Titolo: Il viandante incendiario
Autore: Gellu Naum
Argomento: Miraggi
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Nel suo paese, la Romania, era considerato da molti l’incarnazione del meraviglioso e godeva di una reputazione segreta d’alchimista e di mago. Gellu Naum (1915-2001) ha incontrato il surrealismo nel 1935 e da allora non l’ha più lasciato. Studente di filosofia alla Sorbona, appena tornato in patria è stato uno dei fondatori del movimento surrealista rumeno – «il più esuberante, il più avventuroso e anche il più delirante gruppo del surrealismo internazionale». Davanti all’avanzata del totalitarismo stalinista, Gellu Naum decise di non seguire i suoi compagni. Non prese la via dell’esilio come Gherasim Luca o Trost, né si sottomise alla linea di partito come Virgil Teodorescu. Rimase dov’era nato, solo contro tutti, conoscendo una censura assoluta per oltre vent’anni. Ma, nonostante le enormi difficoltà materiali e psicologiche, perseguirà per l’intera sua vita la «caccia caotica» all’altro lato dell’esistenza umana.


***


Il viandante incendiario si affila le pupille

degli occhi nei quaderni di statistiche

Si sistema l’acconciatura nelle pendole

(il tempo è un pettine delirante per i capelli

che coprono le mammelle virginali)

lascia un molare guasto in ogni finestra

con le insegne coi giardinetti

si acciglia di fronte alle calze di seta vegetale

palpa con dita esperte i bicchieri pieni di sonno

rincorre le gemme che crescono

nel vorticare degli alberi su se stessi

conosce i serragli delle fodere di ogni cappello

sta in ogni pacchetto di prosciutto o di manifesti

monta la guardia sull’attenti accanto ai lampioni.


Scoiattolo saltella nei fischietti gozzuti dei gendarmi

e palpa le mutandine trasparenti della Storia

il suo cervello fa segnali come un fazzoletto

e se non temesse il ridicolo

potrebbe essere papa o cravatta.


Il suo cuore è una selva autonoma

e dichiara:

«Quei signori scelgono le nostre poesie in base ai fronzoli come le puttane».


La stampa scrive: «È

un feroce assassino. Ha

sotto il naso i baffi come un passero

e si può riconoscere dai calzini».


Tuttavia passa oltre invisibile

aggrappandosi talvolta alle tende amministrative

e allora le folle con la bocca spalancata

vedono il brulicare delle cimici attraverso i vetri;

altre volte si fa fotografare in maniche di camicia

con una cinta colorata di maree

accanto al cappello di paglia dei letamai.

Passa così

calzando scarpe “DERMATA” come un pavone scintillante

un mezzodì brontolone all’occhiello:

è all’ascolto dei quattro punti cardinali

munito d’un samovar ardente a mo’ di cornetto acustico

ed incolla l’orecchio a Madrid: «Va bene».

Dall’Alaska arrivano le farfalle luminose delle ginocchia

Portogallo Portogallo

abbiamo un vecchio dalla voce acuta come il sangue di monete

tintinnanti sotto la morsa di tenaglie ossidate

Portogallo Portogallo

La Bibbia è un baffo funesto per

il naso degli usignoli d’Alaska

gli orifizi che ispirano i poeti sono incollati con gomma arabica

ogni orifizio è un fiore bruno

Portogallo Alaska

Nei pomeriggi balcanici le mamme vanno su di giri

«Presto andrò sotto terra

Gellu, tesoro mio, non dimenticare, una foto.

Avrai finito di uccidere i miei vecchi giorni».


D’accordo saprò quindi

sturarmi le orecchie lasciare che le mie dita fischino da sole

(come stivaletti che drizzano le orecchie al cielo)

esalerò dalle natiche le farfalle e le pipe del sogno

foderato di lana

saprò togliermi le ventose dal cervello

perché sgoccioli via il succo fetido dei versi dolciastri

saprò mamma nei momenti di gloria

sventolare i miei calzini puzzolenti sull’uscio dell’Accademia Rumena.


Vibrano sordamente i miei timpani come un diapason

La terra s’è assopita buffa nelle paludi dell’universo

il viandante incendiario è un armadio

o anche un canto conservato nelle tasche della bella redingote


Spiumate tutti gli uccelli dei Balcani

affinché abbiamo di che scrivere nuove cronache

(gli uccelli più grossi filati via dalle case)

Scriverò di te a caratteri cubitali:

«QUANDO TI TOGLI IL VESTITO VERDE RIMANI

NUDA COME UNA PENNA STILOGRAFICA».


