i-s-ab9343c8ff6de6e1636e0e4252582db11a09aadf-m-jpg.jpg


Le parole di cui ci serviamo in materia sociale hanno due significati molto diversi a secondo che vediamo in esse la designazione di una corrente psicologica di rinnovamento cosciente e volontario oppure una formula emotiva più o meno «sacra» che copre certe realtà politiche.

È così che si può interpretare il socialismo (originale) come un’energia etica presa alle sorgenti stesse della rivolta; come un’insurrezione del sentimento, del pensiero e del lavoro umano contro il «destino» — cioè contro il disordine del mondo. E in ciò il socialismo era anarchico.

Ma vi si mescolava anche non si sa quale fiducia cieca nell’ordine naturale, nel progresso storico, ecc. La «giustizia immanente», si pensava avrebbe ristabilito essa stessa la solidarietà e l’armonia dei viventi nel nostro ambiente sociale atomizzato dall’egoismo, lacerato dalle frontiere delle caste, delle religioni e delle razze, e ridotte all’assurdo dal meccanismo cieco delle contraddizioni economiche. Questa «provvidenza» sociale doveva misticamente incarnarsi in una o più «divinità sociali» (profeti, eroi, partiti, nazioni o classi). E siccome ogni mistica tende verso l’unità — unità delle origini e dei fini, del bene e del male, della morte e della vita — essa fa deviare la rivolta originale, da una parte, verso la contemplazione utopistica consolatrice, di uno stato di riunione universale (questo bel sogno al quale tutti i fanatismi rifiutano di rinunciare) e d’altra parte verso un pragmatismo sordido, che si sostituisce alla pratica rivoluzionaria, con la rinuncia alla realizzatone immediata, sempre possibile, dell’ideale.

La critica della «falsa unità» del mondo, ed il rifiuto del riposo mortale che ci offre l’adorazione del «pseudo-destino» furono, tuttavia, la base dell’opera prometeica, che proponeva agli uomini il Socialismo, prima ancora che portasse il suo nome.


Nel 1780, Chamfort scriveva: «La società è da ricominciare, come Bacon ricominciò la scienza» (cioè con l’esperienza attiva e non con la speculazione cartesiana). Nemmeno un secolo dopo, Rimbaud allargava la formula: «L’amore è da ricominciare» (e noi sappiamo che intendeva intraprendere questo ricominciamento con una via ben diversa da quella della religione). Il socialismo battezzato nel 1836 da Robert Owen, ricavò tutta la sua forza da questa veemente aspirazione alla purezza dei ricominciamenti. Ed è sotto questa forma che sopravvive nelle coscienza dei giovani e in quella degli uomini rimasti giovani.


Il socialismo, nel suo significato più ampio e più libero, sarà dunque stato uno sforzo delle generazioni successive per ripensare, rifare e rivivere la società umana. Non nelle nuvole, non nel mondo religioso della rinuncia (come Chiesa o Stato universale) ma nell’attività quotidiana degli uomini. Ricostruire il nostro universo sociale dalla base; restituirgli un senso; mantenervi aperte la rivendicazione immediata dell’ideale. Ecco quale fu essenzialmente la volontà socialista.


Ma se esaminiamo ciò che generalmente viene designato ai giorni nostri con la parola socialismo — il socialismo cristallizzato e racchiuso in istituti positivi, che cosa vediamo?

Una generazione di sacrificatori sacrificati succede ad un’altra, sempre invocando una entità immaginaria per giustificare la sua incapacità di vivere.

Una nuova religione bagna con il sangue gli altari innalzali alla Società Umana divinizzata.

Questa astrazione totalitaria è sostituita agli dei cosmici e personali del vecchio paganesimo naturale e sociale (alla pluralità di forze della terra e della città, aspetti molteplici della vita).

Un nuovo Jehovah tirannico e bestiale incarna la Tribù nella sua forza e nella sua legge — classe, nazione, razza, patria, popolo, umanità.

Il suo culto esalta tutte le sete di vendetta, monopolizza tutte le energie, disorienta tutte le ragioni, schiacciando con un odio insaziabile tutto ciò che non si conforma ad esso. L’Idolo inumano è adorato sotto tanti nomi diversi quanti sono i suoi preti. È il Progresso, la Storia, il Reale, la Necessità. È la Guerra ed è l’Industria. È lo Spirito del Mondo, è lo Spirito del Secolo, è l’Ispirazione e la Gloria — la Coscienza e la Scienza — il Sapere e la Tecnica. È l’Incosciente collettivo ed il peso infallibile delle Folle. È il Giano feroce della Sovrappopolazione e dello Spopolamento. È il Genio della Specie e la Selezione naturale. È l’Ordine, provvidenza dei deboli; è la Giustizia, legge dei forti. È l’Individualismo ed il Comunismo: l’Unità, la Totalità, l’Uguaglianza, la Libertà!

È il primato dell’Economia sulla Politica, oppure della Politica sulla Economia. È la cinica e sacrosante ragione di Stato; e con essa la nichilista Volontà di Potenza. È il ciarlatano sadico, il propagandista vociferante, il collerico a freddo.... che chiede dei supplizi e delle teste. Ovunque l’istinto sessuale è prostituito a quello della morte e l’aiuta a impossessarsi della terra.

Il Socialismo è al potere.


Il Socialismo al potere è ovunque e da nessuna parte, come il Cristianesimo sotto Costantino-il-Grande.

Tutto ciò che esige la nostra rivolta più costante è diventato «socialista». Una sociolatria senza volontà e senza coscienza si è istituzionalizzala in caste, classi, leggi e decreti, programmi, piani, polizie, partiti, eserciti e uffici costituzionali, inquisizioni, perquisizioni, persecuzioni!

