Titolo: Informatori e informazione
Argomento: Brulotti
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Intervista con Lauren Regan


Avvocatessa ed attivista, Lauren Regan è fondatrice e direttrice del Civil Liberties Defense Center, con sede a Eugene, in Oregon. Nel corso della sua attività ha difeso centinaia di persone colpite dalla repressione per le loro lotte contro lo Stato e il dominio. Fra queste, alcuni imputati del processo contro gruppi ambientalisti radicali come l’ELF e l’ALF nell’ambito dell’inchiesta denominata «Green Scare». In tale inchiesta hanno giocato un ruolo fondamentale i pentiti e gli infiltrati presenti in quei gruppi, sui quali si concentra questa intervista, e le risposte di Lauren Regan — nonostante le differenze di approccio e di linguaggio — non mancano di offrire notevoli spunti di riflessione, al di là di alcune affermazioni alquanto discutibili.


***


– Qual è stato uno dei tuoi incontri più significativi con degli informatori all’interno delle comunità di azione radicale?

Dopo essermi trasferita sulla costa nord-occidentale del Pacifico, mi sono impegnata nelle campagne in difesa della foresta e quindi ho finito col dare parecchio supporto legale agli amici. Diversi anni più tardi ho convissuto per un breve periodo con Lacey Phillabaum. Nel dicembre 2005 un gruppo di miei amici, compagni attivisti e clienti, sono stati arrestati nell’ambito del «Green Scare». Lacey è venuta da me, fuori di sé perché le era stato chiesto di diventare una informatrice, e perché Stan (Stanislas “Stan” Gregory Meyerhoff) lo era già diventato.

Le ho detto che avremmo cercato di sostenerla in qualsiasi modo avesse avuto bisogno per evitarle una spiacevole situazione. Poco tempo dopo lei e suo padre mi hanno comunicato che erano in procinto di andare all’FBI, e che lei stava per diventare una informatrice.

È stato questo, pensavo prima. Ma un paio di anni più tardi ero nel team legale di Briana Waters [in seguito diventata anche lei una pentita] e stavamo andando al processo per la prima volta; lei affrontava la vita in carcere con un bambino di 2 anni, e Lacey Phillabaum stava testimoniando contro di lei per cercare di fregarla in modo da ottenere uno sconto sulla pena. Mi sono seduta al tavolo dei legali ad osservare l’interrogatorio del Procuratore e all’improvviso Lacey mi ha indicata, seduta al tavolo della difesa, dicendo che «Lauren Regan sapeva quello che stavamo facendo, o avrebbe dovuto saperlo». Era sotto giuramento e in sostanza cercava di farmi incriminare.

Per fortuna non è riuscita nel suo intento.




– Quando Lacey e suo padre si sono incontrati con te lo hanno fatto in quanto eri un avvocato potenzialmente suo rappresentante, o semplicemente un’amica personale?

In quanto avvocato, all’epoca per di più sua amica.

Il giorno in cui è scoppiato il «Green Scare», io, Jim, Lacey e Stan e qualche altro nostro conoscente eravamo in volo per il Costa Rica per il matrimonio di amici. Insieme a molti altri amici eravamo già in Costa Rica quando Stan è stato arrestato all’uscita dell’aeroporto. Lacey ha cominciato a tempestarmi di telefonate in Costa Rica, ma non c’era molto che potessi fare in quel momento. Ricordo però che mi lesse i nomi di tutte le persone che erano state arrestate, e questo mi spaventò davvero perché su quella lista c’erano nomi che non riuscivo a credere potessero essere coinvolti in atti di sabotaggio economico di quel livello.

Così pensai ad una cospirazione -— una caccia alle streghe — ad una rete più vasta di quanto si poteva supporre. In primo luogo è stato il nome di Daniel McGowan ad avermi sorpreso di più, perché lui aveva lavorato a stretto contatto con me per l’appello di Jeff Luer e nella campagna di sostegno ai prigionieri. Quindi l’idea che fosse il principale sostenitore di Jeff, e così vicino da essere incriminato lui stesso, mi sembrava azzardata. Pensavo che in alcun modo Daniel potesse essere coinvolto in questa storia, ma invece lo è stato.


