Auro d’Arcola
Il Numero 1442
(Giovane vestito da ergastolano, recante in petto sulla blusa il n. 1442)
Cella di segregazione dell’Ergastolo di Santo Stefano
— Signori, a voi non vengo nel lugubre vestito
del «condannato in vita per implorar» contrito,
la commiserazione od il patimento
del pubblico. (amaramente ironico) Non vengo a far del sentimento
su l’anime pietose del piccioletto mondo
borghese... Io non sono un cane vagabondo
dei virtuosi salotti... da commuovere i cuori
gentili delle dame... coi torvi miei dolori!
— Ma un uomo io fui... ché ormai non son da più di un tubero,
sono un ergastolano, un morto-vivo, un numero!...
E ai numeri nessuno ha d’uopo di pensare,
se non, giusto, si tratti di compiere un affare...
Ché un numero sepolto in un ergastol, via!
non è mica un affare... o un brano di poesia...
da interessar la buona, tenera, onesta gente!?
— «È un delinquente» – disse la Legge – «è un delinquente»!...
«È un bruto che distrusse parecchie umane vite
sotto lo schianto cieco de la ria dinamite»,
urlaron fremebondi gli aurei sibariti,
gli scriba, i coccodrilli, i tiranni impauriti...
(Mutando tono)
Lo so; la gente grassa, la buona gente onesta...
che ama, dopo il pasto, cheta, schiacciar la siesta,
e il popolin minuto, dal cervello imbottito
di dommi e di menzogne, da ignoranza abbrutito,
non capiranno mai la «sublime passione»
che travaglia le anime volte a la ribellione.
Così lo stesso schiavo, oppresso e maciullato,
s’accoda ai suoi nemici: al birro, al magistrato,
al pennaiolo, al prete, al potente e al mezzano
urlando contro il vindice fratello, il vile e insano
anatema esacrando, l’apostrofe rovente
di «belva umana», di «bruto», «perverso delinquente»...
(sarcastico)
— E sol ne la vendetta tremenda della Legge
l’animo buono... appagasi del padrone e del gregge!
(rivolto al pubblico accorato)
— Non so se fra chi ascolta il mio orrendo tormento
vi sia chi mi comprenda, chi senta quel ch’io sento;
so solo – ahimé – ché questo è il mio più gran dolore!
che anche fra gli amici vi fu chi con orrore
parlò degli atti miei e pronunziò severo
ancor prima del regio Pubblico Ministero,
dei giudici borghesi, verdetto di condanna...
(con amarezza)
Questo, davvero, è quanto di più mi attrista e danna!
Perché codesti amici... pien del senno del poi...
quando siam morti chiamanci i martiri e gli eroi
de l’Ideale comune... Ora siamo «insensati»
siam «folli»... siamo reprobi... violenti ed apostati...
per tanti cristianissimi censor dell’anarchia;
domani, a loro comodo, ci fan l’apologia!...
Sì, la tortura atroce, l’estrema angoscia mia
che insieme al tòsco orribile, con cui la Borghesia
a stilla a stilla, cinica, distruggemi la vita;
sta ne la mia tragedia da troppi mal capita!
(breve pausa – animandosi graduatamente)
— Allorché tutto un popolo oppresso ed affamato
geme compresso, offeso, sotto il tallone ferrato
di rapaci tiranni che ne suggono il sangue
senza scrupolo alcuno per chi muore e chi langue
di miserie e di stenti, di fatiche e di pene;
allor che le plebivore, truci, voraci jene
del Capitale, della Finanza e del Potere
sospingono nell’orrido, nell’infernal braciere
degli odi fratricidi milion di umane vite,
pur sacre anche nel dritto de le rie leggi scritte,
seminando nel mondo stragi, miserie e lutti;
allor che rea scatenasi – per la viltà di tutti
i calpesti soggetti – l’oppressiva follia,
è un delitto se qualche anima solatìa
sanguinante ribolle di sdegno e alfin s’appresta
a struggersi in un vindice monito di protesta?!
