Titolo: Il prezzo della nostra indifferenza
Argomento: Brulotti
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A partire dal momento in cui ci si trova in un paese conquistato, come lo erano i tedeschi in Francia o i francesi in Indocina, la regola vuole che non conti nulla quanto viene fatto in suo favore, ma che qualsiasi ingiustizia venga addebitata senza indulgenza e senza perdono possibili.

A questo genere di argomentazioni, la risposta degli uomini sinceri, se non cinici, è che il nostro impero è condizione della nostra prosperità. Io sono convinto che ciò sia falso... E qualora la nostra prosperità fosse a questo prezzo, so che non sarei l’unico a preferirle una povertà più onorevole.

Ma ciò che mi sembra più grave in tutto ciò è che abbiamo così ben tollerato il fatto di essere trascinati in una guerra di cui non ammettiamo né le ragioni né il fine. Infatti, siccome non era ovvio che questa guerra costituisse un pericolo anche per coloro che non la facevano, ne abbiamo appreso l’inizio e ne abbiamo seguito le vicissitudini con assoluta indifferenza. È stato lo stesso, del resto, per la guerra in Corea. Perché se ci capitasse, a seconda del campo che abbiamo scelto, di tremare allorché uno dei due avversari si ritirasse e di gioire se avanzasse, nessuno penserebbe veramente di mettere in ridicolo tutti i giorni in memoria dei coreani, per i quali la fortuna era la stessa: sempre cattiva. Bisogna quindi ammetterlo: abbiamo acconsentito che venissero compiuti in nostro nome ciò che molti di noi considerano crimini. Lo abbiamo accettato o abbiamo voluto ignorarlo. In breve, siamo stati indifferenti. Ecco qual è il segno della nostra epoca, e noi ne siamo segnati non meno degli altri.

Eppure dovremmo conoscere il prezzo della nostra indifferenza. Non è poi lontano il tempo in cui veniva incoraggiata, dicendoci che essa sola poteva assicurare la nostra sicurezza. E, sebbene il ricordo si cancelli nella nostra memoria ingombra di immagini più recenti e per noi più violente, ricordiamoci l’epoca in cui il popolo spagnolo combatteva per la propria libertà. Tutti i problemi che abbiamo dovuto poi risolvere per noi stessi, si posero allora. La guerra di Spagna ha diviso gli uomini in collaboratori opportunisti e resistenti. Poco numerosi sono coloro che in seguito hanno avuto il desiderio o l’opportunità di cambiare campo. Per la prima volta anche noi abbiamo capito come sia difficile, una volta presa la decisione, accecarci con forza sufficiente per continuare l’azione intrapresa.

Era facile, fin dai primi giorni — soprattutto i primi giorni — riconoscere dove si trovasse la giustizia e dove l’oppressione. Non penso che riusciremo mai ad incontrare una causa più pura e più intatta di quella della Repubblica spagnola all’inizio della guerra civile. Eppure, a partire da quel momento, abbiamo dovuto scegliere tra la guerra e la pace. Ci è stato detto che intervenire per i repubblicani avrebbe catapultato l’Europa nella guerra. Dal momento che Mussolini e Hitler non avevano aspettato per aiutare Franco, ci doveva pur essere qualcosa di logico in questo monito. Il non-intervento fu quindi una di quelle ipocrisie che il pacifismo più sincero talvolta ispira alla politica. Perché, una volta assunta tale posizione, la si poteva sostenere solo non vedendone le conseguenze e la menzogna che era diventata.

Allo stesso tempo, il campo che avevamo scelto perdeva la sua purezza, la repressione contro gli anarchici e le procedure adottate dal Partito Comunista nelle file dei repubblicani instauravano una tirannide tra i difensori della libertà. Giustificare certe misure era facile: in tempo di guerra, la necessità di un ordine politico è tale che a volte occorre sacrificare le ragioni stesse per cui ci si batte. Ciò dimostra soltanto che la libertà non può nascere dalla guerra. Ma la lotta era mutata, diventando quella di un popolo usato, volente o nolente, per i bisogni di un sistema e di un partito. La causa del popolo spagnolo vi manteneva la sua purezza. Essa resta ancora oggi la medesima del primo giorno. Ma non erano più solo il popolo spagnolo e la libertà ad essere in discussione. Perché gli uomini furono presto traditi e noi potemmo assistere a questo spettacolo, che ci è consueto, di una rivoluzione i cui primi eroi sono le prime vittime. Gli anarchici furono sacrificati ai bisogni dell’ordine, così come alle esigenze di un partito la cui sola forza, per lo meno in Spagna, era quella di rappresentare un ordine.

La cosa più grave è che la Spagna è stata tradita due volte da noi: quando abbiamo rifiutato di fornire un aiuto ai partigiani della libertà che i suoi nemici avevano cominciato a schiavizzare, e quando, una volta questi sconfitti, abbiamo acconsentito che la Spagna rimanesse sola sotto l’oppressione.

E ora, su di essa è calato il silenzio. A pochi passi da noi, un ridicolo dittatore fucila ancora ogni giorno degli uomini che, per la maggior parte, alcuni anni fa erano venuti in Francia ad aiutarci a sconfiggere i nostri nemici comuni. Tutto questo avviene in mezzo al silenzio, come è accaduto per i massacri fatti in nostro nome in Madagascar, in Marocco o in Tunisia. Questo silenzio organizzato dai nostri padroni esiste tuttavia solo grazie al nostro consenso. È utile alla nostra tranquillità e ne conosciamo da molto tempo la pratica e le virtù. E non siamo i soli.

Non abbiamo creduto ai tedeschi quando ci dicevano che ignoravano l’esistenza dei campi di concentramento. Sono sicuro che, per lo più, fossero sinceri. In Francia chi era a conoscenza di cosa accadeva nel bagno penale della Cayenna, quando ancora esisteva? A volte un uomo onesto, fuorviato in mezzo ai secondini, si indignava allo spettacolo di quell’opera di assassinio. Tornava, scriveva un libro o degli articoli. Era l’occasione di qualche agitazione, poi il paese ricadeva nel suo torpore e veniva a sapere, senza rabbrividire, che un nuovo convoglio era stato imbarcato alla île de Ré. E allora, tutti i tedeschi avrebbero dovuto esserne consapevoli perché i campi erano più vicini tra loro? Perché il grido dei martiri non raggiungesse le loro orecchie bastava, come facciamo noi, essere ben decisi a non sentire nulla.

Come i tedeschi avevano fatto il silenzio su Auschwitz, Dachau e Buchenwald, come noi l’abbiamo fatto sulla Cayenna, lo facciamo sulla Spagna, e ancor più sul Madagascar e Capo Bon. Nulla è ancora perduto, tuttavia, poiché ho ancora il diritto oggi di disturbare tale silenzio. Ma non bisogna farsi illusioni. Se continueremo a stare zitti, come rimasero zitti prima di noi i tedeschi, accadrà un giorno a noi quello che è accaduto a loro: verremo strappati al nostro silenzio, ma per farci urlare, a tono e a comando.



[Journal du désordre, 1955]