Follia e morte della Società. — Tale è la condizione, tale è anche il risultato dell’esistenza attuale del Socialismo obiettivo, del Socialismo legalizzato, universalizzato.

Ci domandano di accettare questo almeno per il nostro tempo, come una conseguenza necessaria delle premesse poste un tempo, per reagire contro il «liberalismo borghese».

Si sa che ii liberalismo — questo profanatore virulento delle «sociolatrie» dei vecchio regime — ha fatto della terra una giungla e dell’esistenza delle masse una schiavitù. Ha demoralizzato le élite secolari, custodi dei valori sacri, appoggiato allegramente sul trono e sull’altare ha celebrato i saturnali dell’Oro come un graeculus servito da pontefici e da consoli.

Fu senza pietà e senza legge, dando agli uomini la febbre del guadagno e dell’odio, distruggendo ogni antichità venerabile, saccheggiando la natura, spingendo greggi di fanciulli nei bagni industriali, greggi d’indigeni sulle strade ferrate e nelle miniere mortifere, greggi di giovani soldati ai macelli. E tutto questo molto spesso senz’altro pretesto, senz’altro consacrazione, che dei sofismi economici, dei paradossi biologici, dei luoghi comuni di morale utilitaria. Tutto questo per giustificarsi, poi, con la solita uscita: «Voi fareste altrettanto al mio posto! Ebbene, non fate complimenti, fate come me!».

Si, senza dubbio, il Liberalismo borghese aveva bisogno di una lezione, ma non di ipocrisia! Sappiamo che oggi le leggi di Minosse e di Licurgo sono ristabilite e con esse le virtù sacerdotali e militari e l’eroismo dei grandi caratteri ed il disinteresse universale. Sì! la moralità è tale che non ci sarà più tra poco un metro quadrato di superficie terrestre dove un uomo sia libero dì scegliere o compagnia o solitudine al riparo dall’infallibilità dei burocrati. Ma di già l’era liberale è rimpianta come un’età felice e ciascuno esclama con Voltaire: «Oh! che bel tempo questo secolo di Ferro!».


Aspettate, ci diranno. Noi siamo ancora in molti paesi, nel periodo di transizione! Noi accumuliamo, per il momento, le imperfezioni dell’antico stato di cose con quelle del socialismo nascente. Noi non abbiamo più la libertà, ed abbiamo ancora l’isolamento, lo smarrimento ed il disordine dell’egoismo.

L’infernale proprietà privata ci tiene schiavi. (Molti tra di noi hanno ancora dei vestiti civili fatti a loro misura, degli oggetti personali in un cassetto, degli strumenti di lavoro, una camera che si può chiudere a chiave, forse anche dei libri, una casetta, un pezzo di giardino...). Ma aspettale che la Terza Guerra mondiale sia passata là sopra, che sia vinta dai Soviet o che l’America, per vincere, abbia saputo ricorrere ai suoi mezzi; attendete semplicemente che la guerra, con la sua propria logica compia questa socializzazione che ha così ben incominciato nel 1914-18 e nel 1939-45... e credetemi! È solo quando avremo espiato a sufficienza i nostri peccali capitalisti che noi entreremo nel regno della vera fraternità.

«Allora dalle profondità dell’universo concentrazionario (perché l’intera terra non sarà che un solo ed immenso campo di lavoro forzato) si innalzerà, al di sopra dei gemiti e dei rantoli, il canto dell’umanità ritrovata, della gioia nell’unità, della solidarietà perfetta. Tulio ciò che un tempo hanno raccontato del paradiso socialista, come il paese della Cuccagna e della gioia, non era che un simbolo imperfetto, un racconto di bambini, un inganno pietoso, per condurvi a questa verità perfetta e mistica a cui si avvicinano lentamente i minatori della Polonia, e gli operai tedeschi affamati, tremanti di freddo nell’inverno, ammucchiati nelle cantine delle loro città distrutte. Sì, è nella perfetta sottomissione al Destino che l’anima può trovare la pace, la rassegnazione e la gioia. Se il Diavolo potesse rassegnarsi all’Inferno, vi troverebbe immediatamente il Cielo. Non è stato scritto nei libri-maestri che la perdita totale dell’uomo conduceva solo alla sua totale reintegrazione? Che la condizione proletaria era quella della salvezza? Che la decadenza, il laceramento, la solitudine morale spinti fino alla follia, nell’uomo individuale costituivano tutta la forza, la grandezza e la gloria dell’uomo collettivo che si chiama Stato e che si chiama Dio? Ora è questa una grandezza divina, una gloria e una felicità divina alla quale ciascuno partecipa. E questa partecipazione è giustamente il mistero, lo scopo, l’alfa ed omega del Socialismo».


C’è una risposta a questo? Certamente! Ed io rispondo che se alcuni cervelli malati sono tentati — e lo sono certamente — dal nirvana religioso sotto il suo aspetto o il suo mascheramento socialista, ce ne sono altri — ed in grande numero — che vogliono tutt’altra cosa.

La Società è da ricominciare? Sì certo, Signori, ed è ogni giorno più malata dei vostri rimedi. Lo Stato prende tutto il suo sangue, tutta la sua aria, tutto il suo nutrimento. Ma noi, che vogliamo vivere, noi difenderemo il nostro sangue, il nostro spazio vitale, ed il nostro cervello: noi li contesteremo allo Stato, e noi ricominceremo, in questa stessa lotta, la Società degli Uomini liberi.