#author Gellu Naum #title Il viandante incendiario #topics Miraggi #pubdate 2014-02-06 #lang it #cover i-v-b02d8007534e1fd8763b2b432c9de146dd83ce24-m-jpg.jpg
Nel suo paese, la Romania, era considerato da molti l’incarnazione del meraviglioso e godeva di una reputazione segreta d’alchimista e di mago. Gellu Naum (1915-2001) ha incontrato il surrealismo nel 1935 e da allora non l’ha più lasciato. Studente di filosofia alla Sorbona, appena tornato in patria è stato uno dei fondatori del movimento surrealista rumeno – «il più esuberante, il più avventuroso e anche il più delirante gruppo del surrealismo internazionale». Davanti all’avanzata del totalitarismo stalinista, Gellu Naum decise di non seguire i suoi compagni. Non prese la via dell’esilio come Gherasim Luca o Trost, né si sottomise alla linea di partito come Virgil Teodorescu. Rimase dov’era nato, solo contro tutti, conoscendo una censura assoluta per oltre vent’anni. Ma, nonostante le enormi difficoltà materiali e psicologiche, perseguirà per l’intera sua vita la «caccia caotica» all’altro lato dell’esistenza umana.
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Il viandante incendiario si affila le pupille degli occhi nei quaderni di statistiche Si sistema l’acconciatura nelle pendole (il tempo è un pettine delirante per i capelli che coprono le mammelle virginali) lascia un molare guasto in ogni finestra con le insegne coi giardinetti si acciglia di fronte alle calze di seta vegetale palpa con dita esperte i bicchieri pieni di sonno rincorre le gemme che crescono nel vorticare degli alberi su se stessi conosce i serragli delle fodere di ogni cappello sta in ogni pacchetto di prosciutto o di manifesti monta la guardia sull’attenti accanto ai lampioni.
Scoiattolo saltella nei fischietti gozzuti dei gendarmi e palpa le mutandine trasparenti della Storia il suo cervello fa segnali come un fazzoletto e se non temesse il ridicolo potrebbe essere papa o cravatta.
Il suo cuore è una selva autonoma e dichiara: «Quei signori scelgono le nostre poesie in base ai fronzoli come le puttane».
La stampa scrive: «È un feroce assassino. Ha sotto il naso i baffi come un passero e si può riconoscere dai calzini».
Tuttavia passa oltre invisibile aggrappandosi talvolta alle tende amministrative e allora le folle con la bocca spalancata vedono il brulicare delle cimici attraverso i vetri; altre volte si fa fotografare in maniche di camicia con una cinta colorata di maree accanto al cappello di paglia dei letamai. Passa così calzando scarpe “DERMATA” come un pavone scintillante un mezzodì brontolone all’occhiello: è all’ascolto dei quattro punti cardinali munito d’un samovar ardente a mo’ di cornetto acustico ed incolla l’orecchio a Madrid: «Va bene». Dall’Alaska arrivano le farfalle luminose delle ginocchia Portogallo Portogallo abbiamo un vecchio dalla voce acuta come il sangue di monete tintinnanti sotto la morsa di tenaglie ossidate Portogallo Portogallo La Bibbia è un baffo funesto per il naso degli usignoli d’Alaska gli orifizi che ispirano i poeti sono incollati con gomma arabica ogni orifizio è un fiore bruno Portogallo Alaska Nei pomeriggi balcanici le mamme vanno su di giri «Presto andrò sotto terra Gellu, tesoro mio, non dimenticare, una foto. Avrai finito di uccidere i miei vecchi giorni».
D’accordo saprò quindi sturarmi le orecchie lasciare che le mie dita fischino da sole (come stivaletti che drizzano le orecchie al cielo) esalerò dalle natiche le farfalle e le pipe del sogno foderato di lana saprò togliermi le ventose dal cervello perché sgoccioli via il succo fetido dei versi dolciastri saprò mamma nei momenti di gloria sventolare i miei calzini puzzolenti sull’uscio dell’Accademia Rumena.
Vibrano sordamente i miei timpani come un diapason La terra s’è assopita buffa nelle paludi dell’universo il viandante incendiario è un armadio o anche un canto conservato nelle tasche della bella redingote
Spiumate tutti gli uccelli dei Balcani affinché abbiamo di che scrivere nuove cronache (gli uccelli più grossi filati via dalle case) Scriverò di te a caratteri cubitali: «QUANDO TI TOGLI IL VESTITO VERDE RIMANI NUDA COME UNA PENNA STILOGRAFICA».