– Avendo a suo tempo vissuto con Lacey, pensi che ci fossero comportamenti o tratti della sua personalità tali da non rendere sorprendente il fatto che alla fine abbia imboccato quella strada?

No, ed ecco perché. Lacey era una delle sostenitrici più militanti e fanatiche della «security culture» nella nostra città. Quando le persone venivano citate in giudizio davanti al Grand Jury, lei si piazzava in piedi vicino alla porta con un blocco di carta in qualità di scriba della comunità, e annotava tutto ciò che veniva chiesto e tutto ciò che veniva detto, e se non ti relazionavi pienamente con lei eri una persona non gradita. Se disobbedivi alla mentalità militante della «security culture» o fingevi di seguirla, lei ti aggrediva in un attimo. Quindi, che lei sia caduta come un castello di carte alla prima pressione, è stato sorprendente.

Stava insieme a Stan da qualche tempo — un paio d’anni forse — ma avevano un rapporto terribile. Lui l’ha colpita in faccia un paio di volte. Erano proprio cattivi tra di loro. Nella mia testa pensavo: ecco un’altra donna intelligente che è talmente insicura di sé da stare con un pezzo di merda. Lei era superiore a lui sotto molti aspetti.

Mi domandavo: «perché stanno insieme?». Lei viveva con me e lui veniva di tanto in tanto, stupido come un pezzo di carta igienica. Ricordo che spesso chiedeva: «Come sta Jeff (Luers)?». Jeff era in carcere in quel momento, ed io presumevo ciò accadesse perché tante persone sapevano che io ero l’avvocato di Jeff e molte persone che non facevano realmente parte dell’ambiente mi avvicinavano per chiedere «Come sta Jeff?»; quindi non ho mai ritenuto strano che Stan mi chiedesse di Jeff.

Naturalmente col senno del poi mi sono resa conto che Stan era coinvolto nel secondo incendio di Romania (Jeff era stato incriminato per il primo incendio di Romania [concessionaria della Chevrolet], e il secondo incendio è stato il giorno in cui avrebbe dovuto iniziare il processo a Jeff nella stessa città in cui si erano verificati gli incendi. Si ritiene che il secondo incendio di Romania sia stato determinante nell’imposizione della sentenza originale di 23 anni da parte della Corte) ed aveva un enorme senso di colpa per la condanna di Jeff.

Ad un certo punto Lacey mi ha detto che lei e Stan si sarebbero trasferiti a Bend, in Oregon. Al momento, ad essere sinceri, ho pensato che si trattasse di una manovra per una questione di violenza domestica. Che lui voleva portarla fuori città. Ma anche quando si è trasferita a Bend, ogni tanto abbiamo fatto escursioni insieme e cose del genere.


È stata un’esperienza dura rendersi conto che un’amica di lunga data, qualcuno con cui avevi vissuto assieme, fatto cose assieme, poteva piegarsi così facilmente?

Sì, certo. Era la prima volta nella mia vita, così come nella vita di molte altre persone vicine a me. Abbiamo dovuto cancellare degli amici come se fossero morti. Abbiamo seppellito gente a destra e a sinistra. Persone che hanno collaborato con la giuria, persone come Lacey. Abbiamo perso una dozzina di esseri umani nella nostra comunità, per sempre. È stato come un processo di lutto.

E se fosse solo per questo, sarebbe stato sopportabile. Ma quando lei ha cercato per di più di coinvolgermi, in quel momento ho perso le staffe. Ecco perché le persone della comunità che le sono rimaste amiche, purtroppo non possono più essere mie amiche. Lei è molto intelligente, era una giornalista quindi molto brava con le parole. Entrambi i suoi genitori sono avvocati e lei era un’animatrice di dibattiti, insomma potenzialmente molto brava a persuadere la gente. Può essere efficiente e pericolosa. È stata una grande perdita per il movimento, avvenuta in teoria a causa del ragazzo. Perché se Stan non avesse cominciato a parlare, non credo che lei avrebbe avuto qualche motivo per farlo. Credo che la ragione per cui è diventata una informatrice è perché lui l’ha denunciata, e in sostanza per lei era prioritario stare con lui.