Signori

ho scordato i baffi nel vagone letto

accanto ai sacchi di monete dei Rotschild

e l’unico guercio della regione quello che

masturba il sesso immenso dell’aria

slancia la mano tesa verso il raki d’una grossa somma di denaro

mi ha confidato il principale segreto della stazione:

IL MONDO COMINCIA A PUZZARE.


È una decomposizione generale la parte di un libro

un asso di fiori o un melone

cicogne sotto sciami di mosche penzolano le poppe delle ragazze

il caldo il freddo sono liane alle finestre dell’albergo

la puttana del numero 8 scoppia a ridere stuzzicata professionalmente

i wc hanno lampioncini imperiali e

le ragazze sorridono graziosamente pensando a delicati mutandoni


O che mani aristocratiche che cigni

la stessa terra presenterebbe le armi come un vecchio militare

se quelle dita le dessero un buffetto per ridere

I miei lunghi capelli pieni di polvere ne godrebbero

come di un flauto le labbra si appunterebbero come orecchini

con gioia i polmoni martellerebbero il suolo coi loro zoccoli

e i denti sogghignerebbero con languore:

«Signora, sotto il tavolo c’è un poeta,

non date calci, fanno male...»

ma nella loro pigrizia le foreste hanno un che di felino

gli artigli rientrati nei loro germogli

si strusciano contro i treni rapidi

leccano l’ovatta ardente delle locomotive

e salutano salutano con i fazzoletti dei loro sentieri

i ventri putridi della prima classe.

Il viandante incendiario tasta il proprio sacco consumato dal tempo

Ha fatto lucidare le scarpe Pubblica Piazza

alle 7 sonanti si trovava sulla Strada dell’Unione

dove ha sentito dei poeti brufolosi apostrofare gli allievi

nelle strade di Craiova:

«Anche gli dèi, ragazzo, sono stati esseri umani».

Nutrito a polmone e pesche

ha tosto urinato in tutte le stazioni in onore dei sottoprefetti

ed ha disegnato sui muri una freccia appuntita

marcata con la sigla T.S., un gambo di basilico all’orecchio

La sera rivedeva le vetrine la sera

era un opuscolo di propaganda

all’Hotel-Pidocchio dove 15

strilloni cantavano «Le colombe del crepuscolo».


Il viandante incendiario agitava le sue lenzuola come ali

e tutte le donne della città eiaculavano inni

Il viandante incendiario posando il suo cervello sul bordo della finestra

ha frugato nei cassetti delle sue costole

ed ha proferito:

«Gellu, tesoro mio, non dimenticare, la foto».


Perché lei era là nei cassetti nel sangue nel sacco

con il suo sorriso come una mandorla dolce-amara

con la sua farina di tepore sulla carne proprio in fondo all’abisso

e le pallottole di emicrania dei seni

le sue dita le sue dita erano di ghiaccio

e un sottile velo di sudore sui suoi

polpacci avvizziti prima del tempo lei diceva:

«il mio ventre è un salice piangente»,


Hé hé! Le strade hanno frustato la pianta dei miei piedi come sbirri

gli alberi hanno digrignato i denti

ed anche le banane e i fuochi. Vetture diplomatiche si sono smoccolate nelle fini bandiere.

In galera ho assassinato non pochi pidocchi

le sere in cui Dio si grattava la schiena

Potrei ora rimboccare le maniche della mia gioventù

e con le dita potenti farmi colare il moccio

sui salici di ricordi?

Potrei guardare ciò che è stata la mia vita

come un qualsiasi polveroso laboratorio

in cui ho lavorato?

Potrei incanalare i miei fiumi e i miei ruscelli e i miei tamburi

verso i polpacci di cristallo verso le tovaglie

verso i sottili quaderni dalle lunghe chiome?


Che importa se le finestre non hanno denti

il freddo può ricoprirsi con cura di materassi

le mie ragazze tutte le mie povere ragazze simili a coltelli

sbaciucchiano i signori e mi dimenticano

ma qui da te fa bello e tu

sei una tazza di the caldo.

Il viandante incendiario esamina con cura il proprio volto

il suo occhio sinistro dove c’è

un fiore di capelli rossi in disordine

il suo occhio sinistro è diventato di volta in volta un cappello di feltro

un’ala un portafebbri

poi borbotta: Kölnisches Wasser

e la sera rivedeva le vetrine la sera

era un opuscolo di propaganda.



[Drumeţul incendiar, 1936]