sì ero molto triste e sentivo come ai miei piedi malati mi crescevano le unghie ohi ahi a me i miracoli arrivano con la barba e senza intonaco 2 per 2 = 4 un roveto si apre dappertutto ma i cavalli moderni hanno denti di ferro e chi parte la mattina non è sicuro di arrivare la sera più felice di tutti chi sa rivoltare la propria pelle perché nessuno sa guardare oltre se stesso ciò che abbiamo messo su è messo su ma ciò che mettiamo su non significa nulla i fiumi sono pronti a farlo a pezzi se hanno fretta i signori non sanno camminare a due gambe come i passerotti sappiamo che ogni donna lascia il suo compagno e le scimmie guardarono il loro deretano nello specchio del signor goldmann e sono completamente felici forse se sapessi giocare agli scacchi ma io non m’intendo di nulla sul serio i coscioni dei maiali macellati siedono su una giostra nelle vetrine e vidi parigi e non vidi nulla la mia amante mi aspettava gravida alla stazione di periferia la testa di mia madre si era fatta come un limone per la miseria volevo ridere davanti a loro ma mi vergognavo assai di indossare due calzoni senza mutande è certo che o il poeta costruisce per sé una cosa di cui ha piacere oppure vada a raccogliere cicche oppure oppure gli uccelli hanno inghiottito la voce ma gli alberi continuano a cantare questo è già un segno di vecchiaia ma non vuole dire nulla io sono LAJOS KASSÁK e sopra le nostre teste parte in volo il samovar di nichelio.
Vienna

Note (1) In quel tempo, la compagna di Kassák faceva la modella e lavorava in particolare per un pessimo «pittore della domenica», che si chiamava Nadler. (2) Parole «in libertà», senza alcun senso definito. (3) Allude alle sovvenzioni caritatevoli che le fondazioni pie delle comunità ebraiche in Germania elargivano ai correligionari di passaggio, privi di mezzi di sostentamento. Vagabondando in compagnia dello scultore in legno, ebreo, Kassák si fingeva ebreo anche lui, per quei pochi soldi. (4) Pronuncia: «Sìttia». (5) È il noto capo socialista belga. (6) «Evviva» in serbo-croato.