– Ciò porta ad un argomento interessante di cui non credo si sia parlato molto, ovvero le relazioni intime e come spesso queste relazioni siano collegate a situazioni in cui le persone finiscono col diventare informatori, oppure ci sono informatori che hanno relazioni con persone per poi denunciarle. Pensi che questo sia un tema abbastanza ricorrente, che sia qualcosa su cui dovremmo riflettere e parlare di più?

Credo che la fragilità umana e il degrado umano a tutti i livelli diventino un problema enorme ogni volta che si ha a che fare con i principali problemi della «security culture». Che si tratti di tossicodipendenza, o di qualsiasi altra cosa, questioni simili emergono sempre.

Nel «Green Scare» c’è stato Darren Thurston che è saltato fuori dalla nave della non-collaborazione in conseguenza alle pressioni di Chelsea Gerlach, che all’epoca era la sua romantica partner. E Chelsea stava specificamente cercando di coinvolgere le persone in modo da ottenere sconti di pena dagli agenti federali. Si è incontrata con molti di quelli che non collaboravano per cercare di far loro cambiare idea. Quindi ci sono stati sicuramente alcuni esempi di ciò all’interno del «Green Scare».




Ma ci sono stati anche esempi contrari, come Joyanna e Nathan, una coppia con un legame e che non sono diventati delatori. Posso vedere la cosa andare in entrambe le direzioni.

D’altra parte, è mia convinzione che Jennifer Kolar (imputata collaboratrice del «Green Scare»), che in momenti diversi ha avuto rapporti con Joe Dibbe (incriminato nel «Green Scare», mai arrestato) e Jonathan Paul (imputato non collaboratore nel «Green Scare»), abbia trasformato la sua bionda capigliatura e si sia fatta largo in aree molto critiche del movimento soprattutto perché faceva sesso con diversi attivisti. Probabilmente non veniva considerata come avrebbe dovuto essere. Non solo è cambiata appena è finita nella merda, ma ha consegnato tutte le password e le relative cose tecnologiche, il che è stato un vero guaio perché è stata una schiacciante prova contro un sacco di persone diverse.


– Che tu sappia, ci sono stati altri esempi a parte «Anna» (che ha intrappolato Eric McDavid), di persone mandate dall’FBI o dalla sicurezza delle multinazionali per avere rapporti con attivisti?

Oh si. Ci sono una serie di situazioni provate, ho letto io stessa i rapporti dell’FBI, in cui degli uomini sono stati presi di mira da agenti donne dell’FBI che fingevano di essere interessate per potersi infiltrare.

Nella mia esperienza sono più gli uomini a venir presi di mira da donne. Anche se so che in Europa e in altri luoghi è stato il contrario. E di certo è stato il contrario per Peg Millet (una dei «5 di Arizona», accusata di cospirazione per sabotare centrali nucleari e distruggere linee elettriche) ed i suoi compagni attivisti in Arizona, con un maschio inviato ad infiltrarsi.

Nella mia esperienza, a partire dalla fine degli anni 90, credo che le donne agenti siano state usate più spesso perché ci sono più uomini negli ambienti favorevoli all’azione diretta dei movimenti ambientalisti e dei diritti animali, e gli uomini più giovani con un sacco di testosterone sono molto vulnerabili a questo genere di cose; e statisticamente sono più uomini a compiere atti di azione diretta, quindi ha di certo senso che l’FBI prenda di mira gli uomini con delle donne.




– Quale pensi sia stato l’impatto del «Green Scare» sul movimento anarchico/radicale verde?

Girando per il paese e facendo un sacco di conferenze sulle varie forme di repressione del governo, che includono questioni relative al «Green Scare» ed al «terrorismo animalista», ho incontrato molte persone, sia attivisti di lunga data che giovani, le quali mi hanno detto come le cose siano cambiate dopo il «Green Scare». Che le cose non sono più attive come prima.

