Octave Mirbeau
In tempo di elezioni…

Una domenica mattina mi recai con un amico a Norfleur, una cittadina normanna molto pittoresca e che ha conservata, quasi intatta, la sua fisionomia medioevale.
Norfleur non ha nulla sacrificato al progresso che, a poco a poco, trasforma tutto attorno i borghi e le città. Ad eccezione di una povera segheria meccanica che, del resto, riposa per una buona metà dell’anno, nessuna industria è venuta a turbare l’esistenza monotona e silenziosa di quei piccoli proprietari astiosi e testardi.
Quel mattino era in piazza una grossa folla di contadini vestiti a festa scesi in città per la messa e per discorrere dei loro interessi. La folla si mostrava più agitata e più rumorosa del solito perché eravamo in pieno periodo elettorale. Soltanto le elezioni, per le passioni che risvegliano, per gli interessi che accarezzano o che combattono, potevano dare alla città l’effimera illusione del movimento e della vita. I muri erano tappezzati di manifesti azzurri, gialli, rossi, verdi; e dinnanzi ai manifesti, gli elettori si raccoglievano a gruppi, sostando, col mento alzato, le mani incrociate dietro la schiena, senza una parola, senza un gesto che esprimesse una opinione o una decisione...
L’amico che mi accompagnava mi indicò in mezzo ad un gruppo più numeroso ed animato, uno dei candidati che perorava e gestiva, il marchese di Portpierre, grosso proprietario di terre, celebre in tutta la Normandia per la sua vita fastosa, e a Parigi per l’eleganza squisita delle sue livree e delle sue carrozze. Membro del Jockey-Club, cavallerizzo, amante dei cani e delle belle fanciulle, valoroso nel tiro al piccione, noto antisemita e realista militante, rappresentava, come dicono i gazzettieri, ciò che vi è di meglio nella società francese...
Caddi dalle nuvole vedendolo vestito con una lunga blusa celeste e con in testa un berretto di pelle di coniglio. Mi si disse che era quella la sua uniforme elettorale, che lo dispensava da ogni altra professione di fede... Sembrava del resto un vero sensale. Nulla, nel suo fare, faceva dubitare che fosse quello un abito d’occasione; né la sua fisionomia, rubiconda e volgare, ma scaltra e maliziosa, lo distingueva dagli altri, e rivelava in lui quella che gli antropologi da giornali chiamano «la razza».
Lo studiai con curiosità.
Nessuno doveva essere più di lui duro e maligno negli affari, nessuno doveva saper meglio di lui contrattare un cavallo o una vacca.
Passandogli vicino lo udii gridare, fra le risa: — Ma sì!… ma sì!… il governo è un porco… Lo faremo trottare!… Ve lo garantisco!… Ah mio dio! figlioli miei!
Era veramente a suo agio sotto la blusa da contadino e affettava una cordialità chiassosa, un meraviglioso cinismo da lieta brigata, rideva di questo, si indignava per quest’altro… e prodigava strette di mano e faceva una larga distribuzione di «tu», e batteva sulle spalle e sulle pance e andava e veniva come una spola, sulla piazza, espandendosi in chiacchiere e si prodigava al caffè in bicchierini… Brandiva fieramente un grosso bastone normanno di corniolo, legato al polso con una forte correggia di cuoio nero.
— Ah!... sacramento!
Aveva così ben conquistato il paese, che nessuno si stupiva delle improvvise trasformazioni che egli operava nella sua toilette durante i periodi elettorali. Tutti, invece, ne erano contenti e dicevano di lui:
— Ah, è davvero un buon figliolo il marchese!... Ah, non è superbo, lui!... Ed ama il contadino!
Nessuno brontolava perché egli aveva conservato i privilegi e gli onori d’altri tempi. Per esempio questo. Tutte le domeniche all’ite missa est il sacrestano veniva a piantarsi all’entrata della piccola cappella «riservata al castello» e, quando il marchese usciva seguito dalla famiglia e dai domestici, il sacrestano superbo, col suo cappello piumato e nel suo corsetto di raso vermiglio, lo precedeva solennemente e lo accompagnava fino alla vettura urtando uomini e seggiole, battendo il pavimento della chiesa col suo bastone dal pomo d’oro e gridando.
— Su!… largo… largo… al signor marchese!
E tutti erano contenti: il marchese, il sacrestano e la folla...
— Ah, per trovare un marchese come questo bisogna far molti passi!...
Nel suo collegio si trovava un mandamento molto lontano dal castello, dove meno diretta era la sua influenza... Bisognava anche dire che in questo mandamento una forte corrente si era formata contro di lui, corrente che, per quanto non minacciasse in nulla la situazione politica, era abbastanza noiosa...
Egli aveva vinto l’opposizione, promettendo solennemente d’ottenere dal governo la costruzione di una fermata ferroviaria, che quelli del capoluogo domandavano invano da lungo tempo.
Gli anni passavano e le legislature anche, ma la fermata non veniva… la qual cosa non impediva al marchese di essere rieletto.
Una volta, poiché il loro deputato non ne parlava più, i contadini si recarono in rispettosa delegazione a domandar notizia della fermata ferroviaria, soggiungendo che da parte sua il candidato avversario ne aveva promessa un’altra.
— La fermata? — gridò il marchese. — Come?! Non lo sapete?... Ma è ottenuta, miei cari!... Cominceranno i lavori la prossima settimana!… Ho sudato però!… Con questo animale di governo che non vuol far niente per i contadini!
La Commissione obiettò che tutto ciò non era troppo naturale, che non erano ancora tracciati i piani… che nessun ingegnere era stato veduto in paese…
Ma il marchese non si sgomentò.
— Una fermata, capirete bene, è una sciocchezza... E gli ingegneri non si disturbano per così poco... Essi hanno i piani e fanno i tracciati in ufficio… Ma ve lo assicuro: la settimana prossima...
Infatti, cinque giorni dopo, all’alba, i contadini videro arrivare un carro pieno di pietre, poi un altro pieno di sabbia...
— Ah... è la nostra fermata! — dissero. — Non c’è da dubitarne: il marchese aveva ragione...
E deposero nell’urna la solita scheda.
Due giorni dopo le elezioni venne un carrettiere che ricaricò la sabbia… e mentre se ne andava:
— Ma è la nostra fermata! — gridarono i contadini.
Il carrettiere rispose frustando i cavalli:
— Sembra che si tratti di un errore...
Era per un altro Comune...
Alle elezioni seguenti gli elettori ridomandarono la loro fermata con maggiore energia. Allora il marchese ebbe un gesto grandioso...
— Una fermata? — gridò. — Chi parla ancora di fermata?... Che cosa volete far voi di una vile fermata?... Perché le fermate non sono all’altezza dei bisogni moderni… A voi occorre una stazione… una bella stazione... una stazione con la tettoia di vetri e l’orologio elettrico… ristoranti… biblioteche… Viva la Francia! E se volete nuovi tronchi ferroviari, ditemelo... Viva la Francia!
I contadini si dissero:
— Una grande stazione?… Certo che sarebbe meglio...
E rielessero ancora una volta il signor marchese.