(Breve pausa – indi riprendendosi)
— Quando ne le spelonche mefitiche e malsane
dei borghi, e ne le squallide, tetre soffitte urbane
prive di luce e d’aria, di calore e di pane
brulicano gementi, siccome bestie in tane,
egre turbe cenciose, tremanti e denutrite
da le occhiate vitree, da le facce ingiallite;
e tossicanti giacciano sui giacigli indecenti
bambini, vecchi e adulti, malaticci e morenti
per mancanza di cibo, per difetto di cure,
mentre un’oziosa classe dissipa in forniture
di dovizie e di gioie, di velluti e merletti,
baccanando ne le orge, tripudiando in banchetti
nei balli, nei teatri, ai Casini nel giuoco
insultando chi soffre, chi serve e mangia poco
pan bigio amareggiato; – e quando a chi fatica,
a chi tesse le vesti, a chi falcia la spica,
a chi fabbrica i palagi, e ogni ricchezza umana,
sanguinando produce nell’opra cotidiana,
si lascia egro e ignudo, si nega il pane e il tetto
o lo si manda ramingo, battuto e maledetto
di porta in porta a chiedere umiliante la grazia
d’altro lavoro e pane, e con sdegno si scaccia
ancor di luogo in luogo, finché di terra in terra
all’esilio è sospinto, o in prigion si rinserra;
o allora se un anonimo plebeo cuor trafitto,
provato a tutti i triboli dell’immane conflitto
social: se, a la tragedia urlante ed implacata
che atrocizza la folla compressa e sgominata
non più il ribelle regge e raccoglie gli schianti
dei milion di suoi simili dannati e sanguinanti,
è un delinquente, è un bruto, è una belva – dite –
quel cuor che l’urlo vindice fida a la dinamite? (pausa)
(lentamente riprendendosi)
— Forse per chi nel ventre nutre gli affetti e il cuore,
per chi giammai si aperse al soffio del dolore;
certo per chi le messi carpisce e ci dà il loglio,
o per chi l’Ideale tiene nel portafoglio;
per tutti quanti traggono sopra l’altrui sudore
lusso, ricchezza e imperio, felicità e splendore,
per tutti questi, o miseri, è un malvagio delitto
quando lo schiavo eleva la voce del diritto...
(con passione)
— Ma a chi crogiuola in petto un ideale umano,
chi derelitto chiede pane e lavoro invano;
chi soggiace costretto sotto il pondo opprimente
che vi strazia le carni e martella la mente;
chi reietto subisce ogni social nequizia
e del regime sente l’insultante ingiustizia
che i deboli schiaffeggia inesorabilmente;
costui, lasciate dirmelo, è un povero incosciente
quando al fratello insulta, ed all’orrore addita
il ribelle che insorge a spezzarsi la vita
in un supremo gesto di vendetta sociale.
(mutando tono)
— È un aspetto del turbine, del dramma passionale
che travolge i reietti del regime attuale;
è del crimen sancito, la violenza legale
che sul popolo incombe perpetua, micidiale,
un debole riflesso: l’atto individuale.
Qui sta il dramma di tutti gli attentatori insorti
dal basso contro l’alto, contro i potenti e i forti;
ché tanti malfattori dell’Ideale la Storia
che ieri condannava, or monumenta e gloria...
È la storia ufficiale che tiene oggi in onore
col regicida Oberdan, gl’impiccati in Belfiore,
e la legione immensa di aviti malfattori,
ribelli, terroristi, patri cospiratori
insorti contro i despoti, biechi oppressor di allora.
È vero che i tiranni sono cambiati, ora:...
stranieri ieri, indigeni sono quelli di adesso,
ma per lo schiavo popolo resta sempre lo stesso.
Contro novi oppressor, novi ribelli sorgono;
contro nuove ingiustizie, nuove proteste urgono.
E a l’ideal d’ieri di Patria e Libertà
si aggiunge quello d’oggi di Amore e Umanità.
— Ma se il baston croato ieri ci percuoteva;
oggi è il bastone italico che la pelle ci leva;
se i borboni e tedeschi ci usurpavano gli averi,
non meno ci dispogliano i patri cavalieri...
di quanto con gli stenti la plebe fa e produce.
Se ai fremiti magnanimi del cuore che v’induce
a propagar la fede che vuol redenti i miseri,
che vuol gli umani tutti, fratelli eguali e liberi,
di dare ascolto osate; o allora alle rie pene
che già la vita affliggonvi, s’aggiungon nuove pene.