Penso che ciò possa essere statisticamente vero in termini di sabotaggio economico, ma dal punto di vista dei movimenti di base — movimento contro pozzi petroliferi e alcuni dei gruppi sulla «giustizia climatica», che ora comprendono comunità di immigrati senza documenti e cose del genere — non vedo un grosso deterrente affinché le persone non si attivino in tal senso, almeno negli ultimi 5-7 anni.

Nelle discussioni che ho avuto con varie persone mi è stato detto che il «Green Scare» ha inciso perché sono diminuiti gli incendi dolosi, ma penso che la realtà sia che dopo il picco avvenuto durante la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000, anche chi partecipava a quelle azioni abbia riconsiderato seriamente il modo in cui veniva attuata quella tattica, e i suoi potenziali contraccolpi. Così come sono proseguite serie discussioni circa la sua efficacia. Le cose materiali venivano ricostruite, come Vail (stazione sciistica in Colorado, dove si è verificato un incendio doloso che ha causato danni per 12 milioni di dollari). Ci sono stati pochissimi esempi, il mattatoio di Cavel West è uno di questi, dove l’obiettivo non è stato ricostruito. In quasi ogni altra circostanza, la struttura colpita è stata poi ricostruita o riacquistata. Quindi penso che ci fosse un sacco di discussione interna ed era una discussione valida e, io credo, necessaria. Quindi è difficile dire se il movimento clandestino si sia posto o meno dei limiti in proposito, rispetto al deterrente del governo. All’epoca delle inchieste [«Green Scare»] accadute nel 2005, le azioni si erano già quasi fermate. La maggior parte di esse si fermò nel 2001, e penso che 1 o 2 siano avvenute nel 2003. Eppure gli atti d’accusa non sono stati formulati sino al 2005. Quindi, sostenere che i procedimenti penali hanno avuto il risultato diretto di porre fine a quella tattica, non sono sicura che di fatto abbia senso.


– L’FBI ha insegnato a lungo metodi di osservazione, monitoraggio ed intrusione nel mondo reale, ma oggi utilizza di più la sorveglianza ad alta tecnologia. È verosimile che stiano ancora utilizzando le vecchie tecniche del «mondo reale»?

Oh, naturalmente. Come parte dell’addestramento delle forze speciali anti-terrorismo dell’FBI, stanno utilizzando agenti più giovani, tatuati, che imparano il linguaggio vegano, che in pratica si addestrano per essere specificamente in grado di integrarsi negli ambienti anarchici/attivisti. Questo sta senz’altro accadendo ancora. La capacità del governo di spiare gli attivisti è solo aumentata in maniera esponenziale. Oltre alla sorveglianza governativa stiamo anche assistendo ad un aumento della «intelligence» grigia — lo spionaggio delle campagne di lotta da parte delle multinazionali. In particolare nelle lotte anti-carbone, contro l’industria petrolifera, farmaceutica — sai — gli obiettivi ambientalisti e animalisti, gli obiettivi di «giustizia climatica», hanno tutti dietro grandi industrie e stiamo assistendo anche da parte loro ad un sacco di attività di spionaggio, sia illegale che legale.


– Così tu pensi che la sorveglianza da parte delle multinazionali è sicuramente in aumento?

Oh sì.


– Conosci alcuni esempi di come le persone lo hanno scoperto? Perché non si penserebbe che una cosa simile venga fuori molto spesso sui documenti pubblici.

Beh, che ci crediate o no alcune delle agenzie private di spionaggio hanno rovinato tutto condividendo volontariamente i loro rapporti con l’FBI e le forze dell’ordine locali. Una volta che lo hanno fatto, tutti questi rapporti diventano soggetti alle leggi sulla libertà dell’informazione e sui registri pubblici, ed è così che ora abbiamo un sacco di roba disponibile.

Ad esempio, TransCanada stava dando la sua documentazione sul percorso dell’oleodotto Keystone agli uffici dell’FBI e delle forze dell’ordine locali. Ora abbiamo la loro intera documentazione, che comprende le foto dei principali militanti, tutti i crimini terroristici federali che incoraggiavano i procuratori distrettuali locali ad usare contro gli attivisti, e cose del genere. Alcune delle quali in realtà abbiamo ottenuto grazie alla loro stupidità.

