André Prudhommeaux
La legge protettrice del debole
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L’immagine che si presenta alla mente di ciascuno, quando una grande nazione viola il territorio di una più debole, è quella di un gigante che brutalizza un fanciullo. E la prima idea che ne deriva è quella della necessità del giudice e del suo strumento, il gendarme, allo scopo di far rispettare la legge internazionale. Questa idea è basata su un sentimento, non del tutto cosciente, che ci fa credere che in una rissa di questo genere non abbiamo il diritto di intervenire perché è un affare che riguarda l’autorità. Creare un’autorità internazionale e darle i mezzi di castigare colui che disturberà l’ordine e la pace con un’aggressione caratteristica, ecco ciò che molta gente s’aspetta dalle Nazioni Unite o dallo Stato super-nazionale.
È necessario un certo sforzo di pensiero per ricordarsi che una grande nazione non è un uomo, ma, in realtà, una popolazione di ricchi e di poveri, di uomini maturi, di donne, di fanciulli, composta, in generale, da un piccolo numero di tiranni e da un grandissimo numero di schiavi. La stessa cosa delle piccole nazioni. E la stessa cosa sarebbe dell’insieme di Nazioni costituite in Società, con o senza Stato super-nazionale. La volontà individuale di tutti questi esseri umani, presi isolatamente, ha poco a che vedere con l’aggressione o la punizione dell’aggressore, non domandando essi che di vivere dentro il cerchio dei loro interessi immediati, spesso divergenti e contraddittori. Il primo problema che si pone è quello di chiedersi come mai la volontà di qualche personaggio possa fare di un’intera nazione uno strumento di aggressione, o di difesa o di punizione dell’aggressore. La risposta è chiara: l‘organizzazione nazionale in Stato, la legge, la forza morale che a questa è riconosciuta all’interno di ogni nazione, rendono la nazione suscettibile di fare violenza ad una vicina.
Accade spesso nella vita delle bestie che osservo, che due gatti si contendano un pezzo di carne, o una femmina, finché uno di essi, più debole o meno scaltro, meno affamato o meno innamorato, abbia rinunciato alla soddisfazione del suo istinto (momentaneamente, beninteso) per paura di un colpo ben assestato sul muso. Ma non si è mai visto, e Pascal lo testimonia, «tutti i gatti di un grande paese» gettarsi su quelli di un paese vicino e farsi anche uccidere sul posto, in una carneficina generale. Questa è la conseguenza del fatto che i gatti non posseggono né legge, né codice militare, né servizio di propaganda. Spinti individualmente alla disperazione, quando li rinchiudiamo per picchiarli o quando difendono i loro piccoli diventano pericolosi anche per un uomo ben armato o per qualsiasi altro animale: strappano gli occhi, ma normalmente si limitano a delle minacce, a degli avvertimenti, e le loro liti hanno soltanto l’apparenza della ferocia. Il combattimento a morte non è neppure ricercato dall’uomo in balìa dei propri istinti.
Così è chiaro che la legge internazionale, la «giustizia internazionale» a colpi di cannone, trovano il loro impiego solo perchè esiste una legge ed una «giustizia» nazionale. A loro volta la legge e la giustizia nazionali non hanno altra preoccupazione che di regolare le liti tra provincia e provincia, tra villaggio e villaggio, tra particolare e particolare. Questo comodo sistema si è trovato per impedire che Pietro assestasse un buon pugno a Paolo, o più esattamente per levargli la voglia di ricominciare, arrestandolo, giudicandolo e condannandolo ad una multa. Ma il risultato è che le piccole liti punite dai tribunali si sono trasformate in guerra di continenti con lo sterminio di centinaia di milioni di vite umane. Perat mundus, fiat justitia!
Ed ora osservate, vi prego, con quale zelo la legge, sia essa nazionale od internazionale, protegge i deboli di spirito o di corpo, contro le imprese dei violenti, dei birbanti, o dei lussuriosi.
In un villaggio qualsiasi, un qualunque uomo «dal pugno di ferro» ben armato, impugna un tagliateste e grida: «Deboli signori, a partire da oggi voi lavorerete in pace sotto la mia proiezione. Io vi difenderò contro i miei nemici, che sono i vostri. Io berrò il vino delle vostre vigne, mangerò i vostri capretti, picchierò i vostri figli, mi divertirò con le vostre figlie, ma sorveglierò perchè non vi sia fatto nessun male. Se qualcuno tra di voi agirà male gli taglierò la testa. D’ora in poi avrò diritto al titolo di nobiltà, ed i miei figli legittimi lo avranno dopo di me. Voi non potrete essere chiamati che vili, e figli di vili, ed i vostri figli pure».