E quando cieca, perfida, sferrasi la reazione,
quando a le reni preme, vil, la persecuzione
dei segugi servili, odiosa ed implacata
e il pensiero è soppresso, la libertà strozzata;
quando il nemico attacca con violenza inaudita
la guerra sorda contro la libertà e la vita
dei pionieri gagliardi della social riscossa,
a cui le carni lacera e ne massacra le ossa,
e i migliori relega nella galere orrende
e ne fruga e inquisisce, soffoca e vilipende
con ferocia il pensiero, la dignità, il diritto,
mentre il popolo piegasi, soggiace e resta zitto:
di fronte a tante infamie, a tante onte infinite
se qualcuno si leva, per le mille ferite
spasimanti giustizia, a scuoter, solo, in armi,
carnefici e codardi – non è una belva parmi
costui che l’esistenza immolasi in un atto
col quale tutto dona: nulla per sé ha ritratto! (pausa)
— Qui sta il mio crimine, figlio dell’eterno Delitto
che la Forza consuma ai danni del Diritto
oscurando la Storia del progresso sociale
che avanza sanguinante fra il Bene ed il Male.
Il Male che ha l’imperio della potenza ordita
e il Bene derelitto che non ha via di uscita;
e la lotta tremenda fra le due forze opposte,
impari, si rinnova, perpetua senza soste.
Ma all’orizzonte ormai la marea gonfia e sale,
la tragica marea del duolo universale,
e minaccia sommergere del Male il regno abietto
per redimer le genti in un più umano assetto
di civiltà sociale. (Con amarezza) Certo al mio cuor spezzato
non sarà già concesso di vedere avverato
quel gran sogno per cui lottai e soffersi tanto!
La sublime Utopia che asciugò il mio pianto
e confortò il dolore del mio martirio estremo
non la vedrò realtà! Che in quest’orrido eremo,
lugubre e spaventoso, non si vince la Morte.
Non si regge a la Vita. E la Vita e la Morte,
insieme beffarde e macabre, a brano brano rodono
l’immoto corpo e, infine, pian piano, lo distruggono...
— La società dei forti, che ai debol Leggi detta,
dice che è un castigo e che non è vendetta...
questa tortura atroce che come lenta doccia
vi stilla in cuor la morte, dosata, a goccia, a goccia!...
— Oh, la Legge degli uomini... civil, che non vi ammazza
di un colpo, ma che prima vi idiotizza e impazza
con lenta agonia de la segregazione...
— Qual più infernal supplizio di questo la ragione
di aguzzin feroce poteva immaginare!?
(con un filo di fiducioso sorriso)
— Eppure, al cuor, cui spesso tante memorie care
tornan dei dì trascorsi fra domestici affetti,
fra i compagni di lotta nei sogni giovanetti,
– gli ardenti sogni rosei di un avvenir migliore –
spesso al mio cuor negletto una voce interiore,
che della fede il palpito ancor gli fa vibrare,
sorge in conforto, e dicegli: fratel, non disperare!...
(con trasporto)
— O giovinezze maschie, o balde primavere
del più bello Ideal, o libertarie schiere,
continuate la marcia! E al vento le bandiere
della social riscossa, rosse del sangue e nere
dei lutti secolari che angustian la plebaglia,
al vento e al sole date. Della santa canaglia
levate i canti in alto, e il cammin proseguite
con vigore crescente; se pur da le ferite
vi sanguinan le carni. Col Pensiero e l’Azione
movete incontro all’alba de la Liberazione!...
(con rassegnata convinzione)
— Per me, già ve lo dissi; non saprò quell’Aurora
che la Terra e l’Uomo di nuova luce indora.
In quel radioso giorno che il mondo sarà sorto
a Libertà e Giustizia, io sarò pazzo o morto!...
(rivolto al pubblico)
— Ma chi di voi, fratelli, comprende il mio Calvario,
in quel giorno ricordi ch’io fui «Protestatario»
e non fui tristo, no; non fui «mostro brutale»,
misantropo, perverso, schizzante odio mortale;
ma fui tanto infelice per quanto intesi amare.
— E allorquando un memore cuore, che ad infiorare
andrà dei combattenti caduti la coorte,
se a questo scoglio brullo, ove Dolore e Morte
campeggiano sovrani, di ascender abbia possa –
nell’esultante giorno de la trionfal Riscossa –
non disdegni recare, pur sul sepolcro diaccio
(accennando al numero in petto)
portante questo numero, un picciol rosolaccio!
[Anarchismo, n. 3, 1 dicembre 1922]