Signori ho scordato i baffi nel vagone letto accanto ai sacchi di monete dei Rotschild e l’unico guercio della regione quello che masturba il sesso immenso dell’aria slancia la mano tesa verso il raki d’una grossa somma di denaro mi ha confidato il principale segreto della stazione: IL MONDO COMINCIA A PUZZARE.
È una decomposizione generale la parte di un libro un asso di fiori o un melone cicogne sotto sciami di mosche penzolano le poppe delle ragazze il caldo il freddo sono liane alle finestre dell’albergo la puttana del numero 8 scoppia a ridere stuzzicata professionalmente i wc hanno lampioncini imperiali e le ragazze sorridono graziosamente pensando a delicati mutandoni
O che mani aristocratiche che cigni la stessa terra presenterebbe le armi come un vecchio militare se quelle dita le dessero un buffetto per ridere I miei lunghi capelli pieni di polvere ne godrebbero come di un flauto le labbra si appunterebbero come orecchini con gioia i polmoni martellerebbero il suolo coi loro zoccoli e i denti sogghignerebbero con languore: «Signora, sotto il tavolo c’è un poeta, non date calci, fanno male...» ma nella loro pigrizia le foreste hanno un che di felino gli artigli rientrati nei loro germogli si strusciano contro i treni rapidi leccano l’ovatta ardente delle locomotive e salutano salutano con i fazzoletti dei loro sentieri i ventri putridi della prima classe. Il viandante incendiario tasta il proprio sacco consumato dal tempo Ha fatto lucidare le scarpe Pubblica Piazza alle 7 sonanti si trovava sulla Strada dell’Unione dove ha sentito dei poeti brufolosi apostrofare gli allievi nelle strade di Craiova: «Anche gli dèi, ragazzo, sono stati esseri umani». Nutrito a polmone e pesche ha tosto urinato in tutte le stazioni in onore dei sottoprefetti ed ha disegnato sui muri una freccia appuntita marcata con la sigla T.S., un gambo di basilico all’orecchio La sera rivedeva le vetrine la sera era un opuscolo di propaganda all’Hotel-Pidocchio dove 15 strilloni cantavano «Le colombe del crepuscolo».
Il viandante incendiario agitava le sue lenzuola come ali e tutte le donne della città eiaculavano inni Il viandante incendiario posando il suo cervello sul bordo della finestra ha frugato nei cassetti delle sue costole ed ha proferito: «Gellu, tesoro mio, non dimenticare, la foto».
Perché lei era là nei cassetti nel sangue nel sacco con il suo sorriso come una mandorla dolce-amara con la sua farina di tepore sulla carne proprio in fondo all’abisso e le pallottole di emicrania dei seni le sue dita le sue dita erano di ghiaccio e un sottile velo di sudore sui suoi polpacci avvizziti prima del tempo lei diceva: «il mio ventre è un salice piangente»,
Hé hé! Le strade hanno frustato la pianta dei miei piedi come sbirri gli alberi hanno digrignato i denti ed anche le banane e i fuochi. Vetture diplomatiche si sono smoccolate nelle fini bandiere. In galera ho assassinato non pochi pidocchi le sere in cui Dio si grattava la schiena Potrei ora rimboccare le maniche della mia gioventù e con le dita potenti farmi colare il moccio sui salici di ricordi? Potrei guardare ciò che è stata la mia vita come un qualsiasi polveroso laboratorio in cui ho lavorato? Potrei incanalare i miei fiumi e i miei ruscelli e i miei tamburi verso i polpacci di cristallo verso le tovaglie verso i sottili quaderni dalle lunghe chiome?
Che importa se le finestre non hanno denti il freddo può ricoprirsi con cura di materassi le mie ragazze tutte le mie povere ragazze simili a coltelli sbaciucchiano i signori e mi dimenticano ma qui da te fa bello e tu sei una tazza di the caldo. Il viandante incendiario esamina con cura il proprio volto il suo occhio sinistro dove c’è un fiore di capelli rossi in disordine il suo occhio sinistro è diventato di volta in volta un cappello di feltro un’ala un portafebbri poi borbotta: Kölnisches Wasser e la sera rivedeva le vetrine la sera era un opuscolo di propaganda.

[Drumeţul incendiar, 1936]