Invece di approfittare di un momento propizio per prendere questo grosso fanfarone e gettarlo nel fiume, gli sciocchi l’accettano con la speranza di essere «protetti» dai malintenzionati che vorrebbero abusare della loro debolezza e gli giurano fedeltà ed obbedienza. Poi insegnano ai loro figli che non c’è salvezza in questo mondo e nell’altro al di fuori dell’obbedienza e del rispetto della legge. E quando sono troppo oppressi e derubati dal padrone cui si sono liberamente dati, si vendicano sul loro servo, sulle loro donne, sui loro ragazzi, sui loro discendenti, sul loro cane, conformandosi al diritto che è loro generosamente riconosciuto dal signore «dal pugno di ferro». Così partecipano doppiamente alla sua gloria: prima leccandogli gli stivali, in seguito aiutandolo e mordendo coloro che non possono o non osano difendersi.
In città il signor Giordano dice ai suoi operai: «Io sono grasso ed un poco impotente, ma sono ricco ed intelligente. Chiunque potrebbe facilmente impadronirsi della mia stoffa per vestire sé ed i suoi figli ignudi, ma ciò non sarebbe profittevole né a me né a lui. Se voi prendeste tutta la stoffa che tessete per me, non vi darei più un soldo per comperarvi il pane di orzo. Per il nostro bene comune è necessario che noi ci intendiamo. Il più forte, il più muscoloso di voi sarà nominato gendarme e sorveglierà gli altri. A me riservo le funzioni di giudice. Se qualcuno prenderà nella mia fabbrica, solo un pezzo della mia stoffa, sarà frustato ed impiccato». Perciò tutti cercano di essere gendarme, di educare maschi e femmine nel timore del gendarme e nel rispetto del signor Giordano, e di convincersi che è preferibile morire per errore sotto la frusta del carnefice, che cessare di essere un uomo onesto come il signor Giordano od il gendarme.
Nella sua capitale, il sovrano della Mongolia orientale è affetto da un violento amore per l’infelice e petrolifera provincia di Bachibosoe, oppressa da giudici marxisti o dai social-fascisti del capitalismo nazista. I soli buoni Podeliani sono i Podeliani morti. «Quanto ai Sudeti del Nord, noi li deporteremo in massa presso i Nordeti del Sud che saranno liberi di farne quello che vorranno. Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer! Proletari di tutti i paesi, scannatevi. E ricordate che qualsiasi siano le bombe più o meno atomiche con le quali volessero minacciarci, l’ultima parola sarà sempre ai grossi cannoni ed ai grossi battaglioni. Quanto a me, le cure della mia salute mi obbligano a ritirarmi in campagna, nella mia modesta villa blindata, dove mi aspetta la mia terza anima: una capanna ed un cuore. La Mongolia si aspetta che ciascuno di voi faccia più del suo dovere».
Egli ha parlato e trenta milioni di figli di contadini e di proletari sindacati, tutti cresciuti nell’obbedienza della legge, nel rispetto della morale e nella disciplina del partito, si sentono coraggiosamente in dovere di incendiare, di rubare, di stuprare, di uccidere senza fare distinzione di età e di sesso, ed evitando per quanto è possibile di tagliare i polsi per avere i braccialetti-orologio.
Nel suo palazzo della città Atlantica il presidente dello Stato super-nazionale fuma la sua pipa davanti ad un bicchiere di grappa, e pensa: «Se ordino delle sanzioni contro la Mongolia per il suo intervento nel Bachebukistan provoco una terza guerra mondiale, più terribile delle due precedenti. Ci sarà, è vero, un forte rialzo dei prezzi dell’uranio e bisogna tenerne conto nello stesso modo che bisogna tener conto della difesa dei deboli e degli oppressi. Tuttavia, per un sentimento di umanità contro cui non so difendermi, esito a precipitare la nostra cara armata internazionale, composta da giovani tanto coraggiosi e belli (fra i quali un mio nipote) in un conflitto armato contro i selvaggi aggressori mongoliani. È necessario, però, fare qualcosa se non vogliamo far la figura di volgari chiacchieroni e se vogliamo conservare alla legge la sua forza. Bah! Ci penso: i Mongoliani sono duecentomilioni ed i Medi dieci milioni al
massimo. Chi m’impedisce di salvare l’ordine e la pace adottando delle sanzioni contro i Medi ed a favore dei Mongoliani?».