Ma ci sono un sacco di cose che possono fare che sarebbe veramente difficile beccarli, la sorveglianza elettronica soprattutto. Molte spie «grigie» sono ex agenti dell’FBI, e quindi c’è una vera e propria zona opaca di nuovo e vecchio che si fanno favori l’uno con l’altro. Vecchi FBI che chiamano nuovi FBI e dicono «Ehi, fammi un favore, controlla questo attraverso il computer».


– Quali informazioni pensi stiano cercando gli informatori e gli infiltrati? Qual è il loro obiettivo principale in termini di informazioni che stanno raccogliendo?

Beh, penso che dal punto di vista del governo uno degli obiettivi principali è il profilo psicologico, il tentativo di mappare i movimenti e le comunità di attivisti per le future inchieste. Penso che gran parte dello scopo sia questo. Credo che in realtà solo in parte lo scopo sia quello di cercare di fermare e combattere i reati...


– O a volte creare i reati...

Giusto, giusto. Soprattutto dopo il «Green Scare», a causa del livello di rivelazioni fatte da tutti questi che operavano nelle cellule dell’ELF e dell’ALF, penso che i federali siano ora molto consapevoli di come agiscano gli attivisti clandestini. Credo che, come all’epoca del Cointelpro, un altro degli interessi maggiori del governo nell’uso di spie ed infiltrati sia semplicemente la mera interruzione dell’attività politica che sfida le attuali strutture sociali.

Ci sono rapporti anti-terrorismo dell’FBI che ho letto dove viene espressamente detto che l’attivismo anti-capitalista è una delle peggiori minacce per la società americana, e ciò a causa dello stretto rapporto tra il governo e i pescecani delle grandi multinazionali. È il governo a fare l’offerta a queste grandi industrie ed imprese, quindi tutto ciò che è una sfida diretta nei loro confronti deve venire non solo spiata, ma con qualsiasi mezzo interrotta, ostacolata, denigrata — capisci — non vogliono che venga costruito quel movimento.

A volte non si tratta di cercare di incriminare tutti quanti, fondamentalmente si tratta di cercare di dividere una comunità ed interferire con campagne di successo. Lo vediamo di continuo. Ma poiché questo è un grande paese con una grande comunità attivista, in realtà non parliamo quanto dovremmo per riuscire a vedere che una certa cosa è accaduto nella campagna Tar Sands, e sta accadendo nella campagna sui lupi, e la stessa cosa sta accadendo qui e là. Qual è la situazione comune che sta succedendo? Un sacco di volte è questo che il governo capisce dalla sua attività di spionaggio del passato, come è facile scopare con la maggior parte degli attivisti.

Ancora una volta, a causa della debolezza umana, non impariamo dalla nostra storia e continuiamo a ripeterla. Non ci prendiamo sul serio come dovremmo in quanto attivisti di movimento. Il governo sfrutta tutto ciò ed ha lo stesso manuale che mette in pratica in tutto il paese, di nuovo e di nuovo. Ogni paio d’anni possono tornare, c’è un nuovo gruppo di attivisti e possono rifare la stessa cosa.


– A questo proposito, perché è importante la «security culture»?

Nella mia mente la «security culture» non è anzitutto come farla franca con l’attività illegale. Si tratta di creare un ambiente e una comunità in cui coloro che non vogliono impegnarsi in attività illegali possono stare al sicuro da mandati di comparizione davanti al Grand Jury o da accuse di favoreggiamento o di cospirazione. Quindi la «security culture» è un accordo in generale su come gli attivisti politici — che sono il bersaglio del governo e di altri tipi di repressione — possono essere efficaci strategicamente il più possibile e creare margini di sicurezza per le persone, come meglio possono.


Un attivista di vecchia data ha fatto una richiesta per visionare documenti che hanno rivelato alcune interessanti informazioni su come gli ambientalisti, prima dell’11 settembre, siano stati presi di mira come potenziali utilizzatori di armi di distruzione di massa. Sai se ci fossero informatori o spie in quella inchiesta?

