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    Impressioni d’America

        Maksim Gorki

Impressioni d’America


Maksim Gorki


Una grigia caligine avviluppava terra e mare, mentre una pioggia sottile veniva giù sugli edifici tetri della città e su le acque torbide della baia. Gli emigranti si raccolsero da un lato del bastimento. Essi guardavano intorno silenziosamente e seriamente, con occhi avidi nei quali brillavano speranza e paura, gioia e terrore.

Cosa è questo? — domandò una ragazza polacca in tono di sorpresa, indicando la Statua della Libertà.

Qualcuno dalla folla rispose laconicamente:

— È la Dea Americana.

Io guardai codesta dea con un senso di idolatria. Essa rievocò alla mia mente i tempi eroici degli Stati Uniti — la guerra d’indipendenza e quella sanguinosa lotta tra Nord e Sud , che gli americani usano chiamare «la guerra per l’abolizione della schiavitù». Alla mia memoria si riaffacciarono i nomi gloriosi di Thomas Jefferson e di Grant... Questa dunque la terra della quale milioni d’abitanti del vecchio mondo sognano come di una terra promessa? Il paese della libertà, io ripetei a a me stesso, senza osservare, in quell’ora di emozione profonda, la ruggine verdastra che copre il bronzo scuro del monumento.

Sapevo fin dall’ora che «la guerra per l’abolizione della schiavitù» è ora chiamata in America «la guerra per la difesa dell’Unione». Ma non sapevo che tal mutamento di parole nascondesse un significato più profondo; che l’idealismo esuberante della giovane democrazia fosse stato coperto dalla ruggine, come la statua di bronzo e che l’anima della nazione fosse ormai attaccata dal corrosivo del commercialismo. L’insensata avidità del denaro e la vergognosa avidità del potere che il denaro dà, sono una malattia di cui si soffre dovunque. Ma io non m’ero accorto subito delle proporzioni che codesta terribile malattia ha raggiunto in America.

La tempestosa intensità di vita sull’acqua, ai piedi della Statua della Libertà e nella città, su la riva opposta, colpisce violentemente lo spirito e dà come un senso d’impotenza. In tutte le direzioni, come mostri antidiluviani, immensi e pesanti vapori solcano l’acqua, mentre piccoli battelli e canotti vanno intorno frettolosamente, quasi uccelli di preda affamati. Il ferro pare dotato di nervi, di vita, di coscienza. E il ferro, le pietre, il legno, l’acqua e perfino gli uomini sembrano protestare contro un’esistenza priva di sole, di arte, di gioie: un’esistenza che scorre nella cattività d’un lavoro incessante. Dovunque è lavoro, tutto rimane preso nel suo vortice e tutti sembrano curvi sotto il volere d’una misteriosa deità ostile agli uomini ed alla natura...

Io amo l’energia — anzi l’adoro — non però quando gli uomini rivolgono codesta loro forza creatrice alla propria distruzione. C’è troppo lavoro, troppo sforzo, e niente vita in tutto questo caos, in questa agitazione per la conquista del pane. Dovunque, intorno a noi vediamo l’opera della mente che ha fatto della vita umana una specie d’inferno, del lavoro una specie di mulino di disciplina ma in nessuna parte io sento la bellezza della creazione libera, l’opera disinteressata dello spirito che abbellisce la vita.

Lontano, su la riva, si disegnano contro la nebbia i grattanuvole silenziosi e scuri. Rettangolari, senza ombra di preoccupazione estetica, codeste moli pesanti ed uggiose si elevano verso il cielo, dure, tetre e malinconiche. Nelle finestre di codeste prigioni non si vedono fiori.... Sono linee rigide, uniformi, morte, senza eleganza o armonia di disegno, alle quali soltanto la mostruosa altezza imprime un carattere di fredda e altezzosa presunzione. Pure in alti prodigi architettonici non alberga libertà alcuna. Codesti edifici fanno salire il prezzo dei terreni ad altezze quasi tanto vertiginose quanto i loro tetti, ma abbassano il gusto fino al livello delle loro fondamenta. Accadde sempre così, del resto. In grandi case albergano piccoli uomini.

Da lontano la città rassomiglia a una enorme mandibola dai denti neri e disuguali. Essa erutta nuvole di fumo e respira rumorosamente come un obeso ghiottone. Quando entrate nella città voi sentite di esseri imprigionato in uno stomaco di mattoni e di ferro il quale ingoia milioni di uomini e li macina e li digerisce. Le strade rassomigliano ad altrettante gole affamate, a traverso le quali passano verso una invisibile profondità, pezzi neri di cibo, viventi esseri umani. Dappertutto, sopra la testa, sotto i piedi, lateralmente c’è ferro, ferro che vive, dal quale emanano orribili rumori. Chiamato alla vita dal potere del danaro, da questo animato, esso avviluppa l’uomo come in un tela di ragno, e lo assorbe, e ne sugge il sangue e ne ottunde lo spirito.

Le automobili strepitano come anitre gigantesche, l’elettricità manda fuori sgradevoli rumori, e dovunque l’atmosfera soffocante della strada è penetrata ed impregnata di suoni assordanti, come una spugna gonfia di acqua.... È un’atmosfera avvelenata, che soffre e si lamenta perché soffre.

Sul selciato della città camminano frettolosamente gli abitanti mossi dalia stessa forza che sembra renderli schiavi. Ma i volti son calmi, e le anime appaiono inconsapevoli di tale schiavitù. Anzi, per una vanità quasi tragica, questi uomini ancora credono d’essere padroni e liberi. Nel loro sguardo brilla un sentimento d’indipendenza. Ma non sanno che la loro indipendenza è quella della scure nelle mani del Boscaiolo, del martello nelle mani del fabbro e che la loro libertà è uno strumento nelle mani del Diavolo Giallo. Di una libertà dello spirito, di una libertà del cuore e dell’anima non appare traccia nelle energiche fisionomie di questi uomini. L’energia senza libertà è come il luccichio di un coltello nuovo che non sia stato ancora usato o come il lustro di una fune nuova.


[Appleton Magazìne, agosto 1906]