La storia ufficiale pretende che la «giustizia» e la legge siano state introdotte tra gli uomini dai deboli incapaci di resistere o di vendicarsi degli oltraggi; ma non c’è nessun essere vivente che non abbia qualche modo per resistere all’oppressore o per vendicarsi del male subito. Ci sono anche, per chi ha del coraggio morale, parole o gesti non violenti che sono più terribili dei coltelli per gli aggressori, parole la cui forza di choc è quella di una palla. L’essere disarmato ha dei protettori naturali e chiunque spinga il suo limite di disperazione, fino a rendergli la vita impossibile, dovrebbe aspettarsi di essere ucciso dalla sua vittima o dal primo venuto — e ciò è sempre possibile.
Si può obiettare che le leggi hanno precisamente lo scopo di evitare gli abusi della legge del taglione. Ma chi aveva interesse ad evitare una possibile vendetta se non i tiranni, i carnefici, abbastanza vili da non avere il coraggio di affrontare le loro vittime? Ne concludo che le leggi non furono fatte né dai deboli né per i deboli, ma dai vili e per i vili.
Chiamo vile colui che lecca la mano che lo picchia, invece di morderla. Chiamo vile il «cristiano» che mentre ama colui che gli fa del male si vendica su colui che non gli fa niente. Chiamo vile colui che, avendo colpito per primo, fugge la risposta e si rifugia dietro il gendarme. Ma c’è ancora un’altra viltà all’origine della «giustizia» e delle leggi: è quella dello spettatore che vede il forte molestare il debole e che non interviene (anche quando il debole è vile). Per un sentimento di dignità personale, lo spettatore deve intervenire: esso ha il dovere di farlo per se stesso e per la libertà di tutti gli uomini, senza la quale la nostra libertà non è altro che una vana parola.
Protestare, svergognare, intervenire, punire l’aggressore è per molta gente «immischiarsi in ciò che non ci riguarda». Il risultato voi lo conoscete: è il bisogno di una legge, di un gendarme che se ne immischierà alla sua maniera, senza che abbiamo bisogno di occuparcene e che assicurerà la sicurezza della nostra vita e quella della nostra coscienza. Di un gendarme, cioè di qualcuno che farà opera di forza per del denaro. Dormite in pace, buona gente: il gendarme ed il giudice fanno il loro mestiere, fanno giustizia per i forti e per i ricchi. Ma non stupitevi del risveglio che vi prepara la legge, quella legge che voi avete contribuito a fare, il giorno in cui sarete gettati nella disoccupazione, nella guerra, in una prigione, in un convoglio di deportati, in una camera a gas!...
Gli anarchici che rivendicano per ogni essere umano il diritto di ignorare la legge dei vili e quello di seguire la legge della propria coscienza, gli anarchici sono i soli che considerano le cose nella loro profondità. Picchiate l’anarchico, ed egli difenderà come meglio potrà senza ricorrere al gendarme. Prendetelo con tradimento e si vendicherà. Rendetegli la vita impossibile ed egli impiegherà contro i suoi torturatori l’ultima ratio che gli fornirà la tecnica dell’armamento individuale. Se cadete nei ranghi delle vittime della società, vi difenderà anche se siete suo nemico. Se commettete una viltà, un abuso di potere in sua presenza, egli vedrà rosso. Abbiate un gesto nobile ed egli si sentirà vostro compagno. Tale è l’anarchico che viene, invece, descritto come il nemico pubblico n. 1. In realtà è il fondamento stesso della società in ciò che essa ha di sano. È il tipo d’uomo sul quale può essere costruita la pace, la fratellanza, la fiducia.
Ricordatevi i film del Far-West che avete visto da giovani: tolto il velo del romanzo essi rappresentano il modo con cui una banda di avventurieri, senza fede e senza legge, diventa una città umana. Il fondatore di quella città dove voi avreste voluto vivere prima che essa degenerasse non è lo sceriffo (il quale non è che l’ignobile esecutore della legge dei vili): è il passante che porta nel suo cuore la giustizia, è Rio Jim, l’anarchico.
[Le Libertaire, 20 dicembre 1946]