I dispositivi incendiari che sono stati utilizzati a metà-fine degli anni 90 sono stati considerati dispositivi mortali, e questo è il motivo per cui l’aggravante terrorista ha colpito molti imputati del «Green Scare». Ma vediamo di continuo documentazione degli agenti dell’FBI, così come delle spie delle multinazionali. Ad esempio, c’è un gruppo anti-fracking [fratturazione idraulica del sottosuolo] in Pennsylvania, ed è composto da insegnanti e medici, e una volta alla settimana il venerdì pomeriggio tirano fuori il loro striscione e vanno all’angolo affollato di questa piccola città, stanno lì e tengono il loro striscione anti-fracking. Una spia privata li ha tenuti sotto controllo ed ha scritto un’informativa terrorista che ha condiviso con le forze dell’ordine e l’FBI, ed è così che lo abbiamo avuto. L’informativa ripeteva di continuo «reggono uno striscione e fanno queste cose non-violente ora, ma la loro retorica è sempre più militante e stanno per passare ad un’attività più violenta, quindi abbiamo bisogno di continuare a tenerli sotto controllo...».

Parlando in generale penso che per i tutori della legge, al fine di garantire la conservazione dei loro posti di lavoro, e un continuo finanziamento con cospicui aumenti, ci deve essere costantemente una minaccia, una crescente minaccia. Non vedrai mai il governo dire che «gli ambientalisti hanno imparato la lezione, non fanno più quella roba». Nel «Green Scare» hanno detto «oggi possono fare danneggiamenti, ma stavano per passare all’omicidio».


– Presumo che ciò sia aumentato molto di più con la sorveglianza delle imprese e delle agenzie di sicurezza private, che sono impegnate a favorire la crescita del profitto?

Per il modo in cui molte di loro lavorano, ad esempio la Peabody Coal, sanno che non possono avere spie interne. Perché se la cosa gli torna indietro, sono nei guai. Così istituiscono e finanziano un ente privato indipendente che è per metà una ditta di pubbliche relazioni e per metà una ditta di sicurezza. Affinché tale ente rimanga operativo, deve produrre le informazioni che la Peabody Coal vuole sentire, e deve convalidare il proprio lavoro. Quindi, se dovessero segnalare che «medici ed insegnanti ogni venerdì espongono uno striscione» verrebbero liquidati da quel caso, e non sarebbero più pagati per portarlo avanti. Gli agenti in pensione dell’FBI non vogliono sedersi in giro a guardare un po’ di pacifisti che reggono uno striscione, piuttosto che inseguire trafficanti di droga o roba simile. In quella maniera perpetuano anche il proprio guadagno economico.

Uno degli esempi più classici è la ditta di spionaggio privato che cambia il proprio nome ogni due settimane prendendo di mira PETA [organizzazione in difesa dei «diritti degli animali»] per conto dei Ringling Brothers [il più grande circo statunitense] e di grandi case farmaceutiche. Hanno avuto letteralmente spie come impiegati di PETA e hanno rubato i file dei computer, e cose del genere. Un problema enorme consiste nel fatto che gli attivisti stanno rendendo facile il lavoro di spionaggio governativo e privato, utilizzando face-crack o le e-mail per mettere i panni sporchi dei partecipanti al movimento in questi pubblici domini. In questo modo, fondamentalmente, forniscono alla repressione del governo chiare indicazioni su dove potrebbero essere localizzati degli obiettivi vulnerabili, o su chi potrebbe più verosimilmente diventare una spia o un infiltrato.

Personalmente ogni volta che vedo accadere cose simili, sono molto sospettosa sulle loro fonti. Mi sembra incredibile che qualcuno che si definisce un attivista, e che sa bene cosa significhi essere un attivista politico, possa dare vita o perpetuare quel genere di cose nella sfera pubblica. Ciò non vuol dire che a mio avviso, in determinate circostanze, una comunità non debba andare a casa di qualcuno e intervenire, o chiedere una specie di rendiconto. Ma questo rendere conto non dovrebbe mai finire su face-crack o sui computer. L’idea che chiunque possa guardare indirettamente qualcuno venire messo alla gogna è ridicola. Guarda i Kardashian in televisione, se vuoi quel tipo di sciocchezze. Non bisogna rendere conto a qualcuno che vive dall’altra parte del paese e non è coinvolto in quella campagna. La natura innamorata dei pettegolezzi della fallibilità umana è solo un serio ostacolo.

Piuttosto che essere preoccupati delle spie e della sorveglianza, dobbiamo prendere noi stessi molto più sul serio. La gente si riempie la bocca con la «security culture» e poi va su facebook e si comporta come se quel concetto non esistesse. È solo una frase figa da dire mentre si sta bevendo una birra con gli amici. Ha davvero un significato per le persone, e quelli che non la prendono sul serio non stanno prendendo sul serio neanche se stessi.


Un sacco di volte, quando la gente dà aria ai panni sporchi sui social media, usa la retorica del «Sto solo cercando di tenere le persone al sicuro facendo loro sapere queste informazioni sul conto di questa persona». Ma se si aumenta la sicurezza della «security culture», la questione è completamente chiusa.

Giusto. Esiste un modo in cui è possibile mantenere una comunità al sicuro senza fare quella cosa in stile distribuzione di massa. Mi ricordo che c’era una persona che abbiamo smascherato come un infiltrato federale. Era un condannato per droga che stava scontando la sua pena fuori, cercando di spiare gli attivisti ambientalisti. Ha rubato soldi da una campagna ambientalista ed ha causato un sacco di problemi e divisioni. Siamo riusciti a smascherarlo dopo che un paio di persone sono finite incriminate dal governo federale, ho trovato negli atti che ho ricevuto dall’ufficio del procuratore tutte le ricevute per i rimborsi di questo tipo e le sue note quotidiane. Me le avevano inavvertitamente girate. Si sono resi subito conto del loro errore e mi hanno chiesto di restituirle, ma io le avevo già consegnate ai miei clienti, quindi la cosa era già venuta fuori. Così è stato smascherato e poi abbiamo sentito che era sparito dalla città. Ma qualcuno ha sentito che in realtà era diretto verso la campagna Buffalo Field [campagna per fermare il massacro dei bisonti di Yellowstone]. Siamo stati in grado di chiamarli e ricordo di aver inviato via fax una foto in bianco e nero della persona, e di aver avvertito «ehi, questa persona può essere diretta dalle vostre parti, tenete gli occhi aperti». Lo hanno fatto, e sono riusciti a mandarlo via. L’idea che un po’ di diffusione di massa sia l’unico modo per mantenere le comunità al sicuro è ignorante.


Sembra essere un grosso riflesso dell’improvviso cambiamento nelle nostre comunicazioni, con i social media che sono diventati così centrali. Oggi un sacco di persone sono cresciute con essi, e li percepiscono come se fossero la norma.

Nei corsi di formazione per adolescenti «Conosci i tuoi diritti» che abbiamo fatto è apparso chiaro che questa nuova generazione è cresciuta con i metal detector e non ha alcun senso della privacy. Non capiscono cosa sia un diritto alla privacy, e perché qualcuno dovrebbe battersi in sua difesa. Sono così abituati al grande fratello, al fatto che nulla è mai privato, che questa alla fine sta per diventare la nuova norma culturale. Il che è esattamente ciò a cui tende il governo indottrinando le persone ad aderirvi.


In questo hanno avuto un enorme successo. Hai qualche idea su come resistere a ciò? Basta tener fuori i social media?

Sarà molto difficile perché, naturalmente, i mass media e i grandi sistemi che sono stati istituiti, come face-crack, stanno raggiungendo milioni e milioni di persone. Non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Il nostri corsi di formazione «Conosci i tuoi diritti», o qualsiasi altro genere di educazione politica, non vengono insegnati nelle scuole pubbliche. C’è una così esigua minoranza di giovani che seguiranno qualcosa di simile, che non sono molto ottimista. Penso che l’unico modo che potrebbe davvero rovesciare la situazione sia il verificarsi di qualche grande sconvolgimento politico.



[Black and Green Review, n. 3, primavera 2016]